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Lumen Veritatis

I nuovi movimenti

Pubblicato 2009/08/27
Autore : Mons. João Clá Dias, EP

Nella Santa Chiesa Cattolica, il mistero del Verbo Incarnato si riflette come uno specchio. In effetti, è in Gesù Cristo , Dio e Uomo vero, che le due nature - divina e umana - si uniscono ipostaticamente in una sola Persona Divina...

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Quando spirito e giurisprudenza si incontrano...

Mons. João Clá Dias, EP

La comunione eclesiale e l'accogliere l'Autorità, come evidenti segnali del disegno di Dio.

Riassunto

La saggezza della Chiesa si manifesta con particolar splendore nel modo in cui riesce ad armonizzare, nel proprio seno, due realtà aparentemente a confronto: I Nuovi Movimenti Eclesiali suscitati dallo Spirito Santo e l'indispensabile vigilanza dei Pastori, il carisma e le istituzioni giuridiche, la Grazia e la Legge. Il Codice di Diritto Canonico, ispirato dai venti rinnovatori del Concilio Vaticano II, promulgato da Giovanni Paolo II, ha riconosciuto ai laici il diritto di associazione e ha facilitato il processo di integrazione di tutti i movimenti nel vasto contesto eclesiale.

Abstract

The wisdom of the Church shines with particular brilliance in the way it is able to harmonize within its bosom, two realities which seem to clash: New Ecclesial Movements brought forth by the Holy Spirit, and the indispensible vigilance of Pastors, the charism and the juridical institutions, Grace, and the Law. The Code of Canon Law, inspired by the reforming breezes of the Second Vatican Council, promulgated by John Paul II, granted the laity the right of association and facilitated the process of integration of all movements in the vast ecclesial context.

Introduzione

Nella Santa Chiesa Cattolica, il mistero del Verbo Incarnato si riflette come uno specchio. In effetti, è in Gesù Cristo , Dio e Uomo vero, che le due nature - divina e umana - si uniscono ipostaticamente in una sola Persona Divina; analogamente, la Chiesa è formata da due elementi: il carismatico e l'umano, il sociale e il visibile.

Qualcosa di simile si verifica quando consideriamo la Sposa di Cristo nella sua unità e diversità, così come nella sua insuperabile cattolicità. Ella è una per la sua fonte divina, per il suo Fondatore e per la sua "anima", che è lo Spirito Santo. Fa parte della sua propria essenza essere una (CIC, n. 813; 814). Ciò nonostante, durante la sua lunga storia, ella si presenti con una "grande diversità", nota tanto nella "varietà dei doni di Dio" quanto nella moltepilicità delle persone che li ricevono" (CIC,n. 814).

San Paolo si riferisce a questa caratteristica -l'unità nella varietà - risaltando che in essa vi è "Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito" (1 Cor 12,4). Innanzi all'abbondanza delle manifestazioni carismatiche tra i fedeli, l'Apostolo orienta i discepoli a non perdere di vista l'unità della Chiesa, il "Corpo di Cristo" (1 Cor 12, 27). Tutti i carismi - saggezza, parola della scienza, discernimento degli spiriti, e tanti altri (cf. 1 Cor 12, 8-10) - discendono da una sola fonte: è Dio stesso che "opera tutto in tutti" (1 Cor 12, 6). E la Lumen Gentium, sintetizzando tre passaggi delle lettere paoline, cita l'azione dello Spirito Santo per unificare la Chiesa "nella comunione e nel ministero" e aggiunge che Egli la "arricchisce e guida con diversi doni gerarchici e carismatici, e abbellisce con i suoi frutti" (n. 4).

Gerarchia e collegialità

È importante evidenziare che il Paraclito concede alla Chiesa questi carismi in accordo con un'ordinazione gerarchica, particolarità sulla quale San Paolo attira l'attenzione: "Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue".(1 Cor 12, 28). È facile notare l'armonia di quest'ordinamento con la realtà della Chiesa, edificata sul "fondamento degli Apostoli" (Ef 2, 20), il cui potere include addiritturala facoltà di legare e sciogliere in terra come in Cielo (cf. Mt 18, 18). Tra questi, il divino Fondatore ha messo Pietro e i suoi successori, come principio e fondamento visibile dell'unità della fede (cf. Denz. 4147).

Per determinazione divina, gli Apostoli hanno costituito un Collegio guidato da Pietro, ricevendo quest'ultimo la missione di confermare i suoi fratelli nella fede (cf. Lc 22, 32). Il Vescovo di Roma, Vicario di Cristo e Pastore di tutta la Chiesa, possiede "il potere ordinario supremo, pieno, immediato e universale", con la facoltà di esercitarlo sempre e liberamente (can. 331). Alla sua volta, il Collegio Episcopale, in cui permane perennemente il corpo apostolico, esercita la sua potestà, piena e suprema su tutta la Chiesa, purché in unione con il suo capo (cf. cân. 336).

Bisogna pure ricordare la potestà di giurisdizione, anch'essa di istituzione divina, proprio di coloro che hanno ricevuto il sacramento dell'Ordine (cf. can. 129).

Oltre a possedere una Gerarchia, la Chiesa necessita di una struttura istituzionale, dato l'elemento umano che la compone. Nella sua "dimensione sociale", come osserva Esposito (2008, p. 12), " si svolge una vita associata fatta di rapporti intersoggettivi che richiedono disciplina. Inevitabilmente, dove vi è un io e un tu, sorgono un mio e un tuo, i quali devono essere regolamentati per rendere possibile la realizzazione della pacifica convivenza".

A questa Chiesa, meravigliosamente edificata da Dio (cf. 1 Cor 3, 9) in tutta la sua unità fondamentale e diversità carismatica, ogni fedele, nell'esercizio della sua funzione peculiare, deve prestare ubbidienza e dedicare tutto il proprio entusiasmo. E amarla con un amore così puro e disinteressato che, sorgendo dal più profondo del cuore, lo muova al servizio e all'apostolato, senza chiedere niente per sé stesso, e volendo soltanto il bene dei suoi fratelli e la maggior gloria di Dio.


I carismi

I carismi, "siano straordinari, o semplici, sono grazie dello Spirito Santo, che direttamente o indirettamente, hanno un'utilità ecclesiale, poiché sono ordinati all'edificazione della Chiesa, per il bene degli uomini e per le necessità del mondo" (CIC, n. 799; 800).

