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Gesù Cristo

L’esaltazione della Santa Croce, dentro e fuori di noi

Pubblicato 2018/09/17
Autore : Plinio Corrêa de Oliveira

“Se qualcuno verrà dopo di me, prenda la sua croce e mi segua”. In queste parole di nostro Signore risiedeva, per il Dr. Plinio, la chiave della felicità umana. Solo chi accetta con amore le croci che Dio gli manda trova la pace dello spirito.

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Plinio.jpgL’esaltazione della Santissima Croce di Nostro Signore Gesù Cristo è una delle feste più belle della Chiesa, come titolo e come significato.

Prendiamo in considerazione innanzitutto ciò che la parola esaltazione porta con sé.

Secondo il linguaggio comune, impregnato di agitazione, l’individuo esaltato è colui che facilmente si irrita, rovesciando la sua bile sugli altri. La vera esaltazione, invece, non ha nulla a che fare con il cattivo umore. Dal latino exaltere, significa diventare alto, elevarsi, salire.

L’esaltazione della Santa Croce di Nostro Signore è, pertanto, la festa con la quale la Chiesa ricorda e proclama agli occhi del mondo che essa erge il simbolo della Redenzione sopra ogni cosa, ponendolo nella sua altezza dovuta e suprema.

Il culmine delle umiliazioni sofferte da Gesù

Questa lode si riveste di grandezza e giubilo ancor maggiori quando consideriamo che la croce era originariamente uno strumento di supplizio usato in tutta l’Antichità, che rappresentava l’ignominia e la vergogna per la persona che subisse la pena della crocifissione.

Per questo, quando fu inchiodato alla Croce, Nostro Signore Gesù Cristo subì un’enorme umiliazione. Questo per dire che moriva come un bandito, un ladro, equiparato ai due criminali con cui fu crocifisso sulla cima del Golgota.

In questo senso, la Croce rappresenta il culmine di tutte le manifestazioni di disprezzo e scherno che Gesù patì nella sua vita pubblica, specialmente nei tragici giorni della Passione. Queste umiliazioni corrispondevano al desiderio dei carnefici di aggiungere ai tormenti fisici un martirio morale, ancor più doloroso. Allora, con la corona di spine, la tunica da zimbello, la canna a guisa di scettro, gli schiaffi, ecc., avevano lo scopo di tormentare l’adorabile Anima di Nostro Signore, e non solo il Suo Santissimo Corpo.

Ma se è vero che la Croce di Nostro Signore fu l’apice di tutte le umiliazioni subite da Lui, è anche l’inizio di tutto il disprezzo che fino alla fine del mondo i cattolici avrebbero dovuto sopportare in nome del Figlio di Dio. Perché la malvagità non disarma mai. Essa mira sempre a disprezzare e abbattere l’autentica morale cristiana. Rari, se non inesistenti, sono i cattolici che non sono stati umiliati, in un modo o nell’altro, a causa della loro fedeltà a Gesù Cristo. Ciò costituisce, invece, una beatitudine, perché significa essere perseguitati per amore della giustizia divina, contro la quale si ergono continuamente gli empi.

Va sottolineato, tuttavia, che la Croce di Cristo e le croci che portiamo per Lui, sono ugualmente simboli del nostro onore. Questo consiste nel ricevere l’umiliazione con fierezza, vantandocene. Anzi: con uno spirito di sfida. Di fronte a coloro che ci ingiuriano, proclamiamo con brio e gioia ancora maggiori il simbolo supremo della nostra Religione. E questo corrisponde interamente all’idea di esaltazione: manifestare la gloria della Croce, con un orgoglio che schiacci gli oltraggi che gli avversari cercano di fare a Cristo.

Viene a proposito ricordare qui che questa fierezza era già stata ratificata nei primi secoli del Cristianesimo quando, alla vigilia della Battaglia del Ponte Milvio, l’imperatore Costantino ebbe una visione della Croce, circondata dalle parole: “In hoc signo vinces – Con questo segno vincerai!” Era un annuncio che la Croce si alzava nel cielo e sarebbe rimasta definitivamente all’orizzonte del mondo, umiliando a sua volta i malvagi.

