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Commenti al Vangelo

Annuncio della realtà futura

Pubblicato 2018/08/15
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

La Trasfigurazione del Signore rafforza la speranza nella resurrezione, indicando quello che ci aspetta se siamo fedeli alla Parola di Dio.

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Vangelo

In quel tempo, 2 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro, 3 e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla Terra potrebbe renderle così bianche. 4 E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. 5 Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per Te, una per Mosè e una per Elia!” 6 Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. 7 Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: “Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltateLo!” 8 E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. 9 Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’Uomo fosse risuscitato dai morti. 10 Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire “risuscitare dai morti” (Mc 9, 2-10).

Mons.jpgI – Viviamo in un’illusione

Se analizziamo bene certi fatti, i più comuni della vita, potremo constatare quanto ci illudiamo nel considerare come definitive le realtà passeggere. Ad esempio, vedendo un bambino di pochi anni di età non si può dire: “Guarda, che grande generale!” O anche: “È un chirurgo di prima categoria!” Come si afferma una cosa del genere, se egli ha appena cominciato a vivere? Non ci sono, ancora, elementi indicativi del cammino che prenderà. Se più tardi, però, seguirà una di queste carriere e uno ci mostrerà la sua fotografia di quando era bambino, vedremo com’era differente e non si poteva supporre che lì ci fosse, in germinazione, un uomo con un tale futuro. Dall’infanzia all’età adulta le modificazioni fisiche e psicologiche sono tante che quasi si potrebbe dire che l’unica costante è il cambiamento. Poi, quando si raggiunge la maturità, inizia un altro tipo di trasformazione: l’avanzamento verso la vecchiaia. Il corpo perde vitalità, alcuni organi cominciano a venir meno, l’esistenza è vista da un’altra prospettiva… Il volto comincia a registrare i segni del trascorrere del tempo, non essendo più l’ereditarietà a plasmarlo, ma le vicissitudini, le lotte, i drammi. Tuttavia, quando vediamo la nostra attuale fisionomia, nutriamo l’illusione che ci rimarremo sempre in questo stato. E non è vero! Se ci presentassero, oggi, il nostro ritratto del giorno fissato da Dio per morire, prenderemmo spavento nel vedere una così grande differenza. Quasi non ci riconosceremmo. Tutto cambia, tutto passa…

Infatti, viviamo in una sottofigurazione di quello che siamo chiamati a essere, della nostra vera immagine se andremo in Cielo. Confrontato con questa, il nostro aspetto in questo mondo è incomparabilmente inferiore. È superiore solo a quello di chi va all’inferno. Quando Dio guarda a noi, siccome è fuori del tempo – Egli è eterno –, non considera soltanto quello che siamo in questo momento, ma anche come saremo dopo la morte. Se è così, nel nostro tratto non possiamo fissare l’attenzione soltanto sulle apparenze presenti, ma dobbiamo tener conto dell’altro aspetto, quello che avremo nel momento di resuscitare alla vita eterna, quello che è continuamente davanti allo sguardo divino.

Possiamo comprendere meglio con il seguente esempio. Se i genitori di un neonato ricevessero da un Angelo il dono di conoscere come il figlio sarà quarant’anni dopo, quando diverrà una persona ormai realizzata, e l’Angelo facesse in modo che quella visione rimanesse immutata nella loro memoria, possiamo star sicuri che quando sorgeranno difficoltà nell’educazione del bambino sarebbero molto più capaci di sopportarle e avrebbero in relazione a lui ogni specie di benevolenza. Ora, così ci vede Dio! Egli non guarda tanto i difetti ma, questo sì, il punto finale per il quale ci ha creato. Per questo, in questa Terra di esilio dobbiamo considerare in ogni istante l’aspetto ideale che siamo invitati a riprodurre in noi, e ci dobbiamo sforzare di fissarlo nell’anima e renderlo il più bello possibile. È questo un pensiero suggerito dalla Liturgia della festa della Trasfigurazione.

