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Gesù Cristo

L’incontro con il Sacro Cuore di Gesù

Pubblicato 2018/06/06
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Ammirando la bellezza di un monumento, una vetrata o un organo, il piccolo Plinio cercava avidamente l’archetipo dal quale fluiva tutta questa bellezza. E lo incontrò in tenera età mentre contemplava una statua del Sacro Cuore di Gesù.

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Collezione privata; Plinio a 4 anni, a Parigi
Quante moltitudini incontrarono il Divino Maestro che camminava nelle piazze o per le strette strade di Gerusalemme e Cafarnao, prodigando miracoli e guarendo i malati col semplice contatto con l’orlo del suo mantello! 

Gli Apostoli, senza dubbio, furono i più privilegiati, poiché vissero tre anni con Nostro Signore Gesù Cristo e assistettero alle situazioni più emozionanti, vedendoLo camminare sopra le acque, moltiplicare i pani e i pesci, predicare alle folle, resuscitare il figlio della vedova, guarire dieci lebbrosi insieme, liberare i posseduti dai demoni, assolvere l’adultera e confondere i farisei, perdonare i peccati al paralitico e ordinargli che si alzasse, prendesse il proprio lettuccio e se ne andasse… Lo ammirarono quando, pieno di collera, intrecciò una frusta ed scacciò i mercanti dal Tempio, rovesciando i banchi dei cambiavalute e sparpagliando il denaro per terra. O, ancora, Lo contemplarono, nell’intimità, mentre pranzava in casa di Lazzaro, o stava con loro da solo presso il Mare della Galilea e dormiva nella barca, non dando alcuna importanza al fatto di doversi accontentare di un cuscino usato da pescatori. E dopo, nella tempesta… quando placava i venti e il mare con una sola parola.

Quella convivenza intensa causava in loro allo stesso tempo stupore, ammirazione, un certo timore, una grande fiducia! Vedevano Dio? No. Vedevano un Uomo che non aveva personalità umana, poiché era lo stesso Verbo, la Luce del mondo, che “Si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

San Giovanni, già nei versetti iniziali della sua prima epistola, afferma: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi” (1, 1-3).

Gli Apostoli, e specialmente San Giovanni, ebbero questa esperienza di approssimarsi a Dio, toccarlo, sentire le Sue mani appoggiarsi sulle loro spalle e ricevere l’influsso di grazie che da Lui proveniva.

Comunque, ciò che al Discepolo Amato fu rivelato quasi duemila anni fa, un bambino lo vide nel momento in cui varcò le porte del Santuario del Sacro Cuore di Gesù, a San Paolo, e per la prima volta i suoi occhi si soffermarono sulla statua del Salvatore. Ci troviamo di fronte, pertanto, a uno degli spettacoli più belli della nostra epoca: la storia di questo bambino completamente fuori del comune, Plinio Corrêa de Oliveira, che non vide Nostro Signore come tanti in Israele, ma poté conoscerLo secoli dopo che Egli era nato, vissuto e morto in Croce, guardando una statua!

E, parlando a proposito del Sacro Cuore di Gesù, il Dr. Plinio spiegava con impressionante proprietà quello che “aveva veduto e udito”, come avremo modo di vedere nel corso di questo articolo.

“È Lui che cercavo!”

 A cinque anni di età, avendo conosciuto il papà, la mamma, gli zii, la governante e molte altre persone, aveva già fatto una graduatoria, rendendosi conto della gerarchia esistente tra le anime: “Questo è diverso da quello. Quello potrebbe essere il prototipo di questo perché è più di questo, ma non è completo neppure lui…” A un certo punto, avido nella ricerca dell’archetipo, si pose il problema: “Chi è in cima alla graduatoria? Dov’è il pinnacolo che rappresenta tutto il resto? Perché io vedo il bene nella mamma, vedo qualità negli altri, ma tutto questo da dove sgorga?”.

Poi, ammirando la bellezza di un monumento, un mobile, un vaso, una vetrata, un organo, diceva fra sé e sé: “Questi oggetti sono molto belli, ma deve esserci un punto da dove tutto parte. Dov’è l’‘archetipia’?”