Questa gagliardia è ciò che manca al cattolico svenevole. Questi, di fronte a qualsiasi umiliazione, mostra un viso pigro, sbava e fugge. Riempie di vergogna la causa che dovrebbe proteggere. La nostra Religione deve essere difesa con spirito combattivo, e quindi, se qualcuno insulta la Croce in nostra presenza, dobbiamo redarguirlo con intrepidezza e coraggio. Non come chi difende il proprio onore, ma come chi risponde all’onore infinitamente più prezioso di Nostro Signore Gesù Cristo e, in unione al Suo, a quello della Santissima Vergine.

In cima ai campanili e alle corone

Parallelamente, questo onore dell’Uomo-Dio è rivendicato anche dalla Chiesa. E per questo, i cattolici hanno preso la Croce come segno di distinzione, come simbolo di tutto ciò che c’è di più sacro e santo. E il collocarla in cima a tutte le cose è stata una preoccupazione costante della Civiltà Cristiana. Vennero allora le manifestazioni caratteristiche dei tempi della fede: la Croce che sormonta gli elevati campanili delle chiese e delle cattedrali; la Croce in cima alle corone di re e imperatori, o che adorna i più nobili blasoni delle famiglie della prima aristocrazia, o servendo da insegna nelle onorificenze. E quando si voleva mettere in luce la grande importanza di un documento, lo si iniziava con una croce.

Insomma, in tutto quanto l’uomo concepiva di supremo, c’era la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, che portava con sé l’idea che, tra tutte le meraviglie da Lui operate in questo mondo, la più mirabile e la più adorabile era l’aver sofferto e l’essere morto in quello strumento di vergogna.

Portando con sé, anche, la reazione a questa umiliazione, una reazione cavalleresca e soprannaturale – l’esaltazione della Santa Croce!

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Nostro Signore Crocifisso
Casa degli Araldi del Vangelo, Rio de Janeiro (Brasile)
La croce glorificata nel nostro intimo

Troviamo ancora un altro insegnamento nella Croce.

Nostro Signore Gesù Cristo è il Redentore del genere umano. Egli doveva redimerlo accettando la morte. Per questo sopportò l’agonia nell’Orto degli Ulivi e i flagelli della Passione, camminò fino alla cima del Calvario e Si lasciò crocifiggere, al fine di compiere la missione che Lo aveva portato nel mondo.

A partire da questo momento, la Croce è diventata l’affermazione delle sofferenze, dei tormenti e delle difficoltà che l’uomo accetta per realizzare i disegni di Dio su di lui sulla terra. Allora affronta ogni cosa, sull’esempio di Nostro Signore, per seguire la superiore volontà divina. Questa è la lezione che ci dà la Croce: abbracciare il dolore, il sacrificio, l’olocausto, in un atto di fedeltà dell’uomo alla sua propria vocazione.

Questa fedeltà implica non solo la lotta di una vita intera affinché la Religione Cattolica vinca e la Croce di Nostro Signore sia elevata sopra ogni cosa, ma anche la vittoria nei nostri combattimenti interiori. Infatti, ingaggiamo continuamente una battaglia all’interno delle nostre anime, in cui si oppongono virtù e peccati. Questo antagonismo si traduce in un attrito e in una frizione interiore che, in certi momenti, diventa pungente. Dunque, questa lotta, dobbiamo guardarla in faccia e avere sempre l’iniziativa audace per sconfiggere il peccato. Questa battaglia è, in un certo senso, la glorificazione della Croce di Nostro Signore dentro di noi.

La vera gioia è nella Croce

Questa considerazione contiene un importante corollario. 

Fin dai primi giorni del Cristianesimo, gli uomini si battezzarono all’ombra della Croce, si sposarono sotto la sua protezione, la collocarono nel posto migliore delle loro case e, giunti all’ultimo istante della loro vita, morirono guardandola. Cioè, la Croce ha segnato l’intera esistenza del cattolico. È un’altra espressione dell’idea fondamentale che la quotidianità terrena è stata fatta per la sofferenza e per l’eroismo. E chi parla di eroismo, parla di Croce.