Tramite loro, il Popolo di Dio partecipa al munus profetico di Cristo, attraverso lo Spirito Santo che santifica e conduce alla Chiesa. Esso non soltanto ne trae beneficio attraverso le ricchezze donate dalla magnificenza di Dio, ma assume le responsabilità inerenti a questa partecipazione a vantaggio della Chiesa, come insegna il Concilio Vaticano II:

Su tutti i fedeli, incombe, pertanto, il glorioso incarico di lavorare affinché il messaggio divino della salvezza sia conosciuto e ricevuto da tutti gli uomini in tutta la terra. [...] La ricezione di questi carismi, anche il più semplici tra loro, conferisce a ognuno dei fedeli il diritto e il dovere di lavorare nella Chiesa e nel mondo, per il bene degli uomini e per l'edificazione della Chiesa, nella libertà dello Spirito Santo, che ‘soffia dove vuole' (Giov 3,8) e, simultaneamente , in comunione con gli altri fratelli in Cristo, soprattutto con i propri pastori (Apostolicam Actuositatem, n. 3).

Sarà opportuno, evidentemente, secondo il criterio superiore delle autorità ecclesiastiche, giudicare l'autenticità di questi doni e ordinare il loro esercizio, mettendoli alla prova e mantenendo quelli che sono buoni (cf. LG 12; 1 Tes 5, 12), giacché gli stessi carismatici sono stati sottomessi dal proprio Spirito all'autorità degli Apostoli (LG 7; 1 Cor 14). . A questo proposito, così si è espresso Giovanni Paolo II:

Come conservare e garantire l'autenticità del carisma? È fondamentale, a questo riguardo, che ogni movimento si sottometta al discernimento dell'autorità ecclesiastica competente. Per questa ragione, nessun carisma prescinde dalla riverenza e dalla sottomissione ai Pastori della Chiesa.

Soddisfate queste condizioni, i carismi devono essere accolti con riconoscenza e generosità, non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri del Corpo Mistico di Cristo. E se, da un lato, spetta ai pastori discernere sull'autenticità divina di questi doni e carismi, compete loro, d'altra parte, avere particolare cura perché non si estingua l'azione dello Spirito, cercando la cooperazione di tutti nella propria diversità e complementarità (cf. LG 12).

Tali carismi, che esprimoni la presenza attuante dello Spirito Santo, non sono attributi di funzioni ecclesiastiche particolari - secondo Georfe e Grelot (1966, p.120) - ma possono trovarsi in qualsiasi battesimo, qualunque sia il suo ministero o la sua funzione nella Chiesa. Sono concessi con l'obiettivo di dare il potere e la grazia per corrispondere alla propria vocazione ed essere utili alla comunità, affinché sia edificato il Corpo di Cristo.

L'azione dello Spirito Santo nella Storia

Lungo la plurisecolare e feconda storia della Chiesa, è stata, è e sarà sempre presente l'azione dello Spirito Santo, che suscita diversi carismi per rispondere alle necessità di ogni epoca.

La nascita dei movimenti a volte viene accompagnata, nelle parole di Giovanni Paolo II, da "una novità inaspettata, e certe volte anche esplosiva", che, non ha cessato di suscitare interrogazioni, difficoltà e tensioni", le quali hanno comportato, da un lato, "presunzioni e intemperanze" e dall'altro, "preconcetti e riserve". Queste prove sono sempre, per la Chiesa, "occasione importante per verificare la genuinità dei propri carismi". Così afferma Colombás (1998, p. 343): "A partire dalle origini e lungo il suo primo sviluppo, la vita monastica e coloro che l'avevano abbracciata, sono stati un vero segno di contraddizione".

Tale azione risale, senza alcun dubbio, come riferisce Ratzinger (1998), ai tempi apostolici e alla Chiesa primitiva. Basterebbe citare, in questo senso, la conversione, la chiamata e la missione dell'Apostolo Paolo.

Il caso di Saulo, il persecutore, trasformato in Apostolo per l'azione efficace dello Spirito Santo, è uno dei più salienti esempi da qualificare come "novità inaspettata e esplosiva". In effetti, l'ingresso di Paolo nella comunità cristiana ha spinto il carattere universale della Chiesa. Investito da uno speciale carisma per portare la Buona Nuova del Vangelo alle nazioni pagane, ha allargato i limiti della Chiesa, come egli stesso attesta:"Hanno visto che l'evangelizzazione degli incirconcisi mi era stata confidata, come quella dei circoncisi a Pietro (perché Colui la cui azione ha fatto di Pietro l'apostolo dei circoncisi, ha fatto di me quello dei pagani)" (GL 2, 7-8).

Lo Spirito Santo ha ispirato, in questo modo, i martiri e le vergini, i monaci e i missionari, i dottori e i confessori della fede. Nel Terzo secolo è comparso il monacato, con Sant'Antonio Abate e San Basilio. Nel Quinto secolo è comparso il grande Santo Agostino. Più tardi, il patriarca San Benedetto ha dato origine a uno dei maggiori movimenti di spiritualità sorti nell'Era Cristiana, un vero soffio di rinnovamento che ha raggiunto tutto l'Occidente.

L'essenziale dell'opera di Benedetto da Norcia è consistita nel fermentare una società divisa da rivolte, crisi e guerre, trasformandola, poco a poco, nell'era "in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati".

Nelle grandi eclissi della civiltà antica sopravvenuta al tempo delle invasioni, è rimasta soltanto un'altra luce, fatta eccezione del fiorente impero Visigoto, che è stata quella che ha dovuto rifugiarsi nella brillante costellazione dei monasteri sparsi per la Francia e nei paesi settentrionali, specialmente nella lontana Irlanda. I monaci sono stati i trasmettitori del sapere antico ai secoli futuri ((LLORCA et al. 2003, p. 254. Traduzione nostra).

Alla fine del Sesto secolo il monacato si è arricchito, con San Gregorio Magno, di un carattere missionario, incorporando i popoli Germanici e Angli alla Chiesa e stabilendo le basi dell'Europa cristiana.

Nel Nono secolo, i monaci Cirillo e Metodio hanno portato la parola evangelica al mondo slavo. E la riforma monastica di Cluny, nel Decimo secolo, ha dato origine al movimento devozionale e rinnovatore che ha configurato definitivamente l'idea di Europa. Quest'opera provvidenziale, iniziata da San Bernone e continuata con esito positivo dai suoi quattro successori, tra cui si distacca Sant'Odilone, è stata caratterizzata da un insolito dinamismo soprannaturale da cui ha avuto origine, nel secolo XI, San Gregorio VII e la chiamata riforma gregoriana. Il vero vantaggio di Cluny viene, quindi, dall'aver avuto a capo, soprattutto nei primi cent'anni, uomini eccezionali per la loro tempra, cultura, capacità organizzative e politiche e, soprattutto, dotati di un carisma spirituale entusiasmante (cf. MARIGLIANO, 2001, p. 262).