Egli ottenne la risposta quando si approssimò alla statua del Sacro Cuore di Gesù posta sull’altare laterale sinistro nella parte anteriore della Chiesa omonima a San Paolo. Si può dire che lì avvenne il fiat lux, la scintilla iniziale, già effettiva e non solo affettiva, della sua unione con Nostro Signore.

E siccome, a causa del discernimento degli spiriti e del profondo dono di contemplazione di cui la Provvidenza lo aveva dotato, vedeva più le anime che i volti, non riconobbe subito la scultura, ma prima penetrò nell’Anima del Divino Salvatore. Ecco che lì stava la sintesi, il modello più elevato che riuniva tutta la bontà e la verità che egli vedeva nelle altre anime, tutte le bellezze sparse intorno a lui! Le virtù che le persone avrebbero dovuto avere e non avevano, o che alcune possedevano in forma incompleta, trovavano il loro unum in Nostro Signore Gesù Cristo. I palazzi, le cattedrali, gli organi, le vetrate, insomma, tutte le altre cose che ammirava, presentavano un nesso logico con Lui perché si spiegavano solo in funzione di Lui, ed erano coerenti e armonizzate intorno a Lui. Allora egli concluse: “Ah, qui sta l’ archetipo dell’umanità e di tutto quello che esiste, il punto monarchico di tutto l’universo materiale e spirituale creato! È proprio Lui che cercavo!”

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Gesù e i suoi discepoli nel lago di Gennesaret,
di Carl Wilhelm Friedrich Oesterley 
Un discernimento profondo di chi è e di come è Nostro Signore

Non si tratta di affermare che la statua si animasse, ma di sottolineare il fatto che Plinio aveva distinto l’Anima che corrispondeva a quella figura. Con il passare degli anni, si rese poi conto che la stessa configurazione della statua era inferiore a quello che vedeva, poiché era accaduto che, come faceva con molti altri oggetti, la “‘archetipizzava’ involontariamente per effetto dell’innocenza”.1 Così, il segreto non era in quell’opera di gesso ideata da un artista, ma in una grazia di contemplazione infusa che gli mostrava chi era Nostro Signore.

Per apprezzare bene il valore e la sostanza delle spiegazioni del Dr. Plinio e trarne maggior profitto, sarà utile considerare la dottrina classica della Chiesa sulla contemplazione, nella quale agiscono i doni dello Spirito Santo, in particolare quello della sapienza, applicandola poi al caso concreto del Dr. Plinio.

“Dai diversi articoli di San Tommaso su questa questione, si può concludere che la contemplazione è una visione semplice e intuitiva di Dio e delle cose divine che proviene dall’amore e tende all’amore”.2

È d’impatto l’espressione “visione semplice e intuitiva”, perché significa che si tratta di una percezione diretta, che non viene dal ragionamento ma dall’amore, grazie alla quale si sentono le cose soprannaturali.

“È Dio che chiama l’anima alla contemplazione: infatti, tutti i mistici sono unanimi nel sostenere che questa è un dono essenzialmente gratuito. […] È Egli solo, effettivamente, che pone l’anima nello stato passivo o mistico, impadronendosi delle sue facoltà per operare in esse e attraverso esse, con il libero consenso della volontà; è una specie di possessione divina; e, siccome Dio è il sovrano signore dei suoi doni, interviene quando e come vuole”.3

Pertanto, è Dio che prende l’iniziativa, elevando l’anima con questa esperienza interiore, senza tuttavia toglierle la libertà. Occorre sottolinearlo sempre: dato che esiste il libero arbitrio, l’anima potrebbe rifiutare quella grazia.

Nel caso di Plinio, Dio Si impadronì della sua intelligenza e della sua volontà subito, nella prima infanzia, e infatti questa “possessione divina”, per usare le fortissime parole del teologo francese, è quanto si percepisce nelle fotografie di lui da piccolo. Vediamo ora, attraverso il suo stesso racconto, come accadde tutto ciò:

“Le grazie che ricevetti da piccolo nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù furono, nonostante io fossi bambino, come una visione di chi Egli è e di come Egli è, e pertanto furono molto, molto profonde. E in quanto conseguenza di una visione che poi mi avrebbe fatto crescere con le spiegazioni, furono grazie di una profondità tale che, salvo un fenomeno della vita mistica che non ho avuto, dubito che avrei potuto conoscere, da bambino, più di quello che ho conosciuto”.

