Nel cuore dell’uomo, l’iscrizione di Dio

Pubblicato 2011/01/24
Autore: Don Joshua Alexander Sequeira, EP

oglio parlarle di un caso, lettore, che certamente le è familiare. Riferendoglielo, desidero richiamare l'attenzione su un importante insegnamento che vi è contenuto, sul quale poche volte riflettiamo

Ogni bambino nasce con un'innata capacità di distinguere il bene dal male. Si tratta di una "tendenza naturale" chiamata sinderesi nella tradizione
filosofica e teologica, e confermata da esperienze
scientifiche recenti.

01.jpgDon Joshua Alexander Sequeira, EP

Voglio parlarle di un caso, lettore, che certamente le è familiare. Riferendoglielo, desidero richiamare l'attenzione su un importante insegnamento che vi è contenuto, sul quale poche volte riflettiamo. Insomma, come dicono i saggi, le grandi verità molte volte sono nascoste nelle realtà più comuni.

Immaginiamo la cucina di una casa dove la mamma termina di preparare una torta, cospargendovi sopra confetti. Nel frattempo, il figlioletto segue ogni suo gesto, affascinato dai colori e dal delizioso aroma che si diffonde in casa. Conclusa l'operazione, lei ripone in frigorifero il dolce e raccomanda:

- Ora devo uscire, tu non toccare questa torta, perché è per il compleanno di tuo fratello!

Il piccolo scuote affermativamente il capo. Di lì a poco si trova solo in casa. Gioca un po' in giardino, ma il suo pensiero rimane altrove: non resiste e si incammina verso il frigorifero, soltanto per guardare... Alla fine, passa il ditino sulla saporita copertura per assaggiare... poi finisce per servirsi lautamente del dolce: oltre ad alcuni confetti, non trascura di verificare la qualità della pasta e poi torna in giardino, lasciando in tutti gli angoli dolciastre ed ingenue impronte digitali.

Quando la mamma ritorna, subito nota i "segni del misfatto".

- Sei stato tu?! - chiede.

- No, non sono stato io! - risponde il figlio.

- Non stai mentendo? - indaga la madre ed il piccolo subito arrossisce.

Chi gli ha insegnato che non si può mentire? Nessuno... Alla sua tenera età, non ha ancora nemmeno frequentato le lezioni di Catechismo, neppure conosce il significato della parola "mentire". Eppure, il suo rossore costituisce la miglior prova che lui ha compreso la malvagità di una bugia, semplicemente venendovi a contatto.

Un inizio della morale nell'anima umana

Le Sacre Scritture, la tradizione e la filosofia indicano infatti l'esistenza di una qualità dell'anima umana che intuisce i primi principi morali, fin dai barlumi dell'uso della ragione, rendendola capace di orientarsi con efficacia sulla via della retta condotta. In questo senso, è significativo l'ammonimento di San Paolo ai Romani: "Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono" (Rm 2, 14-15).

Commentando il Libro della Genesi, San Giovanni Crisostomo fa notare come i nostri progenitori discernessero già la moralità dei loro atti: dopo aver peccato, Adamo e Eva si nascondono da Dio. Caino, mascherando la sua vera intenzione quando invita Abele ad andare con lui nel campo, rivela anche lui di non ignorare la malizia dell'atto che aveva premeditato di praticare: il primo omicidio. Proprio come fecero i suoi genitori, quando venne interrogato finge di ignorare il suo crimine. Pertanto, già nei primordi della società, ancor senza possedere lettere, profeti o giudici, tutti conoscevano i loro doveri morali.1

Ricerche scientifiche lo confermano

Affinché la nostra riflessione non permanga circoscritta ai tempi immemorabili, sarà interessante analizzare i contributi offerti da studi moderni. Un'equipe di scienziati del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Yale (Connecticut, USA), diretta dal Prof. Paul Bloom, sta realizzando ricerche i cui risultati, visti da molti come una scoperta inedita - in un certo senso, di fatto lo sono -, corroborano il magistero multisecolare della Chiesa, e "contraddicono quanto è stato insegnato per decenni a schiere di laureandi in psicologia". 2

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l'80% dei bambini si manifestano a
favore del triangolo amico

