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Commenti al Vangelo

La parabola dei talenti

Pubblicato 2011/11/16
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Quando abbiamo la sfortuna di violare la Legge di Dio con pensieri, parole o opere, siamo soliti essere successivamente interpellati dalla nostra coscienza.

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“Parabola dei talenti”
“Parabola dei talenti” – Chiesa Riformata
della Via Vittoria. Newport (Galles)

"In quel tempo, Gesù raccontò questa parabola ai suoi discepoli: 14‘"Un uomo partiva per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.

116 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque'. 21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone!'.

22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due'. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone'". 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25 Per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo'. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso. 27 Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse'.

28 In seguito, il padrone ordinò: ‘Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti! 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti!'" (Mt 25, 14-30).

Ognuno di noi ha ricevuto da Dio un'enorme quantità di doni, tanto soprannaturali quanto
naturali, concessi in vista del  compimento della nostra vocazione specifica. Secondo
l'uso che ne faremo, saremo servi buoni e fedeli o... servi cattivi e  pigri.

mons. joao scognamiglio_cla_ dias_ep.jpg

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I - Il peccato di omissione

Quando abbiamo la sfortuna di violare la Legge di Dio con pensieri, parole o opere, siamo soliti essere successivamente interpellati dalla nostra coscienza. Proprio come accade ad un bambino che diventa rosso quando gli si mostra il male che ha fatto, la sinderesi indica immediatamente alla nostra ragione il principio morale trasgredito, invitandoci al pentimento.

Tuttavia, nel peccato di omissione, questo processo interiore non si svolge in forma così nitida ed efficiente. Per questo ci è meno difficile percepire la malignità di un'azione concreta che la responsabilità per l'inosservanza, a volte grave e prolungata, di doveri inerenti al nostro stato, incarico, situazione sociale o funzione. Infatti, quante volte, nel fare l'esame di coscienza, consideriamo soltanto la necessità di evitare il male, e dimentichiamo l'imperativo di operare il bene?

Per metterci in guardia contro questo genere di peccati - sebbene siano di per sé meno gravi di quelli di trasgressione,1 costituiscono un punto oscuro della nostra vita spirituale per la facilità con cui passano inosservati - ci sarà di preziosa utilità il Vangelo proposto dalla Liturgia per la 33ª Domenica del Tempo Ordinario. Essa contempla una parabola conosciutissima, e nel contempo molto ricca di significati, come vedremo successivamente.

II - Un uomo distribuisce i suoi beni

"In quel tempo, Gesù raccontò questa parabola ai suoi discepoli: 14a‘Un uomo partiva per un viaggio'".

Non essendoci all'epoca del Signore Gesù i mezzi di trasporto attuali, spostarsi in un altro paese richiedeva molto tempo. In un viaggio "all'estero", il percorso non era calcolato in ore, come oggi, ma in mesi e a volte persino in anni. Per questo motivo deve esser stata molto prolungata l'assenza dell'uomo della parabola. Chi era costui?

Gli autori sono unanimi nell'identificarlo con Gesù stesso, che parte dalla Terra per il Cielo, dove va a prender possesso del suo Trono: "Quest'uomo, padre di famiglia è senza dubbio Cristo",2 afferma San Girolamo. E San Gregorio Magno chiede: "Chi è quest'uomo che intraprende un viaggio, se non il nostro Redentore, il quale è salito al Cielo con la stessa carne che aveva assunto?".3

Dio ci dà beni di immenso valore

14b"Chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni".

Con queste parole, la parabola mette bene in chiaro che appartenevano al signore i beni da lui distribuiti prima del viaggio. Coloro che li ricevono, pertanto, non possono usarli in modo arbitrario, ma devono amministrarli a favore del proprietario.

