Versione 0.6 Beta. Login | Registrarsi

Login

E-mail:
Password:
Non ti sei ancora registrato?
Fai clicca qui per acedere la comunità degli Araldi del Vangelo. Scrivi i tuoi commenti sulle attività.
Home » Dottrina » Gesù Cristo »
Gesù Cristo

Vincono e convincono dotti e ignoranti

Pubblicato 2018/05/08
Autore : Don Fernando Néstor Gioia Otero, EP

Semplici e profonde, le parabole di Nostro Signore Gesù Cristo brillano come singolari gioielli di spirito nel Vangelo. Esse sono state uno dei pilastri più belli della pedagogia divina e sono state oggetto di meditazione per i fedeli di tutti i tempi.

| Stampare | Email E-mail | Report! Correggere | Share

   Con l’obiettivo di stimolare l’intelligenza vivace e la notevole capacità immaginativa degli orientali, e così smuovere la loro volontà, il Divino Maestro presentava con arte, attraverso le parabole, i temi più difficili per il popolo eletto.

   Sulle labbra sacre del Salvatore, esse fiorivano semplici e profonde, piene di bellezza e colore, meritando da rinomati esegeti titoli così elevati come: gioielli del Vangelo, mirabili frammenti letterari o inesauribili tesori di dottrina.

Insegnare con bontà a gente semplice

   Gesù parlava a un pubblico composto per lo più da gente semplice: pescatori, artigiani, contadini o pastori, persone preoccupate dei piccoli problemi della vita quotidiana. 

   Predicava nelle sinagoghe, ma anche in ambienti del popolo, segnati da un certo tocco poetico della natura. Poteva farlo sulla cima del Monte delle Beatitudini, seduto su una roccia; o in piedi sulle rive del lago di Tiberiade, con la schiuma bianca che quasi osculava i suoi divini piedi; o usando come pulpito la barca di Pietro, che ondeggiava dolcemente nelle acque tranquille. Gli uomini grandiosi hanno il dono di conferire qualcosa della loro grandezza alle piccole cose di cui si servono. Può esserci una cattedra più augusta di quella barca?

   In questo contesto, il ricorso alle parabole indicava una forma di insegnamento piena di bontà che rendeva piacevole il discorso dottrinale, incentivava l’interesse, faceva appello ai sentimenti degli ascoltatori. “Per la sua natura attraente e animata, per i suoi vari colori e gli esseri che mette in scena, la parabola suscita l’attenzione, attizza la curiosità e stimola l’intelligenza a cercare opportunamente il suo significato”,1 commenta il celebre P Louis-Claude Fillion. 

Prudenza di fronte ad ascoltatori male intenzionati

   Nell’Antica Legge, il loro uso era una consuetudine e di esse si avvalevano spesso i rabbini. La parola ebraica per designarle era ?? ??? ? – mashal –, che significa simile, e aveva anche il senso di enigma. Accentuando quest’ultimo aspetto, nel Libro di Ezechiele troviamo la curiosa riflessione: “Ah! Signore Dio, essi vanno dicendo di me: Non è forse costui uno che racconta delle favole?” (21, 5).

   Anche Natan e Isaia ne fecero uso nelle loro profezie. Nessuna di quelle narrazioni, tuttavia, ha eguagliato quelle di Nostro Signore nel Nuovo Testamento! E il significato più profondo delle sue parabole, la maggior parte delle volte, era coperto da un manto di mistero…

   Questo perché tra le moltitudini che seguivano il Figlio dell’Uomo c’erano spesso persone ostili, come i farisei, gli scribi, i sadducei e gli erodiani. Nascondendo loro la dottrina che aleggiava sopra quelle storie semplici, Si cautelava contro le loro cattive intenzioni. Egli evitava anche di gettare perle ai porci (cfr. Mt 7, 6), ossia, di far sì che i suoi divini insegnamenti arrivassero a quelli che li avrebbero calpestati sotto i piedi e si sarebbero rivoltati con odio contro chi voleva solo beneficiarli.

   Era necessario agire con saggia prudenza per formare coloro che avevano il cuore aperto per il Regno dei Cieli, senza dare motivo a coloro che Lo spiavano, pieni di desiderio di pregiudicarlo. 

1.jpg
Parabola dei vignaioli - Museo Arcivescovile d’Arte Religiosa, Cuzco (Perù)
Che cos’è esattamente una parabola?

   Possiamo definire le parabole come brevi storie simboliche da cui si traggono insegnamenti morali o religiosi.