Si può dire che lo splendore di quest'epoca, descritta da Leone XIII nell'Enciclica Immortale Dei, si è dovuta, in gran parte, all'influenza dell'azione benefica emanata dai chiostri. I grandi voli dell'ordine temporale hanno avuto la loro radice in questi movimenti soffiatti dalla grazia nel seno della Chiesa, già che la loro missione non si limitava soltanto all'impegno per la santificazione dei propri membri, ma si estendeva al resto della società, puntando alla sua sacralizzazione.

In pieno Medioevo abbiamo visto sorgere, tra molti altri, santi del valore di Bernardo di Chiaravalle, e di Norberto di Magdeburgo. Sia l'un che l'altro si sono lasciati condurre dolcemente nella direzione indicata dalla grazia, cercando di dare una risposta alle necessità del loro tempo.

San Bernardo ha capito il rischio che minacciava la società medievale nel vederla così attaccata alle ricchezze e allo splendore mondano, dimenticandosi di Dio. Per sanare questo grave pericolo il Doctor Melifluus ha fomentato lo spirito di penitenza all'interno del suo ordine, dando continuità all'opera degli iniziatori di Cister:

La concezione cistercense della vita religiosa è molto austera; consiste nel rinunciare al mondo e a tutti i beni terreni, nel mortificare il corpo con la penitenza e nel vivere soltanto per lo spirito, avendo come ideale il Cristo paziente (LLORCA et al. 2003, p. 644).

Norberto, da un altro lato, si è sentito chiamato a riparare i danni esistenti nel seno della Chiesa, dati i costumi irresponsabili dei propri ministri di Dio. Egli ha impiegato tutto le sue forze nel costituire un movimento che servisse come modello ai chierici, legando la contemplazione dei chiostri all'azione evangelizzatrice in favore delle anime.

Hanno cominciato a chiamarsi i premonstratensi, e si può dire che dal 1120 un nuovo Ordine era nato nella Chiesa, nonostante la prima intenzione del fondatore fosse soltanto quella di riformare la vita canonica dei capitoli e di formare un clero prescelto (LLORCA et al. 2003, p. 655).

Pochi anni dopo compariva la figura ineguagliabile di San Francesco d'Assisi, che portava quell'ideale di penitenza e povertà a estremi finora sconosciuti, innovando con gli ordini mendicanti. La sua famiglia spirituale riunisce in forma paradigmatica le caratteristiche di un vero movimento, come ha affermato nel 1998 l'allora Cardinale Joseph Ratzinger (2007, p. 55-56): "Quel che sia un movimento nel senso proprio del termine, probabilmente possiamo distinguerlo con la massima chiarezza nel fiorire francescano del XIII secolo".

Nella stessa epoca del Poverello di Assisi, è sorta una figura che non possiamo dimenticare: San Domenico di Guzman, fondatore dell'Ordine dei Predicatori, i Domini Canes, che con il proprio zelo evangelizzatore ha riacceso il fervore tanto scosso dagli elementi di disgregazione diffusi dai catari tra il Popolo di Dio, specialmente nel sud della Francia. Rissaltiamo anche, il ruolo di Tommaso d'Aquino, suo discepolo. Riguardo a questo singolare membro della famiglia domenicana è impossibile non ricordare le sue dispute con i chierici dell'Università di Parigi, mettendo in luce il dinamismo evangelizzatore portato dalla personalità-guida di Domenico, messo a confronto con una realtà ecclesiale impigrita, disturbata dal nuovo fuoco dai Frati Predicatori.

Nel XVI secolo, rispondendo alle nuove sfide presentate alla Chiesa nei tempi moderni, spiccano, tra gli altri, Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, e Teresa d'Avila, riformatrice del Carmelo. I gesuiti si sono distaccati, insieme ai francescani, domenicani, agostiniani, e altri ordini religiosi, in una delle più grandi epopee missionarie e evangelizzatrici della Storia, portando la Fede Cattolica e la luce del Vangelo oltre le frontiere europee, al continente americano (allora appena scoperto), all'Africa e all'Asia.

Nel XIX secolo, numerose trasformazioni sociali, conseguenze della Rivoluzione Francese e della Rivoluzione Industriale, hanno generato nuove necessità pastorali, alle quali è stato necessario porre rimedio. Si sono moltiplicati, allora, i carismi e le fondazioni, dando origine a benemerite istituzioni di carità, istruzione, protezione della gioventù, cura degli infermi, anziani, e bisognosi, e all'assistenza sociale in tutte le sue forme. Tra queste spicca la monumentale opera salesiana. il cui esito è dovuto, in gran parte, alla figura carismatica del suo fondatore, San Giovanni Bosco.

Lo sforzo evangelizzatore sviluppato dalla Chiesa in questo secolo è caratterizzato dalla preponderanza di un elemento che, nonostante presente in epoche anteriori, ha cominciato a manifestarsi con un entusiasmo tutto speciale, come ha fatto osservare l'allora Cardinale Ratzinger (1998):

Il movimento apostolico del XIX secolo è stato, soprattutto, un movimento di carattere femminile, con una particolare attenzione all'assistenza ai poveri e agli infermi, all'educazione e all'insegnamento, aprendo una grande diversità di sfumature al servizio del Vangelo.

Nei nostri giorni

Nel XX secolo, e più specificamente all'epoca del Concilio Vaticano II, sono sorti nella Chiesa nuovi movimenti e nuove comunità, realtà essenzialmente carismatiche, dotate di originalità propria e spinte dal dono dello Spirito Santo, concesso alla persona del fondatore. Questo dono, per sua natura propria, è al tempo stesso personale e comunicativo, e dato per il beneficio della Chiesa e per il bene spirituale dei fedeli, a movimenti "suscitati dallo Spirito di Cristo per un nuovo impulso apostolico dell'intera struttura ecclesiale".

La Teologia riguardo i movimenti e i suoi fondatori è relativamente recente, poiché è stato alla fine dell'ultimo Concilio che, con maggior impegno, si è data attenzione a queste manifestazioni sorte a volte anche nel laicato, riconoscendo in modo generico la sua legittimità (cf. AA 3).

Il Papa Paolo VI (1971) ha citato testualmente questi carismi in un documento del Magistero Pontificio, nel quale, tra l'altro, afferma la presenza dell'ispirazione divina nella missione dei fondatori: "Soltanto così potrete svegliare di nuovo i cuori alla Verità e all'Amore divino, secondo il carisma dei vostri fondatori, suscitati da Dio e nella sua Chiesa". Posteriormente, Giovanni Paolo II (1986, n.1) a essi si è riferito in diversi documenti, come, per esempio, nel Messaggio alla XIV Assemblea Generale della Conferenza dei Religiosi del Brasile, nell'11 luglio 1986:

Vi anima ciò che è il senso insito alla vita consacrata: crescere nella conoscenza e nell'amore per essere testimoni e profeti di Cristo nel mondo d'oggi, nella fedeltà dinamica alla vocazione religiosa e al carisma dei vostri Fondatori. (n.1).
Il carisma che anima il fondatore ha la peculiarità di poter comprendere tutte le categorie di fedeli, senza distinzione riguardo i ministeri o gli stati di vita, costituendo un annuncio forte della Fede. Ciò dà anche origine ad un impulso missionario.