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Angelo Custode - Cattedrale di Bruges (Belgio)
II – La bontà del Divino Maestro verso i suoi discepoli

Dio, poiché è il Bene Assoluto – il Bene è eminentemente diffusivo1 – e la Verità, si compiace di insegnare. Lui, che potrebbe vivere senza nessuna creatura per tutta l’eternità, poiché è un Essere necessario e che basta a Se stesso, ha voluto creare l’universo nel quale ci sono esseri intelligenti: gli Angeli e gli uomini. È stato per “un eccesso di bontà” – afferma San Giovanni Damasceno – che Egli “ha deciso di far nascere qualcosa che partecipasse e ricevesse i favori della sua bontà”.2

Gli Angeli, puri spiriti, hanno una costituzione diversa dalla nostra. Conoscono per intuizione, vedono tutto a distanza, essendo stati istruiti in forma adeguata alla loro natura.3 Gli uomini, a loro volta, avendo corpo e anima, conoscono per constatazione e per raziocinio. Per tale motivo, Dio ha dato loro il Paradiso Terrestre, per facilitare l’ascensione della loro mente fino al Creatore. In questo luogo tutto era simbolo, tutto era meraviglia, tutto elevava a Dio. Espulso dall’Eden, a causa del peccato, nemmeno per questo Dio ha abbandonato l’uomo, ma ha continuato ad assisterlo lungo la Storia, poiché Lui, maestro insuperabile, si prende cura di noi come un padre affettuoso.

Tale affetto si manifesta in relazione agli Apostoli, nella Trasfigurazione. Gesù aveva già rivelato la sua futura Passione, sebbene non avessero compreso quello che Lui volesse dire (cfr. Mc 8, 31-32). Poi condusse San Pietro, San Giacomo e San Giovanni in cima al Monte Tabor e là si trasfigurò miracolosamente, come vediamo in questo Vangelo.

Per chi aveva visto Gesù realizzare numerosi segni, dare la vista ai ciechi, far sentire i sordi e parlare i muti, e addirittura resuscitare morti – uno di loro, Lazzaro, morto da quattro giorni –, contemplarLo improvvisamente tutto piagato dalla testa ai piedi, insanguinato, sfigurato, con la Croce sulle spalle e poi crocifisso, deve essere stato un trauma, uno choc tremendo. Siccome sapeva che essi sarebbero passati per questo dramma, Nostro Signore ha voluto prepararli e ne ha scelto inizialmente alcuni: Pietro, Capo della Chiesa; Giovanni, il Discepolo Amato; Giacomo, un Apostolo di fuoco. Sarebbero stati gli stessi che Lo avrebbero visto angosciato mentre sudava Sangue nell’Orto degli Ulivi (cfr. Mc 14, 33-42). E lì, sul Tabor, ha compiuto un prodigio per mostrare loro, sebbene in modo imperfetto, come Lui sarebbe stato nel giorno della Resurrezione, e non dubitassero della sua divinità vedendoLo in cima alla Croce, perdendo tutto il suo Sangue fino a morire, ma avessero la certezza, data dalla fede e rafforzata da questa conferma, che Egli sarebbe risorto, e sostenessero la fede di tutti quelli che Lo seguivano.

Dio ama il principio della mediazione

In quel tempo, 2aGesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli.

Un particolare richiama l’attenzione: Gesù ne portò solo tre in un luogo in disparte. Per quale motivo avrà proceduto in questo  modo? Poteva portare sul Monte Tabor i Dodici, i discepoli e le Sante Donne, facendo anche di loro dei testimoni del fatto. Dopo avrebbe potuto spiegare loro la ragione della Trasfigurazione, rendendo evidente e irrefutabile la sua condizione divina. Invece, ha scelto soltanto quei tre. Egli ci rivela, con questo, il suo amore al principio di mediazione. Molte volte Dio dà grazie solo a pochi, con l’intento che questi poi trasmettano agli altri tali esperienze soprannaturali. Così la Provvidenza indica come, per non vacillare nella propria fede, è necessario confidare in quella di un altro o fortificarsi con l’esempio di chi ce l’ha più vigorosa.

Un miracolo didattico

2bSi trasfigurò davanti a loro, 3 e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla Terra potrebbe renderle così bianche.

