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Spiritualità

La virtù della fede: fondamento delle grandi opere

Pubblicato 2019/04/16
Autore : Suor Daniela Maria Moreira Duarte da Silva, EP

Chi si unisce a Dio per mezzo della fede, partecipa in qualche modo al potere divino e diventa, in un certo senso, forte quanto Dio stesso.

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La nostra vita su questa terra di esilio può essere giustamente paragonata a una barca che percorre l’immenso mare. Durante la bonaccia scivola dolcemente sulle acque tranquille. In altri momenti, però, un forte vento inizia a soffiare, le onde si scuotono e il cielo si oscura. Qualche istante dopo, scoppia una tempesta sulla fragile imbarcazione. È giunto il momento delle prove, delle difficoltà e dei drammi.

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Nave nel mezzo della tempesta, di Thomas Buttersworth
Navigare in acque agitate non presuppone, tuttavia, una tragedia per chi ha fede. La pratica di questa virtù teologale ci porta a considerare gli ostacoli che sorgono nel nostro pellegrinaggio in questa valle di lacrime non come un motivo di tristezza, ma come un pegno del premio eterno.

Ora, qual è esattamente la virtù della fede?

In cosa consiste la virtù della fede

Nel Sacramento del Battesimo sono infusi nella nostra anima, insieme alla grazia santificante che ci rende veri figli di Dio, le virtù e i doni, i quali conferiscono dinamismo al nostro organismo soprannaturale, dandoci la capacità di fare il bene ed evitare il male in forma meritoria agli occhi di Dio.

La disposizione stabile ad agire bene si chiama virtù. Consiste nella costante ripetizione degli atti che ci portano a vivere rettamente, in contrapposizione al vizio, che è l’abitudine al male.

Se acquisite con l’esercizio e il perfezionamento dei doni umani, sviluppate con lo sforzo della volontà e agendo su una attitudine specifica, le virtù si chiamano naturali; ma quando è Dio stesso che le infonde nelle nostre anime, esse vengono qualificate come soprannaturali, perché hanno Lui stesso come fonte e punto di riferimento.

Tra le virtù infuse ci sono quelle chiamate teologali – fede, speranza e carità –, le quali, come il nome indica, ci portano a conoscere e amare Dio. Essenzialmente soprannaturali, oltre a essere doni divini, si rivolgono al Creatore nei loro atti. Sono la guida interiore dell’uomo, e lo rendono capace delle attività soprannaturali che dovranno raggiungere la loro pienezza in Cielo, e si sviluppano ogni giorno con l’esercizio che gli viene dato, con l’aiuto della grazia.

San Tommaso d’Aquino afferma che la fede è la prima tra le virtù perché è per tramite suo che il nostro fine ultimo, il Creatore, arriva a essere da noi inteso. Infatti, “la conoscenza naturale non può raggiungere Dio, in quanto oggetto della beatitudine, al quale tendono la speranza e la carità”.1

La fede costituisce anche la porta per la quale entrano le altre virtù ed è in funzione di questa che si crede a ciò che la grazia mostra in un modo alquanto oscuro, abilitando l’uomo a dare il suo fermo assenso alla Rivelazione.

Assomiglia a una facoltà uditiva spirituale, che ci permette di ascoltare le armonie del Regno dei Cieli e, in qualche modo, la voce di Dio, ancor prima di essere ammessi alla visione beatifica, conferendo all’esistenza umana una prospettiva soprannaturale.

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Nostro Signore placa il mare Chiesa di San Pietro Bordeaux (Francia)
Ci fa partecipare all’onnipotenza divina

I miracoli realizzati da Nostro Signore Gesù Cristo durante la sua vita terrena erano condizionati dal fatto che chiunque se ne beneficiasse sarebbe stato in grado di contemplarli in questa prospettiva soprannaturale. Per questo, il Divino Maestro dice al cieco di Gerico: “Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato” (Lc 18, 42).

In senso contrario, Egli rimprovera agli Apostoli di possedere una visione naturalistica della vita e dei fatti, pervasa da criteri puramente umani, e li esorta: “In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt 17, 20).

Commentando questo passaggio del Vangelo, Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP, afferma: “La fede è, infatti, capace di spostare montagne, perché dietro ad essa c’è il potere di Dio, e quando uno si unisce alla forza divina con la robustezza di una così preziosa virtù, diventa forte quanto Dio stesso”.2 Ossia, la fede ci fa partecipare all’onnipotenza divina.

Antidoto straordinario contro le tentazioni

Inoltre, questa virtù orienta l’intelletto alla verità e, unendosi alla carità, dispone la volontà a un buon fine, come insegna il dottor Angelico: “Mentre con la fede l’intelletto è determinato alla verità, la fede si ordina a un certo bene. Inoltre, mentre la fede è formata dalla carità, è anche ordinata per il bene, come oggetto della volontà”.3

In questo modo, la fede è un antidoto straordinario contro le tentazioni che provengono dal demonio, dal mondo o dalla carne. Se il demonio ci tenta a non osservare i Comandamenti, con la fede crediamo che c’è un solo Signore e Legislatore, cui dobbiamo obbedire. Se il mondo ci seduce con una prosperità illegittima o ci intimorisce con le avversità, crediamo che Dio ricompensi le sofferenze dei buoni e castighi i cattivi. Se la carne ci pungola con piaceri momentanei, crediamo che questa vita sia fugace, e se saremo fedeli, godremo della felicità eterna.