La fondazione si basa in una forma radicale e peculiare di vivere tutto il Vangelo, con una solida e profonda formazione cristiana, data per mezzo di un metodo pedagogico specifico secondo il carisma di ogni movimento.

Altro aspetto della questione "fondatori" è il modo della trasmissione del rispettivo carisma. In effetti, l'adesione alla scuola specifica del fondatore o del movimento da egli creato su ispirazione divina - qualsiasi sia la figura istituzionale adottata - ha un carattere personale ed esistenziale, più che giuridico, che segna a fondo l'anima e il modo di essere dei suoi seguaci.

Il carismi interpella il battezzato, che decide di vivere la sua propria vocazione cristiana, coinvolgendo tutta la sua esistenza secondo questo carisma, in una profonda convergenza tra la Fede e la vita. L'esempio del fondatore, la sua spiritualità il fuoco interiore che lo anima, producono una simpatia iniziale soffiata dai venti delle consolazioni spirituali. Nasce nall'anima del seguace un desiderio di mettersi sotto la sua protezione e orientazione. In ultima analisi, il carisma dei fondatori non si limita a esercitare una semplice influenza, ma si trasforma poco a poco in un'autentica paternità spirituale.

Non si può negare che i movimenti si convertono in un dono per il Popolo di Dio, aiutandolo a prendere coscienza della sua propria vocazione battesimale e di quello che essa rappresenta nella vita di ogni cristiano.

Tuttavia, vi sono diversi rischi. Per superarli, i movimenti e le nuove comunità - che portano con sé questo soffio vivificatore per la Santa Chiesa - devono passare per un processo di integrazione ecclesiale verso la piena comunione. L'esperienza di questi ultimi anni comprova che il cammino più sicuro per questo è l'istituzionalizzazione, la ricerca della forma giuridica adatta al carisma, riconosciuta dall'autorità ecclesiastica. La legislazione canonica assume qui un ruolo di importanza capitale, distaccandosi, così, il compito specifico del canonista.

Il Concilio Vaticano II e il nuovo Codice di Diritto Canonico

A partire del Concilio Vaticano II, si è incentivata l'integrazione ecclesiale dei movimenti, perché il nuovo Codice di Diritto Canonico ha aperto le porte a nuove vie legali.

In questo senso, la legislazione del 1983 riconosce ai fedeli il diritto di "fondare e di dirigere liberamente associazioni che si propongano un fine di carità o di pietà, oppure l'incremento della vocazione cristiana nel mondo; hanno anche il diritto di tenere riunioni per il raggiungimento comune di tali finalità.(can. 215)

Tutti i fedeli, in quanto partecipano alla missione della Chiesa, hanno il diritto, secondo lo stato e la condizione di ciascuno, di promuovere o di sostenere l'attività apostolica anche con proprie iniziative (can. 216).

In ottemperanza a questo diritto - e per facilitare l'integrazione ecclesiale - è stata introdotta nel codice la figura canonica delle associazioni private di fedeli, nomenclatura usata da molti movimenti per dare i primi passi verso a una stabile e definitiva istituzionalizzazione.

Tuttavia, il problema che i fondatori e i canonisti devono affrontare è estremamente complesso. A questo riguardo afferma Feliciani (2003, p.170-171):

Come è noto, la legislazione canonica vigente non offre la disciplina specifica dei movimenti ecclesiali, che alcuni specialisti considerano almeno opportuna, volendo la promulgazione, da parte della Santa Sede, di un adeguato "quadro di leggi". La tesi [...] merita indubbiamente attenzione, ma suscita anche una notevole perplessità. [...] In realtà, come il Pontefice [Giovanni Paolo II] ha osservato precisamente, i movimenti, essendo ‘l'espressione di una pluriforme varietà di carismi, metodi educativi, modalità e finalità apostoliche', sono una realtà notevolmente 'diversa tra loro', non soltanto nella 'forma', 'ma, a volte addirittura dalla configurazione canonica'. [...] essendo la realtà dei movimenti ancora in grande sviluppo, la riflessione sulla sua natura teologica e giuridica, soprattutto osservando gli importanti risultati già ottenuti, richiede contribuzioni e approfondimenti.

La difficoltà segnalata dall'autore è chiara. I movimenti come tali sono realtà pluriformi che comportano un studio approfondito sul suo riconoscimento canonico, una volta che l'attuale legislazione non ha una disciplina specifica ad essi diretta.

Ad ogni modo, si vede chiaramente la necessità dell'istituzonalizzazione dei movimenti,non soltanto per canalizzarne le forze e aiutarli ad integrarsi nella comunione della Chiesa, ma anche per garantire la sua eternità. Certamente, si tratta di una tappa delicata nell'evoluzione di qualsiasi gruppo nuovo. È necessario preservare la sua originalità e al tempo stesso inquadrarlo in una o varie figure giuridiche previste dall'attuale ordinamento. Si deve tenere conto che il riconoscimento o l'approvazione da parte della legittima autorità ecclesiastica garantisce l'autenticità del carisma, l'ortodossia della dottrina e la purezza dei costumi (cf. CHIAPPETTA, 1994, p. 67).

Quindi, sono di particolar interesse al nostro tema, almeno nei suoi principi fondamentali, il diritto di associazione e le associazioni private di fedeli, così come regolate nel Codice di Diritto Canonico.

I diritti dei fedeli e il diritto di associazione

Il Codex Iuris Canonicis del 1983, ispirato all'ecclesiologia e alla dottrina del Concilio Vaticano II, stabilisce nuove basi e introduce importanti novità in questa disciplina: il diritto di associazione.

Nel Decreto Apostolicam Actuositatem, troviamo questa affermazione:

L'apostolato associato corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli, e al tempo stesso si mostra come segno della comunione e dell'unità della Chiesa in Cristo, che disse: « Dove sono due o tre riuniti in mio nome, io sono in mezzo a loro » (Mt 18,20). Salvo il dovuto legame con l'autorità ecclesiastica, i laici hanno il diritto di creare associazioni e guidarle e , una volta create, dar loro un nome. (n.18-19).

