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Commenti al Vangelo

Gesù glorioso ci precede!

Pubblicato 2018/05/08
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

La restaurazione dell’umanità corrotta dall’orgoglio è possibile solo con una generosa effusione dello Spirito Santo. La Passione e conseguente glorificazione dell’Uomo-Dio l’hanno conquistata per noi.

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Vangelo

37 Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a Me e beva 38 chi crede in Me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. 39 Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato (Gv 7, 37-39).

João.jpgI – Gesù e Maria, centro della creazione

   Dio è la Verità, la Bontà e la Bellezza assolute, pertanto, la Perfezione. Nel suo agire, Egli mira al più elevato ed eccellente in tutto. In questo modo, l’universo – questa magnifica opera dei sei giorni preferita da Lui tra gli infiniti mondi possibili – “non può esser migliore di quello che è, se lo supponiamo costituito dalle cose attuali, in ragione dell’ordine molto appropriato attribuito alle cose da Dio e in cui consiste il bene dell’universo”,1 commenta San Tommaso d’Aquino.

   Nella creazione, Nostro Signore Gesù Cristo è la pietra miliare, rigettata dai costruttori, ma centro dell’attenzione di Dio stesso (cfr. I Pt 2, 4-5); pietra in funzione della quale tutto si struttura. Infatti, da tutta l’eternità, nella mente divina c’è stata in primo luogo la maestosa e insuperabile figura di Cristo, Dio fatto Uomo e, inseparabile, quella della Santissima Vergine. Infatti, tale è la relazione esistente tra i due, che la maggioranza dei teologi difende la tesi che Gesù e Maria siano stati predestinati in un unico e stesso decreto divino.2 Essi sono il punto di riferimento essenziale per la creazione di tutto l’universo. Per questo, si può affermare che tanto l’uno quanto l’altra sono, in qualcosa, rappresentati in tutte le creature.

La gloria delle altre creature si farà in funzione dei loro modelli

   Di conseguenza, prima che queste fossero liberate “dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 21), prima che noi ricevessimo uno straordinario slancio di vita nuova, cioè, “l’adozione filiale e la liberazione per il nostro corpo” (Rm 8, 23) – come mette in evidenza la seconda lettura (Rm 8, 22-27) di oggi –, era indispensabile che prima fossero glorificati Gesù e Maria, modelli di tutta la creazione.

   La Liturgia della Vigilia di questa Solennità di Pentecoste ci illustra tale verità e ci prepara non solo ad assimilarla intellettualmente, ma anche ad accogliere meglio l’azione dello Spirito Santo.

L’orgoglio porta a voler detronizzare Dio

   La prima lettura (Gen 11, 1-9) racconta l’episodio, molto ricco di simbolismo, della Torre di Babele, nel quale vediamo gli uomini organizzarsi per una grande impresa. Presi, senza dubbio, dal piacere di produrre – costante tendenza umana nel corso della Storia –, essi impararono a fabbricare mattoni e si chiesero che profitto trarre da questa nuova invenzione: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo” (Gen 11, 4).

   Ma “il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo” (Gen 11, 5). Queste parole sono figurative – per l’esigenza che la natura umana ha di rendere più prossimo a sé un Dio infinito e comprendere meglio le sue azioni –, perché Egli non ha bisogno di chinarSi per conoscere gli avvenimenti: da sempre Dio sa tutto! Questo significa che l’Onnipotente analizza il cuore degli orgogliosi, come sta scritto: “Al superbo volge lo sguardo da lontano” (Sal 138, 6). Disse, dunque, il Signore: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera” (Gen 11, 6a). Spunta lì l’ambizione dell’uomo per il progresso egoista, la voluttà e l’ansia della realizzazione personale, i quali, una volta esplosi, non si fermano più. Prima sarà un mattone, poi molti altri mattoni, a seguire una città, alla fine una torre che raggiunga il cielo… fino, a un certo punto, ad arrivare all’ambizione di voler rovesciare Dio dal suo trono.

