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Catechismo

Il deserto: scuola delle anime amate da Dio

Pubblicato 2019/06/24
Autore : Suor Luciana Niday Kawahira, EP

Dio Si serve delle avversità e delle difficoltà per avvicinarci al mondo soprannaturale. E se perseveriamo in questa dura traversia, riceveremo il premio concesso solamente alle anime fedeli.

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L’instabilità di un paesaggio che cambia in ogni momento a causa del movimento delle sabbie al soffio del vento; il suolo bruciato da un sole i cui raggi sembrano non conoscere tregua; notti gelide scarsamente illuminate dalla luce della luna; l’ansia di una fontana che calmi la sete, o almeno rinfreschi; la mancanza di forze per camminare; il desiderio di una fresca brezza che incoraggi a continuare la faticosa traiettoria…

L’immagine di un pellegrino che cammina da solo nel deserto evoca le tribolazioni più terribili: le pene di un caldo caustico, le difficoltà a muoversi, la sensazione di isolamento e persino di abbandono… Ma è in questo ambiente desolato che Dio ha formato i santi patriarchi, i profeti e il popolo eletto.

Esempi che riempiono l’anima di coraggio

La Sacra Scrittura mostra gli Ebrei che vagano per quarant’anni nel deserto, alla ricerca della Terra Promessa. Durante questo periodo, guidati dalla fiducia di Mosè e sostenuti dalla fedeltà di Giosuè, poterono assistere ad alcuni dei più grandi prodigi della Storia.

Nella terribile battaglia contro Amalec, le braccia di Mosè, alzate in segno di incessante supplica, ottennero dal Cielo il trionfo del suo popolo (cfr. Es 17, 8-16). Vedere la fede del loro generale e profeta rafforzava in loro la certezza della vittoria in mezzo alla feroce battaglia, rendendo l’esercito ebraico più risoluto e coraggioso!

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Veduta aerea di Wadi Qelt con al centro l’antico Monastero di San Giorgio (Israele)
Se il nostro immaginario pellegrino fosse lì e si imbattesse in questa scena, riguadagnerebbe certamente il coraggio di continuare il suo percorso, confortato dall’esempio di anime che lottano con coraggio in mezzo alla desolazione.

Molto più avanti la Bibbia ci porta la figura di San Giovanni Battista, “la voce che grida nel deserto” (Gv 1, 23), colui a proposito del quale Nostro Signore affermò che “tra i nati di donna non è sorto uno più grande” (Mt 11, 11). Anche lui ebbe la sua traiettoria segnata dalle difficoltà di un deserto più spirituale che materiale.

E se l’esempio del Precursore non bastasse per noi, Gesù stesso volle trascorrere quaranta giorni isolato in digiuno e in preghiera (cfr. Lc 4, 1-13), insegnandoci l’importanza del raccoglimento e della prova per rafforzare lo spirito e acquisire energie per la lotta.

Anche l’anima del nostro pellegrino si riempirebbe di coraggio se, lungo il cammino, gli fosse dato di sentire il profumo emanato dalle impronte dell’Agnello Immolato, che non rifiutò di percorrere le sabbie del deserto. Nel percepire il suo soave profumo, senza dubbio si inginocchierebbe per osculare la polvere calpestata dal Divino Maestro, più preziosa dell’oro, e ringraziarLo per essere stato considerato degno di seguire le sue orme.

Così, l’eroica fiducia dei patriarchi, le cure e l’affetto con cui la Provvidenza ha riempito il popolo ebraico (cfr. Dt 32, 10) e, soprattutto, l’augusta presenza del Divino Pastore riempirebbero di colore l’austero panorama di questo ipotetico pellegrino e conferirebbero significato al suo penoso cammino.

Ognuno di noi attraverserà un deserto

Sono passati i secoli e i millenni, e Dio continua ad istruire i suoi figli, che ora percorrono le vastità di un altro deserto: quello delle prove e delle aridità spirituali. Nessuno è condotto alla “terra promessa”, la Patria Celeste, per un cammino facile, ma per una via piena di ogni genere di difficoltà e contraddizioni.