Per ciò che riguarda il rapporto dei movimenti con i presbiteri, il Decreto Presbyterorum Ordinis (vedere n. 9) si pronuncia nello stesso senso.

Si osservi che, nel canone 204, § 1 del nuovo Codice, i fedeli (christifideles) sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il battesimo, sono stati costituiti popolo di Dio e, una volta resi partecipi del munus sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, e ad esercitare la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo. Il can. 205 dichiara:

Sulla terra sono in piena comunione con la Chiesa Cattolica quei battezzati che si congiungono a Cristo nella compagine visibile, ossia mediante i vincoli della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico.

Il canone 210 tratta l'universale chiamato alla santità e la necessità di aspirare alla plenitudine della vita cristiana, quando afferma che "tutti i fedeli, secondo la propria condizione, devono dedicare le proprie energie al fine di condurre una vita santa e di promuovere la crescita della Chiesa e la sua continua santificazione".

Uguaglianza e diversità

Riguardo la questione del concetto di fedele, vi sono state nuove prospettive. Partendo da una nozione del sacerdozio comune dei battezzati, il nuovo Codice propone una concezione unitaria del carattere di fedele, con diritti e doveri soggettivi e indipendenti della sua propria condizione. Vi è, tra tutti i fedeli, da un lato una vera uguaglianza riguardo la dignità e l'azione, da un altro una fondamentale distinzione in decorrenza del sacramento dell'ordine, in modo che, tutti, secondo la propria condizione e i propri compiti, debbano cooperare all'edificazione del corpo di Cristo (cf. can. 208).

In questo senso, Arrieta (1991) spiega con brillantezza i prinpipi di uguaglianza e diversità nella Chiesa, tramite cui, così come San Paolo insegna ai romani, Ella, essendo fondamentalmente una, rappresenta una diversità ammirevole.

L'autore mostra, inizialmente, la Chiesa (Popolo di Dio) come società gerarchicamente strutturata, nella quale il sacramento dell'ordine definisce quello che lui chiama "nucleo centrale dell'organizzazione ecclesiastica". Dimostra in seguito che quest'organizzazione non decorre da qualcosa di arbitrario, ma "dalla volontà di Cristo".

Dopo queste e altre considerazioni, Arrieta (1991) fa un'analisi di ciò che costituisce la "novità ecclesiologico-canonica" di questo approccio. Secondo l'alutore, "il Codice del 1917 presentava la Chiesa strutturata a partire dai chierici". Oltre governare gli altri e somministrare i sacramenti, competeva ad essi "fare attenzione perché la Chiesa raggiungesse gli obiettivi segnalati da Cristo" . Ai "non-chierici", "semplici sudditi" e "soggetti passivi all'attività della Chiesa", si permetteva soltanto di cooperare, con mandato e missione ricevuti dai chierici, alle attività ecclesiali che erano considerate di esclusiva competenza e missione di questi ultimi" (Arriete, 1991, p. 120).

Il nuovo Codice, in ragione del "principio di uguaglianza fondamentato sul battesimo, determina uno statuto giuridico personale che è comune a tutti i battezzati. Lo statuto giuridico del fedele" (Arrieta, 1991, p. 121).

Secondo Bertone (1995, p. 77), il quale si basa su Hervada, il concetto di fedele nel Codice attuale comprende ogni membro del popolo di Dio, senza tenere in considerazione la sua funzione specifica detro di esso. In questo modo, la distinzione chierico-laico "allude non alla condizione personale dei membri del popolo di Dio, ma alla sua funzione".

Seguendo questi principi, il Libro II del Codice di Diritto Canonico, Del popolo di Dio, tratta dei doveri e diritti di tutti i fedeli, e specificamente degli obblighi e diritti dei laici. I canoni 215 e 216, già citati, riconoscono il diritto di promuovere e mantenere le proprie iniziative, di riunione (conventus) e di associazione (consociatio). Il canone 225, relativo a ai laici in particolare, riconosce l'obbligo generale e il diritto di lavorare, tanto personalmente come collettivamente, per diffondere il messaggio divino di salvezza, in modo da farlo conoscere e ricevere dagli uomini in tutto il mondo.

Tali norme proteggono e legittimano l'origine e lo sviluppo dei movimenti e l'attuazione dei fondatori, basati sul carisma e sul richiamo dello Spirito Santo, servendo loro, inoltre, come delimitazione giuridica.

È necessario mettere in risalto, infine, che il diritto di associazione è un diritto naturale che decorre dalla propria condizione sociale dell'uomo. Il diritto di fondare e guidare associazioni per lavorare in ambito religioso è proveniente dal battesimo, non costituisce una concessione dell'autorità, e deve ricevere da essa tutto l'appoggio.

Corrêa de Oliveira (1993, p.120) dimostra che la mentalità che è risultata dall'ipertorfia dello Stato e dall'abolizione delle classi sociali e dei corpi intermediari della società, restringendone, quindi, la libertà di associazione, ha avuto inizio con l'assolutismo reale:

La monarchia assoluta, ipertrofia della sovranità in direzione allo Stato totalitario populista [...] assorbe i corpi e i poteri subordinati. Molto diverso da quel sistema di élite sovrapposte, nobili o no, che si potevano trovare disseminate nelle più diverse nazioni, era l'indole della sovranità assoluta che, in quasi tutte le monarchie europee, ha affastellato nelle mani del re ( il quale a sua volta, si identificava sempre di più con lo Stato: "L'État, c'est moi", massima attribuita generalmente a Luigi XVI) la plenitudine dei poteri, una volta, diffusi tra i corpi intermediari.

E, a partire dalla Rivoluzione Francese, questo fenomeno si è sparso in Europa:

Nell'Illuminismo, altre dottrine di fislosofia politica e sociale hanno cominciato a conquistare certi settori dirigenti dei paesi europei. Allora, sotto l'effetto di una mal compresa nozione di libertà, il Vecchio Continente ha cominciato a camminare verso la distruzione dei corpi intermediari. [...] Questa trasformazione, che si è estesa dalle ultime decadi del XVIII secolo ai nostri giorni, ha facilitato pericolosamente il fenomeno di degenerazione del popolo massa, così saggiamente segnalato da Pio XII (CORRÊA DE OLIVEIRA, 1993, p. 58).

Le associazioni private di fedeli

All'interno di questa realtà ecclesiale e giuridica, il Codice attuale porta l'auspicabile novità delle associazioni private di fedeli. I canoni 298 e 329 trattano delle associazioni di fedeli, dividendo i testi legislativi in quattro capitoli. Nel primo, espone le "norme comuni" (can. 298-311); nel secondo, prescrive norme sulle associazioni pubbliche di fedeli; il terzo parla delle associazioni private di fedeli; infine, nel quarto (can. 327-329), introduce alcume "norme speciali per le associazioni dei laici".