Dal primo istante, quando è stato concepito nel seno virginale di Maria, l’Anima di Gesù era nella visione beatifica e aveva, pertanto, la massima gloria che sarebbe possibile ottenere da un uomo. Ora, secondo la dottrina unanime della teologia, quando l’anima vede Dio faccia a faccia e riprende il suo corpo, gli conferisce lo stato glorioso.4 Per tale motivo, Gesù avrebbe dovuto avere, abitualmente, un corpo glorioso. Egli ha fatto un miracolo per così dire negativo durante tutta la sua vita, abolendo lo splendore che Gli spettava tanto per il fatto che la sua Anima era nel possesso costante della visione beatifica, quanto perché Lui non aveva una personalità umana, ma unicamente divina. Perché? Perché ha voluto farsi sofferente e passare i trentatré anni della sua permanenza su questa Terra, fino alla Resurrezione, con il Corpo sofferente, per compiere la volontà del Padre, offrendoSi come vittima senza macchia per la salvezza dell’umanità. Per questo, solo in certi momenti, e soltanto quando necessario, ha manifestato le doti del corpo glorioso. Una di queste occasioni è stata la sua nascita, poiché ha mostrato in Sé un indizio della sottigliezza – cioè, il potere di trasporre la materia senza incontrare resistenza – e passò dal chiostro materno alle braccia di Maria senza alterare l’integrità di sua Madre, né toccare nella carne purissima e santissima di Lei, nemmeno nei suoi indumenti.5

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Particolare della Trasfigurazione - Biblioteca del Monastero di Yuso, San Millán de la Cogolla (Spagna)
Cos’è accaduto, allora, sul Tabor? Lì il Salvatore ha voluto dare un’idea della nostra felicità, quando entreremo nel Cielo in corpo e anima. Trasfigurazione è un termine creato dalla Chiesa per esprimere quello che si è verificato nell’episodio, come anche quello che ci capiterà resuscitando. Il corpo avrà certe abitudini e qualità, in conseguenza della gloria dell’anima, e questa, con il lumen gloriæ, vedrà Dio come Egli è.

La Prefazio di questa festa interpreta con l’ineguagliabile voce della Chiesa tale pensiero: “Dinanzi ai testimoni da lui prescelti, Egli rivelò la sua gloria e nella sua Umanità, in tutto simile alla nostra, fece risplendere una luce incomparabile, per preparare i suoi discepoli a sostenere lo scandalo della Croce e anticipare, nella Trasfigurazione, la meravigliosa sorte della Chiesa, suo Mistico Corpo”.6 Usando una mirabile precisione di linguaggio, quest’orazione spiega come, di fatto, Cristo non abbia assunto il corpo glorioso in quest’occasione, ma ha fatto appena vedere una delle sue caratteristiche, il chiarore. Secondo quanto afferma ancora San Tommaso,7 Egli ha operato il miracolo della Trasfigurazione e ha svelato la sua gloria continuando ad avere un Corpo sofferente uguale al nostro. Quando verrà alla fine dei tempi, questa gloria sarà maggiore di quella del Monte Tabor, dove è apparsa solamente una pallida immagine dello splendore futuro.

Un significato della presenza di Mosè ed Elia

4E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.

Oltre a mostrare un riflesso della felicità eterna, Dio ha anche voluto che avessero una nozione di un aspetto accidentale di questa stessa felicità: la comunione con i Beati. La presenza di Mosè ed Elia che rappresentano la Legge e i profeti era, da un lato, la garanzia che lì stava la piena realizzazione della Legge, la Legge in persona, il Profetizzato, il Promesso delle Nazioni. D’altra parte, preannunciava come sarebbe stato, nel Cielo, il perpetuo rapporto con tutti gli Angeli e i Santi, così intimo, caloroso, pieno di fuoco e di entusiasmo, e senza il logorio della ripetizione di cose già note. Essendo Dio infinito, ci saranno sempre nuovi aspetti divini da contemplare individualmente e commentare con tutti per cumularci di gioia e amore, stabilendosi un magnifico colloquio eterno nel quale non ci sarà mai l’inconveniente dei temi che invecchiano e diventano sprovvisti di interesse. 

Sì, perché in funzione della propria luce primordiale,8 ogni anima avrà una visione unica ed esclusiva di Dio, a partire da una prospettiva o angolo che nessuno più ha. Per esemplificare, immaginiamo un gruppo di persone che sta conversando in una sala; ognuna vede in forma diversa il locale, a causa della posizione nella quale si trova. Alcune avranno davanti a sé la porta, altre una finestra, tutto fa parte della stessa stanza, ma nessuno riesce a vedere tutto in uno stesso tempo. È quello che succede in relazione a Dio.

San Pietro vuole possedere per sempre quell’immagine

5Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per Te, una per Mosè e una per Elia!” 6 Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.

