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Spiritualità

Sublime lezione di conformità col dolore

Pubblicato 2019/04/16
Autore : Plinio Corrêa de Oliveira

Gli inenarrabili dolori di Gesù nella Passione ci insegnano a caricare la nostra propria croce. Essi ci invitano a vedere la sofferenza come un cammino necessario per arrivare al Cielo e la forma più elevata di dare gloria a Dio.

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1.jpgÈ una vecchia tradizione mai interrotta tra noi quella di fare in questi giorni della Settimana Santa una conferenza su un passo del Vangelo riguardante la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. E, essendo oggi Giovedì Santo, mi è parso conveniente leggere e commentare alcuni brani della Concordanza dei Santi Vangeli composta da Mons. Duarte Leopoldo e Silva,1 per prepararci alla grande commemorazione che si svolgerà domani: la Morte di Nostro Signore Gesù Cristo sulla Croce e la Redenzione del genere umano.

Cominceremo la lettura nel momento in cui termina l’Ultima Cena e Nostro Signore e gli Apostoli vanno nell’Orto degli Ulivi.

Prospettiva di tragici eventi

Scrive Mons. Duarte: “Dopo queste parole, avendo recitato l’inno di azione di grazie, Gesù esce con i discepoli per andare oltre al torrente Cedron. DirigendoSi al Monte degli Ulivi come d’abitudine, arriva in un luogo detto Getsemani, dove c’è un giardino in cui entra con i suoi discepoli.

“Giungendo in questo luogo, dice loro Gesù: ‘Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare. Pregate anche voi per non entrare in tentazione’”.

Vediamo qui una chiara delimitazione tra la festa d’istituzione dell’Eucaristia, la prima Messa e la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. L’ultima Cena ha un carattere festoso, sul quale si proiettano le ombre e le tristezze dei tragici eventi che seguiranno. Conclusa l’azione di grazie, la festa cessa e Lui inizia allora ad affrontare il dolore, il dramma, la grande lotta. La sua vita è già stata di lotte, ma in quel momento esse raggiungono l’apice, l’apogeo.

Per assaporare bene gli eventi che il Vangelo narra, in questo linguaggio così semplice, dobbiamo immaginare lo stato d’animo di Nostro Signore Gesù Cristo, le disposizioni del suo Sacro Cuore nel corso di questi fatti.

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Nostro Signore Gesù Cristo flagellato Basilica della Madonna del Rosario, Caieiras (Brasile)
Ombre che scendono, chiarori che si accendono

L’Ultima Cena per Lui è triste per due ragioni: in primo luogo perché il Redentore vede la Passione che sarebbe iniziata subito dopo, giacché, evidentemente, Egli ha la conoscenza di tutto.

E’ triste anche a causa della tristissima situazione degli Apostoli. Nella narrazione dell’Ultima Cena appaiono manifestazioni della loro insufficienza e mediocrità. E ciò che deve spezzare il Sacro Cuore di Gesù, trafiggerLo più della lancia di Longino, è l’infedeltà degli Apostoli, l’insuccesso dell’opera che Nostro Signore ha cominciato con loro.

Il Redentore, dando loro la più grande manifestazione del suo amore fino a quel momento, istituendo la Sacra Eucaristia e offrendo Se stesso in comunione con loro, vede quelle anime ricevere questo dono incomparabile con freddezza: San Pietro, magniloquente; Giuda, nelle condizioni abominevoli che non vale la pena menzionare; gli altri Apostoli, che si preparano alla fuga.

C’è quel bellissimo episodio di San Giovanni Evangelista, Discepolo Amato, che appoggia il capo sul petto di Gesù e Gli chiede chi sarebbe stato il traditore; e Nostro Signore, allora, ne indica l’identità. Ora, questo discepolo “che Gesù amava” sarebbe fuggito come gli altri.