Le associazioni di fedeli - siano esse integrate da chierici e laici, oppure soltanto da chierici, o da laici - sono distinte dagli Istituti di vita Consacrata e dalle Società di Vita Apostolica. La loro finalità è, grazie agli sforzi di tutti i membri, quello di fomentare una maggiore perfezione di vita, di promuovere il culto pubblico, di insegnare la dottrina cristiana, oltre ad altre opere di apostolato, ossia iniziative di evangelizzazione, l'esercizio di opere di pietà e di carità, e l'animazione dell'ordine temporale con lo spirito cristiano (cf. can. 301). Questa restrizione, però, non offusca la sua natura ecclesiale.

Come già riferito, il canone 215 garantisce a tutti i fedeli il diritto di fondare e guidare associazioni. Il canone 299, § 1, reitera questo diritto, specificando:"I fedeli hanno il diritto di costituire associazioni, mediante un accordo privato tra loro per conseguire i fini di cui al can. 298, §1, fermo restando il disposto del can. 301, §1". E aggiunge nel § 2: Tali associazioni, anche se lodate o raccomandate dall'autorità ecclesiastica, si chiamano associazioni private. E il canone 321 garantisce ai fedeli il diritto di guidare e governare le associazioni private, nei termini dei propri statuti.

Nel suo Dizionario di Diritto Canonico, Salvador (1997, p. 65) stabilisce che le finalità delle associazioni sono "le stesse della missione di Cristo e della Chiesa", a cui ogni fedele partecipa in virtù del Battesimo. Hanno esse, quindi, fini religiosi.

Chiapetta (1994, p.67) avvalora questa opinione, affermando che dal can. 298, § 1 risulta chiaramente che le associazioni di fedeli "tendono a fini religiosi, corrispondenti o conessi con la missione della Chiesa". E aggiunge: "Le associazioni i cui obiettivi sono profani e temporali (economici, sindacali, politici, professionali, culturali, ecc,) non si inqadrano in questo dispositivo e, come tali, sono estranee all'ordinamento canonico. Di queste si occupa la legislazzione civile".

Vi sono alcune distinzioni e caratteristiche determinate dall'atto di fondazione. Così, dipendendo da chi promuove e effetivi la fondazione, l'associazione sarà pubblica se eretta da autorità ecclesiastica competente, oppure privata se si deve ad una iniziativa dei fedeli.

Ancora riguardo l'iniziativa di fondazione, si evidenzia che, secondo il canone 301, § 1, soltanto "l'autorità ecclesiastica competente" può erigere associazioni che abbiano come obiettivo quello di promuovere il culto pubblico, insegnare la dottrina cristiana nel nome della Chiesa o alcune altre finalità il cui ottenimento sia riservato, per sua natura, all'autorità ecclesiastica.

Un altro tipo di associazione è quello caratterizzato dal canone 302, il quale denomina "clericali" quelle che soddisfano tre condizioni: "Sono dirette da chierici, assumono l'esercizio dell'ordine sacro e sono riconosciute come tali dall'autorità competente". Secondo Ferrer Ortiz (1991, p. 210), queste associazioni sono sempre pubbliche e il termine "clericale" si riferisce non soltanto ai chierici che le guidano e dal fatto che l'atto costitutivo emani dall'autorità ecclesiastica, ma anche "a una modalità di esercizio del ministero sacro per i propri membri".

Ghiralanda (2007, p.269) arriva a una definizione sintetica di associazione privata nei seguenti termini:

Associazione privata è quella che, sorta per iniziativa di fedeli, laici, chierici o religiosi, guidata da loro secondo gli statuti propri, rimanendo sempre in relazione con l'autorità ecclesiastica che può anche erigerla come persona giuridica privata, si propone finalità religiose o caritatevoli, eccetto quelle il cui ottenimento è riservato soltanto all'autorità ecclesiastica. La natura privata della associazione non riduce in alcun modo la sua ecclesialità.

Il canone 304 prescrive che tutte le associazioni di fedeli - pubbliche o private - debbano avere i propri statuti in cui si determinano la loro finalità, la loro sede, il governo, le regole per l'ammissione dei soci, ecc. Gli statuti delle associazioni private devono avere almeno il riconoscimento, la "recognitio", dell'autorità ecclesiastica.

Tuttavia, autori come Chiapetta intendono come legittima l'esistenza di entità private con scopi religiosi, senza il riconoscimento degli statuti. Navarro (2002, p. 431-432) è d'accordo, quando cita diversi dottrinatori, e afferma che questa è la posizione adottata da "alcune Conferenze Episcopali". Tra queste, la Conferenza Episcopale Italiana e la Francese, le quali discutono di ciò in documenti da lui raccolti.

Inoltre, secondo Navarro, le citate Conferenze Episcopali prendono in considerazione anche le associazioni che non hanno statuti, o non arrivano ad avere propriamente una struttura e un'organizzazione, ma la cui esistenza sarebbe legittima, in grazie ai diritti di associazione e riunione.

Segnaliamo anche che le associazioni private possono avere o no personalità giuridica nella Chiesa. Questa si acquisisce tramite un decreto formale dell'autorità ecclesiastica competente, alla quale compete l'approvare previamente gli statuti. In sintesi, si può dire che vi sono tre specie di associazioni private distinte nell'attuale legislazione canonica:

- Associazioni di fatto, basate esclusivamente sulla libera volontà dei suoi componenti e senza alcun riconoscimento, approvazione o erezione da parte dell'autorità ecclesiastica.

- Associazioni con statuti appena riconosciuti, cioè, senza un decreto formale di approvazione.

- Associazione con personalità giuridica e statuti approvati, per mezzo di decreto formale dall'autorità competente.

Per quanto riguarda gli effetti del riconoscimento, possono soltanto essere soggette agli obblighi e ai diritti soltanto le associazioni dotate di personalità giuridica (cf. can. 310).

La flessibilità delle forme associative permette l'adempimento delle necessità dei differenti carismi

L'attuale legislazione canonica riguardo ai diritti dei fedeli - con il riconoscimento esplicito del diritto di associazione, e la figura innovatrice delle associazioni private - viene incontro alle nuove realtà ecclesiali e alle nuove sfide che la Chiesa sta affrontando nelle ultime decadi. Problemi ai quali il Concilio Vaticano II, nel suo ambito e a partire da una prospettiva pastorale, aveva già offerto soluzioni.

