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Catechismo

I falliti che diventarono eroi

Pubblicato 2019/07/22
Autore : Don Thiago de Oliveira Geraldo, EP

A prima vista, la storia di Shackleton e dei suoi uomini si presenta come un interminabile seguito di fallimenti e sofferenze. Tuttavia, analizzandola alla luce della fede, può portare preziosissimi insegnamenti per la nostra vita spirituale.

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1.jpgNell’agosto 1914, dopo sette mesi di estenuanti preparativi, una bella e resistente nave lasciava il porto di Plymouth attrezzata per intraprendere una delle più grandi spedizioni dell’epoca. Il suo nome era Endurance. 1

Era diretta verso una delle regioni più inospitali del pianeta: l’Antartide. Migliaia di chilometri di rotta pericolosa la separavano da questa terra lontana, sempre coperta di neve e dominata da un clima assolutamente ostile alla natura umana. Lì, l’esploratore Sir Ernest Shackleton, accompagnato da un gruppo eterogeneo di ufficiali, scienziati e persino da un fotografo, avrebbe cercato di attraversare il continente sconosciuto da parte a parte, passando per il Polo Sud.

Che cosa spingeva quel valoroso esploratore irlandese, nel fiore dei suoi quarant’anni, a intraprendere un’epopea così pericolosa?

Con gli occhi riposti sopra l’orizzonte

In ogni epoca della storia ci sono persone insoddisfatte della prosaicità della vita quotidiana e che aspirano a realizzare grandiose prodezze. Si direbbe che nel profondo del loro cuore sembri risuonare la voce dello Spirito, ripetendo le parole dell’Apostolo Giovanni: “Non amate né il mondo, né le cose del mondo. […] Il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (I Gv 2, 15.17).

Sir Ernest Shackleton era una di queste. Visse tra il XIX e il XX secolo, epoca delle grandi spedizioni fino ai confini della terra, e apparteneva a quella categoria di uomini che hanno sempre gli occhi riposti sopra l’orizzonte. All’età di sedici anni abbandonò gli studi al Dulwich College di Londra e si imbarcò come mozzo su una barca a vela. Ottenuto il grado di capitano di nave nella marina mercantile, seguì come terzo ufficiale nella Discovery, comandata da Robert Falcon Scott, che partiva con l’obiettivo di raggiungere il Polo Sud.

I gravi problemi sorti in questa spedizione fallimentare non lo scoraggiarono. Nell’agosto 1907 salpava per la seconda volta verso il punto più a sud della Terra, questa volta comandando la sua nave: il Nimrod. Tuttavia, non riuscì nemmeno questa volta a raggiungere la meta desiderata. Quando si trovava a soli centocinquanta chilometri da essa, a 88°23’ di latitudine, fu necessario tornare indietro, lasciando la gloria della conquista del Polo Sud al norvegese Roald Amundsen, che vi sarebbe arrivato nell’ottobre 1911.

Shackleton non era, però, un uomo da rimanere a casa, vicino al caminetto… Poco dopo, organizzò una nuova spedizione, che avrebbe avuto inizio con la partenza dell’Endurance.

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Sir Ernest Shackleton fotografato a bordo dell’“Endurance”
Un annuncio che invita alla sofferenza

Attraversare l’Antartide significava percorrere 2.900 chilometri in condizioni estreme, utilizzando slitte trainate da cani. Era necessario preparare bene la strategia e il terreno.

Shackleton sarebbe partito a bordo dell’Endurance dall’Isola Georgia del Sud, avrebbe attraversato il Mare di Weddell, sarebbe sbarcato nella Baia di Vahsel e lì avrebbe iniziato la sua camminata. Nel frattempo, l’altra nave della spedizione, l’Aurora, avrebbe condotto sei persone fino al Mare di Ross, situato sul lato opposto del continente, per depositare le provviste nel tratto finale del percorso, facilitando così l’arrivo degli esploratori.