   Il Creatore, per formare Adamo, ha fatto un uomo di argilla e ha soffiato nelle sue narici. Non solo ha convertito l’argilla in carne, ossa, sangue e le ha infuso la vita umana (cfr. Gen 2, 7), ma anche le ha concesso la partecipazione alla vita divina, con la grazia. In contrapposizione, l’uomo sperimenta la colossale tentazione di utilizzare questa stessa argilla per equipararsi a Dio.

   “L’orgoglio” – scrive il devoto canonico Beaudenom – “tende a privare Dio della sua gloria, cioè, del suo stesso ruolo. Egli prende il suo posto, se non intenzionalmente – il che sarebbe mostruoso –, almeno nella pratica, il che è già molto detestabile”.3 La fine dell’orgoglio è sempre questa; per quanto vogliamo insistere col presuntuoso mostrandogli le conseguenze dei suoi atti, se non ci sarà uno speciale ausilio della grazia niente lo smuoverà, come sottolinea il testo biblico: “Ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile” (Gen 11, 6b).

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Costruzione della Torre di Babele, di Leandro Bassano
- National Gallery, Londra

Dio non permette la realizzazione dell’orgoglioso

   Per tale ragione, Dio ha deciso: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro” (Gen 11, 7). Oltre a causare i peggiori disastri nella vita privata e nel rapporto con gli altri, l’orgoglio porta, soprattutto, confusione; è una terribile ruggine che corrode le verità soprannaturali, poiché l’orgoglioso passa a non considerarle più, preferendo discuterle con ragionamenti estranei a Dio, e la fede comincia a venir meno, a volte giunge perfino a sparire. Ecco la tragedia della natura umana concepita nel peccato originale.

   “La stima di sé” – continua Beaudenom – “[…] tende a oscurare la nozione della necessità di Dio, del ricorso a Dio, e più che un errore, più che una semplice mancanza, è un immenso pericolo, perché questo atteggiamento comporta l’implicita negazione della grazia. Sotto l’influenza di questa disposizione, l’orgoglioso non pensa a consultare Dio e a implorare il suo soccorso così necessario. […] Questo traviamento, che nasce da un sentimento viziato, è responsabile dei disastri che a volte arreca”.4

   “E il Signore li disperse di là su tutta la Terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la Terra” (Gen 11, 8-9). Vediamo come coloro che hanno abbracciato l’empietà nella pianura di Senaar, volendo dare alla Terra un carattere paradisiaco, separato da Dio, siano stati umiliati, secondo la parola del Salvatore: “chi si esalta sarà umiliato” (Lc 18, 14). Ciò nonostante, il castigo inviato fu ancora una grazia, perché, se fossero riusciti a raggiungere il loro scopo, sarebbe stato per la loro perdizione.

II – La promessa dell’acqua viva

   Ora, la soluzione al problema dell’orgoglio la troveremo solo nella promessa fatta da Nostro Signore nel Vangelo scelto per questa Liturgia.

37a Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa…

   Il Divino Maestro era salito a Gerusalemme per la festa dei Tabernacoli, la più gioiosa di tutte le festività ebraiche, la cui durata era di otto giorni. Si celebrava in memoria della protezione dispensata da Dio al popolo di Israele, nel corso dei quarant’anni di peregrinazione nel deserto, e in azione di grazie per la conclusione del raccolto.5

   Già in quei tempi del suo ministero pubblico, gli animi erano irritati contro Gesù, soprattutto in Giudea; per questo motivo Egli era giunto a Gerusalemme in maniera inosservata, e Si manifestò solo nel Tempio quando i festeggiamenti erano già avanzati. I farisei, tuttavia, cercavano di catturarLo, accusandoLo di violare il sabato, ma tra il popolo le opinioni a suo riguardo erano divise (cfr. Gv 7, 10-32).

37b…Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce:

   A quei tempi, chi predicava, spiegando la Scrittura nelle sinagoghe, normalmente lo faceva da seduto (cfr. Lc 4, 20) mentre gli ascoltatori rimanevano in piedi.6 Il fatto che Nostro Signore parli in piedi – e anche proclamando a voce alta – denota che Lui era in procinto di dire qualcosa di molto importante e voleva farsi sentire da tutti.

La sete del soprannaturale e l’umiltà

37c “Chi ha sete venga a Me e beva 38 chi crede in Me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”.