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Fillion sottolinea il fatto che si trattava non di impiegati stipendiati, ma di servi, i quali erano "strettamente obbligati, a questo titolo, a fare gli interessi del loro padrone".4 Per dare un più solido fondamento a questo importante aspetto della parabola, il famoso esegeta ricorda il forte senso possessivo dell'espressione greca "?δ?ους δο?λους", tradotta da San Girolamo nella Vulgata come "suoi servi".5

Essi rappresentano ogni cristiano, evidenziando la nostra dipendenza verso il Creatore. Siamo servi di Dio, e persino la più alta delle creature, Maria Santissima, ha potuto con proprietà dire: "Ecco la serva del Signore" (Lc 1,38).

Commenta a questo proposito Sant'Alfonso de' Liguori: "Di tutti i beni che da Dio riceviamo - tanto quelli di natura quanto quelli di fortuna o della grazia - nessuno di essi ci appartiene a titolo di proprietà, in modo che possiamo disporne a nostro piacere, poiché siamo soltanto loro amministratori. Abbiamo, pertanto, l'obbligo di impiegarli tutti secondo la volontà di Dio, sovrano Signore di tutte le cose. Anche per questo, nel giorno della morte, dovremo render strettamente conto al Giudice, Gesù Cristo".6

15 "A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì".

Il talento (τ?λαντον) era una misura di peso in uso nell'Antichità. Originario della Babilonia e molto diffuso nel Vicino Oriente nei tre secoli precedenti a Nostro Signore, corrispondeva alla quantità d'acqua necessaria per riempire un'anfora. Tuttavia, il suo valore variò molto nel tempo e nei luoghi: dai quasi sessanta chilogrammi del talento pesato babilonese fino ai ventisei del talento attico.

Quest'ultimo costituiva anche un'unità monetaria che equivaleva a seimila dracme d'argento. Pertanto, sebbene la somma consegnata a ogni servo non possa esser determinata con esattezza - né questo è rilevante agli effetti del nostro commento -, possiamo stimare che essi avessero ricevuto rispettivamente 130, 52 e 26 chili d'argento da amministrare.

Si tratta di un importo non piccolo che vuole rappresentare l'alto valore dei doni e delle qualità concessi a ognuno di noi, da essere adeguatamente utilizzati nel corso della vita.

Diversi atteggiamenti di fronte alla somma ricevuta

16 "Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque".

Il primo servo, dice il testo evangelico, "partì subito". Il suo atteggiamento ci mostra la necessità di non perder tempo nel compimento della missione a noi attribuita. Le azioni relative alla gloria di Dio non ammettono tranquillità, né indugi: è necessario cercare costantemente di ottenere entrate dai talenti ricevuti.

Questo servo "lavorò con essi" e ottenne per il suo signore il cento per cento di guadagno. Questo significa che, quando utilizziamo i doni di Dio per la sua maggior gloria e per l'espansione del suo Regno, Egli li fa crescere. Infatti le nostre qualità sono passibili di aumento, sia in quantità che in qualità.

Timothy Ring
“San Giovanni Crisostomo”
“San Giovanni Crisostomo”
“San Giovanni Crisostomo”
"Con un solo talento, puoi anche tu
esser glorioso" – insegna San
Giovanni Crisostomo
"San Giovanni Crisostomo" Cattedrale
di Cuenca (Ecuador)

17 "Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due".

Lo stesso accadde col secondo servo: per aver operato "allo stesso modo" del primo, duplicò la somma ricevuta.

18 "Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone".

Al terzo, al contrario, non passò nemmeno per la testa di usare, per profitto del padrone, l'unico talento ricevuto, ma fece in modo di devolvere esattamente quello che aveva ricevuto. Non volle assumersi l'onere di far rendere i beni che non gli appartenevano, poiché si interessava solo del suo proprio beneficio.

"A ognuno in base alle sue capacità"

Prima di entrare nell'analisi della seconda parte della parabola, ricordiamo che nessuno è stato creato per caso. Esattamente al contrario, Dio, nella sua infinita Sapienza, ha un disegno specifico per ognuno, di modo che ogni uomo possa considerarsi come figlio unico di Dio.

Ossia, ogni essere umano è irripetibile, il che rende esclusive la sua chiamata e la sua missione. Distribuendo i suoi doni, Dio dà più agli uni e agli altri meno, "non per mera liberalità o per meschinità",7 ma secondo la capacità di chi li riceve e in funzione della rispettiva vocazione.

