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Storie per bambini

La lezione del castello

Pubblicato 2015/02/03
Autore : Maria Beatriz Ribeiro Matos

l giovane re Enrico aveva partecipato alla Santa Messa nell'Abbazia di Santa Maria della Fiducia e si preparava a ritornare al palazzo, quando un messaggero, ansimante, si presentò.

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Sulle labbra di un contadino, uno sfogo simile non avrebbe avuto nulla di straordinario. Ma quanto serie e allarmanti risuonavano quelle parole proferite da un re!

Maria Beatriz Ribeiro Matos

l giovane re Enrico aveva partecipato alla Santa Messa nell'Abbazia di Santa Maria della Fiducia e si preparava a ritornare al palazzo, quando un messaggero, ansimante, si presentò.La lezione del castello.jpg

– Cattive notizie, Maestà! – disse il nuovo arrivato – Il marchese Barbarossa ha attaccato nuovamente il regno da est, uccidendo i vostri vassalli, bruciando villaggi e saccheggiando chiese...

Dalla sua recente incoronazione, il monarca aveva solo affrontato disgrazie: controversie con i paesi vicini, una grave siccità che minacciava i raccolti e persino un'insurrezione nello stesso esercito, comandata da uno dei più alti ufficiali di rango...

Don Enrico era seguito dal suo primo consigliere, il conte Giovanni. Costui era un nobile saggio e venerabile, che aveva servito anche re Manuel, suo padre. Aveva conosciuto da vicino la fermezza incrollabile del defunto sovrano, acquisita in mille combattimenti, affrontati con gagliardia durante gli anni, ma temeva che il figlio, ancora giovane, cominciasse a vacillare di fronte a tante difficoltà. Avrebbe avuto la forza necessaria per affrontare la cascata di guai con cui cominciava il suo governo?

– Ordini al comandante della fanteria di mobilitare le truppe. Andremo subito incontro agli invasori! – rispose con enfasi all'emissario il giovane re.

L'esperto consigliere, tuttavia, percepì in quel tono di voce segni di scoraggiamento...

Fatto un profondo inchino, il messaggero ripartì rapidamente com'era apparso. Rimasto solo con il conte Giovanni, il monarca si mostrò visibilmente turbato...

– Coraggio, Maestà! – gli disse il conte.

– Ah!... Non ho mai immaginato, o mio fedele Giovanni, che il giogo della corona pesasse tanto! Vedendo la calma grandiosa con cui regnava mio padre, desideravo essere un sovrano forte e potente come lui. Tuttavia, ora che le redini del regno sono nelle mie mani, sento nella mia stessa carne come la vita di un sovrano sia un coagulo di sofferenza. E a ogni nuova difficoltà che si presenta, mi chiedo: cosa ho fatto io per essere obbligato a portare un così pesante fardello? Non avrò mai pace?!...

Spronando il suo cavallo, il re Enrico si diresse a galoppo al palazzo, per riunirsi col suo conestabile e fare insieme i preparativi per la guerra.

Il nobile consigliere rimase da solo alla porta dell'abbazia, tutto rattristato e con lo spirito inquieto... che fosse vero quello che aveva appena sentito? Sulle labbra di un contadino, uno sfogo simile non avrebbe avuto nulla di straordinario. Ma quanto allarmanti risuonavano quelle parole essendo proferite da un re! Il sovrano era scoraggiato?! La semplice prospettiva che questo potesse accadere preoccupò terribilmente il conte Giovanni...

Ritornato alla cappella, dove aveva partecipato alla Messa in compagnia del monarca, il conte s'inginocchiò davanti alla statua della Santissima Vergine e La supplicò di ispirare un mezzo efficace per fortificare l'animo del re, in quelle terribili circostanze.

Era assorto nella preghiera, quando repentinamente ebbe un'idea... Si alzò soddisfatto e fece chiamare fra Luigi, un religioso di quella comunità dotato di grande talento artistico. Gli spiegò che Don Enrico avrebbe compiuto 25 anni di lì a poco e voleva dargli come regalo due quadri, rappresentanti le scene che avrebbe descritto. Aveva bisogno di lavorare velocemente, perché mancava poco tempo alla festa...

Alcune settimane dopo, con gli invasori definitivamente espulsi e la frontiera est ben guarnita e pacificata, il popolo si preparò a commemorare con ogni pompa il compleanno reale. Dopo la Messa solenne celebrata nell'imponente cappella del palazzo, i principali dignitari del regno, rappresentanti delle corporazioni di mestiere, contadini, artigiani e molte persone del popolo sfilarono nella sala dei banchetti, rendendo i loro omaggi al monarca e offrendogli i più svariati regali: tessuti, tappeti, gioielli, spade, uccelli, pani e frutti di stagione... tutti così ben sistemati che sembravano portati dal Cielo!

Alla fine del corteo veniva il conte Giovanni, insieme a una coppia di frati che portavano due quadri. Con la sua riverenza, le conversazioni s'interruppero, si fece un grave silenzio e il conte si mise a fianco del re, indicandogli le pitture.

– Maestà – disse con voce cerimoniosa –, tutti sappiamo che il vostro regno è iniziato da poco e, in questo breve tempo, Dio vi ha provato con numerose avversità, in modo che finora voi quasi non avete potuto avere un momento di tranquillità. Per questo vogliamo festeggiarvi con un quadro, dipinto con ogni cura da fra Luigi, affinché, contemplandolo, la vostra anima trovi sollievo. Scegliete, signore, tra queste scene, quella che per voi rappresenta meglio la pace.

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I frati si avvicinarono e il re poté contem-
plare da vicino panorami ben distinti

I religiosi si avvicinarono e il re poté contemplare da vicino panorami ben distinti: nel primo quadro era raffigurata un'ampia pianura, verde come lo smeraldo, con pini graziosamente allineati, al centro della quale c'era una bella casetta, non ricca, ma nemmeno miserabile. Nel cielo, il Sole brillava su un azzurro turchese, senza nuvole, e un fiumiciattolo cristallino color topazio scorreva placidamente, costeggiato da floridi arbusti che abbellivano ancor più il paesaggio.

L'altro quadro rappresentava un alto e ripido monte, roccioso e senza vegetazione. Nelle sue scarpate, le onde di un mare agitato si frangevano furiose contro le rocce. Il cielo era scuro e tempestoso. Pesanti nuvole scaricavano le loro acque sulla terra. In cima a questo monte, però, indifferente alla tormenta, si ergeva un castello, illuminato da un unico raggio di Sole che fendeva la spessa nebbia...

Il re guardava rapito ora all'una, ora all'altra scena, mentre il consigliere aspettava in silenzio la decisione del monarca. Dopo un po' di tempo nel dubbio... finì per scegliere il secondo! Quel castello solido, altero e incrollabile in mezzo alla burrasca, era la più perfetta rappresentazione della pace cui tanto anelava. Egli aveva compreso la lezione: la vera pace sta dentro l'uomo. Fin tanto che l'anima avrà la coscienza pulita e illuminata dalla grazia, non si lascerà mai abbattere dalle difficoltà della vita.

A partire da quel momento, nuovi venti di entusiasmo e coraggio soffiarono nell'anima del re Enrico e le sue labbra non pronunciarono mai più parole di scoraggiamento o di lamentela.

(Rivista Araldi del Vangelo, Febbraio/2015, n. 142, p. 46 - 47)

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