Come trovare uomini disposti ad unirsi a una tale impresa? Qualsiasi persona di buon senso si sarebbe resa conto di quanto fosse arrischiato, in quell’epoca, navigare nei mari più pericolosi del mondo e transitare per regioni dove la velocità del vento poteva raggiungere i trecento chilometri all’ora, con temperature estreme fino a 75°C negativi.

Un annuncio di giornale risolse il problema: “Servono uomini per un viaggio rischioso. Salario basso, freddo intenso, lunghi mesi di completa oscurità, pericolo costante, ritorno in sicurezza dubbio. Onore e riconoscimento in caso di successo”. Leggendo queste brevi parole che chiamano alla sofferenza, come non ricordare l’invito sublime pronunciato dal Divino Redentore? “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24).

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, circa cinquemila candidati risposero all’appello di Shackleton. Di loro, solo ventisette avrebbero composto la Spedizione Imperiale Trasantartica, sotto il suo diretto comando; altrettanti avrebbero seguito nella seconda nave, in direzione del Mare di Ross.

Quando la Endurance salpò dall’Inghilterra, lasciava dietro di sé i primi scontri della Prima Guerra Mondiale, dichiarata poco prima in Europa. Il 5 novembre arrivò alla stazione baleniera di Grytviken nell’arcipelago della Georgia del Sud, ultimo punto di contatto con la civiltà prima dell’Antartide. Lì dovettero aspettare per un mese l’occasione opportuna per la partenza.

L’“Endurance” bloccata nel ghiaccio

La mattina del 5 dicembre 1914, la nave levava nuovamente le ancore, iniziando un viaggio che avrebbe fatto perdere agli esploratori ogni contatto con la società per quasi due anni. In un’epoca in cui le comunicazioni via radio davano i loro primi vagiti, essi erano abbandonati al loro destino.

Da quel momento in poi, il cielo, il ghiaccio e il mare sarebbero diventati gli unici testimoni di ciò che sarebbe accaduto. La Provvidenza riservava loro terribili sofferenze, che sarebbero state registrate per sempre nei loro diari personali e immortalati dalla macchina fotografica di Frank Hurley, il fotografo della spedizione.

Dopo cinque settimane di navigazione in direzione sud-sudest, poterono avvistare i pendii ghiacciati della Terra di Coats. L’equipaggio dell’Endurance era comandato da Frank Worsley, un capitano neozelandese incallito, che usava tutta la sua esperienza per aggirare o rompere le banchise di ghiaccio che si opponevano al suo cammino. Tuttavia, gli iceberg erano sempre più grandi; Hurley ne fotografò alcuni alti circa cinquanta metri.

 Quell’estate australe era molto più fredda del previsto. Il ghiaccio cresceva e andò consolidandosi intorno alla nave, fino a lasciarla senza scampo. Nel gennaio 1915, dopo aver percorso 1.500 chilometri attraverso acque piene di iceberg, l’Endurançe fu completamente immobilizzata nel mare di Weddell, a solo un giorno di navigazione dalla sua destinazione.

Shackleton e i suoi uomini fecero enormi sforzi per liberarla. Lavorarono incessantemente, ma invano. Tutti i loro tentativi ebbero come risultato un doloroso fallimento!

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Shackleton in partenza dall’isola Elephant,
verso la Georgia del Sud
“Non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione”

Il 24 febbraio, il capitano ordinò di trasformare la nave in una stazione invernale. Sarebbe stato necessario attendere lì sette mesi fino a che in settembre, con l’arrivo della primavera, il ghiaccio si fosse sciolto.

 Alexander Macklin, uno dei due chirurghi a bordo, scrisse nel suo diario: “Shackleton a questo punto ha messo in mostra uno dei suoi lampi di genuina grandezza. Non ha perso la testa e non ha dato il minimo segno esteriore di delusione; si è limitato a comunicarci, in tutta calma e semplicità, che avremmo dovuto passare l’inverno sul ghiaccio, spiegandoci anche i pericoli e le prospettive che ciò comportava; non ha mai perso il suo ottimismo e si è preparato per l’inverno”.2

Questo atteggiamento ammirevole da vero leader, capace di mantenere uniti e motivati i suoi sottoposti durante la catastrofe, ricorda le parole di San Pietro in una lettera agli eletti: “Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (I Pt 4, 12-13).