Dio volle manifestarSi a Plinio come a Mosè nel roveto ardente, ma con la particolarità che questa visione, frutto della sua vita mistica, lo accompagnò sempre. Non ci fu alcun momento, né nell’aridità né nella consolazione, in cui egli si approssimasse a quella statua per pregare e non vedesse l’Anima di Nostro Signore. Era là… in permanenza. E alla fine della vita terrena, egli partì per l’eternità con lo stesso discernimento…

Analizzando la mentalità di Nostro Signore Gesù Cristo

Che cosa vedeva Plinio in quell’Anima? Sapeva che si trattava dell’Uomo-Dio, poiché Donna Lucilia glielo aveva spiegato con chiarezza, ma la nozione teologica gli rimaneva un po’ oscura. Tuttavia quella convinzione bastava per le sue riflessioni di bambino e a partire da lì egli applicava il discernimento degli spiriti e il dono della sapienza in Nostro Signore per fare un’analisi psicologica di Lui e descrivere la Sua mentalità:

“Egli era di un’elevazione assolutamente sublime di pensieri e di vie, grazie alla quale i criteri con cui considerava tutte le cose erano di una superiorità che lasciava qualsiasi altra persona senza alcun parallelo possibile. Egli era, da subito, a un’altezza irraggiungibile per l’uomo”.

Il primo elogio a Nostro Signore che esce spontaneo dalle labbra di Plinio riguarda l’“elevazione di pensieri”. Infatti, queste alte considerazioni che arrivava a discernere in così tenera età erano un aspetto che lo attraeva molto. E anche l’elevazione “di vie”, ossia, la virtù praticata con un amore intero, come non ne può esistere uno maggiore, il pinnacolo dei pinnacoli. Continua il Dr. Plinio:

 “Guardando a Lui come Uomo, si comprendeva ciò che nell’Uomo risplendeva di divino. Infatti, io capivo che quell’elevazione era insita in Dio e che la Sua umanità stava in un’attitudine permanente di contemplazione e adorazione della Sua stessa divinità e delle tre Persone della Santissima Trinità”.

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Interno del Santuario del Sacro Cuore di Gesù, a San Paolo (Brasile)
È un’affermazione che fa quasi paura, se consideriamo che erano le impressioni di un bambino: Gesù, perfetto nella sua umanità, con intelligenza, volontà e sensibilità, riflette la Santissima Trinità attraverso la voce, lo sguardo e il portamento e allo stesso tempo presta un atto di adorazione permanente a Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo.

Chiamato dalla Provvidenza a contemplare l’“architettura” dell’ordine dell’universo, Plinio cercava innanzitutto di farsi un’idea del tutto di Nostro Signore, nelle sue reversibilità. Egli percepiva che le più svariate virtù, apparentemente contrarie, si coniugavano nella Sua Anima e si trasformavano le une nelle altre, centrate in un equilibrio armonico:

“Dal punto più profondo dal quale Lo avrei potuto comprendere, percepivo un’elevazione prodigiosa, che aveva la caratteristica di una fusione armoniosa, a livello indicibilmente alto, delle virtù più opposte. Per esempio, una forza incomparabile e una bontà anch’essa incomparabile. Una severità inflessibile e un perdono di una dolcezza infinita. Una superiorità divina, ma allo stesso tempo una possibilità di scendere non solo fino all’ultima persona, ma fino anche a un cagnolino. Sono sicuro che se un cagnolino si fosse avvicinato, Egli Se ne sarebbe rallegrato e avrebbe fatto un bene all’animale. Un potere di tranquillizzare e, d’altro lato, di muovere alla lotta e alla battaglia! Immaginate tutto ciò che si unisce e forma un’armonia. In quest’armonia ci sarebbe ciò che di meglio il mio sguardo poteva raggiungere nella Sua natura umana come trasparenza della divinità”.

“Io non ero in grado di spiegarlo pienamente, ma avevo in mente con molta chiarezza che riunire virtù così diverse è al di sopra della capacità umana e che chi le conciliava in un tale grado di perfezione e in modo profondamente armonioso non poteva che essere Dio!”

“Com’è amico dell’ordine universale!”