Come diceva il giusto Giobbe: “Militia est vita hominis super terram – Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra” (7, 1). Attraverso la sofferenza, l’anima umana si purifica e si consolida nella pratica della virtù.

L’esempio dei santi dimostra chiaramente che ognuno di noi, ad un certo momento, è invitato ad attraversare un deserto. Tuttavia, così come la Divina Provvidenza è stata prodiga di doni verso l’umanità nell’Antico Testamento, Essa ci sostiene oggi in ogni momento, per gli infiniti meriti della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, con grazie e benefici incomparabilmente maggiori.

Diceva San Giovanni Maria Vianney: “Il nostro Dio non ci perde di vista, come una madre che veglia sul suo bambino che muove i primi passi”.1

E se il Signore ha liberato i Giudei dalla schiavitù d’Egitto, ci ha liberati dal giogo del demonio e ci ha resi suoi figliuoli adottivi; e se i profeti sono stati inviati loro come mediatori e guide, a noi è stato dato il Figlio di Dio stesso come Salvatore e Redentore.

Attraverso la Santa Chiesa Cattolica, la prodigalità divina ci dona una “rugiada” abbondante e sublime, specialmente attraverso i Sacramenti. Non esitiamo a farvi ricorso quando siamo immersi in difficoltà di qualsiasi specie.

Ineffabile, magnifica e angelica oasi

Per tutti coloro che attraversano aridità e prove, c’è un’oasi ineffabile, magnifica e angelica a poca distanza dalla loro anima: la Sacra Eucaristia. “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7, 37-38).

Chi meglio di Nostro Signore per consolarci e rafforzarci durante le lotte di questa vita? Egli è a nostra disposizione nei tabernacoli e nelle Sante Messe, desideroso di farci del bene, incoraggiandoci e santificandoci.

Quando ci sentiamo in un deserto apparentemente infinito, senza forza e inermi, basta ricorrere a quest’oasi infallibile, il Santissimo Sacramento, e immediatamente la gloria di Dio riempirà il santuario delle nostre anime. Quell’abbandono interiore sarà presto sostituito dalla presenza del nostro Redentore che, assetato di vivere con noi, ci indicherà la via da seguire.

A questo ci invita lo stesso Santo Curato d’Ars con parole piene di unzione: “siamo ancora più felici dei Santi dell’Antico Testamento, perché non solo possediamo Dio per la grandezza della sua immensità, in virtù della quale Egli si trova ovunque, ma Lo abbiamo proprio come fu per nove mesi nel grembo di Maria, proprio come fu sulla Croce. […] Lo possediamo in ogni parrocchia, dove possiamo godere di una tale dolce compagnia”.2

Se però ci allontaniamo da questo Signore che rimane in nostra attesa, busserà alla nostra porta la nostalgia per le “cipolle dell’Egitto”, invitandoci ad abbandonare la via della santità da Lui tracciata. Il rifiuto del Pane degli Angeli, così generosamente inviato per il nostro sostentamento, ci riporta alla schiavitù del peccato…

Non dimentichiamoci mai, pertanto, che Dio Si serve delle disavventure e delle difficoltà affinché ci avviciniamo alla comunione con il mondo soprannaturale. E se persevereremo in questo dura traversia, riceveremo il premio concesso solo alle anime fedeli: penetrare nel Cuore Immacolato di Maria e contemplare l’aurora del suo regno, già su questa terra! (Rivista Araldi del Vangelo, Giugno/2019, n. 193, p. 28 - 29)

1 SAN GIOVANNI BATTISTA MARIA VIANNEY. El Cuerpo y la Sangre de Cristo (Corpus Christi). In: Amor y perdón. Homilías. Madrid: Rialp, 2010, p.238. 2 Idem, p.236.

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