In altre parole, le ombre scendono mentre i chiarori della Messa si accendono. E Nostro Signore Gesù Cristo, che conosce tutti i tempi e tutto ciò che sarebbe accaduto, si diletta all’idea della gloria che la Sacra Eucaristia e la Messa avrebbero dato al Padre Eterno, con le adorazioni che Lui avrebbe ricevuto dai Santi e dalle anime elette, fino alla fine del mondo.

Una lotta combattuta nella solitudine

 Tutti questi sentimenti penetrano nel Suo Cuore e costituiscono un chiaroscuro di tristezza e gioia. Ad un certo momento il bagliore si ritira e Nostro Signore entra sempre di più nelle ombre del suo dolore e della sua morte. Ogni passaggio è più tragico dell’altro.

Egli cammina, ma cammina con sicurezza, senza un minuto di distensione, di sollievo – tranne quando riceve l’Angelo che Lo consola e nell’ora in cui vede la Madonna e viene confortato dalla Sua presenza lungo la Via Crucis – giungendo a esclamare in cima al Calvario , al culmine del dolore: “Mio Dio, mio Dio, perché Mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46).

E fino al consummatum est, ossia, fino a che dice “tutto quanto era da soffrire è sofferto”, le ombre diventano sempre più dense per Lui.

Allora, possiamo immaginarLo triste dopo la Cena, che cammina per le vie di Gerusalemme con gli Apostoli, in direzione del Getsemani, dove comincia la sua agonia – agonia, in greco, vuol dire lotta; gli atleti erano chiamati agonisti, perché lottavano nell’arena –, ossia, la grande lotta che Lui affronterà da solo. E la solitudine è una delle Sue tragedie durante la Passione, fino al momento in cui Maria Santissima appare.

Nostro Signore Si isola, perché sente che nessuno è degno di stare vicino a Lui in quest’ora, e dice agli Apostoli sonnolenti e indifferenti: “Sedetevi qui, mentre vado là a pregare. Pregate anche voi per non cadere in tentazione”.

Quando Egli Si allontana, gli Apostoli invece di chiederGli “Signore, perché Ti isoli?” o “Signore, non hai bisogno di me?”, cominciano a vacillare, e la tragedia dell’anima di Gesù ormai si fa sentire.

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L’Ultima Cena, del Beato Angelico - Museo di San Marco, Firenze
Travolto da una tristezza mortale

Continua Mons. Duarte: “Quindi, prendendo con Sé Pietro e i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, comincia a sentire paura e angoscia, e cade nella tristezza e nello sconforto. ‘La Mia Anima è triste da morire’, Egli confida loro. ‘Restate qui e vegliate con me’”.

Nostro Signore vuole che questi Apostoli restino vicino a Lui, mentre lascia gli altri indietro, e in una maggiore intimità spiega loro: “La Mia Anima è triste da morire”. In seguito chiede loro: “Vegliate”, ossia, “Restate svegli con Me. Voglio avere il conforto della vostra presenza e della vostra compassione, mentre sto passando per questo dolore così grande”.

E la concordanza aggiunge: “Andando un po’ più avanti, Si allontanò da loro a una distanza di un lancio di pietra, Si prostrò con la faccia a terra e cominciò a pregare affinché, se fosse stato possibile, si allontanasse da Lui quell’ora”.

Pensiamo al Santo Sudario di Torino: quello sguardo, quella maestà di Nostro Signore. Cosa avrà significato, per chi avesse un po’ di anima, vedere quella fronte in cui era riassunta tutta la gloria dell’universo, quello sguardo che sintetizzava, in grado eccelso, con inimmaginabile superiorità, la santità possibile in tutte le anime di tutti i tempi, l’intelligenza, la forza, la bontà, insomma, tutte le qualità; contemplare quel volto, lo specchio più perfetto di Dio, che mai era stato creato!

Possiamo immaginare Nostro Signore – un uomo alto –, con una tunica bianca, in una notte forse al chiaro di luna, con le ombre dell’alboreto a creare un chiaroscuro. Come doveva essere toccante vedere questo uomo maestoso interamente solo… All’improvviso, una grande figura bianca che si china e pone il suo volto per terra! Allora, il Re di ogni gloria prega prostrato, sopraffatto da una tristezza che Lo prende fino alla morte.