Nell’oscurità permanente dell’inverno australe, gli uomini passavano il tempo a riordinare le varie parti della nave, a mettere in scena spettacoli teatrali, ad assistere a intrattenimenti di musica, a conferenze illustrate con diapositive e gare di scacchi, oltre che a lavorare ognuno nella propria specialità. Per tenere alto lo spirito dei suoi uomini, Shackleton promosse un vero e proprio corso di formazione, evitando così che la terribile attesa li facesse impazzire.

Vinti dalla forza della natura

Nel mese di giugno la temperatura si aggirava intorno ai -30°C. Il ghiaccio che circondava la Endurance era penetrato da una calma sinistra. A un certo punto, suoni simili a esplosioni d’artiglieria richiamarono l’attenzione di tutti: a cinquecento metri dalla nave, blocchi di ghiaccio di diverse tonnellate di peso si sovrapponevano gli uni sugli altri sotto la pressione del mare. Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Con l’arrivo della primavera, prima che fosse possibile liberare la nave, grandi blocchi di ghiaccio la investirono, distruggendola completamente. Dopo mesi di lotta per cercare di mantenerla in buone condizioni di navigazione, ottennero solamente un altro fallimento. Il 27 ottobre, Shackleton ordinò di abbandonare la nave.

Un episodio della sera precedente rese evidente ai valenti ed esausti membri dell’equipaggio che le loro forze umane non erano sufficienti ad affrontare la situazione. Un gruppo di otto pinguini imperatore si avvicinò solennemente alla nave e, gettando la testa indietro, emise una sorta di canto funebre che nessuno di quegli esperti esploratori aveva mai sentito.

La paura si impadronì dei loro cuori davanti a una scena così carica di simbolismo che sembrava prefigurare la morte della possente nave che era stata il loro rifugio durante l’inverno antartico. In meno di un mese, si sarebbe coricata sul fondo del Mare di Weddell.

Quegli uomini, così fiduciosi in se stessi, restavano privi di riparo sul mare ghiacciato, esitanti sulla direzione da prendere, equipaggiati soltanto con gli attrezzi rimossi dalla nave prima del suo affondamento. Per sopravvivere in condizioni così estreme, era necessario che si unissero più che mai attorno al loro comandante. Dovevano essere disposti ad accettare i suoi ordini senza dubbi né timori , e a soffrire gli uni per gli altri.

L’Accampamento Pazienza

Con la nave inutilizzata, ma ancora appoggiata sul ghiaccio, Shackleton creò l’Accampamento Abbandono, dove trascorsero le prime tre notti. In seguito identificarono una banchisa nelle vicinanze che sembrava più sicura e vi installarono l’Accampamento Oceanico.

I partecipanti alla spedizione avevano tolto dall’Endurance tre scialuppe di salvataggio, le slitte e le tende che intendevano utilizzare durante la traversata del continente, e tutte le provviste che erano in grado di trasportare. Questo avrebbe permesso loro di sopravvivere per un po’ di tempo, ma che direzione prendere in mezzo a quella pianura ghiacciata?

Cercarono di camminare verso il continente, ma senza successo: le condizioni del terreno che li circondava erano tali che in una settimana poterono percorrere soltanto dodici chilometri. Di fronte all’impossibilità di progredire, Shackleton montò l’Accampamento Pazienza. I cani cominciarono ad essere sacrificati.

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Mentre torna sulla stessa isola alla ricerca
degli ultimi sopravvissuti
Di tanto in tanto, la deriva della banchisa su cui si trovavano la portava relativamente vicina alla terraferma. Il 21 gennaio 1916, erano a duecentocinquanta chilometri dall’isola di Snow Hill e, all’inizio di marzo, a soli cento chilometri dall’isola di Paulet, ma, per raggiungerle, era necessario far sì che le imbarcazioni arrivassero in acque aperte…

Si apre il ghiaccio, si accende la speranza

Dopo quindici mesi imprigionati, il giorno 9 aprile, all’una e mezza del pomeriggio, una crepa nel ghiaccio permise loro di gettare finalmente le loro barche in mare. Una delle destinazioni più plausibili era l’isola Deception a ovest, dove sapevano esserci un deposito di rifornimenti.