   La parola che usiamo oggi per designarle è di origine greca. È formata dall’avverbio παρ? – pará –, che significa a lato, e il verbo β?λλω – ballo –, che significa io pongo. Letteralmente parabola ha il senso di io metto a lato. Cicerone, tuttavia, “le chiamava collatio, che significa ‘comparazione’, e Tertulliano, similitudo, ‘somiglianza’”.2

   Fillion, da parte sua, la considera “come un composto di corpo e anima” nel quale “il corpo è la narrazione stessa, nel suo senso ovvio e naturale; l’anima è una serie di idee parallele alle prime, che seguono lo stesso ordine, ma su un piano superiore, obbligando ad avere massima attenzione per poterle attingere”.3

   Sebbene la parabola abbia qualche analogia con la favola, differisce da essa in due punti importanti. Primo: non mette in scena esseri le cui azioni oltrepassano le leggi della natura, come, per esempio, un albero che si muove o un agnello che parla. Secondo: per il suo obiettivo morale o religioso, è di gran lunga superiore alla favola, poiché questa non si eleva al di sopra dell’ambito naturale. Si differenzia anche dall’allegoria, che “è una metafora prolungata, complicata, che personifica direttamente le idee”.4

Sottigliezza che incita alla riflessione

   Il numero delle parabole del Salvatore registrate nei Vangeli può essere maggiore o minore, in base ai criteri che vengono applicati. Alcuni autori includono tra queste le brevi scene allegoriche incluse nel testo di San Giovanni, elevando il numero totale a quasi un centinaio; altri parlano di sole settantadue; e per i più esigenti, il loro numero non arriverebbe a trenta. Fonti recenti elencano trentanove parabole, tutte quante nei sinottici.5 

   In San Matteo, l’Evangelista che più parla del Regno dei Cieli, ne troviamo ventuno, dieci delle quali inedite. San Luca ne presenta ventinove in totale; e diciassette non si trovano negli altri sinottici. San Marco sarebbe l’unico a narrare la parabola della semente che sboccia silenziosa (cfr. Mc 4, 26-29), tra le otto che presenta.

   Il Divino Maestro raccoglie in queste narrazioni aspetti di diverse attività dei suoi ascoltatori: pastorale, agricola, domestica, politica, religiosa. Mettendo in scena personaggi ricchi e poveri, ebrei e samaritani, farisei e pubblicani, sacerdoti e leviti, figli di re e semplici servitori, Egli compone episodi di maestoso candore. Con la sua grazia, la sua varietà, la sua originalità e i suoi inestimabili insegnamenti, le parabole di Gesù “sono veri capolavori che occupano un posto a parte nella letteratura universale”.6

   Esse si distinguono per la semplicità di espressione, sano realismo e autentica poesia. E per il loro modo di presentare realtà dal tenore morale o religioso, avvalendosi di cose o situazioni della vita di tutti i giorni, le parabole hanno il potere di penetrare più profondamente nella mentalità di coloro che le ascoltano e, con questo, di fissarsi più facilmente nella memoria. Inoltre, quando venivano dalle labbra di Nostro Signore Gesù Cristo, la sua divina voce, il suo sguardo, i suoi gesti gli conferivano un potere di penetrazione molto maggiore.

   Le parabole evangeliche sono, senza dubbio, valide per tutte le genti, per tutti i tempi e luoghi; in modo speciale, tuttavia, per il popolo semitico, che ha la mente molto aperta per questo tipo di insegnamento. Al contrario dei greci, gli ebrei erano trasportati per mezzo di analogie alle regioni più elevate del pensiero e, anche, manifestavano una certa preferenza per l’oscurità delle parabole, dell’enigma formulato con sottigliezza, che incitava a riflettere, o, in caso estremo, a chiedere spiegazioni.

Perché Gesù insegnava per mezzo di parabole?

   In quel tempo, come è stato detto, Nostro Signore Si trovava abitualmente di fronte a persone semplici, alle quali non era facile predicare la Buona Novella. Esse avevano il desiderio di essere istruite, ma era necessaria una speciale capacità pedagogica per penetrare le loro mentalità rozze e poco portate al ragionamento.

   Una pura e semplice esposizione dottrinaria non sarebbe stata da loro compresa, nonostante avessero la mente aperta alla considerazione delle cose celesti. Allo stesso tempo, la bella e densa dottrina del Maestro richiedeva orecchie attente e una buona disposizione del cuore a riceverla.

   Nel primo anno della sua vita pubblica, Gesù predicava alle moltitudini senza velare i suoi pensieri. Il popolo Lo intendeva senza bisogno di metafore, come nel Discorso della Montagna. Quando le persone male intenzionate cominciarono ad assediarLo, Egli decise di operare un cambiamento strategico nel suo metodo pedagogico: iniziò a presentare i suoi insegnamenti sul Regno rivestiti di una veste parabolico-enigmatica, che non fece perdere forza persuasiva alla sua predicazione; anzi al contrario...

   Castigo per alcuni, misericordia per altri

   L’uso della parabola, tuttavia, produsse per molto tempo difficoltà per gli esegeti. Alcuni le analizzarono dal punto di vista della misericordia, altri da quello della giustizia. I primi sostengono che erano destinati a beneficiare gli uomini rudi del popolo eletto, che avrebbero avuto così più facilità a comprendere; i secondi le vedevano come un castigo per quella “generazione adultera e peccatrice” (Mc 8, 38), che esigeva dei segni.