“Si faccia la tua volontà e non la mia”

Ed Egli dice nella sua preghiera, che gli Apostoli odono per poi poter raccontare e lasciare così consegnate per l’eternità, queste parole memorabili: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

È la preghiera più dolce e, allo stesso tempo, più forte che forse si sia fatta in tutta la terra.

Più dolce perché, pur vedendo che il Padre Eterno vuole il tormento, il Suo martirio, e che Lo prenderà come vittima, Gesù Si presenta pieno d’amore e Lo tratta come “Padre Mio”, le parole più soavi con cui una persona possa rivolgersi a un’altra.

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Nostro Signore Gesù Cristo nell’Orto degli Ulivi - Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, New Orleans (Stati Uniti)
“Padre Mio”, dice come uno che geme! Sa che soffrirà quel tormento, necessario secondo i disegni di Dio, per la sua gloria. E Gesù, nella sua umiltà santissima, come abbandonato, separato dalla sua divinità, resta in quelle tenebre. La Sua natura umana chiede: “Se è possibile evitare questo tormento, allontanalo”. Come chi dice: “È così grande il peso del dolore, che sono indotto a chiederTi: per misericordia, non esiste un modo per allontanarlo?”

Ma subito dopo Nostro Signore aggiunge: “Se non è possibile, si faccia la tua volontà e non la mia”. Vediamo, allora, oltre all’affetto, la forza: “Non essendo possibile, anche se non ce la faccio e non ho risorse, Io comincerò; perché non esiste cosa che Io non sia disposto a intraprendere pur di fare la tua volontà. Sono l’Uomo forte per eccellenza, schiacciato, spezzato, annientato. Sono, comunque, disposto a lottare fino alla fine. MandaMi la tua forza, che farò la tua volontà”.

È, pertanto, una sottomissione completa, un’obbedienza totale, un atto d’amore senza alcuna rivolta, e senza la sensazione che Dio non sarà misericordioso con Lui; vede la misericordia anche nel momento in cui essa sembrerebbe impossibile.

C’è qui un mistero. Dio Padre non avrebbe potuto accettare una goccia di Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, e così redimere gli uomini?

Realmente, una goccia del Sangue di Cristo ha un valore infinito. E i teologi dicono che semplicemente il Sangue che Egli versò nella circoncisione sarebbe stato non solo sufficiente, ma sovrabbondante, per riscattare il genere umano. Tuttavia, c’era un disegno di Dio, per noi misterioso, secondo il quale era necessario quell’enormità di tormenti.

Il colloquio dell’Uomo Dio con il Padre Eterno, così tragico, ma allo stesso tempo così intimo, ci svela qualcosa delle relazioni tra i due. Si vede che, per qualche motivo, il Padre e Lui stesso, in quanto Seconda Persona della Santissima Trinità, non vollero rendere questo possibile. Ci è stato concesso così di conoscere un po’ di questa comunione, e questo poco è di una sublimità straordinaria.

Ogni uomo deve caricare la sua croce

Gesù volle che gli uomini vedessero tutta la Sua sofferenza, di modo che ognuno di noi avesse il coraggio di sopportare la propria sofferenza. Se l’Uomo-Dio fosse passato attraverso la terra e avesse sofferto un po’, versando una piccola goccia di sangue, saremmo stati redenti. Ma sarebbe mancata la lezione di conformità al dolore, di accettazione della sofferenza come apice dell’esistenza. Il dolore non può essere considerato un disastro, una tragedia, qualcosa che non si comprende e non dovrebbe succedere. Al contrario, esso è il cammino necessario affinché l’uomo arrivi dove deve arrivare, la strada che lo conduce alla sua destinazione finale.

Ognuno di noi è nato per portare una croce, passare per un Orto degli Ulivi, bere un calice e avere le sue ore di agonia, nelle quali dice a Dio Nostro Signore: “Padre mio, se possibile, allontana da me questo calice, ma si faccia la tua volontà e non la mia”.