   Tra i diversi riti della festa dei Tabernacoli c’era quello dell’acqua: nel corso degli otto giorni, un sacerdote andava fino alla fonte di Siloe a prendere un po’ d’acqua, che in seguito era mescolata al vino delle libagioni nell’altare del Tempio, mentre il coro cantava il celebre passo di Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (12, 3). Questa cerimonia commemorava il miracolo operato per intermediazione di Mosè, che fece sgorgare una fonte dalla roccia (cfr. Nm 20, 11), ma si rivestiva anche di carattere messianico, relativo alla salvezza anelata dagli israeliti, con l’arrivo del Redentore. Già il nome Siloe – in ebraico siloah –, ossia, inviato, alludeva al Messia, che avrebbe portato torrenti di benedizioni al popolo eletto.7

   Date le peculiarità proprie di quell’occasione, si comprende che Nostro Signore ne abbia approfittato per rivelare – sebbene in modo un po’ velato – la sua missione di vero Salvatore. Usando il termine “sete”, l’ha fatto nel senso più elevato della parola, cioè, sete del soprannaturale, dell’eternità, della santità, della grazia. Chi ha sete del soprannaturale è colui che fugge dall’orgoglio e ha l’anima aperta per credere nel Redentore. In virtù di questa fede, nascerà dentro di lui una fonte di acqua viva.

L’acqua materiale, un mero simbolo

   L’acqua è un elemento creato da Dio con un ruolo essenziale nella vita. Sappiamo che quasi tre quarti del nostro pianeta è coperto d’acqua e varia è la sua utilità: irrigare le piantagioni, dissetare gli animali e, soprattutto, mantenere la salute dell’uomo. Sperimentiamo i benefici dell’acqua quando ci viene offerta per calmare la sete o quando, dopo una giornata piena di lavoro, offriamo al corpo il sollievo di un’abluzione o anche se abbiamo la possibilità di convivere con i pesci – seppur per poco tempo – immergendoci nelle acque del mare… L’acqua pulisce, l’acqua lava, l’acqua purifica.

   L’acqua materiale, però, è solo un simbolo di realtà soprannaturali che ci sono proposte dalla fede, come vedremo fra poco.

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Adorazione dell’Agnello Mistico di Jan Van Eyck
- Museo di Belle Arti di Gand (Belgio)
Un miracolo infinito!

39aQuesto egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui:

   È così profonda questa dottrina che, per esporla meglio, possiamo usare un’allegoria.

   Immaginiamo un contadino dei remoti tempi del Medioevo, che abiti in una semplice casa rurale. Un giorno un emissario reale gli annuncia che il sovrano ha deciso di adottarlo come figlio, rendendolo così fratello del suo primogenito, e anch’egli erede. Dopo il primo istante di stupore del suo interlocutore, di fronte alla prospettiva di un onore straordinario, il messaggero così prosegue: “Il monarca, però, vuole trasformare la tua casa in un palazzo e venire ad abitare qui, al fine di stabilire un rapporto stretto e quotidiano con te”. Di tutti i privilegi enumerati, questo sarebbe, senza dubbio, il più eccellente, poiché, se grande è il vantaggio di appartenere alla famiglia reale ed essere possessore di innumerevoli ricchezze, maggiore è quello di essere annoverato tra gli intimi di Sua Maestà!

   La storia di quest’uomo semplice, improvvisamente trasformato in un principe, è una pallida immagine del miracolo infinito che si verifica in una creatura umana quando è qualificata dalla grazia. Quando le acque del battesimo sono versate sul capo di qualcuno, il peccato originale viene cancellato, come tutte le colpe commesse precedentemente, e gli è infusa la grazia santificante, con le virtù e i doni. In questo momento, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo penetrano nell’anima e fanno di questa la loro dimora. Dio, che già era nella persona in essenza, in presenza e in potenza,8 passa a inabitarla come Padre e Amico, e la vita soprannaturale comincia a zampillare nel suo intimo, che diventa tempio della Santissima Trinità!

