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Storie per bambini

La principessa misericordiosa

Pubblicato 2015/10/13
Autore : Suor Carmela Werner Ferreira, EP

Col passare del tempo Matilde iniziò a sentire un’invidia muta per Leonor. Perché lei aveva vestiti di seta, una voce cristallina e suonava un così bello strumento?

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Col passare del tempo Matilde iniziò a sentire un’invidia muta per Leonor. Perché lei aveva vestiti di seta, una voce cristallina e suonava un così bello strumento?

Suor Carmela Werner Ferreira, EP

Viveva in un regno lontano una principessa di nome Leonor, figlia di monarchi cristiani, timorosi di Dio. Il suo lignaggio era dei più illustri, e ai fatti dei suoi avi si sommavano la pietà e rettitudine dei reali, suoi genitori, la cui virtù rendeva degni della corona che portavano.

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Tutte le mattine, Leonor assisteva alla Messa nella cappella del palazzo, in compagnia della madre, e pregava la Regina del Cielo e della Terra che la proteggesse quando le fosse toccata la responsabilità di governare. Terminata la Messa, si trovava col padre e si applicava con tenacia nello studio, per compiacerlo. Riceveva lezioni di Religione, canto, mandolino e ricamo, ma non trascurava la Storia, il latino o l’aritmetica.

Il palazzo in cui viveva contava su una numerosa servitù. Tra le cuoche una era specialmente dedita ai sovrani: Maria. Sua madre e sua nonna avevano servito i genitori del re, e lei sognava di vedere la figlia seguire i suoi stessi passi... Un giorno, senza aver nulla da chiedere, la regina la chiamò e disse:

– So che hai una figlioletta piccola, che resta da sola in casa quando tu vieni qua. Perché non la porti con te?

Commossa, la cuoca cominciò a portare con sé la piccola Matilde. Di soli nove anni e molto vivace, la bambina non perdeva nessun movimento, tempestando la madre di domande. Voleva sapere come funzionava il forno, i segreti della produzione di liquori, da dove uscivano uova così grandi...

Col passare del tempo cominciò ad abituarsi alla vita di palazzo e iniziò a sentire un’invidia muta per Leonor. Perché lei aveva vestiti di seta, una voce cristallina e suonava un così bello strumento? Perché era circondata di attenzioni? Queste e altre domande la lasciavano triste, sebbene la sua coscienza accusasse la malvagità di questi pensieri, consigliandola di fuggire da loro. Tuttavia, Matilde si lasciò prendere da tali sentimenti perversi e mise a punto un tranello...

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Matilde pianse per i suoi peccati e tornò
a lavorare nel palazzo

Una piacevole mattina, Leonor si diresse verso uno dei balconi del palazzo, dal quale si contemplava una bella vista del giardino. Precedendola, Matilde corse avanti e spinse la sedia su cui sicuramente si sarebbe seduta in angolo coperto dal verde, dove non c’era sicurezza, perché la balaustra era rotta. La principessa fu sorpresa di vedere che Matilde tornava dal balcone e sgusciava nella sala in tutta fretta... Ma incantata com’era dei fiori, si sedette senza prestare attenzione al pericolo. E le bastò un leggero movimento per precipitare nel vuoto!

Un grido lancinante echeggiò per le pareti del palazzo. Cos’era accaduto?! Arrivarono le guardie e si trovarono di fronte alla principessa stremata, che tentava invano di alzarsi. Esaminata dal medico, costui costatò una seria lesione in una gamba, nonostante ci si aspettasse qualcosa di più grave, considerato l’impatto della caduta.

– È Dio che mi ha protetto! – balbettò Leonor – Poteva andar peggio. E se Lui ha permesso che questo male mi capitasse, è stato per ricavarne qualcosa di buono.

Il disastro pareva esser stato uno sfortunato incidente... La principessa, tuttavia, sospettava Matilde, per il suo sguardo scuro negli ultimi giorni e per la sua agile e furtiva uscita dal balcone quella mattina... Tuttavia, decise di custodire per sé qualunque sospetto e non sollevò la questione con il padre.

Trascorsero i giorni e la principessa si sottoponeva a trattamenti dolorosi, che non sortivano grandi effetti. Tornò a camminare soltanto dopo due anni, ma con una conseguenza irreversibile: era rimasta zoppa!

Tormentata dal rimorso e temendo di esser scoperta, Matilde aveva chiesto alla madre di assentarsi dal palazzo. Con rammarico la buona signora – che neppure immaginava il punto al quale era arrivata la cattiveria della figlia – la vide tornare al villaggio. In poco tempo la bambina cominciò a frequentare giovani dissoluti, che la portarono per pessime strade.

Trascorsero i decenni e tutto cambiò. Leonor era cresciuta, dando dimostrazioni di essere erede non solo del regno ma anche delle virtù del padre. Con la dipartita del re per l’eternità, la principessa era diventata regina e governava con prudenza e saggezza.

Un giorno, durante le udienze, si udirono echeggiare per il castello grida disperate, imploranti misericordia. Era una donna incatenata, con i capelli arruffati e ferita, appartenente a una banda di rapinatori. Aveva rubato somme astronomiche e, una volta catturata, era stata condannata all’ergastolo. Prima di andare alla prigione, però, supplicava per essere ricevuta dalla sovrana, per ragioni che avrebbe spiegato di persona. La regina Leonor la fece entrare e non tardò a riconoscerla... era Matilde! Trent’anni dopo, era ridotta in una misera situazione.

– Maestà, sono Matilde, figlia della vostra defunta e leale servitrice. Sono stata giustamente condannata e so che merito un castigo ancora più grande... Tuttavia, ho implorato di essere portata qui perché voglio confessarvi il peggiore dei miei crimini: sono la responsabile della vostra disabilità fisica! Io ho spinto la vostra sedia in quell’angolo non protetto del balcone, affinché voi cadeste! Io vi ho offeso e merito queste pene... Ora, chiedo il vostro perdono e la vostra clemenza per potermi riconciliare con Dio, che non abbandona un cuore pentito!...

Tali sorprendenti parole furono pronunciate tutto d’un fiato e un pesante silenzio d’indignazione aleggiò nell’aria. Tutti gli sguardi si rivolsero verso la regina, aspettando il verdetto.

– Matilde, hai agito male verso il mio popolo e verso me. È da molto che sento raccontare le riprovevoli azioni della tua banda. Ciò nonostante, come sovrana cristiana devo imitare Colui che, sul Calvario, ha perdonato quelli che Lo offendevano. In Dio la misericordia trionfa sulla giustizia e, se voglio conservare il più sublime dei miei titoli, quello di essere cattolica, devo seguire i suoi passi. Mi chiedi perdono per l’offesa che mi hai fatto: è concesso! E affinché i miei sudditi abbiano una prova del tuo pentimento, dovrai rimanere tre anni reclusa a fare penitenza, assistita da un cappellano che ti riconcili con Dio e ti riconduca nelle vie del bene. Allora, verrai a lavorare nel palazzo al posto di tua madre, che sicuramente intercede per te, dal Cielo. Questa sarà la prova della mia clemenza.

La povera donna si emendò e pianse per i suoi peccati, venendo poi a servire fedelmente a corte. La notizia si sparse per tutto il regno, che lodò Dio per avergli dato una regina così santa!

(Rivista Araldi del Vangelo, Ottobre/2015, n. 150, p. 46 - 47)

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