L’idea che l’uomo sia nato per dare gloria a Dio, prima di tutto soffrendo, questa idea base, fondamentale nella formazione del vero cattolico, non la avremmo se non fosse presentata dal più sublime e travolgente degli esempi, che è Nostro Signore Gesù Cristo che muore in Croce.

Vediamo qui un contrasto con lo spirito moderno, secondo il quale la finalità dell’uomo sulla terra è quella di avere successo, salute, arricchirsi, godere la vita e morire molto tardi, quando non ci sia più rimedio. E, durante tutta l’esistenza, garantire la maggior quota possibile di sicurezza, in modo tale che, non la sofferenza, ma la paura della sofferenza non lo assalga. Questa visione è pagana per essenza. Calcolare la vita così è calcolarla alla maniera di un pagano. La formazione cattolica prepara le persone alla sofferenza, poiché è fondata su Nostro Signore Gesù Cristo, la cui vita fu centrata in questa ora suprema del dolore.

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Religiose nella Via Crucis Museo di Arte Religiosa,
Puebla (Messico)
Come consideriamo le sofferenze della nostra vita?

Questo porta a chiederci come consideriamo le sofferenze della nostra vita, di cui la più grande, senza dubbio alcuno, è la nostra stessa santificazione. Ogni seria santificazione causa sofferenza, e molta sofferenza. E se qualcuno mi dice che non soffre, vorrei chiedergli, immediatamente: “Allora non ti santifichi?” Perché non c’è santificazione che non sia accompagnata da dolore.

Mirando alla nostra santificazione, dobbiamo fare domande come le seguenti:

Combattiamo gli impulsi che, in conseguenza del peccato originale e delle nostre cattive azioni, esistono dentro di noi? Come facciamo, non solo a reprimere questi impulsi cattivi, ma a praticare le virtù che si oppongono a loro?

Accettiamo i nostri limiti di intelligenza, di ordine fisico o sociale, come: mancanza di posizione, fortuna, attrattiva? Ci sono persone che non hanno attrattiva, con le quali agli altri non piace avere relazioni; passano davanti a loro e, al massimo, le salutano. Esistono anche le persone molto divertenti, cercate in tutto il mondo per divertirsi con loro e che ci sollecitano a fare pagliacciate. Come accettiamo la necessità di resistere a questa sollecitazione?

E’ veramente serio solo chi vuole caricare la propria croce

Per tutto questo, ognuno possiede la sua croce. E Nostro Signore Gesù Cristo ci mostra il ruolo fondamentale della sofferenza. Una delle ragioni per cui non fu possibile al Padre Eterno ascoltare la preghiera di Gesù fu perché gli uomini avessero questo esempio.

Quando Napoleone era nella fase ascendente della sua carriera, prima ancora di diventare un imperatore, un adulatore gli disse: “Generale Bonaparte, perché non vi fate proclamare dio?”

Gli antichi eroi romani e quelli dell’antichità in generale, quando raggiungevano l’estremo del loro trionfo e della loro vanagloria, finivano per essere divinizzati. Egli guardò verso il soggetto che gli stava di fronte e diede questa risposta travolgente: “Dopo Gesù Cristo, c’è un solo modo di essere considerati seriamente come un dio: salire sul Calvario e farsi crocifiggere. Io non sono disposto a farlo”.

L’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo fu così profondo che nessun candidato alla divinità fu mai preso sul serio, perché solo la croce è seria, e solo gli uomini che vogliono portarla sono veramente seri. Pertanto, dobbiamo amare la nostra croce e ricavarci del tempo per meditare sull’argomento. (Rivista Araldi del Vangelo, Aprile/2019, n. 191, p. 26-30)

Estratto, con piccoli adattamenti, dalla rivista “Dr. Plinio”. São Paulo. Anno XIII. N.145 (aprile, 2010); p.14-19

1 Cfr. LEOPOLDO E SILVA, Duarte. Concordância dos Santos Evangelhos. 3.ed. San Paolo: Ave-Maria, 1940, p.365-368.

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