San Pietro non sapeva cosa dire, pensando che, nell’ammirare questa incantevole meraviglia, sarebbe arrivato al termine finale della vita e sarebbero stati risolti tutti i problemi dell’esistenza terrena. Egli avrebbe desiderato rimanere lì, come chi dice: “È bello rimanere qui sul Monte Tabor, in questa convivenza deliziosa, per essere fedeli alla pratica della virtù, fedeli ai Comandamenti divini, fedeli a Te”. È esattamente quello che sentiremo nel Cielo, quando vedremo Dio faccia a faccia.

Infatti, creato per Dio – la Verità Assoluta –, l’uomo ha una sete inesauribile di verità che solo in Lui è saziata. L’inesplicabile, la contraddizione, i grandi misteri della natura e del mondo soprannaturale sono per lui causa d’inquietudine. Tuttavia, sulla Terra non si arriverà mai a conoscere tutto, a decifrare tutte le incognite e a ottenere un chiarimento alle questioni più oscure. Solo nell’eternità, nel contemplare lo stesso Creatore, l’intelligenza umana troverà riposo, raggiungendo la Verità e chiarendo quello che prima era ombra.

Così, San Pietro “non sapeva cosa dire”, ma sapeva che aveva bisogno di custodire quell’immagine, perché essa gli avrebbe dato gli elementi per affrontare tutte le avversità venture, incluso il suo stesso martirio.

Non possiamo dimenticare mai la lotta e il dolore, anche nel culmine della consolazione o della gloria

7Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: “Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltateLo!”

Alle molte interpretazioni su questa manifestazione del Padre, possiamo aggiungere un aspetto, a volte dimenticato: in questa valle di lacrime il dolore è sempre presente. Nel fulgore della Trasfigurazione, era necessario stare attenti alle parole del Figlio di Dio, ossia, uscire da lì e tornare ad ascoltare quello che Lui ancora aveva da dire, l’annuncio della Passione, le lotte, le persecuzioni che la Chiesa avrebbe dovuto vincere. La vita di tutti i giorni non è sul Tabor, ma nella pianura, espellendo demoni, discutendo con farisei, in uno sforzo costante per diffondere il Regno di Dio, come afferma Sant’Agostino in uno dei suoi sermoni: “Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la Parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d’insegnare. Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò ch’è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore”.9 Questo doveva essere l’impegno degli Apostoli.

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Trasfigurazione - Cattedrale della Trasfigurazione, Toronto (Canada)
Il panorama futuro è la Resurrezione, come fu loro svelato sul Tabor. Nel frattempo, dovevano esser disposti, per arrivare là, a passare per il Pretorio di Pilato, per il Calvario e per tutte le umiliazioni.

Scegliere tra due poli

8E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. 9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’Uomo fosse risuscitato dai morti. 10Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire “risuscitare dai morti”.

Questi versetti non lasciano dubbi che Nostro Signor Gesù Cristo, oltre a rivelare la sua Morte – cosa che fece varie volte prima della Passione –, annuncia la Resurrezione e la sua conseguente glorificazione, che sarebbe stata anche la nostra. Tuttavia, gli Apostoli non capivano il significato di “resuscitare dai morti”, così distante era il loro pensiero dal vero ideale di Regno messianico annunciato dal Maestro. Come poteva essere che il Messia morisse? Il Suo Regno non sarebbe stato eterno? Per questa ragione s’interrogavano sul senso delle parole di Gesù. Solo dopo, di fronte alla realtà dei fatti, hanno cominciato a comprendere quello che Lui volesse dire, fino a che lo Spirito Consolatore fu versato su di loro e gli aprì gli occhi e la mente.

In questo passo del Vangelo scelto per la festa di oggi, è omesso quello che è avvenuto subito dopo che furono scesi dal Monte Tabor. “E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro” (Mc 9, 14). Un primo avvenimento è la Trasfigurazione, che è avvenuta sulla montagna, perché è nell’alto dei monti che avvengono i frangenti grandiosi, come la consegna delle Tavole della Legge a Mosè. L’episodio che segue, pieno di confusione, è avvenuto ai piedi della montagna: un padre aveva un figlio posseduto e chiese a Nostro Signore aiuto, poiché i discepoli non erano riusciti a esorcizzarlo (cfr. Mc 9, 17-18). Dopo aver messo alla prova la fede del padre del bambino, Gesù espulse il demonio, che uscì “gridando e scuotendolo fortemente” (Mc 9, 26), essendo rimasto come morto. Allora Nostro Signore lo prese per mano e, ormai libero da ogni azione demoniaca, lo sollevò.

