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Santi

Santa Blandina e i Santi Martiri di Lione: Coraggio di fronte al dolore

Pubblicato 2018/06/06
Autore : Suor Maria Beatriz Ribeiro Matos, EP

Ultima dei compagni a consumare il martirio, la fragile Blandina sopportò con indicibile forza i più terribili tormenti. Ha vinto con eroismo l’ultima battaglia, per volare gioiosamente e frettolosamente in Cielo.

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Passeggiando per le strade di un’antica città francese, ancor oggi lastricate con pietre rustiche e solide, nel migliore stile romano, ci sembra di udire gli echi del movimento che c’era lì molto tempo fa, forse alla stessa ora. E mentre contempliamo la cattedrale e gli edifici medievali, davanti ai nostri occhi spuntano scene immaginarie di un passato che ha segnato ogni centimetro di quel suolo benedetto.

Abbiamo l’impressione di sentire il cigolio di un carro, pronto a girare l’angolo, stipato di frutta, verdura e legumi, dando un passaggio a un onesto contadino. Dall’altra parte della piazza, crediamo di intravvedere una famiglia di tessitori che porta pezzi fabbricati con grande sforzo durante la settimana. E non ci vuole molto perché sentiamo una giovane donna con un cestino pieno di fiori da lei coltivati. È giorno di mercato e tutto il popolo si riunisce lì. In poco tempo, il rumore delle voci e dello schiamazzo degli animali rende difficile tenere una conversazione.

A un certo momento, al di sopra del trambusto, un grave e solenne scampanio proveniente dalla cattedrale fa fermare la folla come per incanto: gli uomini si tolgono il cappello e, accompagnati da donne e bambini con le mani giunte, recitano devotamente l’ Angelus.

A pochi isolati di distanza, in un ambiente molto diverso, il suono della campana esercita un identico effetto. Cavalieri dal portamento serio e nobile, riuniti per trattare argomenti molto più complessi del prezzo della mela o della ciliegia, sospendono le loro discussioni, si alzano in piedi e pregano anch’essi per lodare la visita dell’Arcangelo Gabriele alla Madonna.

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I cristiani di Vienne e Lione descrivono la crudeltà
con cui erano trattati, in una famosa lettera
riprodotta da Eusebio di Cesarea

Cripta costruita nel carcere dove furono rinchiusi
i martiri di Lione

Nulla si conquista senza sforzo e sacrificio

Insomma, dove ci ha portati il volo della nostra mente? Alla città francese di Lione, esuberante di vigore e fede, al culmine del periodo medievale.

Gli uomini e le donne che popolano la nostra scena immaginaria sono discendenti di coloro che hanno fatto essere Lugduno – antico nome gallo-romano della nostra Lione – la prima colonia romana della Gallia ad abbracciare il cristianesimo. Simbolicamente riuniti attorno alla cattedrale, la loro intera esistenza si svolge in funzione della Religione.

E possiamo ben concepire uno degli anziani della città che contempla tutto quel movimento armonioso e che sussurra, pieno di saggezza:

— Nulla si conquista su questa terra senza molto sforzo e sacrificio. La vita organica e benedetta che anima questa città è stata acquistata a un prezzo altissimo! Al Sangue del Divino Redentore si unisce quello di molti cristiani. Alcuni di loro sono venerati come Santi; di innumerevoli altri si ignora persino il nome… Dio, però, conosce il valore del sacrificio!

Può darsi che il nostro venerando personaggio non sia capace di misurare la profondità del suo pio ragionamento, né di capire quanto il sangue versato dai primi cristiani abbia segnato profondamente il Regno di Francia. Soltanto il Creatore scruta i reconditi arcani della Storia; solo Lui e quelli cui Lui piace rivelarsi, sono in grado di correlare pienamente una semente di martirio con uno dei periodi più belli della Civiltà Cristiana.

Vediamo come tutto è accaduto…

Violenta persecuzione contro i cristiani

Correva l’anno del Signore del 177. Contando su circa quarantamila abitanti, Lugduno aveva ecceduto ampiamente la collina di Fourvière, dove era stata fondata, estendendosi lungo i margini del Rodano e della Saona. Per la sua importanza economica e amministrativa, già nel II secolo poteva “rivendicare il titolo di metropoli di tutta la Gallia”.1

Nella primavera di quell’anno, la persecuzione contro i cristiani era diventata molto violenta:

— Qual è il tuo nome?