   Non si tratta di un tempio alla maniera del tabernacolo, oggetto materiale inerte, dove si conservano le Specie Eucaristiche, in un rapporto passivo con il Signore Gesù lì realmente presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Le nostre anime, al contrario, sono templi vivi, nei quali lo Spirito Santo agisce sempre per mezzo di un rapporto intimo, al fine di santificarci. Infatti, trattandosi di una manifestazione dell’incommensurabile amore di Dio per noi, tale inabitazione si attribuisce in particolare allo Spirito Santo, Amore sostanziale.

L’acqua viva della grazia

   È Lui il fiume di acqua viva che fluirà dentro di noi e di cui Nostro Signore Si offre di essere, Lui stesso, la fonte, purché in Lui crediamo. Nell’Apocalisse, San Giovanni descrive “un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti” (Ap 22, 1-2).

   L’acqua viva non è stagnante come quella di una cisterna, ma sgorga costantemente, come quella delle fonti delle piazze di Roma, a disposizione dei passanti. Questa divina sorgente, promessa da Nostro Signore nel Vangelo di questa Vigilia e intravvista dal Discepolo Amato, produce nel fondo dell’anima un’acqua sovrabbondante ed efficace, che combatte incessantemente la sete delle passioni, e allo stesso tempo ci sostiene, anima, stimola e trasmette energia – spirituale, e anche corporale –, offrendoci la gioia della contemplazione dei panorami soprannaturali. Allora, in tutto quanto facciamo siamo elevati da Lui e diamo il meglio di noi e, giunto l’istante dell’ultimo respiro, se raggiungeremo l’auge della virtù, entreremo nel Cielo senza neppure passare per il Purgatorio.

Solo nei cuori umili abita lo Spirito Santo

   L’anima perderà il tesoro della natura divina solo se, accecata dall’orgoglio, erigerà ostacoli, porrà condizioni alla grazia e cercherà di costruire per sé una Torre di Babele, la “torre” di tutte le ambizioni ed errori del peccato. Contando soltanto sulla sua pura natura umana e impossibilitata a conquistare meriti, avrà il Cielo chiuso davanti a sé. Per questo dobbiamo chiedere allo Spirito Paraclito di rimuovere gli ostacoli provenienti dalla nostra miseria in modo da collaborare, docili alle sue ispirazioni, con la sua opera di santificazione. Ricordiamoci del celebre ammonimento di Santa Maravillas de Jesús, superiora delle Carmelitane Scalze del Cerro de los Ángeles, alle sue religiose: “Si tú Le dejas… – Se tu Lo lasci…”.9

   All’estremo opposto, uno dei più bei passi della Lettera di San Paolo ai Romani – sempre contemplato nella seconda lettura – lascia intravvedere la meraviglia dell’umiltà e come essa ci faccia ottenere guadagni straordinari: “nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26). Se ci collochiamo di fronte alla prospettiva che siamo di argilla, fatti della stessa materia dei mattoni della Torre di Babele, pertanto, incapaci neppure di sapere cosa chiedere o di trovare la formula per questo, possiamo avere una certezza: purché ci manteniamo nella grazia di Dio, lo Spirito Santo starà gemendo nel fondo dell’anima di ciascuno di noi; questa è l’umiltà! Solo nei cuori umili abita lo Spirito Santo!

Un mistero d’amore del Figlio per il Padre e per noi

39b…infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.

   Per comprender bene il significato di questa frase dell’Evangelista teologo, è necessario risalire al momento in cui, col fiat di Maria Santissima, il Verbo Si è incarnato.

   Dio aveva prescritto al popolo di Israele Dieci Comandamenti, oltre alle numerose regole della Legge Mosaica, riassumendosi il tutto in due sentenze: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6, 5) e “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19, 18). Ha voluto essere Lui il primo a darci l’esempio di quest’ultimo, rendendoSi nostro prossimo nell’assumere la natura umana. Più ancora, per redimerci Egli desiderava patire per noi abbracciando la Croce, come l’ha abbracciata, e versando il suo Sangue, come lo ha versato.