Dio ha permesso che questo succedesse dopo la Trasfigurazione, poiché voleva mostrare ai tre Apostoli e, più tardi ai discepoli, il contrasto tra ciò che saremo noi quando resusciteremo, se saremo stati buoni o cattivi. Sono i due poli di quello che ci può succedere nel giorno del Giudizio Finale. Chi persevera vicino a Gesù in cima alla montagna risorge trasfigurato, e chi sta con satana ai piedi della montagna risorge sfigurato, perché il demonio lo domina. Ecco gli unici destini possibili: il Cielo per chi pratica la virtù, l’inferno per chi muore in peccato.

III – Accettiamo l’invito!

Questa Liturgia ci chiarisce che l’obiettivo del Divino Maestro nella Trasfigurazione era far sì che i suoi tre eletti conservassero il ricordo di quella scena imponente, soprattutto delle grazie mistiche ricevute, come un flash della gloria, proveniente dalla sua divinità e dalla sua Anima, riflessa nel suo Corpo, in modo da aver più facilità ad attraversare il grande dramma della Passione che stava per compiersi. E quale l’effetto della Trasfigurazione su di noi? Già crediamo nella Resurrezione del Signore, la Passione non ci sconvolge – anzi, è una consolazione nelle nostre sofferenze – e la Chiesa ci offre la dottrina esatta sul Regno di Dio. Che cosa può aggiungere alla nostra fede? 

Anche noi ci trasfiguriamo

Nati in stato di maledizione, separati da Dio dal peccato originale, incapaci di entrare nel Cielo, anche noi abbiamo con il Battesimo una prima trasfigurazione: acquisiamo un aspetto che non avevamo,10 perché il demonio è espulso, la macchia originale è cancellata, un sigillo è impresso nel nostro cuore – il carattere di cristiano – e a partire da qui cominciamo a configurarci con Nostro Signore Gesù Cristo. Per raggiungere interamente la statura e la sua forza, riceviamo i Sacramenti della Cresima e dell’Eucaristia.11 Ci sono ancora altri elementi che cooperano alla nostra successiva conformazione: la Croce va modellando l’anima, la preghiera ottiene grazie per il suo perfezionamento e la vocazione specifica di ognuno è il cammino speciale, tracciato per noi dalla Provvidenza, per assomigliare ancor più a Gesù. Così la vita diventa un continuo trasfigurarsi, finché ci identifichiamo pienamente con Lui, meta di ogni cristiano. 

Un aiuto per la trasfigurazione completa

Nello stesso modo in cui Nostro Signore ha favorito tre Apostoli con l’esperienza della Trasfigurazione, anche nella nostra vita spirituale sono frequenti le consolazioni soprannaturali e le diverse grazie mistiche e sensibili che ci fortificano, qualunque sia la via che percorriamo verso la santità. Tali grazie ci fanno sperimentare nel fondo dell’anima qualcosa della realtà futura, dandoci nostalgia del Cielo, anche se non lo conosciamo. Avere nostalgia di quello che già abbiamo visto è normale, ma sarà possibile averla di quello che ancora non conosciamo, ma sappiamo che esiste? Questo è il punto essenziale della nostra trasfigurazione: sapere che esiste!

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Ingresso dei Beati in Cielo, di Giotto di Bondone - Particolare dell’affresco del Giudizio Universale, Cappella degli Scrovegni, Padova
Se custodiamo bene il ricordo delle grazie e consolazioni che ci hanno visitato alla maniera di un folgorante flash, come pure la fedeltà alla visione che esse ci offrono, possiamo avere fiducia che il premio sarà incomparabilmente superiore. Quando, per merito del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, delle lacrime della Madonna e dell’intercessione degli Angeli e Santi, Dio, nella sua misericordia, ci avrà perdonato tutte le colpe e ammesso nella visione beatifica, i nostri corpi resusciteranno simili a quello di Cristo nella Trasfigurazione. Questa prospettiva del giorno del Giudizio Finale, in cui il Figlio di Dio scenderà sulla Terra nella sua gloria, deve riempirci di gioia, di speranza, di amore per Dio, e dare animo e coraggio nel decorso dei drammi dell’esistenza, come ricorda l’Antifona della Comunione, per penna del Discepolo Amato: “Quando Cristo si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è” (I Gv 3, 2).