— Sono cristiano.

— Dove sei nato?

— Sono cristiano.

— A che famiglia appartieni?

— Sono cristiano.

Il governatore romano perse le speranze. Questo non era il primo interrogatorio e il prigioniero continuava a non rispondere a qualsiasi domanda. Ogni sorta di torture era già stata applicata a quel diacono chiamato Santo – e lo era di nome e di fatto! –, per strappargli una qualche parola imprudente, e tutto era stato vano.

Mossi da un odio furibondo, ravvivato dalla sua persistenza, i carnefici impiegarono un nuovo tipo di tormento: riscaldarono in una fornace piastre di metallo e le applicarono su diverse parti del corpo del diacono, fino a ridurle a una massa di carne tumefatta. Ma l’eroico difensore della Fede sopportò con incrollabile fermezza tali atrocità, per amore di Cristo e della sua Chiesa.

Tutto era scoppiato in modo improvviso

Al pari di avvenimenti come questo, la dolcezza del clima primaverile sembrava voler ricordare alla comunità cristiana che le bellezze di questo mondo sono sempre intrecciate con quelle del Cielo, nostra Patria definitiva, perché mentre dalla terra sbocciavano bellissimi fiori, fiorivano nuovi martiri per il Paradiso.

All’improvviso e violentemente era esplosa la persecuzione. Non si sa per certo quale sia stato lo stoppino di una tale feroce esplosione di odio, poiché risulta soltanto che iniziò in occasione della solennità annuale che riuniva, dalle regioni circostanti, “legati dalle tre Gallie attorno all’altare di Roma e di Augusto”,2 nel famoso santuario di Lugduno, per prestare loro culto. Ritenendosi offesi dalla Religione Cristiana, essi andarono a caccia di quelli che la praticavano. Non solo li cacciarono dalle case, dalle piazze e dai luoghi pubblici, ma proibirono loro di presentarsi in qualunque luogo, ovunque brillasse la luce del sole o della luna.

I cristiani di Vienne e Lione descrivono la crudeltà con cui erano trattati, in una famosa lettera diretta ai loro fratelli dell’Asia e della Frigia:3 “L’intensità dell’oppressione che qui sopportiamo, la grandezza della collera dei pagani contro i santi, e tutto ciò che hanno sopportato i beati martiri, noi non siamo in grado di trasmettere con precisione, né è possibile, certamente, registrare in uno scritto”.4

Anche alcuni schiavi di famiglie cristiane furono arrestati e, temendo le punizioni di cui erano minacciati, accusarono i loro signori di comportamenti sospetti e crimini nefandi, come cene cannibalesche e pratiche immorali, aumentando ulteriormente l’odio per i seguaci di Gesù Cristo.

Vigilate e siate preparati!

Fino a pochi giorni prima che si scatenasse un simile “uragano”, la Chiesa della Gallia viveva in relativa tranquillità. Questa provincia romana era, da vari anni, sotto il dominio di Marco Aurelio che, nonostante avesse avuto punti di attrito con il Cristianesimo, era considerato un imperatore benevolo verso le nuove comunità della Religione di Cristo.5

In questo contesto, due atteggiamenti opposti potevano essere adottati dai galli cristiani: quello delle vergini stolte e quello delle vergini sagge, della parabola insegnata dal Divino Maestro (cfr. Mt 25, 1-13). E quando sopraggiunse loro la difficoltà, molti dimostrarono che avevano fatto buon uso del tempo di bonaccia per unirsi di più a Dio e progredire nella virtù, perché non gli mancò l’ “olio” necessario per affrontare le prove.

È quello che si verificò, per esempio, con Vecio Epagato, che “aveva raggiunto la pienezza dell’amore per Dio e per il prossimo. La sua condotta era così perfetta che, nonostante la sua giovinezza, meritava la testimonianza del vecchio Zaccaria, perché aveva osservato in modo irreprensibile tutti i Comandamenti e i precetti del Signore: diligente in ogni servizio al prossimo, aveva un grande zelo per Dio, fervente dello Spirito”.6

Insieme ad alcuni compagni, era stato portato in giudizio in una piazza pubblica, sotto gli insulti, i colpi e le pietre del popolo furibondo. Il governatore usò tanta crudeltà contro uno di loro, che Vecio, indignato, si alzò in sua difesa. Incapace di confutare le sue argomentazioni, il tirannico magistrato pretese di vincerlo con la tortura. Gli offrì, così, la più grande delle glorie: la palma del martirio.