L'ordinamento giuridico del 1983 regola con grande flessibilità la costituzione e il funzionamento delle associazioni. In questo modo, possono integrarle sia chierici che laici; sotto certe condizioni, anche religiosi e membri di Istituti di Vita Consacrata e di Società di Vita Apostolica; è permessa anche l'ammissione di persone non-battezzate, purché siano la minoranza nell'insieme degli associati e non occupino determinate funzioni di direzione.

Alle associazioni private potranno anche venire incorporati fedeli che, in una maniera o nell'altra, aspirino alla perfezione della carità, assumendo la pratica dei consigli evangelici, ma che non si sentano chiamati ad entrare in uno degli istituti religiosi esistenti. A questo riguardo, afferma Ghirlanda (2007, p.272):

Attualmente sono molte le associazioni (non soltanto alcuni ordini terzi e quelle che sono erette con il proposito di diventare Istituti di Vita Consacrata o Società di Vita Apostolica), i cui membri tendono alla perfezione della carità mediante i consigli evangelici e che non vogliono assumete la forma degli istituti religiosi, né degli istituti secolari, né di società di vita apostolica. Questo concorda con il can. 298, § 1, che prevede associazioni che tendono, mediante l'azione comune, all'incremento della perfezione della vita.

Se gli statuti di queste associazioni stabiliscono che i loro membri devono assumere i tre consigli evangelici, si ha una vera forma di consacrazione, nonostante non sia canonicamente sanzionata come tale, poiché in essa si verificano alcuni elementi essenziali: la consacrazione divina e la consacrazione personale. [...] Nelle associazioni private, [i voti], se stabiliti negli statuti approvati dall'autorità ecclesiastica, nonostante siano privati, non si possono considerare semplicemente di coscienza.

Al tempo stesso, il Codice permette, senza danno alle prescrizioni di alcuni elementi essenziali, un'ampia descrizionalità nella redazione degli statuti. Questo fattore mette ogni fondatore in condizione, con la preziosa collaborazione dei canonisti, di plasmare con libertà il proprio carisma nella sua forma giuridica, comprendendo tutti i fedeli e i diversi stati di vita che compongono il movimento o comunità.

Ricordiamo che, nella maggior parte dei casi, si tratta di un primo passo sulla strada dell'istituzionalizzazione, perché è possibile che alcune aspirazioni non possano essere contenute negli statuti di una semplice associazione di fedeli, come vi staranno in quello di un Istituto di Vita Consacrata o di una Società di Vita Apostolica nella sua stretta configurazione giuridica.

Tuttavia, questo primo passo sarà senza dubbio importante, poiché permetterà una vera communio del carisma con l'autorità ecclesiastica. In questo felice incontro, i movimenti trarrano vantaggio da un'esperienza ecclesiale, nel conferire l'autenticità della vocazione posta al servizio del Popolo di Dio; e l'autorità eserciterà la sua legittima e indispensabile funzione di controllo per quel che riguarda l'ortodossia, i costumi e la disciplina ecclesiastica.

Ci pare che, in questo modo, l'ecclesiologia conciliare e la riforma canonica siano riuscite a trovare una adeguata soluzione alle sfide e ai problemi dei nostri giorni, soluzione in cui possiamo ammirare la meravigliosa saggezza della Chiesa. Questa si riflette con particolare splendore quando riesce a unire realtà che, a prima vista, potrebbero sembrare opposte o contraddittorie, ma che in verità sono profondamente armoniche: la Grazia e la Legge, la gerarchia e i fedeli, i carismi e le istituzioni giuridiche.

E così, nella misura in cui ci approfondiamo nello studio della ricca tematica offerta dalla Teologia e dal Diritto Canonico, la Chiesa si rivela ai nostri occhi sempre più splendida nella sua ortodossia, disciplina e santità; nella sua varietà, come abbiamo affermato all'inizio di quest'articolo.

Note:

1) L'autore è sacerdote, ha la Licenza in Diritto Canonico presso il PISDC di Rio de Janeiro, ha ottenuto il titolo di Dottore Honoris Causa presso il Centro Universitario Italo-Brasiliano, è fondatore e Superiore Generale degli Araldi del Vangelo, fondatore e Superiore Generale della Società Clericale di Vita Apostolica Virgo Flos Carmeli e fondatore della Società di Vita Apostolica Femminile Regina Virginum; è membro della Società Internazionale San Tommaso d'Aquino (SITA) e fondatore di questa rivista.
2) A questo riguardo interessa anche l'affermazione di Giovanni Paolo II nel discorso ai partecipanti del Congresso Mondiale dei Movimenti, il 30 maggio 1998: "Non dimenticatevi che ogni carisma è dato per il bene comune, cioè, a vantaggio di tutta la Chiesa!"
3) Discorso ai partecipanti del Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali, di Giovanni Paolo II, il 30 maggio 1998. Disponibile a: Accesso <15 maio 2008>.
4) "Questi carismi, siano loro eminenti, siano più emplici e più ampiamente diffusi, devono essere ricevuti con gratitutine e consolazione, perché sono perfettamente accomodati e utili alle necessità della Chiesa. [...] Il giudizio sull'autenticità e il suo ordinato esercizio compete a coloro che governano la Chiesa. Ad essi, in particolare, non tocca estinguere lo Spirito, ma provare le cose e rimanere con ciò che è buono. (cf. 1Tes 5, 12 e 19, 21)" (LG 12).
5) Discorso ai partecipanti del Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali. 30 maggio 1998. 6) Riguardo la sintesi storica che da ora in poi si presenta, consultare: Conferenza "Los movimientos eclesiales y su colocación teológica", proferita dal Cardinale Joseph Ratzinger il 28 maggio 1998, all'inaugurazione del Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali, organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici. (In: RATZINGER, Joseph. Convocados en el camino de la Fe. 2. ed. Madrid: Cristiandad, 2005, p. 181-214); RATZINGER, 2007, p. 31-59; ROPS, Daniel. A Igreja dos apóstolos e dos mártires. São Paulo: Quadrante, 1988; Idem. A Igreja dos tempos bárbaros São Paulo: Quadrante, 1991, v. II; GARCÍA-VILLOSLADA, Ricardo et al. Historia de la Iglesia Católica: EDAD MEDIA: La cristiandad en el mundo europeo y feudal. 6.ed Madrid: BAC, 2003, v. II; RANKE-HEINEMANN, V., Verbete Monaquismo, in FRIES, Heinrich (Dir.). Dicionário de Teologia: Conceitos fundamentais da Teologia atual. 2. ed. São Paulo: Loyola, 1987, p. 345-355 (Traduzione a cura dei Teologi del Pontifício Colégio Pio Brasileiro de Roma (Coord.Pe. Félix Pastor, SJ e João Batista Libânio, SJ).
7) Cf. Leão XIII, Immortale Dei, IV, 28. Disponibile a . Accesso: <18 mar. 2008>.
8) Intervento nell' apertura del Simposio "I Movimenti Ecclesiali: comunione e missione alle porte del /terzo Millenio", 27 maggio 1998. Disponibile a: . Accesso: <12 mar. 2009>.
9) Gioco di parole complimentoso, sorto già ai primordi dell'Ordine Domenicano.
10) Sul ruolo delle donne nella storia della Chiesa, nel Medioevo, possono essere consultati anche: PERNOUD, Régine. La mujer en el tiempo de las catedrales. Madrid: Andrés Bello, 1999; e PERNOUD, Régine. Hildegard de Bingen, a consciência inspirada do século XII. Rio de Janeiro: Rocco, 1996.
11) "Per propria natura, i carismi sono comunicativi e fanno nascere quella ‘affinità spirituale tra le persone' (cf. Christifideles laici, 24) e quella amicizia in Cristo che dà origine ai movimenti. Il passaggio del carisma originario al movimento succede grazie alla misteriosa attrazione esercitata dal fondatore su quanti si lasciano coinvolgere nella sua esperienza spirituale" .(Giovanni Paolo II, Discorso, 30 maggio 1998)
12) Giovanni Paolo II. Messaggio del 27 maggio 1998.
13) "I movimenti possono coì offrire un contributo prezioso alla dinamica vitale dell'unica Chiesa, fondata su Pietro, nelle diverse situazioni locali" (GIOVANII PAOLO II, 1998).
14) Interessanti considerazioni su questa relazione "io-tu" e il senso interpersonale della comunità nel pensiero di Giovanni Paolo II sono sintetizzate dal Cardinale Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, nell'opera "A Filosofia do Direito nos Ensinamentos de João Paulo II e outros escritos, São Paulo: Paulinas", 2002, p. 64-68.
15) Questo compito richiede al fondatore una grande riflessione. Gli servirà come prezioso sussidio il concorso dei canonisti, ricorrendo anche alle luci e all'ispirazione dello Spirito. A sua volta, perché i sussidi del canonista possano essere utili, è necessario conoscere a fondo la realtà ecclesiale che intende istituzionalizzarsi e , d'altra parte, applicare e interpretare con saggezza e prudenza la legislazione vigente.
16) Sulla partecipazione di tutti i fedeli, laici e chierici, nel Sacerdozio di Cristo e i rapporti tra il "sacerdozio gerarchico e sacramentale" e il sacerdozio "diffuso nel corpo dei cristiani", considerazioni molto elucidative possono essere trovate sul testo di Congar - "Sacerdoce er Laicat" - riprodotto in Bartmann, 1962, p. 488-490.
17) Secondo Hortal, "a rigore, questa definizione si applica a tutti i battezzati, anche a coloro che non si trovino in piena comunione con la Chiesa Cattolica. Infatti, la partecipazione antologica nel triplice munus di Cristo e la vocazione all'esercizio della missione della Chiesa sono conseguenza immediata del battesimo." (HORTAL, 2008, p. 118).
18) Altra critica dell'autore all'antico Codice riguarda il fatto che lo "status clericale" era raggiunto, secondo il Codice di 1917, non a partire dal sacramento dell'ordine, ma mediante la tonsura (cf. ARRIETA, 1991, p. 120).
19) Sulla "condizione giuridica del fedele" e i principi basici della costituzione del popolo di Dio", ossia, quelli di "uguaglianza" e "diversità", vedere anche LOMBARDÍA, 2008, p. 100-101.
20) Si deve, tuttavia, fare attenzione alla già citata "distinzione essenziale e non soltanto di grado" tra i chierici e i laici (cf. LOMBARDÍA, 2008, p. 119; LG 10).
21) "L'esistenza di un diritto naturale di associazione, fondato nella sociabilità propria della persona umana, e che non ha origine, pertanto, in una concessione dell'autorità civile, è una verità difesa costantemente dal Magistero della Chiesa e dalla Dottrina canonica. Tuttavia, sul piano della comunità ecclesiastica, il riconoscimento del diritto di associazione del battezzato è stato frutto di uno sviluppo paulatino abbastanza recente, in cui il Concilio Vaticano II ha avuto un'importanza definitiva, e che è culminato soltanto con la formalizzazione completa di questo diritto dei fedeli a partire della promulgazione dell'attuale CIC" (CENALMOR, Daniel. Comentários. In: INSTITUTO MARTÍN DE AZPILCUETA - Org. MARZOA, Á.; MIRAS, J.; RODRÍGUEZ-OCAÑA, R. Comentario Exegético al Código de Derecho Canónico. vol. II/1. Pamplona: EUNSA, 2002, 3. ed., p. 109-110. Traduzione nostra).
22) Il diritto naturale di associazione è stato trattato in numerosi documenti pontifici e del Concilio Vaticano II. Tra questi, si possono distaccare "Rerum Novarum" (Leone XIII), "Quadragesimo Anno" (Pio XI), "Mater et Magistra" e "Pacem in Terris" (João XXIII), "Centesimus Annus" (Giovanni Paolo II), cf. Catecismo da Igreja Católica, § 1879 a 1886; Feliciani, 2003, p. 144; Cenalmor, 2002, p. 110).
23) Fuentes (2002, p. 514) parla di una delicata distinzione tra le associazioni civili, che propendono a fini "che toccano più o meno direttamente la Chiesa", e le associazioni ecclesiali. Per non allungare troppo il presente studio e deviarne il fuoco che sono propriamente le associazioni private di fedeli, lasciamo qui da parte l'interessante discorso qui e raccomandiamo a chi desideri approfondirsi che consulti il proprio testo di Fuentes.
24) Dice l'autore:"[Il Codice di Diritto Canonico] chiama chiericali quelle associazioni di fedeli che sono sotto la direzione di chierici, fanno esercizio dell'ordine sacro e sono riconosciute come tali dall'autorità competente (can. 302). Impiega il termine chiericale nel senso tecnico-giuridico, facendo riferimento non soltanto a chi la guida e all'atto costitutivo della medesima dall'autorità ecclesiastica - che conferisce ad essa il carattere di pubblica -ed anche a una modalità nell'esercizio del ministero sacro da parte dei suoi membri. Per questa ragione, un'associazione formata esclusivamente da chierici e destinata a fomentare tra i propri soci una forma concretta di spiritualità sacerdotale,nell'esercizio del ministero e sotto la dipendenza del proprio Ordinario, non avrà la condizione di clericale, sarà un'associazione comune di fedeli e potrà essere tanto pubblica quanto privata (Gutiérrez)" (FERRER ORTIZ, 1991, p. 210).

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(Rivista Lumen Veritatis, Gennaio/Marzo 2009)

 

 

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