C’era, tuttavia, un punto dell’Anima di Nostro Signore nel quale tutte queste luci convergevano, incantando il piccolo Plinio, poiché esso era come un sole per le altre virtù. Lì egli sentiva la peculiare consonanza della sua anima con quella del Signore Gesù, trovando la pienezza sostanziale di quello che era stato specificamente chiamato a rispecchiare, cioè l’ordine dell’universo, e al suo interno soprattutto la saggia grandezza:

“Qual è questo punto? Mi piace immaginare che sia una grandezza che contiene tutte le profondità della Sua perfezione. Così che Egli è grandissimo nella sapienza a considerare tutta la creazione e quello che potremmo chiamare il punto alfa della creazione, il punto più alto, che in ultima analisi è Lui stesso. Perché Egli è UomoDio e in quanto Dio è infinitamente al di sopra della creazione; ma in quanto Uomo è il punto più alto di tutta la creazione. Allora, come vederlo? Egli è la sapienza, con una serietà infinita, che guarda tutte le cose nei loro aspetti più alti e più profondi, nell’ordine che hanno tra loro, e le ama perché sono così, perché devono essere così”.

E, con una reazione di meraviglia, concludeva:

“Oh! Oh! Com’è amico dell’ordine universale! Com’è coerente con l’ordine universale! Egli ama tutte le cose nel loro ordine proprio e nell’aspetto più bello che esse possono dare di se stesse. E con che affetto le ama! […] Egli è affine con tutto ciò che è retto e con tutto ciò in cui non c’è peccato”.

Elevazione di pensieri, bontà, grandezza, serietà, ordine universale… Apprendeva tutto questo in un volo di intuizione. Questa sua visione di Nostro Signore Gesù Cristo era così ricca che, davanti alla sua distinzione e nobiltà, Lo considerava non solo come Dio, ma persino come un aristocratico:

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Statua che presiede
la navata laterale del Santuario
 “Io passavo dinanzi alla statua del Sacro Cuore di Gesù, nobile, in piedi, sorridente, […] guardavo e dicevo: ‘Com’è bello! […] Se un giorno volessi analizzare l’idea di bellezza, verrei qui a guardare il Suo volto, perché Egli soltanto è bello. Nient’altro è così bello. Questo è il modello: è un bello più dell’anima che del corpo. Eppure, che Corpo! E dietro a quel Corpo, che Anima!’”

“Tutte le regole dell’estetica dell’universo sono contenute nel Suo volto! […] Non si può concepire che Egli non fosse bellissimo! Ma questo è il vetro attraverso cui tutto il resto si vede in modo molto più alto, con una bellezza d’anima e un modo di essere straordinario. Per esempio, io ho la certezza che in Lui si presentavano, in una lucentezza perfetta e reversibile, lo splendore del ragionamento e la perfezione dell’intuizione. E in un modo tanto armonico che non lo si può nemmeno immaginare”.

“D’altro lato, molto distinto, fine, regale. Non perché abbia l’abitudine di comandare, né perché gli altri riconoscano in Lui abitualmente questo diritto di comando, ma regale in essenza. Indipendentemente da quello che gli altri credano o non credano, vogliano o non vogliano, Egli è Re!”

 Il Dr. Plinio arrivava a fare una correlazione tra la pulizia della tunica e l’Anima. Si percepisce, ancora una volta, che egli contemplava molto più di ciò che in una visione comune si potrebbe scorgere, poiché quello che egli affermava non si deduce a partire da una statua:

“Egli era presentato con un manto di un colore che mi attira oltremodo, il rosso, con una discreta bordatura dorata che sembrava indispensabile alla Sua grandezza. Senza oro, Egli non avrebbe saputo onorare la Sua grandezza come doveva. E la coscienza che Egli aveva della Sua grandezza era una cosa che m’incantava. La tunica dava l’idea che fosse sempre pulitissimo, senza macchia alcuna, né nell’Anima, né nell’abbigliamento. Questa pulizia si manifestava ancora più nel Suo Corpo, che non solo non aveva nulla di sporco o di malato, ma sembrava emettere luce. Poi le Sue buone maniere: quanta distinzione nel suo portamento, quanto si vede la persona bene educata nel modo in cui tiene in mano il cuore, quanto la posizione della testa è quella di chi ha avuto una buona formazione, quanto la barba è ben curata ma senza civetteria; che suprema aristocraticità naturale nei capelli! Si ha l’impressione che non pensi ai capelli, ma non c’è un ricciolo, non c’è un filo che non sia interamente al suo posto, per dare un’idea perfetta di Lui stesso”.