Doppio castigo per quelli che rinnegarono

Tuttavia, la tribolazione sorprese altri con la lampada spenta, perché mancava loro l’“olio” della fede e del coraggio quando lo “sposo” arrivò: rinnegarono il Divino Redentore e bruciarono incenso agli idoli! Se sui fedeli aleggiava la promessa di Cristo, “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10, 32), sui lapsi non pentiti ricadeva la terribile sentenza: “anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei Cieli” (Mt 10, 33).

Gli eventi dimostrarono, tuttavia, che la loro scelta non era stata giusta, nemmeno dal punto di vista umano. “Durante la prima detenzione, coloro che avevano rinnegato la loro Fede furono rinchiusi nella stessa prigione e condividevano le stesse sofferenze, perché l’apostasia, in quell’ occasione, non gli sarebbe servita a nulla. Mentre quelli che avevano confessato di essere cristiani erano imprigionati come tali, e nessun’altra accusa gravava su di loro, quelli furono detenuti come assassini e fornicatori, e la loro punizione era due volte più pesante”.7

Maggiore è la croce di chi Dio ama di più

Tutti gli uomini devono sorbire in questa vita l’amaro boccone del dolore, da cui nasce la vera gloria. Nel trattare la sofferenza, Mons. João Scognamiglio Clá Dias afferma che “c’è stato perfino chi ha osato approssimarlo al genere dei Sacramenti, forse un ‘ottavo sacramento’ – aggiungendo in modo analogico una nuova componente al settenario definitivo che la dottrina cattolica ci insegna”.8 

Ora a coloro che Nostro Signore ama di più, Egli riserva una porzione maggiore della Sua Croce, affinché siano anche degni di maggiore gloria. Possono essere considerati tra i più amati, pertanto, i principali martiri della persecuzione di Lione, perché se i tormenti sopportati dagli altri erano crudeli, non sappiamo come qualificare le torture applicate al diacono Santo, all’appena battezzato Maturo, al nobile lottatore Attalo e alla giovane Blandina.

Non possiamo dimenticarci, inoltre, del santo Vescovo Potino, guida e capo di questi eletti. Nella sua gioventù era stato discepolo di San Policarpo, dal quale aveva appreso non solo l’ortodossia della dottrina, ma anche l’irreprensibilità dei costumi. E al momento della tormenta non abbandonò le sue pecore; al contrario, le precedette aprendo loro il cammino.

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Dio molte volte sceglie i deboli
per renderli modelli di fortezza

Santa Blandina – Vetrata della
Chiesa di Sant’Ireneo, Lione (Francia)

Potino aveva oltrepassato i novant’anni e se i decenni avevano consumato il vigore del suo corpo, un amore incandescente lo animava, portandolo a comparire davanti al governatore con ammirevole audacia. Costui, quando lo vide, chiese chi fosse il Dio dei cristiani. Senza esitazione, il vecchio rispose con alterigia: “Tu Lo conoscerai, se ne diventerai degno”.9

Trascinato fuori dalla città e con il corpo ferito dai colpi dell’odiosa marmaglia pagana, che non rispettava nemmeno la sua anzianità, fu nuovamente gettato in prigione, dove consegnò la sua anima a Dio pochi giorni dopo.

Dio sceglie i deboli affinché siano modello di fortezza

Tra tutti suscita una speciale ammirazione e pietà la Beata Blandina, appartenente alla classe degli schiavi e, tuttavia, in possesso di un’anima piena di nobiltà. Donna fragile, affrontò i tormenti con coraggio virile. “Blanda” nel nome, dimostrò una volontà rigorosa e persistente nel difendere la sua Fede.