Così, ognuno di noi ha, nella sua misura, doni naturali e soprannaturali da sviluppare. Di loro deve servirsi a beneficio proprio e degli altri, ma sempre avendo di mira la maggior gloria del Creatore e la salvezza delle anime.

"Facciamo rendere per il profitto del nostro prossimo, denaro, fervore, capacità di direzione, insomma, tutto quanto abbiamo. Perché talento qui significa la facoltà specifica di ognuno, in materia di governo, di ricchezze, di dottrina o qualsiasi altra cosa simile. Che nessuno, pertanto, dica: ‘Ho soltanto un talento, non posso far nulla'. No. Con un solo talento, puoi anche tu esser glorioso" - insegna San Giovanni Crisostomo.8

III - L'ora della resa dei conti

19 "Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro".

Il testo evangelico evidenzia che il padrone tornò "dopo molto tempo", sottolineando così il carattere escatologico della parabola. L'espressione "volle regolare i conti" significa il Giudizio particolare e poi il Giudizio finale, durante i quali Nostro Signore ci chiederà conto dei talenti e doni che Egli ci ha concesso durante la nostra esistenza terrena.

"Prendi parte alla mia gioia"

20 "Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: ‘Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque'".

Il primo dei servi a render conto al padrone gli presenta un rendimento massimo perché, come abbiamo visto, si è sforzato diligentemente nell'intento di aumentare il capitale ricevuto, facendo quanto era alla sua portata per questo. La risposta del padrone sarà all'altezza della sua dedizione.

21 "Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone!'".

Egli comincia chiamandolo "servo", ricordando che tutti noi siamo contingenti e ci troviamo nell'assoluta dipendenza da Dio: "Senza di Me, non potete fare nulla" (Gv 15, 5). Ma, subito dopo, lo qualifica come "buono e fedele", perché ha agito senza egoismo, cercando il maggior lucro per il suo signore.

Causa una certa sorpresa, intanto, il fatto che il padrone lo elogi per esser stato "fedele nell'amministrazione di così poco", quando gli aveva dato cinque talenti d'argento, ossia, una vera fortuna, ma tutto si chiarisce applicando la parabola alla vita soprannaturale: quello che riceviamo in Terra è insignificante comparato a quello che avremo nel Cielo.

Nella promessa "io ti darò autorità su molto", si comprende la partecipazione degli uomini al governo dell'universo, dal Cielo. Afferma Sant'Ambrogio: "Allo stesso modo in cui gli angeli governano, così governeranno anche coloro che meritano la vita degli angeli".9 Quanto al ricorso a intermediari nell'agire divino, insegna San Tommaso: "La maggior perfezione consiste nel fatto che qualcosa sia buono in se stesso e allo stesso tempo causa di bontà per gli altri. [...] È così che Dio governa le cose, in modo da istituire alcune di loro, cause di altre nel governo".10

   Ricardo Castelo Branco
“L’inferno”
 "E il servo fannullone gettatelo fuori nelle
tenebre; là sarà pianto e stridore di denti!"
"L'inferno" - Basilica Cattedrale di
San Giorgio, Ferrara

Quanto all'espressione "prendere parte alla mia gioia", commenta San Giovanni d'Avila, che Sua Santità Benedetto XVI desidera proclamare tra breve Dottore della Chiesa: "Che gioia è questa? La stessa di Dio. Egli dice: ‘Rallegrati, servo di Dio, che sei stato fedele; entra nel godimento del tuo Signore', a godere di quello che Egli gode, a vivere di quello che Lui vive, a esser con Lui uno spirito e a esser Dio per partecipazione".11

Partecipare alla felicità illimitata della Santissima Trinità, vedendo Dio faccia a faccia e amandoLo come Egli Si ama, mantenute le debite proporzioni, è il premio riservato a quelli che hanno fatto rendere i talenti ricevuti.

22 "Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due'. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone!'".