Le condizioni di viaggio si presentarono estremamente dure fin dal primo momento. Il 10 aprile il fotografo scrisse nel suo diario: “Ieri, una notte di tensione e ansietà – proprio come la notte della distruzione della nave – mare e vento forti e abbiamo dovuto accostarci a una banchisa isolata e pregare che rimanesse intera fino alla fine della notte. Non ho letteralmente chiuso occhio per quarantotto ore, tutto bagnato fradicio. Infreddolito e infelice, con un duro vento di nord-est che soffiava neve, senza vedere la terra, abbiamo pregato che queste terribili condizioni cessassero”.3

Tuttavia, niente li impressionò quanto un branco di orche che accompagnò le piccole barche per una notte intera, circondandole, come descrive lo stesso Shackleton: “Una pioggia costante e raffiche di neve hanno nascosto le stelle e ci hanno lasciato inzuppati. A volte ombre spettrali delle procellarie passavano proprio vicino a noi, e tutto intorno sentivamo gli slanci delle assassine che emettevano i loro brevi e acuti fischi che ci ricordavano il soffio delle valvole a vapore”.4

Dopo tre giorni di navigazione e remando con tutte le forze controcorrente, non eravamo riusciti ad avanzare di un solo chilometro! Ancor peggio, le correnti ci avevano spinto in senso contrario. Un altro fallimento.

Alla fine, in terraferma!

Era urgente prendere una decisione. Shackleton rinunciò ad avanzare verso ponente e scelse di lanciarsi verso nord alla ricerca dell’isola Elephant. Questo significava allontanarsi dal continente e affrontare le acque agitate dell’Atlantico meridionale, in un momento in cui quasi tutti soffrivano di qualche male e metà degli uomini erano ormai invalidi.

Dopo altri tre giorni di angosciante navigazione in alto mare, i partecipanti alla spedizione raggiunsero il loro obiettivo. Per la prima volta camminarono sulla terraferma, dopo aver trascorso 497 giorni fluttuando sul ghiaccio o sull’acqua.

L’isola, tuttavia, era un luogo inospitale e cupo, al di fuori di qualsiasi rotta marittima. La gente comune avrebbe già perso la speranza di salvare la vita di quegli uomini, ma le anime magnanime non devono piegarsi di fronte alle disgrazie. Questo è ciò che l’Apostolo insegna prima di tessere l’elogio dei grandi eroi dell’Antico Testamento: “Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa. Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà” (Eb 10, 35-37).

L’epopea di Shackleton non era ancora conclusa. Restava di ricondurre alla civiltà i suoi sottoposti, ridotti a quel tempo a poveri stracci umani. A tale scopo, cinque giorni dopo il suo arrivo sull’isola, annunciò un nuovo piano: avrebbero adattato ed equipaggiato una delle tre scialuppe di salvataggio, di appena sei metri di lunghezza, per renderla in grado di navigare fino alla stazione baleniera di Stromness.

Il comandante stesso e altri cinque membri della spedizione avrebbero intrapreso il rischioso ritorno al punto di origine. Nel frattempo, Frank Wild, il luogotenente, avrebbe comandato gli altri ventuno uomini che avrebbero aspettato nell’Isola Elephant. Ora, più di milletrecento chilometri li separavano dall’arcipelago della Georgia del Sud… La missione sembrava impossibile! Tutto faceva supporre un nuovo e ancora più clamoroso fallimento.

Diciassette giorni di tormento in alto mare

I diciassette giorni trascorsi da Shackleton e dai suoi uomini a bordo di quel guscio di noce passato al setaccio dalle furiose acque dell’Atlantico del Sud, furono una successione interminabile di tormenti: venti freddi e taglienti sui vestiti bagnati, pasti frugali in mezzo a enormi sballottamenti, turni ogni quattro ore per occuparsi del timone e delle vele, ondate e tempeste monumentali. Ma nonostante tutto, gli esperti navigatori riuscirono a far sì che quella minuscola barchetta a vela seguisse esattamente la rotta segnata.