Indispensabili sono le prove, le sofferenze e le contraddizioni per la santificazione dell’uomo, perché fanno sì che la fede rinvigorisca e generi un’opera di perfezione. Tutto quello che ci succede è permesso dalla Provvidenza al fine di “segnare in noi il momento culminante in cui Dio, o il demonio, diventa vincitore nel campo di battaglia interiore dell’anima”.4

Dobbiamo, infatti, chiedere al Padre che ci renda “fortes in fide” (1 Pt 5, 9), poiché questa virtù infonde coraggio e riempie lo spirito di entusiasmo. Essa “è l’unguento per tutti i nostri dolori, è il coraggio e la gioia in mezzo alle sofferenze di questo grande deserto – l’esistenza nell’esilio terreno –, finché raggiungeremo un giorno la felicità eterna nella gloria celeste”.5

Credere nell’ora dell’insensibilità

Crescere nella virtù della fede conduce a una fiducia incrollabile. L’abbandono nelle mani di Dio e la rassegnazione alla sua volontà sono la testimonianza più eloquente della presenza di questa virtù.

Questo non significa, tuttavia, che chi la pratica non passi per periodi di insensibilità, nei quali è assalito da afflizioni, insicurezze e incertezze. Come afferma l’Apostolo, in questa vita “camminiamo nella fede e non ancora in visione” (2 Cor 5, 7).

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San Paolo Apostolo Basilica di San Patrizio, Montreal (Canada)
Anche le anime più sante attraversano queste prove, e forse l’esempio più paradigmatico è stata la grande Santa Giovanna d’Arco. A partire da un certo momento si sentì abbandonata dalle luci soprannaturali che l’accompagnavano, ma alcuni momenti prima della sua morte sul rogo, nel mezzo della tragedia della condanna ingiusta e tormentata dal dubbio, gridò da dentro le fiamme: “Le voci non hanno mentito!”6

Lei lasciava un messaggio supremo agli uomini: nell’ora dell’apparente abbandono da parte di Dio, si deve avere in fondo all’anima la fede che le voci della grazia non mentono mai! “Questo è il motivo per cui nessuno può dubitare della fede. Dobbiamo credere di più nelle verità della fede che nelle cose che vediamo, perché la vista dell’uomo può fallire, ma la scienza di Dio è sempre infallibile”.7

Fondamento delle grandi opere

Fede e carità sono virtù inseparabili. Chi crede in Dio si sa amato, sostenuto e accompagnato dal suo infinito amore. La fede offre anche una meta alla nostra speranza.

“La fede è il fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.” (Eb 11, 1-3), scrive San Paolo ai suoi compatrioti, dopo aver ricevuto dal Redentore le più sublimi rivelazioni.

Nella coniugazione di queste tre virtù teologali, che, come abbiamo visto, ci collocano in una prospettiva divina, l’uomo diventa capace di grandi opere, come un po’ più avanti insegna ancora San Paolo, ricordando le grandi figure dell’Antico Testamento: “Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora. Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio” (Eb 11, 4-5).

E aggiunge: “Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s’accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano. Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede” (Eb 11, 6-7).

Essendo la sua epistola diretta agli ebrei, San Paolo si sofferma molto in particolare sul patriarca del popolo eletto: “Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede anche Sara, sebbene non più in età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare” (Eb 11, 8-12).

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Santa Teresa d’Avila Chiesa della Madonna della Gloria, Juiz de Fora (Brasile)
Anime piene di fede

Nel Nuovo Testamento non ci mancano esempi di pratica di questa mirabile virtù. Fin dalla fondazione della Chiesa, Dio ha sempre scelto anime elette affinché, piene di fede, contrassegnassero la Storia con le loro opere. Una di queste anime è stata Santa Teresa d’Avila, una grande e mirabile dama che brillò nel firmamento della Chiesa nel XVI secolo. Dopo aver riformato il Carmelo, fece di ognuno dei conventi da lei fondato un baluardo di fede, abitato da cuori incendiati nella carità.

Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, anch’egli edificò la sua opera nella fede, robusta e logicamente radicata nella più pura dottrina. Ciò gli permise di rinvigorire il fervore all’interno della Chiesa, in un’epoca segnata dal protestantesimo e dalla frivolezza rinascimentale.

Potremmo qui discorrere di altre innumerevoli anime che ci hanno dato la loro più nobile testimonianza di fede, ma questo varcherebbe i limiti di questo articolo. Custodiamo questi nomi pieni di gloria e attingiamo un prezioso insegnamento dai loro esempi: chi vuole fare grandi opere, deve cominciare rafforzando la propria fede.

In questa vita passeggera, nella quale le opere non sono che una scala per l’eternità, segna la Storia chi crede e agisce in funzione della fede, poiché chi agisce appena, senza fede, scompare con la polvere del tempo. (Rivista Araldi del Vangelo, Aprile/2019, n. 191, p. 22-25)

1 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.4, a.7. 2 CLÁ DIAS, EP, João Scognamiglio. Come affrontare le delusioni? In: L’inedito sui Vangeli. Città del Vaticano-São Paulo: LEV; Lumen Sapientiæ, 2012, vol.VI, p.395. 3 SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., a.5, ad 1. 4 CLÁ DIAS, op. cit., p.400. 5 Idem, p.401. 6 BOURRE, Jean-Paul. Guerrier du rêve. Paris: Belles Lettres, 2003, p.240. 7 SAN TOMMASO D’AQUINO. Exposição sobre o Credo. Introdução. 5.ed. São Paulo: Loyola, 2002, p.21. 

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