La vera gioia della vita non consiste nel godere di piaceri grandi o piccoli, avere molto da mangiare e da bere, o qualsiasi altro tipo di conforto. L’autentica soddisfazione della vita è quella sensazione di pulizia dell’anima che possediamo quando fissiamo in faccia la nostra croce e diciamo “sì” ad essa. In questo modo, agiamo come nostro Signore Gesù Cristo che, senza aspettare l’arrivo della sofferenza, lo ha previsto e Si è diretto nel luogo dove l’avrebbe trovata. Si consegnò perché così ha voluto e, con passo valoroso, ha portato la sua Croce sulla cima della montagna dove sarebbe stato immolato.

Evitiamo dunque l’illusione delle gioie effimere, e molte volte false, che ci promettono divertimenti mondani, vanità e successi temporali, perché non costituiscono la vera essenza della nostra esistenza. “Militia est vita hominis super terram – Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra” (Gb 7, 1), diceva il santo Giobbe. Come abbiamo affermato, l’essenza della vita è una lotta dentro e fuori di noi, fronteggiando e accettando la sofferenza, facendone la nostra gioia. Questa è veramente l’esaltazione della Croce in noi.

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Madonna dei Sette Dolori, di Antonio Tempesta
Chiesa di Santo Stefano Redondo sul Monte Celio, Roma 
Non c’è cattolico sincero che non sia un ardente amico della Croce e che, confidando nella misericordiosa assistenza di Maria Santissima, non comprenda e gioisca nel sapere che le difficoltà e le pene occupano una parte saliente nel suo pellegrinaggio su questa terra di esilio. È conoscendo e accettando questa condizione di battagliero – contro i suoi propri difetti così come contro l’empietà – è unendosi ai meriti infinitamente preziosi della Passione di Nostro Signo re Gesù Cristo, che egli aprirà per sé le porte dell’eterna beatitudine.

Imitiamo Colei che più ha amato la Croce

 Tutto ciò che abbiamo appena considerato costituisce lo spirito della croce, in base allo spirito del crocifisso concepiamo tutte le cose, battagliamo e vinciamo, perché i grandi guerrieri della vita sono stati quelli che si sono rivestiti di questo spirito, di questo amore per la Croce, di questa naturalezza nella sofferenza, che caratterizza il genuino figlio della Santa Chiesa e seguace di Cristo.

Per acquisire questo spirito, non possiamo fare niente di meglio che implorarlo alla Madonna, chiederLe di concederci l’amore che Lei stessa ha avuto per la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo.

Possiamo immaginare che, senza ferire gli insegnamenti dell’ortodossia cattolica, trascorsi i tempestosi giorni della Passione, vissute le gioie della Risurrezione e dopo la partenza gloriosa di Gesù da questo mondo, due grandi felicità sono rimaste sulla terra: una, la presenza del suo Divino Figlio nell’Eucaristia; l’altra, la meditazione della Croce. Quali pensieri, quali riflessioni e preghiere faceva la Corredentrice nelle sue ore di solitudine e di raccoglimento, ricordando il patibolo in cui Si era immolato l’Agnello di Dio?! Quanto Lei ha riverito quella Croce! Quanto l’ha onorata! E che meditazioni sublimi ha fatto ai piedi del Legno, nello stesso istante in cui in esso moriva il Salvatore! E in che alto grado, inimmaginabile, si è elevato in Lei lo spirito di sofferenza – lo spirito della croce –, diventando per noi un luminoso esempio di anima crocifissa!

Allora, dobbiamo chiedere a Maria, in nome di queste meditazioni solitarie di Lei davanti alla Croce, nelle quali forse aveva presente ciascuno di noi, quello stesso spirito. Che ci infonda questo rispetto, questa ammirazione e questo entusiasmo per la vera sofferenza e, ancor più, questo eroico desiderio di soffrire, che è caratteristica del vero cattolico. In una parola, supplichiamo a Lei la grazia di questa continua esaltazione della Santa Croce in noi, per esaltarla continuamente fuori di noi. (Rivista Araldi del Vangelo, Settembre/2018, n. 184, p. 24-27)

Estratto con leggeri adattamenti dalla rivista “Dr. Plinio”. Anno III. N.30 (Settembre 2000); p.16-20 

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