4.jpgIl 2 maggio, pensando forse che le sofferenze avessero raggiunto il loro apice, Shackleton aveva preso il timone dell’imbarcazione a mezzanotte. Ad un certo punto, scorse con soddisfazione una linea chiara di cielo aperto. Ma un secondo dopo si rese conto, come racconta lui stesso, che aveva visto non “una striscia di cielo aperto in mezzo alle nuvole, ma la cresta bianca di un’onda monumentale”.5

E aggiunge: “In ventisei anni di esperienza sul mare in tutti i climi, non avevo mai incontrato un’onda così gigantesca. Era un incredibile muro dell’oceano, qualcosa di molto diverso dalle grandi onde coronate di bianco che avevamo affrontato per diversi giorni. E io ho gridato: ‘Per amor di Dio, tenetevi stretti! Ci piomba addosso!’”6 Questa tempesta sarebbe durata altre quarantotto ore, durante le quali Dio non li avrebbe abbandonati.

L’8 maggio, l’acqua dolce era ormai finita sulla barca. Il giorno dopo, tuttavia, quei sei uomini esausti avvistavano la Georgia del Sud. Avevano miracolosamente raggiunto la loro destinazione! Ma vi si avvicinavano dall’altro lato della stazione baleniera; quell’area dell’isola era completamente disabitata.

Mentre cercavano un luogo di sbarco per recuperare le forze, cominciò a formarsi una bufera di neve che presto si trasformò in un potente uragano. Furono nove ore di furiosa tormenta, che minacciava di distruggerli, gettandoli contro le rocce. Più tardi, avrebbero saputo che essa aveva fatto naufragare nelle vicinanze un piroscafo di cinquecento tonnellate!

Un quarto uomo camminava insieme a loro

Il 10 maggio finalmente approdarono. Erano in terraferma e solo trenta chilometri in linea retta li separavano dalla loro meta. Ora, né la barca né l’equipaggio erano in condizioni di percorrere i duecentocinquanta chilometri necessari per fare il giro dell’isola. Restava soltanto una possibilità: scalare le ripide falesie ai piedi delle quali si trovavano e, attraversando montagne e dirupi mai esplorati, raggiungere a piedi la stazione baleniera di Stromness…

Il giorno dopo, Shackleton annunciò il suo nuovo piano. Sarebbe partito accompagnato dal capitano Worsley e da Tom Crean, un gigante irlandese, mentre gli altri tre membri dell’equipaggio della piccola imbarcazione sarebbero rimasti ad aspettare nella baia. Calcolava che la spedizione, per la quale potevano contare solo su trenta metri di corda e una pialla da falegname, sarebbe durata trentasei ore.

Poco tempo dopo, il freddo, l’insicurezza e l’oscurità circondavano nuovamente Shackleton e i suoi due compagni, questa volta non tra le onde dell’oceano, ma in mezzo a picchi e valli selvagge. L’arrivo della notte li aveva sorpresi nel punto più alto di una montagna. Le basse temperature e la mancanza di indumenti adeguati potevano farli morire congelati. Era necessario prendere una decisione rapida.

Come nei precedenti casi, Shackleton scelse di rischiare. Seduti sul ripido pendio di ghiaccio, scivolarono vertiginosamente verso la valle, nascosti dalle tenebre, senza sapere dove sarebbero arrivati... In pochi minuti scesero per più di cinquecento metri, ma la mano di Dio li sostenne.

Shackleton stesso scriverà più tardi che sentiva un quarto uomo che camminava con loro durante questa traversata, e i due compagni confermarono la sua presenza. Come non ricordare qui il noto passo del Libro di Daniele sui tre giovani gettati nella fornace? In esso si legge: “Allora il re Nabucodònosor rimase stupito e alzatosi in fretta si rivolse ai suoi ministri: ‘Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?’. ‘Certo, o re’, risposero. Egli soggiunse: ‘Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dei” (Dn 3, 91-92).