   È ciò che afferma l’illustre teologo domenicano P. Manuel de Tuya: “Ad alcuni, Cristo parla in questo modo per castigo, ossia, poiché essi non hanno ascoltato con la dovuta attenzione la sua predicazione, Egli li avrebbe castigati velando la sua dottrina – tesi della giustizia. Altri sostengono che l’uso delle parabole come metodo pedagogico abbia uno scopo didattico – tesi della misericordia”.7

   Anche P. Juan de Maldonado pensa che “Cristo Si avvalse di parabole non perché chi ascoltasse intendesse meglio, ma perché quelli che non volevano credere quando Lui parlava loro apertamente e chiaramente, sentendoLo parlare in parabole non Lo comprendessero, anche se lo avessero voluto”.8

Beati quelli che vedono!

   Alla domanda dei discepoli, “Perché parli loro in parabole?” (Mt 13, 10), Gesù risponde: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono” (Mt 13, 11-13).

   E per chiarire il significato delle sue parole, il Divino Maestro aggiunge ancora: “così si adempie per loro la profezia di Isaia: ‘Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani’. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. Le parole di Nostro Signore risuonano nelle nostre orecchie come un aspro rimprovero. Tuttavia, esse denotano la sua misericordia verso coloro che hanno un cuore retto e che ne traggono profitto. Servono da castigo solo per gli spiriti incalliti, che hanno chiuso le orecchie alla voce della grazia e non vogliono trarne profitto, perché Egli “non è venuto per perdere le vite degli uomini, ma per salvarle” (cfr. Lc 9, 56); basta per questo ricordarci della parabola della pecorella smarrita (cfr. Mt 18, 12-13).

Linguaggio eminentemente divino

   Infine, va sottolineato che, anche se erano molto legate agli ambienti dell’epoca, le parabole evangeliche sono state di enorme beneficio spirituale per i fedeli nel corso dei secoli. Figure come quella del Buon Pastore (cfr. Gv 10, 14-16), che invita a una fiducia illimitata, o quella delle dieci vergini (cfr. Mt 25,1-13), che incita alla vigilanza, daranno alle persone di fede argomento per la meditazione in tutti i tempi.

   Infatti, è facile lasciarsi trasportare dalla mirabile naturalità della parabola del seminatore (cfr. Mt 13, 4-9, Mc 4, 3-9; Lc 8, 5-15), in cui Gesù spiega come viene accolta la Parola di Dio da diverse categorie di ascoltatori: quelli che non la capiscono, gli incostanti, gli amici dei beni mondani, quelli che la comprendono e la mettono in pratica. 

   Lo stesso accade con la parabola della zizzania e del grano (cfr. Mt 13, 24-30), con la quale Egli spiega come saranno divisi fedeli e reprobi alla fine dei tempi: proprio come la zizzania è gettata nel fuoco, i peccatori saranno gettati nella fornace ardente dell’inferno, e i giusti risplenderanno come il sole, in Cielo. 

   Per fare un altro esempio, consideriamo la parabola del compratore di perle (cfr. Mt 13, 45-46) e quella del tesoro trovato nel campo (cfr. Mt 13, 44): in così poche parole il Divino Maestro infonde nell’anima dei fedeli l’infinito vantaggio di rinunciare ai beni terreni e di lavorare con gioia per conquistare il Regno dei Cieli.

   Il linguaggio delle parabole diventa eminentemente divino sulle labbra di Nostro Signore Gesù Cristo. Atemporale, partecipando in qualche misura all’Eterno, attraversa i secoli insegnando, affascinando e ammonendo. “È allo stesso tempo comprensibile per gli ignoranti e fonte di meditazione per i dotti. Letterariamente è privo di ogni artificio, anche se supera per il suo potere di emozionare i più elaborati strumenti letterari. Non stordisce, ma persuade; non solo vince, ma convince”.9 (Rivista Araldi del Vangelo, Maggio/2018, n. 180, p. 26 - 29)

1 FILLION, PSS, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, vol.II, p.192-193. 2 Idem, p.179, nota 3. 3 Idem, p.180. 4 Idem, ibidem. 5 Cfr. GRUEN, Wolfango; RAVASI, Gianfranco. Piccolo vocabolario della Bibbia. 4.ed. Milano: San Paolo, 1997, p.54. 6 FILLION, op. cit., p.183. 7 TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid: BAC, 1964, vol.V, p.306. 8 MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los cuatro Evangelios. Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1951, vol.II, p.103. 9 RICCIOTTI, Giuseppe. Vita di Gesù Cristo. 16.ed. Verona: Arnoldo Mondadori, 1965, p.402.

Suo voto :
0
Risultato :
0
- Voti: 0

Articoli suggeriti

Copyright Araldi del Vangelo. Tutti i diritti riservati.