Riunendo gruppi di bebè dai 6 ai 10 mesi - molto prima, pertanto, dell'uso della ragione -, gli esperti hanno presentato loro la seguente situazione: un pallone di un cartone animato che tenta di scalare una ripida collina. Per due volte cade senza raggiungere la meta, ma la terza è aiutato da un triangolo e raggiunge finalmente la cima. Presto la scena si ripete con una variante: per altre due volte la palla cerca di salire la collina, senza riuscirci, mentre la terza, invece di ricevere aiuto, un quadrato la spinge verso il basso. Interessati, i bambini seguono lo svolgersi della trama e reagiscono in modo sorprendente: l'80% si manifestano a favore del triangolo amico e rifiutano il quadrato malevolo.

Proseguendo nelle esperienze, gli psicologi hanno presentato un cane giocattolo che tenta di aprire una scatola. Si avvicina a lui un orsacchiotto di peluche e gli offre un aiuto, ma giunge un altro orso, si siede sulla scatola e impedisce l'operazione. La grande maggioranza dei bambini, quando è stimolata ad eleggere uno dei due, sceglie l'orso servizievole. In un terzo scenario, c'è in scena un coniglio ladro che ruba la palla di un gatto, mentre un altro la restituisce. In questo caso, i bambini di cinque mesi scelgono il coniglio benefattore, alcuni un po' più grandicelli prendono l'iniziativa di picchiare quello cattivo.

Approfondimenti rigorosi fatti a partire da queste constatazioni, dimostrano che i bambini distinguono azioni sociali come intrinsecamente buone o cattive e attribuiscono buone e cattive qualità a chi le pratica, vedendole come originate da predicati essenziali e intrinseci (e non superficiali o estrinseci) dell'agente.

La cosa più significativa, però, si è verificata quando bambini di otto mesi hanno dovuto scegliere tra giochi che premiavano o punivano il coniglio benefico e quello malvagio. Quando si è trattato del ‘buon' coniglio, la scelta infantile si è indirizzata verso il giocattolo che lo aveva premiato; ma, nel caso del malvagio, i bambini hanno preferito quello che lo castigava, nonostante la predilezione generalizzata per atti buoni negli altri esperimenti. Si potrebbe affermare che erano bambini giustizieri!3

"Evidentemente, molti aspetti di un sistema morale pienamente sviluppato sono fuori dalla portata di bambini che ancora non parlano. [...] Le nostre scoperte indicano che gli esseri umani si coinvolgono nella valutazione sociale in una fase di sviluppo molto anteriore a quanto si pensava precedentemente e sostengono l'opinione che la capacità di valutare gli individui a partire dalle loro interazioni sociali è universale e non appresa",4 concludono Bloom e il suo gruppo.

Slancio verso la rettitudine e la giustizia

Siamo quindi di fronte ad un'abitudine innata dell'anima umana che precede e prepara in modo spontaneo il giudizio della coscienza, costituendo il punto di partenza su cui si costruirà l'edificio della moralità.5

Ampiamente studiato dalla Scolastica, questo habitus si chiama sinderesi, e fu definito da Papa Paolo VI come una "tendenza naturale" che guida lo spirito alla "risorsa interiore a principi innati relativi all'agire umano, i quali oltrepassano i limiti della sfera soggettiva e si rivolgono all'origine dell'attività cosciente".6 Glossando San Tommaso, l'allora Cardinale Ratzinger la definì nel 1991 come "un'intima ripugnanza per il male e un'intima attrazione per il bene".7

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I bambini di cinque mesi scelgono
il coniglio benefattore
Fotogrammi del video diffuso da
New York Times nella sua pagina web

San Tommaso d'Aquino ci parla con maestria a questo proposito nelle Questioni disputate - Sulla verità, dove chiarisce l'essenza e necessità della sinderesi: "Di conseguenza, affinché sia possibile la rettitudine negli atti umani, deve esserci un principio permanente di incrollabile integrità, in relazione al quale tutti gli atti umani siano esaminati, di modo che questo principio permanente resista ad ogni male e rafforzi ogni bene. Questa è la sinderesi, il cui ruolo è ammonire contro l'errore e inclinare al bene".8

In altre parole, l'abitudine della sinderesi ci permette una trasformazione rapida e precisa dei primi principi che disciplinano gli atti morali, come l'esempio della torta e le esperienze con i bambini. Ogni individuo la possiede per il semplice fatto di essere razionale; nel periodo precedente al pieno uso della ragione, egli agisce nella medesima indeterminatezza in cui agisce la propria ragione; e in quello posteriore, conduce al fulcro della verità morale, rendendo possibile alla coscienza l'espressione di un parere ed offrendo le condizioni perché questo sia vero.