   Tuttavia, essendo Egli Dio, non era in accordo con l’ordine divino che la sua Anima fosse creata in stato di prova in relazione alla fede, soffrendo, come gli altri uomini, la privazione della visione beatifica, in modo tale che non vedesse Sé stesso come Persona Divina, ma dovesse credere nell’esistenza di Dio.10 La creazione dell’anima del Figlio di Dio, avrebbe dovuto essere – come di fatto è stato – la più perfetta. Per San Tommaso, Egli fu “beato fin dall’inizio”.11

   Al fine di realizzare il suo disegno redentore, tuttavia, Egli ha scelto di assumere un corpo mortale,12 pronto a soffrire le amarezze di una crocifissione, preceduta da tutte le umiliazioni che sopportò dal suo arresto nell’Orto degli Ulivi. Egli, “l’Impalpabile, l’Impassibile, per noi si è fatto passibile e in tutti i modi ha sofferto per noi”.13 Egli non ha incentivato questi supplizi – poiché non può provocare il peccato –, ma si è soltanto sottomesso alla cattiveria umana, fatta di invidia, di confronto e di orgoglio.

   Ci imbattiamo qui in una dicotomia sorprendente: un’anima nella visione beatifica, unita a un corpo sofferente. Come comprendere? Mistero d’amore del Figlio, di desiderio di riparazione del Figlio al Padre e di misericordia verso di noi!

La gloria di Gesù Cristo, portico della nostra santificazione

   Fin dal primo momento del concepimento nel seno purissimo di sua Madre, il Signore Gesù ha contemplato tutte le sofferenze che avrebbe dovuto affrontare, e che sarebbero culminate con la sua Morte, quando l’Anima si sarebbe separata dal Corpo, senza, tuttavia, perdere l’unione con la divinità. Sapeva anche che, dopo la sua dolorosa Passione, Egli sarebbe risorto trionfante dalla tomba con il Corpo già in stato glorioso. Nel corso della sua esistenza terrena, Gesù aveva fremiti interiori santissimi – e, perché non dirlo, divini! – perché verificava con i suoi occhi carnali quello che da sempre conosceva come Dio, per esempio, entrando nel Tempio (cfr. Lc 2, 46-49) o mangiando la Pasqua con i suoi discepoli (cfr. Lc 22, 15). In modo simile, Egli aspettava anche la glorificazione del suo Corpo.14

   Per quanto si esalti qui sulla Terra uno che abbia praticato la virtù in maniera splendida, la vera gloria si raggiunge solo nell’eternità e giungerà alla pienezza nella resurrezione dei corpi. Sì, perché a causa della macchia originale con la quale tutti nasciamo, per quanto si possa aver raggiunto la santità, partendo da questa vita, il corpo rimane e passa per la decomposizione. Ma coloro che sono morti nella grazia di Dio sono in attesa della restituzione del corpo, folgorante, magnifico, spiritualizzato (cfr. I Cor 15, 44). Per questo, l’apice della gloria di tutti i beati che si trovano davanti a Dio sarà nel giorno del Giudizio, “quando sarà dato il segnale, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio” (I Ts 4, 16), ed essi saliranno in corpo e anima sopra le nuvole, per restare insieme a Cristo per sempre.

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Pentecoste - Chiesa di San Rocco, Lisbona
   Questa gloria, come abbiamo detto all’inizio, è stata data prima a Nostro Signore nella Resurrezione e nell’Ascensione, poi alla Madonna nell’essere assunta in Cielo, e, secondo una tesi difesa da molti santi e dottori, anche a San Giuseppe.15 I tre sono nel Paradiso Celeste in corpo glorioso.

   Ora, la glorificazione di Nostro Signore era necessaria alla venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, come Egli stesso ha affermato nell’Ultima Cena: “è bene per voi che Io me ne vada, perché, se non Me ne vado, non verrà a voiil Consolatore; ma quando Me ne sarò andato, ve Lo manderò” (Gv 16, 7).

III – Il rimedio per un’umanità divorziata da Dio

   I testi della Messa della Vigilia, conducendoci all’aspettativa della discesa dello Spirito Santo commemorata nella Solennità liturgica di Pentecoste, ci suggeriscono un’applicazione al mondo contemporaneo. Discendente da quelli che costruirono la Torre di Babele, nel corso dei secoli l’umanità ha avuto bisogno che le luci e i doni del Paraclito venissero in soccorso della sua debolezza. Oggi, però, più che mai, si fa pressante la supplica cantata nel Salmo Responsoriale (cfr. Sal 103): “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la Terra”.