Lo stesso avviene col servo che ha mostrato uguale impegno in relazione ai beni, questa volta minori, a lui consegnati da amministrare, perché Dio premia ognuno secondo l'uso che ha fatto dei doni ricevuti.

Terribile situazione del servo infedele

24 "Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25 Per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo'".

Quanto al terzo servo, terribile è la sua situazione! Giunta l'ora di render conto, capisce che si era lasciato condurre dall'egoismo e dalla mancanza di zelo. Invece di utilizzare i doni per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, ha pensato solo alla sua propria convenienza.

Ora, quando Dio ci concede determinate qualità, vuole che esse siano usate a beneficio degli altri, come ammonisce San Pietro: "Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio" (I Pt 4, 10). Insomma, la Legge non si riassume nell'amore verso Dio e il prossimo come verso se stessi? Siccome il bene è eminentemente diffusivo, il servo negligente dovrebbe aver esclamato con San Paolo: "Guai a me se non predicassi il vangelo!" (I Cor 9, 16)

Sulla necessità di procedere così, un moralista contemporaneo spiega: "Il cristiano smette di essere fedele, non solo nella misura in cui rinnega la sua fede, ma anche nella misura in cui non si sforza di farla fruttificare. [...] È una legge, non di ‘morale', ma della vita. [...] Ogni fecondità implica uscita da se stessi, uscita che è rischio e donazione".12

In sintesi, afferma Sant'Agostino: "Tutta la colpa del servo redarguito si riduce a questo: non ha voluto dare. Ha conservato integro il valore ricevuto, ma il Signore voleva i suoi guadagni. Dio è avaro relativamente alla nostra salvezza".13

Paura e rivolta ad essere scoperto

Davanti al buon esempio dei due servi chiamati per primi, colui che ha ricevuto un talento certamente si è reso conto del suo cattivo procedimento. Avrebbe potuto riconoscere la sua colpa e chiedere perdono, ma la parabola, come abbiamo visto, rappresenta il momento del Giudizio, quando non c'è più tempo per far rendere i talenti ricevuti. "Qualis vita, finis ita": la persona sarà giudicata per quello che ha fatto e per quello che ha omesso di fare.

Invece, quando avrebbe dovuto aver lavorato a favore del suo signore, il servo si è illuso, pensando che egli mai sarebbe ritornato. Allora ha ritenuto fosse possibile trovare una buona scusa nell'ora di rendergli conto o ha fatto qualche altro ragionamento per giustificare la propria indolenza. Ora egli ha "paura", perché vede l'impossibilità di occultare la propria negligenza.

Invece di riconoscere di aver sbagliato, si ribella contro il padrone, accusandolo di essere ingiusto: "Signore, so che sei un uomo severo, poiché raccogli dove non hai piantato e mieti dove non hai seminato". È quello che sempre accade quando la persona, per colpa propria, non fa rendere i talenti a lei affidati: cerca false ragioni per giustificare il male realizzato. Perché l'essere umano è un monolite di logica.14

In occasioni come questa, afferma il moralista sopra menzionato, si incolpa la Provvidenza per l'"ingiustizia esistente nel mondo, si imputa all'Altissimo la responsabilità di questo male quando, in realtà, è l'inefficacia dell'uomo che ha generato tanta miseria che si erge insultante contro il piano di Dio".15

Temeraria insolenza, perché Dio conosce perfettamente il nostro intimo. Davanti a Lui, è inutile qualsiasi ragionamento. Nel Giudizio, non ci sarà modo di ingannarLo. La vita del peccatore si presenterà senza giustificazioni, tale come scorrerà agli occhi di Colui per Cui egli avrebbe dovuto far rendere i talenti ricevuti. È quanto mostrano i versetti seguenti.

Interpellato per le sue parole

26 "Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso. 27 Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse'".

La risposta del padrone è categorica! Oltre a rimproverare la pigrizia del servo, fa rivoltare contro di lui il pretesto sofistico presentato. Se, di fatto, conosceva la presunta severità del padrone, perché non ha agito di conseguenza, traendo almeno il guadagno che gli interessi bancari gli avrebbero dato? In altre parole, se avendo ricevuto questi doni li avesse messi a disposizione di altri, almeno avrebbe ottenuto qualche rendimento.