Ne possiamo dedurre senza sforzo che esiste nell'uomo uno slancio verso la rettitudine e la giustizia, che gli è naturale quanto l'aria che respira o i colori che osserva.

La sinderesi non è un'attitudine acquisita, perché - anche se non si nasce con idee latenti, che conosceremmo senza sapere, come pretendevano Socrate e Platone - portiamo sin dalla culla questo timbro indelebile che ci porta alla intuizione dei principi primi. Eppure, è noto che la sinderesi non ci offre principi espliciti e formulati, rendendosi indispensabile, per tale motivo, spiegare i termini che costituiscono i principi, attraverso il contatto sperimentale con la realtà concreta: i bambini di cui sopra, per esempio, non reagirebbero come abbiamo visto, senza il confronto con il comportamento dei pupazzi, ma sarà a partire da constatazioni come quelle che, all'età della ragione, saranno plasmati tutti i criteri morali che guideranno il corso della loro esistenza.

Sinderesi e coscienza

Per quanto l'aiuto potente della sinderesi ci accompagni in ogni momento, toccherà sempre all'uomo la deliberazione sui suoi atti particolari, e qui emerge il ruolo svolto dalla coscienza.

Don Victorino Rodríguez, OP, ha definito la coscienza come "un giudizio dettato dalla stessa ragione, che si basa sui principi della moralità, sulla liceità o illiceità di quanto l'uomo concretamente ha fatto, sta facendo o farà".9 In una parola, la sinderesi indica il principio universale che sarà applicato dalla coscienza all'atto concreto, per questo il tomismo non qualifica quest'ultima come un'abitudine e nemmeno una potenza, ma un atto, un giudizio.10 Così, la sinderesi indica sempre che la bugia è illecita, ma è la coscienza che deve applicare questo principio a circostanze particolari, come l'apparire bene davanti agli altri, l'evitare un castigo o il proteggere la reputazione altrui.

Sebbene sia una funzione primaria e propria della coscienza giudicare l'atto che si esegue nel presente, in un determinato momento e luogo, essa può anche analizzare avvenimenti del passato, come conformi o non conformi ai principi della moralità o creare un senso di responsabilità morale in relazione a qualcosa che sarà fatto. Tre episodi biblici ce ne danno esempio.

Quando venne fatta alla casta Susanna una proposta indecorosa da due anziani del popolo (cfr. Dn 13, 20), le venne in mente nel medesimo istante la chiarissima nozione che quell'atto fosse contrario alla Legge di Dio. La sua reazione, lodevole per l'integrità dell'opzione, indica una fedeltà alla coscienza concomitante, che comanda, proibisce o permette l'atto nel momento che viene praticato: "Preferisco cadere, senza colpa alcuna, nelle vostre mani, che peccare contro il Signore" (Dn 13, 23), rispose lei.

Distinto fu il caso in cui il Divino Maestro, in risposta ai farisei che chiedevano la punizione dell'adultera, disse: "Chi tra voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei!" (Gv 8, 7). E cominciò a tracciare nella sabbia iscrizioni misteriose che misero in fuga gli accusatori: "A queste parole, sentendosi accusati dalla loro stessa coscienza, essi si ritirarono uno per uno, fino all'ultimo, a cominciare dai più anziani" (Gv 8, 9). Era la coscienza conseguente - che approva, accusa o scusa l'atto già praticato - a recriminare loro l'errore abbracciato da lungo tempo.

Già nell'eroica epopea raccontata dal Primo Libro dei Maccabei, quando giunge alle orecchie del popolo ebreo il decreto del re Antioco, che ordinava a tutti l'abbandono della religione del Dio vivo, Mattatia e i suoi decidono di non prevaricare: "Molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi immondi , e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi" (I Mc 1, 62). Ora, questa scelta precedette di molto il giorno in cui furono chiamati a sacrificare davanti a tutti, cosa che significava una deliberazione della coscienza antecedente, la quale comanda, proibisce o permette un atto futuro.