La sua testimonianza ci mostra come Dio scelga spesso ciò che il mondo considera debole non solo per confondere i potenti, come dice San Paolo (cfr. 1Cor 1,27), ma soprattutto per servire da modello di ciò che è possibile raggiungere quando qualcuno si pone con totale flessibilità nelle mani del suo Creatore. Il fatto di essere stata eletta dalla Provvidenza non le ha impedito di passare attraverso terribili e prolungate torture. Blandina fu martirizzata a poco a poco, diventando una torre di fortezza, punto di riferimento per tutti coloro che, deboli come lei, sarebbero passati attraverso tremende e durature situazioni di sofferenza per la Santa Chiesa.

Oltre ai tormenti fisici, pesò su di lei un tormento morale ancora più difficile da sopportare: quello dell’istinto di socievolezza contrariato. Il vedere i suoi fratelli nella Fede partire per l’eternità, uno per uno, mentre lei rimaneva in viva, sempre più isolata e senza appoggio collaterale, era crudele! Malgrado ciò si mantenne perseverante, accettando con pazienza questa ulteriore prova inviata da Dio. Con gli occhi rivolti al futuro e certa della vittoria della Chiesa immortale, non cedette in nessun momento allo scoraggiamento o all’insicurezza.

I carnefici sottoposero il suo corpo a così tanti supplizi che i suoi compagni temevano, non senza motivo, che lei non avesse le forze per essere fedele. Per molti giorni fu torturata dall’alba al tramonto, al punto che il suo corpo era tutto un’unica piaga. Tuttavia, “come atleta generoso, si è ringiovaniva nella sua confessione; era per lei un rinnovamento delle sue forze, un riposo e una fine delle sofferenze sopportate il dire: ‘Sono cristiana e tra noi non c’è nulla di male’”.10

La condussero, insieme a Maturo e al diacono Santo, in uno stadio, per essere consegnata alle bestie in uno spettacolo pubblico. I carnefici fustigavano i due uomini con fruste di ferro; il loro sangue inzuppava l’arena, e il pubblico, lungi dal commuoversi di fronte a una scena così spietata, ululava negli spalti, avido di sensazioni più forti. Entrambi furono, allora, gettati alle bestie e costretti a lottare contro di loro, per divertire il pubblico. Dopo ciò, li misero su sedie di ferro rovente, da dove emanava l’odore di carne bruciata, che inebriava il pubblico. Alla fine, li uccisero.

Come un anello tra la terra e il Paradiso

E Blandina? Per lei era riservato un tormento non meno duro: fu appesa a un legno, dove rimase esposta alle bestie. “Vederla così legata a forma di croce e sentirla pregare ad alta voce, dava agli atleti un grande coraggio: in questo combattimento, con gli occhi corporali sembrava loro di vedere, nella loro sorella, Colui che fu crocifisso per loro”.11 Contemplandola, come pure gli altri martiri, molti cristiani rinnegati si pentirono e ricevettero la forza di proclamare la Fede, dando anche la loro vita per Cristo. 

Con il corpo eretto al Cielo e l’espressione del volto sofferente, ma serena e fiduciosa, Blandina raffigurava per gli altri come un anello tra la terra e il Paradiso, poiché sembrava già vivere in esso. E siccome le fiere non la toccavano, la riportarono in prigione, dove rimase in attesa di nuovi combattimenti e maggiori vittorie.

Dopo che più di quaranta martiri furono consumati, nell’ultimo giorno di lotte tra gladiatori mandarono di nuovo Blandina alle fiere, in compagnia di Pontico, un giovane di quindici anni. La nostra eroina affrontò un altro ciclo di torture, tra le quali confortava Pontico e lo stimolava, con le parole e la propria prodezza, ad affrontare con coraggio il dolore e la morte.

Dopo averla sottoposta a frustate e altre torture, i carnefici la avvolsero in una rete sollevata dal terreno, esponendola a lungo alla furia di un toro, che la lanciava in aria. “La Beata Blandina rimaneva, l’ultima di tutti, come una nobile madre che aveva appena esortato i suoi figli e li aveva inviati vincitori al Re; a sua volta, attraversava di nuovo l’intera serie delle sue battaglie e correva presso di loro, piena di piacere e gioia in questa dipartita”:12 alla fine fu decapitata, volando in fretta in Cielo.(Rivista Araldi del Vangelo, Giugno/2018, n. 181, p. 20- 23) 

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