Lo scambio di cuori con Nostro Signore

Ora, discernendo l’Anima di Nostro Signore Gesù Cristo in quella statua, poteva forse non amarlo? È evidente che nel momento in cui ebbe quella conoscenza intellettuale, Plinio aderì, amò e si consegnò interamente a Lui! Le labbra umane non riescono a esprimere l’amore di chi ha avuto un’esperienza mistica del Bene Supremo; è indicibile, ineffabile. Continua la sua narrazione:

“A mano a mano che vedevo, […] con l’intuizione di un bambino, sentivo che tutto ciò mi impregnava, da fuori a dentro. In altre parole, queste cose non avevano la loro sorgente in me, ma era Lui che me le comunicava. E da lì il desiderio evidente di unirmi a Lui. Non solo di unirmi, ma di abitare in Lui!”

Plinio era trasformato da queste grazie mistiche e non ne intralciò mai gli effetti sulla sua anima. Probabilmente si verificò un fenomeno per cui Nostro Signore quasi chiedeva licenza al cuoricino del bambino e gli diceva nel suo intimo: “Figliolo mio molto amato, Io ti ho scelto per essere il riflesso dell’ordine dell’universo creato, dentro il quale ci sono anch’Io; che il tuo cuore faccia posto al mio, perché Io voglio ora abitare dentro di te”.

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Il Plinio ad Águas da Prata, nel 1920 circa 
Conclusione: Plinio fece uno scambio di cuori con Gesù. Non in senso fisico ma, dato che il cuore è simbolo della mentalità, si può dire che la mentalità di Nostro Signore penetrò in lui e il suo cuore cominciò a battere al ritmo di Colui che amava.

Sappiamo che in genere quando uno abbraccia la vita soprannaturale passa per tre vie fino ad arrivare alla santità: la purgativa, quando si rende conto delle proprie miserie e si allontana dal peccato mortale o veniale, eliminando le cattive abitudini del passato; la illuminativa, nella quale acquisisce lumi e comincia a comprendere più a fondo tutte le verità della Fede; e infine la unitiva, in cui raggiunge una conoscenza e un amore che prima non possedeva per Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo che sono presenti in lui. La sua orazione si basa non più sul chiedere, né sul fare lunghi colloqui, ma è la preghiera di semplicità o di quiete, che consiste nel completo abbandono nelle mani di Dio.

Questa, che è la fine del processo di chi è passato per le vie purgativa, illuminativa e unitiva e ha acquisito la preghiera di semplicità, è quello che Plinio descrive sulla sua relazione con il Sacro Cuore di Gesù nei primi passi della sua esistenza.

È chiaro qui che era l’anima di un bambino chiamato a un altissimo grado di unione con Nostro Signore Gesù Cristo e che si sviluppò in questa prospettiva da quando acquisì l’uso della ragione, in modo che essa divenne il substrato per perseverare nel cammino fino agli ottantasette anni. Malgrado le valli e i monti di aridità che dovette attraversare, non si staccò mai da questa visione e da questo amore; per questo modello si consegnò senza riserve, per esso soffrì. E passò di pienezza in pienezza, fino a raggiugere una vetta che ormai non era più nel tempo… era l’eternità! (Rivista Araldi del Vangelo, Giugno/2018, n. 181, p. 24- 29) 

Estratto, con adattamenti, da: “Il dono di sapienza nella mente, vita e opera di Plinio Corrêa de Oliveira”. Città del Vaticano-São Paulo: LEV; Lumen Sapientiæ, 2016, vol.I, p.233-256

1 Nota dell’editore: salvo indicazione contraria, le citazioni tra virgolette corrispondono alle registrazioni fatte dall’Autore durante le sue conversazioni con il Dr. Plinio, o durante le esposizioni fatte da lui ai suoi discepoli. Per conoscere l’occasione e la data esatta in cui furono pronunciate queste parole è possibile consultare il libro originale. Qui omettiamo per brevità questi riferimenti. 2 TANQUEREY, PSS, Adolphe. Compendio di Teologia Ascetica e Mistica. 5.ed. Porto: Apostolato della Stampa, 1955, p.748. 3 Idem, p.749-750.

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