Vediamo così quanto coscienza e sinderesi siano intimamente intrecciate. Tuttavia, una grande differenza si interpone tra le due. La seconda è infallibile: allo stesso modo in cui il principio di contraddizione ci fissa nella certezza che un uomo non è un albero né un uccello, la sinderesi sempre ci dirà che il furto è un male, come anche l'omicidio, lo spergiuro e gli altri vizi. La coscienza, al contrario, è passibile di errore, poiché essa può emettere il suo giudizio coniugando un falso principio particolare - per ignoranza o colpa - al principio universale della sinderesi o può anche applicare questo inadeguatamente al caso specifico. Comunque sia, tutti hanno l'obbligo di lavorare per correggere gli errori della coscienza morale, frutti della debolezza umana dopo il Peccato Originale o dell'ambiente sociale.11

Perché l'uomo fa il male che non vuole?

Sergio Hollmann
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San Paolo - Portico degli Apostoli,
Cattedrale di Notre Dame, Parigi

Sappiamo quanto l'intelletto umano possieda una mirabile coesione: non ci piacciono menzogne, falsità o inganni. Ci sentiamo disgustati quando scopriamo una simulazione e, soprattutto, quando assistiamo ad un'iniquità. D'altro canto, vibriamo di entusiasmo davanti alla proclamazione della giustizia, o davanti a un audace atto in difesa del bene. Il "non ti è lecito!" (Mc 6, 18) con cui San Giovanni Battista si è scagliato contro Erode, o l'intrepido grido di Mattatia: "Non ascolteremo gli ordini del re per deviare dalla nostra religione a destra o a sinistra" (I Mc 2, 22), suscitano in noi esclamazioni di giubilo, perché esprimono in forma paradigmatica quello che sentiamo esser la recta ratio, la retta ragione.

Queste reazioni sono frutto della sinderesi, la quale, come afferma il Dottor Angelico, non potrà mai esser distrutta.12 Al contrario, essa continua ad esistere anche per i condannati alle pene eterne, essendo "causa primaria di quel ‘verme roditore' di cui ci parla il Vangelo (Mc 9, 34). Non è altro che una perpetua accusa e rimorso per i peccati commessi, che tormenta la coscienza di quegli infelici".13

C'è, pertanto, nella natura umana una fondamentale e ontologica aspirazione al bene, della quale il vizio non fa parte, poiché esso "non è naturale, ma è il frutto di atti umani".14 Sorge qui una domanda cruciale, ripetuta da persone di tutte le generazioni, e in apparenza sempre nuova, nonostante sia tanto antica: perché scegliamo l'errore? Perché agiamo tante volte in maniera riprovevole?

In uno sfogo, San Paolo sembra voler tradurre questa perplessità del genere umano dicendo: "C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rm 7, 18b-19).

Bene apparente e bene reale

Dopo l'entrata del peccato nella Storia, con la caduta dei nostri progenitori, l'uomo divenne propenso a praticare una specie di pseudobene, che diletta le cattive inclinazioni dell'anima decaduta mantenendo, nel contempo, l'apparenza di rettitudine. Senza questa apparenza, la pratica del peccato sarebbe inconcepibile, poiché "è psicologicamente impossibile per l'uomo che la volontà umana si getti verso il possesso di un oggetto se questo non è presentato dall'intendimento come un bene".15

In che forma può l'uomo confondere il bene apparente con quello reale? La maniera in cui l'intendimento cade in questo grande errore - fondamento di ogni peccato - è descritta in modo particolareggiato da padre Royo Marín quando tratta della "psicologia del peccato".

Nell'apprezzare il valore di un oggetto creato, spiega il teologo domenicano, l'intelligenza può ingannarsi facilmente considerando certi aspetti di questo oggetto lusinghieri per una qualche parte dell'insieme umano, mentre vede, d'altro canto, che lo stesso oggetto presenta anche aspetti rigettabili, per esempio, dal punto di vista morale.