Gustavo Kralj    
“Maria Ausiliatrice”
Nella parabola manca la figura della Madre
del Signore, la quale ci aiuterà a far rendere
al massimo i talenti ricevuti
"Maria Ausiliatrice" - Basilica di Maria
Ausiliatrice, Torino

Commenta a questo proposito San Gregorio Magno: "Il servo è interpellato con le sue stesse parole, quando il Signore gli dice: ‘Raccolgo dove non ho piantato e mieto dove non ho seminato'. È come se gli avesse detto: ‘Se, nella tua opinione, esigo quello che non ho dato, con molta maggior ragione esigerò da te quello che ti ho consegnato per ottenere guadagno'".16

Nuovi benefici per chi ha agito bene

28 "In seguito, il padrone ordinò: ‘Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti! 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha'".

Sorprendente è questa prima parte del verdetto pronunciato dal padrone: togliere al servo infedele il talento e darlo a quello che ne aveva già dieci.

I doni che Dio ci concede, anche quelli naturali, se non sono debitamente esercitati, tendono a consumarsi. Vediamo accadere qualcosa di simile nell'organismo umano: quando un membro fratturato è immobilizzato, i suoi muscoli diventano flaccidi nel periodo di inazione. Allo stesso modo, le virtù morali o intellettuali non utilizzate si debilitano e tendono a scomparire.

Così viene affermato da San Girolamo: "Molti, pur essendo saggi per natura e dotati di acutezza di spirito, se sono stati negligenti e hanno corrotto per indolenza la loro bontà naturale [...] perdono la bontà naturale e vedono passare ad altri il premio che era stato loro promesso".17

La negligenza del "servo cattivo e pigro" si era trasformata in nuovi vantaggi per chi aveva saputo applicare bene i suoi talenti. I doni messi da parte ritornano ai più generosi. È un bell'aspetto di questa parabola: quello che è rifiutato o mal usato, Dio lo raccoglie e lo dà ad altri, affinché lo facciano fruttare.

Ora, se così accade con i beni materiali o spirituali, questo principio è più valido ancora nel campo delle realtà soprannaturali: di fronte all'egoismo, Dio ritira le sue grazie e l'anima diventa sterile.

Condanna eterna del servo inutile

30 "E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti".

Ultima e triste conseguenza del peccato: sprovvisto del suo talento, il "servo inutile" è condannato all'inferno, dove servirà non al suo padrone, ma a Satana.

Un tale castigo soltanto per aver tralasciato di usare i talenti ricevuti?

Sì, perché "i peccati di omissione, che con frequenza accompagnano una vita moralmente ‘onorata', contrariano direttamente il piano biblico riguardante l'uomo, una volta che Dio gli ha affidato la perfezione della sua opera: la continua e la completa".18

L'obiettivo della parabola è proprio mostrare in forma viva e attraente il nostro obbligo di utilizzare i doni che Dio ci ha concesso per la sua gloria e per la salvezza delle anime, come pure il castigo destinato a coloro che così non procedano.

Per questo, ammonisce San Gregorio Magno: "Chi non ha carità, perde tutto il bene che possiede, resta privo del talento che aveva ricevuto e, secondo le parole di Dio stesso, è gettato nelle tenebre esteriori".19

IV - Progredire sempre!

Cosi la Liturgia di questa domenica ci ricorda una verità essenziale: il progresso nella vita spirituale non è un'opzione, ma un obbligo; dobbiamo ritornare a Dio molto più di quello che Egli ci ha affidato da far fruttare. Tanto più che Egli ci assiste ad ogni passo con la sua grazia, aiutandoci a compiere bene questa missione.