La Preghiera Colletta sottolinea queste verità dicendo: “O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del Cristo Signore, hai confermato i misteri della Fede con la testimonianza della Legge e dei profeti, e hai mirabilmente preannunziato la nostra definitiva adozione a tuoi figli, fa’ che ascoltiamo la parola del tuo amatissimo Figlio per diventare coeredi della sua vita immortale”.12 Nella Trasfigurazione restano confermati i misteri della Fede, poiché abbiamo visto la fine che ci aspetta diventando figli di Dio con le rigeneranti acque battesimali. Se ascoltiamo questa voce saremo invitati a partecipare alla sua eredità, alla visione beatifica, alla contemplazione della sua Anima e a convivere con Lui nel Cielo.

Allora, sebbene la moltitudine dei Beati possa essere innumerevole, tutti saremo vicini a Nostro Signore, in un’intimità inimmaginabile per la nostra intelligenza nelle condizioni attuali. Ora, quando vogliamo salutare calorosamente qualcuno che incontriamo dopo una lunga assenza, che stimiamo in modo speciale, come la mamma, il papà o i fratelli, stendiamo le braccia e ci fondiamo in un grande abbraccio, segno dell’apprezzamento per l’altro. Ma quest’abbraccio, dopo alcuni momenti, si completa e cessa. Quando entreremo nel Cielo, potremo abbracciare Gesù? Senza dubbio, sarà un abbraccio eterno, che non si logorerà né diminuirà, perché ci saranno sempre elementi nuovi per alimentare l’amore al Sommo Bene.

La festa di oggi pronostica tutto questo e, allo stesso tempo, ci invita a fermarci un istante per considerare il nostro destino finale, facendoci crescere nella speranza.

Speranza: stimolo a perseverare nella virtù

Speranza, virtù fondamentale, poiché la tentazione contro di essa mira a distruggere tutto l’edificio del nostro organismo soprannaturale, perché è uno stimolo vigoroso alla pratica delle altre virtù. Per questo, quando il demonio riesce a far perdere a qualcuno la speranza, raggiunge tutte le virtù, rubandogli il coraggio per perseverare nel bene, e resta con il governo di quest’anima nelle mani.

Avere un’idea, pertanto, del premio ultimo, del piacere proveniente dalla resurrezione, incoraggia ad affrontare le difficoltà della vita, siano esse di ordine finanziario o di affari, siano di rapporti o di comprensione, o di qualunque altro genere, le quali molte volte provengono dall’illusione di incontrare il bene supremo nelle creature e non nell’Assoluto. Percorriamo con fiducia il cammino che ancora ci separa dalla beatitudine Celeste, al fine di vedere soddisfatti i nostri aneliti di felicità nella pienezza del Bene che esiste solo in Dio. (Rivista Araldi del Vangelo, Agosto/2018, n. 183, p. 08-15)

1 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma contra gentiles. L.III, c.24, n.6. 2 SAN GIOVANNI DAMASCENO. Exposición de la fe. L.II, n.2 (16). Madrid: Ciudad Nueva, 2003, p.80. 3 Cfr. DIONIGI AREOPAGITA. Los Nombres de Dios. C.VII, n.2 [868 B]. In: Obras Completas. Madrid: BAC, 1990, p.336-337. 4 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Summa Theologica. III, q.14, a.1, ad 2. 5 Cfr. Idem, q.45, a.1, ad 3; a.2. 6 TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE. Preghiera Eucaristica: Prefazio. In: MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato dal Papa Paolo VI. Città del Vaticano: LEV, 1983, p.552. 7 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Summa Theologica. III, q.45, a.1; a.2. 8 Luce primordiale è un’espressione coniata dal Prof. Plinio Corrêa de Oliveira per designare l’aspetto di Dio che ogni anima deve riflettere e contemplare, in funzione del quale si deve ordinare tutta la sua esistenza, la sua vocazione personale. Ogni anima ha una luce primordiale unica, differente da tutte le altre. 9 SANT’AGOSTINO. Sermo LXXVIII/A, n.6. In: Obras. Madrid: BAC, 1983, vol.X, p.434. 10 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Summa Theologica. III, q.69, a.5. 11 Cfr. Idem, q.65, a.1; q.72, a.1; q.73, a.1. 12 TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE. Preghiera Colletta. In: MESSALE ROMANO, op. cit., p.551.

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