“Nessuno di loro si perse”

Dopo alcune altre peripezie, raggiunsero la loro destinazione: la stazione baleniera di Stromness. Lì furono accolti affettuosamente dai suoi abitanti, i pescatori di balene abituati alle tragedie marittime. Shackleton si ristabilì in fretta e cominciò a pianificare il salvataggio dell’equipaggio.

Fu facile inviare una barca per recuperare i tre uomini che si trovavano dall’altra parte dell’isola, ma gli altri sopravvissuti avrebbero dovuto aspettare ancora quasi quattro mesi fino a che le condizioni meteorologiche consentissero l’accesso all’isola Elephant. Nel frattempo, il fedele luogotenente Wild, ignorando la vicinanza del salvataggio, cercava di mantenere viva la speranza degli uomini e la loro fedeltà al capitano. Tutti i giorni, al momento del risveglio, li invitava a legare e metter via i sacchi per dormire quanto prima, perché avrebbe potuto essere il giorno del ritorno del comandante.

Solamente al quarto tentativo Shackleton riuscì a rivederli. Non appena li avvistò, li contò uno ad uno ad uno: erano tutti vivi! Era un miracolo che nessuno fosse morto dopo aver trascorso ventidue mesi in quelle condizioni, per cui avrebbe potuto benissimo dire a Dio: “Ho conservato quelli che mi hai dato, e nessuno di loro è andato perduto” (cfr. Gv 17, 12).

Ritornati in Inghilterra, molti membri dell’equipaggio di Shackleton, a cominciare da lui, provarono nostalgia per queste sofferenze: “Eravamo ricchi di ricordi. Eravamo penetrati oltre la vernice superficiale delle cose. Noi avevamo ‘sofferto, patito la fame e trionfato, eravamo stati umiliati, ma avevamo visto la gloria ed eravamo cresciuti nella grandezza dell’insieme’. Avevamo visto Dio nei suoi splendori, ascoltato il testo che la natura segue. Avevamo attinto l’anima senza veli dell’uomo”.7

Un cattolico fedele non fallisce mai!

La storia del viaggio di Shackleton non è soltanto una bella avventura composta da una serie di insuccessi. Ha molto da insegnarci, perché riflette il cammino di chi continua a credere anche quando sembrano per questo scomparse tutte le ragioni.

Il cattolico fedele trova nel suo cammino gravi rischi per la sua salvezza. Non mancano i fallimenti e le delusioni; potrà anche sentirsi abbandonato dalla Provvidenza in certi momenti della vita. Ma se chiede l’intercessione della Santissima Vergine e custodisce nel fondo della sua anima la certezza del suo amore, Dio Si servirà di queste disgrazie per farne un eroe della Fede.

Come insegna il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, “a volte la Madonna permette le più grandi sofferenze e le più grandi prove a coloro che ama. Permette che ci sia un’apparenza di sconfitta totale per coloro che Lei vuole far vincere. Esige che coloro che Ella chiama a ciò prendano i frammenti delle vittorie, del precedente edificio che resta loro in mano, li conservino con cura e li trasformino in semi”.8 (Rivista Araldi del Vangelo, Luglio/2019, n. 194, p. 16 - 21)

1 Costruito in Norvegia con le? gno di quercia e pino del bal? tico, l’Endurance era un ve? liero brigantino che aveva an? che un motore mosso a car? bone. Il suo scafo, lungo qua? si quarantaquattro metri, era stato attentamente proget? tato per resistere ai ghiacci dell’Artico e romperli. .2 ALEXANDER, Caroline. Endurance: a legendária expedição de Shackleton à Antártida. São Paulo: Companhia das Letras, 1999, p.61. 3 Idem, p.141. 4 Idem, p.143. 5 Idem, p.172. 6 Idem, ibidem. 7 SHACKLETON, Ernest Henry. South! The Story of Shackleton’s Last Expedition 1914-1917. Bremen: Salzwas? ser, 2010, p.173. 8 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. San Pao? lo, 7 luglio 1973.

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