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Voce del Papa

Un’unica e grandiosa legge

Pubblicato 2019/07/17
Autore : Redazione

Il sacerdozio è fondato sul coraggio di dire sì a un’altra volontà. Conformandoci ad essa e immergendoci in essa, non solo la nostra originalità non sarà annullata, ma, al contrario, entreremo sempre più nella verità del nostro essere.

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Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci presenta un momento significativo del cammino di Gesù, nel quale egli chiede ai discepoli che cosa la gente pensi di lui e come lo giudichino essi stessi. Pietro risponde a nome dei Dodici con una confessione di fede, che si differen? zia in modo sostanziale dall’opinione che la gente ha su Gesù; egli infatti afferma: Tu sei il Cristo di Dio (cfr. Lc 9, 20).

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Ovunque siamo, qualunque cosa facciamo, dobbiamo sempre “rimanere con Lui”

Benedetto XVI impone le mani su uno dei sacerdoti ordinati nella cerimonia del 20 giugno 2010

Dobbiamo sempre “stare con Lui”

Da dove nasce questo atto di fede? Se andiamo all’inizio del bra? no evangelico, constatiamo che la confessione di Pietro è legata ad un momento di preghiera: “Gesù si tro? vava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui”, dice san Luca (cfr. Lc 9, 18).

I discepoli, cioè, vengono coinvol? ti nell’essere e parlare assolutamente unico di Gesù con il Padre. E in tal modo viene loro concesso di vedere il Maestro nell’intimo della sua con? dizione di Figlio, viene loro concesso di vedere ciò che gli altri non vedo? no; dall’“essere con Lui”, dallo “stare con Lui” in preghiera, deriva una co? noscenza che va al di là delle opinioni della gente per giungere all’identi? tà profonda di Gesù, alla verità.

Qui ci viene fornita un’indicazio? ne ben precisa per la vita e la missio? ne del sacerdote: nella preghiera egli è chiamato a riscoprire il volto sempre nuovo del suo Signore e il contenuto più autentico della sua missione. Solamente chi ha un rapporto in? timo con il Signore viene afferrato da Lui, può portarlo agli altri, può essere inviato.

Si tratta di un “rimanere con Lui” che deve accompagnare sempre l’e? sercizio del ministero sacerdotale; deve esserne la parte centrale, anche e soprattutto nei momenti difficili, quando sembra che le “cose da fare” debbano avere la priorità. Ovunque siamo, qualunque cosa facciamo, dobbiamo sempre “rimanere con Lui”.

 Il coraggio di dire sì ad un’altra volontà

Un secondo elemento vorrei sot? tolineare del Vangelo di oggi. Subito dopo la confessione di Pietro, Gesù annuncia la sua passione e risurre? zione e fa seguire a questo annun? cio un insegnamento riguardante il cammino dei discepoli, che è un se? guire Lui, il Crocifisso, seguirlo sulla strada della croce. Ed aggiunge poi – con un’espressione parados? sale – che l’essere discepolo significa “perdere se stesso”, ma per ritro? vare pienamente se stesso (cfr. Lc 9, 22?24).

Cosa significa questo per ogni cri? stiano, ma soprattutto cosa significa per un sacerdote? La sequela, ma po? tremmo tranquillamente dire: il sa? cerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurez? za nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. Chi aspira al sacer? dozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero. Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio suc? cesso sarà sempre schiavo di se stesso e dell’opinione pubblica.

Per essere considerato, dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la ve? rità, riducendosi a condannare do? mani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama vera? mente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso.

Il sacerdozio – ricordiamolo sempre – si fonda sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nel? la consapevolezza, da far cre? scere ogni giorno, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, “immersi” in questa vo? lontà, non solo non sarà can? cellata la nostra originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro mi? nistero.

Un’esperienza di stupore sempre nuova

Carissimi ordinandi, vorrei proporre alla vostra riflessione un terzo pensiero, strettamente legato a quello appena esposto: l’invito di Gesù a “perdere se stesso”, a prendere la croce, richiama il mistero che stiamo celebrando: l’Eucaristia. A voi oggi, con il sacramento dell’Ordine, viene donato di presiedere l’Eucaristia!

A voi è affidato il sacrificio redentore di Cristo, a voi è af? fidato il suo corpo dato e il suo sangue versato. Certo, Gesù of? fre il suo sacrificio, la sua do? nazione d’amore umile e totale alla Chiesa sua Sposa, sulla Croce. E’ su quel legno che il chicco di frumento lasciato cadere dal Padre sul campo del mondo muore per diventare frutto maturo, datore di vita.

Ma, nel disegno di Dio, questa donazione di Cristo viene resa presente nell’Eucaristia grazie a quella potestas sacra che il sacramento dell’Ordine conferisce a voi presbiteri. Quando celebriamo la Santa Messa teniamo nelle nostre mani il pane del Cielo, il pane di Dio, che è Cristo, chicco spezza? to per moltiplicarsi e diventare il vero cibo della vita per il mondo. È qualcosa che non vi può non riempire di intimo stupore, di viva gioia e di immensa gratitudine: ormai l’amore e il dono di Cristo crocifis? so e glorioso passano attraverso le vostre mani, la vostra voce, il vostro cuore! E’ un’esperienza sempre nuova di stupore vedere che nelle mie mani, nella mia voce il Signore realizza questo mistero della Sua presenza!

Come allora non pregare il Signore, perché vi dia una coscienza sempre vigile ed entusiasta di que? sto dono, che è posto al centro del vostro essere preti! Perché vi dia la grazia di saper sperimentare in profondità tutta la bellezza e la forza di questo vostro servizio presbiterale e, nello stesso tempo, la grazia di po? ter vivere questo ministero con coerenza e generosità, ogni giorno. La grazia del presbiterato, che tra poco vi verrà donata, vi collegherà inti? mamente, anzi strutturalmente, all’Eucaristia.

 Diventare sempre più simili a Cristo

Per questo, vi collegherà nel profondo del vostro cuore ai sentimenti di Gesù che ama sino alla fine, sino al dono totale di sé, al suo essere pane moltiplicato per il santo convito dell’unità e della comunione. È questa l’effusione pentecostale dello Spirito Santo, destinata a infiammare il vostro animo con l’amore stesso del Signore Gesù. È un’effusione che, mentre dice l’assoluta gra? tuità del dono, scolpisce dentro il vostro essere una legge indelebile – la legge nuova, una legge che vi spinge ad inserire e a far rifiorire nel tessuto concreto degli atteggiamenti e dei gesti della vostra vita d’ogni gior? no l’amore stesso di donazione di Cristo crocifisso.

Riascoltiamo la voce dell’a? postolo Paolo, anzi in questa voce riconosciamo quella potente dello Spirito Santo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3, 27). Già con il Battesimo, e ora in virtù del Sacramento dell’Ordine, voi vi rivestite di Cristo. Alla cura per la ce? lebrazione eucaristica si accompagni sempre l’impegno per una vita eucaristica, vissuta cioè nell’obbedienza ad un’unica grande legge, quel? la dell’amore che si dona in totalità e serve con umiltà, una vita che la grazia dello Spirito Santo rende sempre più somigliante a quella di Cristo Gesù, Sommo ed eterno Sacerdote, servo di Dio e degli uomini. (Rivista Araldi del Vangelo, Luglio/2019, n. 194, p. 06 - 07) 

Benedetto XVI. Estratto dall’omelia nella Messa di ordinazione presbiterale dei diaconi della Diocesi di Roma, 20/6/2010

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