Tra i due estremi, l'intelligenza resta in dubbio. Se essa riesce a prescindere dal "chiasso delle passioni", presenterà questo oggetto alla volontà come qualcosa di sconveniente e questa lo rigetterà con energia e prontezza. "Ma se l'intelligenza smette di prestare attenzione a quelle ragioni di sconvenienza e si fissa sempre più sugli aspetti lusinghieri per la passione, giungerà il momento in cui prevarrà in lui l'apprezzamento erroneo che, in fin dei conti, è preferibile nelle attuali circostanze accettare quell'oggetto che si presenta tanto seduttore. Chiudendo gli occhi sull'aspetto morale, presenterà alla volontà quell'oggetto peccaminoso come un vero bene, cioè, come qualcosa degno di esser desiderato.[...] L'intelligenza, offuscata dalle passioni, sarà incorsa nell'errore fatale di confondere un bene apparente con un bene reale".16

In questa prospettiva, per esempio, l'uomo sarà portato a mentire per "evitare un male maggiore", a rubare per "equilibrare ricchezze" o a commettere un assassinio per "difendere il bene comune della nazione"...

"Senza di Me, non potete far nulla"

Con piena ragione, il Cardinale Ratzinger affermava: "Il cammino elevato e arduo che conduce alla verità e al bene non è una via comoda. Esso sfida l'uomo".17 A questo proposito, San Tommaso insegna: "Nello stato di corruzione, l'uomo sbaglia in quello che gli è possibile per la sua natura, a tal punto che egli non può più con le sue forze naturali realizzare totalmente il bene conforme alla sua natura. Tuttavia, il peccato non ha corrotto totalmente la natura umana al punto da privarla di tutto il bene che le è naturale. [...] Egli [l'uomo] sembra un infermo che può ancora eseguire da solo alcuni movimenti, ma non può muoversi perfettamente come uno in buona salute, fino a che non ottenga la guarigione con l'aiuto della medicina".18

Questo unguento soprannaturale è la grazia divina. Senza di lei, secondo l'espressione di padre Philipon, "un abisso insormontabile separa la creatura dal suo Creatore",19 e l'uomo si vede abbandonato alla propria debolezza, nel dilemma tra il bene desiderato e le sollecitazioni della concupiscenza. La grazia "è un ausilio dato da Dio all'uomo per farlo volere ciò che è buono e agire bene",20 senza la cui assistenza diventa chimerica la piena fedeltà alla sinderesi, e impossibile la familiarità con Dio.

Quando meditiamo sulla Santa Cena e riflettiamo sulle parole di Gesù: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15, 5), chissà che non misuriamo l'estensione di questo "nulla", e il senso stretto in cui deve essere inteso. La pienezza della libertà riservata ad ognuno di noi non sarà mai raggiunta senza che il Redentore ci protegga nell'intimo del nostro essere e ci conduca, Egli stesso - sempre con l'assenso della nostra volontà -, a tutte le forme di bene.

Gustavo Kralj
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La pienezza della libertà riservata ad ognuno di noi non sarà mai raggiunta
senza che il Redentore ci protegga nell'intimo del nostro essere
"Santa Cena" - Basilica di Notre-Dame, Montréal

Sotto l'influsso della grazia, comincia a seccarsi il pantano dell'errore e diventiamo capaci di dirigere le nostre azioni conformemente ai criteri più nobili, perché essi cominciano a piacerci più delle sollecitazioni inferiori. Nasce la forza per compiere i buoni propositi, si acquietano le passioni, la fomes peccati smette di esser dominatrice e si stabilisce un'armonia simile a quella che possedeva il nostro padre Adamo nel Paradiso. L'Apostolo delle Genti, avendo supplicato il Divino Maestro che lo liberasse "dallo stimolo della carne", ricevette la più consolante delle promesse: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (II Cor 12, 9).

La voce dell'integrità

Nella meravigliosa traiettoria dei suoi venti secoli di esistenza, la Santa Chiesa è stata trasmettitrice della grazia e educatrice dei popoli. Fedele ai disegni del suo Fondatore, ha saputo portare al mondo intero la salutare medicina dei Sacramenti e curare a fondo la natura umana ferita dal peccato. Sotto la sua influenza, è fiorita la vera moralità.

Oggi, però, forse più che mai, numerosi dei nostri coetanei sembrano impegnati a percorrere vie ben diverse, trascinando un immenso numero di anime a cercare nelle pratiche più riprovevoli e peccaminose la felicità che queste non gli possono dare. In alcune società, addirittura, sembrano venir soffocate le legittime aspirazioni dell'anima umana per alimentarla con un veleno di morte, le cui deplorevoli conseguenze tutti possiamo confermare.