   Senza la grazia dello Spirito Divino, impetrata da duemila anni dalla Chiesa, qualsiasi iniziativa di apostolato è inutile! A nulla serviranno la predicazione, la pubblicazione di libri, la diffusione di giornali o la propaganda nei mezzi di comunicazione al fine di condurre le anime alla santità. L’unico Santificatore, che fa evaporare l’orgoglio e sana le nostre miserie, è Colui che Gesù annuncia nel Vangelo. È Lui che ci trasforma e santifica, dandoci forze per mantenerci fedeli, nella pratica della virtù. È Lui che ci istruisce su tutto quello che non comprendiamo: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa” (Gv 14, 26).

   Tale deve essere la nostra aspirazione, conforme alla richiesta del Canto del Vangelo: “Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli, e accendi in essi il fuoco del tuo amore!”.16 Imploriamo, dunque, questa venuta dello Spirito Santo, affinché Egli incendi i nostri cuori e faccia di noi anime di fuoco, nella piena partecipazione alla vita divina! (Rivista Araldi del Vangelo, Maggio/2018, n. 180, p. 8 - 15)

1 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.25, a.6, ad 3. 2 Cfr. ROYO MARÍN, OP, Antonio. La Virgen María. Madrid: BAC, 1968, p.57; ROSCHINI, OSM, Gabriel. Instruções Marianas. São Paulo: Paulinas, 1960, p.22. 3 BEAUDENOM, Léopold. Formation a l’humilité. 6.ed. Paris: Lethielleux, 1924, p.73. 4 Idem, p.52. 5 Cfr. SCHUSTER, Ignacio; HOLZAMMER, Juan B. Historia Bíblica. Antiguo Testamento. Barcellona: Litúrgica Española, 1934, t.I, p.344. 6 Cfr. SCHUSTER Ignacio; HOLZAMMER, Juan B. Historia Bíblica. Nuevo Testamento. Barcelona: Litúrgica Española, 1935, t.II, p.164-165, nota 5; EDERSHEIM, Alfred. The Life and Times of Gesù the Messiah. Grand Rapids (MI): Eerdmans, 1976, vol.I, p.449. 7 Cfr. SCHUSTER; HOLZAMMER, op. cit., t.I, p.344-345; t.II, p.261, nota 11. 8 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., q.8, a.3. 9 GRANERO, Jesús María. Madre Maravillas de Jesús. Biografía espiritual. Madrid: Fareso, 1979, p.139. 10 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.7, a.3. 11 Idem, q.34, a.4, ad 3. 12 Cfr. Idem, q.45, a.2. 13 SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA. Lettera a Policarpo, III, 2. In: RUIZ BUENO, Daniel (Ed.). Padres Apostólicos. 5.ed. Madrid: BAC, 1985, p.499. 14 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.7, a.4. 15 Cfr. SAN FRANCESCO DI SALES. Entretien XIX. Sur les vertus de Saint Joseph. In: Œuvres Complètes. Opuscules de spiritualité. Entretiens spirituels. 2.ed. Paris: Louis Vivès, 1862, t.III, p.546; SAN BERNARDINO DA SIENA. Sermones de Sanctis. De Sancto Ioseph Sponso Beatæ Virginis. Sermo I, a.3. In: Sermones Eximii. Veneza: Andreæ Poletti, 1745, t.IV, p.235; SAUVÉ, PSS, Charles. Le culte de Saint Joseph. Élé- vations dogmatiques. 2.ed. Paris: Charles Amat, 1910, p.343-344. DE ISOLANO, OP, Isidoro. Suma de los dones de San José. IV, c.3. In: LLAMERA, OP, Bonifacio. Teología de San José. Madrid: BAC, 1953, p.629-630. 16 MESSA VESPERTINA NELLA VIGILIA DI PENTECOSTE. Canto al Vangelo. In: MESSALE ROMANO. Lezionario – Domenicale e Festivo (Anno A). Riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato dal Papa Paolo VI. Città del Vaticano: L. E. Vaticana, 2007, p.295.

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