La nostra gratitudine deve esser proporzionale; pertanto, deve esser maggiore in relazione ai doni soprannaturali, poiché quanto riceviamo di grazie è incalcolabile! Un'unica Comunione, per esempio, già sarebbe sufficiente per giustificare la vita intera di un uomo. Egli potrebbe passarla tutta preparandosi per ricevere, alla fine, Nostro Signore sacramentato nel proprio cuore; e dopo, nell'azione di grazie, dirGli: "‘Nunc dimittis servum tuum' (Lc 2, 29). Lascia ora che il tuo servo vada in pace, perché ho accolto Gesù Cristo stesso in Corpo, Sangue, Anima e Divinità nelle Specie Eucaristiche. Perché la Luce che è venuta ad illuminare le nazioni è penetrata nella mia anima assumendola e santificandola". Tuttavia, la Sacra Eucaristia sta lì, continuamente a nostra disposizione, per riempirci di favori spirituali straordinari...

Tutti noi abbiamo capacità e doni, quindi il conseguente obbligo di svilupparli a favore del prossimo, di fare apostolato con nostri simili, in modo che anche loro possano partecipare a questi benefici che riceviamo gratuitamente da Dio. In caso contrario, prenderemo il triste cammino del terzo servo.

Si tratta, dunque, di sacrificare i nostri interessi personali e fare il bene ai fratelli, non mettendoci mai al centro delle attenzioni, che devono essere rivolte unicamente a Dio, a Cui tutto appartiene.

In realtà, il Signore vero, che verrà a riscuotere nel giorno del Giudizio, questo Signore non è partito per un viaggio, ma sta sempre tra noi, e ci accompagna a ogni passo verso l'eternità, aiutandoci in tutte le necessità.

Nel frattempo, se di qualcosa la nostra coscienza ci accusa ora che meditiamo su questa parabola, ricordiamo che in questa manca una figura: la Madre del Signore. Lei sta sempre al nostro fianco, accompagnandoci e perorando la nostra causa davanti al suo Divino Figlio. Chiediamo, dunque, che questa affettuosa Madre ci ottenga, qualunque sia la situazione nella quale ci troviamo, un irresistibile influsso di grazie, in modo da far rendere al massimo i talenti ricevuti.

1 Cfr. SAN TOMMASO D'AQUINO. Somma Teologica, II-II, q.79, a.4, Resp.
2 SAN GIROLAMO. Commentariorum in Evangelium Matthæi, l.4.
3 SAN GREGORIO MAGNO. Homiliarum in Evangelia. l.1, h.9, c.1.
4 FILLION, Louis-Claude. La Sainte Bible commentée. Paris: Letouzey et Ané, 1912, t.VII, pag.164.
5 Cfr. Idem, ibidem.
6 SAN ALFONSO MARIA DE' LIGUORI. Obras Ascéticas. Madrid: BAC, 1956, vol.II, pag.642.
7 SAN GIROLAMO, op. cit., ibidem.
8 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilia 73, c.2. In: Homilias sobre el Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1956, vol.II, pagg.558-559.
9 SANT'AMBROGIO. Expositio Evangelii Secundum Lucam. l.VIII, c.96.
10 SAN TOMMASO D'AQUINO. Somma Teologica, I, q.103, a.6, Resp.
11 SAN GIOVANNI DI AVILA. Obras Completas. Madrid: BAC, 1953, vol.II, pag.289.
12 FERNÁNDEZ, Aurelio. Teologia Moral. Burgos: Aldecoa, 1992, v.I, pag.249.
13 SANT'AGOSTINO. Sermo 94.
14 "Ogni peccato presuppone un grande errore nell'intendimento, senza il quale sarebbe psicologicamente impossibile. [...] È psicologicamente impossibile per l'uomo che la volontà umana si lanci per il possesso di un oggetto se questo non è presentato dall'intendimento come un bene" (ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología moral para seglares. 7.ed. Madrid: BAC, 1996, vol.I, pag.232).
15 FERNÁNDEZ, op. cit., pag.250.
16 SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., c.3.
17 SAN GIROLAMO, op. cit., ibidem.
18 FERNÁNDEZ, op. cit., pag.250.
19 SAN GREGORIO MAGNO, op. cit., c.6.

(Rivista Araldi del Vangelo, Novembre/2011, n. 103. p. 12 - 19)

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