È il momento di non dimenticare che nel cuore dell'uomo palpiteranno sempre sante aspirazioni e l'inestinguibile desiderio di trovare in questa vita riflessi dell'eterna beatitudine e chiedersi come rinvigorirli o farli rinascere.

Quando Papa Giovanni Paolo II lanciava dalla Cattedra di Pietro il grido: "La Chiesa ha bisogno di santi!", 21 lo faceva sapendo che l'esempio dei giusti è il più potente mezzo per suscitare nelle anime il senso morale addormentato. Infatti la mera presenza di un beato è una potente voce capace di raggiungere, senza retoriche o argomentazioni, la zona più profonda del cuore umano.

Desiderando santità e cercando di camminare verso la perfezione, possiamo star certi, pertanto, che la testimonianza viva della nostra integrità sarà un efficace strumento per liberare e rafforzare nelle anime il senso morale intorpidito dal relativismo del mondo moderno. Questo conferisce un grandioso senso alla nostra vita cristiana!

1 Cfr. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia XII sopra le statue. PG 49, 131-134
2 BLOOM, Paul. The Moral Life of Babies. In: The New York Times Magazine, 9/5/2010, pag. MM44: www.nytimes. com.
3 Idem. I video di alcuni testi sono accessibili nello stesso sito citato sopra.
4 Hamlin, J. Kiley; WYNN Karen; BLOOM Paul. Social evaluation by preverbal infants. In: Nature. London, 2007, v.450, pag.558-559.
5 San Tommaso chiama la sinderesi di "un costume naturale speciale" (SAN TOMMASO D'AQUINO. Summa Teologica, I, q.79, art.12, resp.); una disposizione interiore innata, che attua come un habitus: "L'habitus dei primi principi, che si chiama sinderesi" (Idem, I, q.79, a.13, ad 3.). Sui costumi, la loro natura, distinzione, possibilità di perdita e diminuzione, San Tommaso tratta con profondità nella Summa Teologica, I-II, q.49-54.
6 PAULO VI. Udienza Generale, 13/7/1977.
7 RATZINGER, Joseph. Elogio della coscienza: il brindisi del Cardinale In: Il Sabato, 16/3/1991, pag.83-91.
8 SAN TOMMASO D'AQUINO. De Veritate. q.16, a.2, sol.
9 RODRÍGUEZ Y RODRÍGUEZ, OP, Victorino. Temas-clave de humanismo cristiano. Madrid: Speiro, 1984, pag.134.
10 ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología Moral para seglares. 7.ed. Madrid: BAC, 1996, v.I, pag.157.
11 Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1793.
12 "In un atto particolare, il giudizio universale della sinderesi è distrutto quando uno sceglie di peccare. Perché in questa scelta, la forza della concupiscenza, o di un'altra passione, assorbe tanto la ragione che il giudizio universale della sinderesi non è applicato all'atto particolare. Ma questo non distrugge la sinderesi nel suo insieme, ma solo in un certo senso. Pertanto, assolutamente parlando, concludiamo che la sinderesi non è mai distrutta" (SAN TOMMASO D'AQUINO. De Veritate. q.16, a.3, resp.). Vedere anche Scriptum super sententiis, l.2, Dist.39, q.3. a.1.
13 ROYO MARÍN, op. cit., pag.159.
14 MONGILLO, OP, Dalmazio. In: Suma Teológica. São Paulo: Loyola, 2005, v. IV, pag.289.
15 ROYO MARÍN, op. cit., pag.232.
16 Idem, pag. 233.
17 RATZINGER, op. cit.
18 SAN TOMMASO D'AQUINO. Summa Teologica, I-II, q.109, a.2, resp.
19 PHILIPON, OP, Marie Michel. Los dones del Espíritu Santo. 2.ed. Madrid: Palabra, 1985, pag.251.
20 NICOLAS, OP, Jean- Hervé. In: Suma Teológica. São Paulo: Loyola, 2005, v.IV, pag.839.
21 Mensagem para a XX Jornada Mundial da Juventude, 6/8/2004.

(Rivista Araldi del Vangelo , Gennaio / 2011, n. 93, p. 18 - 23)