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Voce del Papa

Ritornate alla casa della vostra Madre

Pubblicato 2018/04/05
Autore : Redazione

Dio onnipotente ci presenta ovunque esempi della sua misericordia. Dio dimentica di buon grado i nostri peccati. Se macchiamo la nostra anima dopo il Battesimo, rinasciamo con le lacrime della contrizione.

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"Lungo il cammino si disseta al torrente e solleva alta la testa” (Sal 110, 7). Dall’inizio del mondo si era diffuso nel genere umano un torrente di morte; da questo torrente, tuttavia, il Signore bevve “lungo il cammino”, perché sperimentò la morte solo di passaggio. Sollevò ugualmente la testa, perché, rialzandosi, elevò al di sopra degli Angeli ciò che con la morte aveva depositato nel tumulo. E nello stesso luogo dove permise ai suoi persecutori di esercitare contro di Sé il loro furore, colpì l’antico nemico per tutta l’eternità.

La divinità si nascose nel tempo della Passione

Questo è chiaramente indicato dalle parole di Dio al Beato Giobbe: “Puoi tu pescare il Leviatano con l’amo?” (Gb 40, 25). Il Leviatano, il cui nome significa aggiunta, designa il mostro marino che divora il genere umano: colui che, promettendo all’uomo di “aggiungergli” la divinità, lo spogliò della sua immortalità. È lui che ha anche portato il primo uomo a peccare e, ingaggiando i suoi seguaci per mezzo di una detestabile persuasione, accumula su di loro pene su pene.

In un amo, il pescatore mostra l’esca, ma nasconde la fiocina. Così il Padre Eterno ingannò il Leviatano, mandando a morte il suo Figlio incarnato, nel quale si univano la carne soggetta alla sofferenza che si poteva vedere, e la divinità inaccessibile alla sofferenza, che non si poteva vedere. E quando, per intermediazione dei persecutori di Gesù, il serpente morse l’esca del corpo nel Cristo, la fiocina della divinità lo trafisse.

Inizialmente, il mostro riconobbe, dai suoi miracoli, che Gesù era Dio, ma il fatto di vedere Dio così passibile lo fece dubitare di quello che aveva precedentemente riconosciuto. Come un amo che attira un animale vorace per mezzo dell’esca, poi si aggancia alla sua gola, la divinità si nascose nel tempo della Passione, per sferrare il colpo mortale.

Il mostro si lasciò agganciare dall’amo dell’Incarnazione: allettato dal corpo, trafitto dall’amo della divinità. Là c’era l’umanità ad attirare l’animale vorace, là c’era la divinità a catturarlo. Là si vedeva la debolezza ad attirarlo, là si nascondeva la forza che avrebbe attaccato la sua gola. Fu così catturato con l’amo, perì quando morse l’esca.

Per aver preteso la morte dell’Immortale, sul quale non aveva alcun diritto, perse i mortali che gli appartenevano di diritto.

1.jpg

Con la morte dell’Immortale, l’antico
nemico perse il frutto della sua vittoria

Resurrezione di Cristo - Cattedrale di
San Giuliano, Le Mans (Francia)

L’antico nemico perse il frutto della sua vittoria

Se questa Maria di cui parliamo è viva, è perché il Signore, che nulla doveva alla morte, accettò di morire per il genere umano. E a noi, chi ci dà la grazia di recuperare la vita ogni giorno, dopo i nostri peccati, se non il Creatore impeccabile, disceso dal Cielo per subire il castigo a noi dovuto?

Sì, l’antico nemico ha perso le spoglie che aveva preso del genere umano, ha perso il frutto della sua vittoria, ottenuto astutamente. Ogni giorno i peccatori recuperano la vita; ogni giorno vengono strappati dalle sue fauci per mano del Redentore. A giusto titolo, dunque, la voce del Signore interpella il Beato Giobbe: “Gli forerai la mascella con un uncino?” (Gb 40, 26). L’uncino comprime quello che esso cinge.

Che significa, dunque, quest’uncino, se non la divina misericordia che ci avvolge? Essa perfora la mandibola del Leviatano quando continua a indicarci il rimedio della penitenza, dopo averci visto commettere ciò che lei proibisce. Il Signore trafigge la mascella del Leviatano con un uncino: nella potenza ineffabile della sua misericordia, Egli Si oppone alla perversità dell’antico nemico e lo costringe a volte a liberare persino quelli che già gli appartengono.

Quando i peccatori ritornano allo stato di grazia, è come se essi cadessero dalle fauci del mostro. E se questa fauce non fosse trafitta, chi, tra quelli che aveva inghiottito, sarebbe potuto scappare da lì?

Non teneva lì Pietro, quando questi rinnegò il suo Maestro? Non faceva prigioniero lì Davide, quando questi affondò nell’abisso della lussuria? Quando, però, con la penitenza, ritornarono entrambi alla vita, è un po’ come se fossero usciti da un foro della mascella del Leviatano. Pietro e Davide fuggirono dal buco della sua mascella quando, dopo aver agito così male, tornarono al bene facendo penitenza.

Chi riesce a sfuggire alla gola del Leviatano, non commettendo colpa alcuna? Riconosciamo bene qui tutto quanto dobbiamo al nostro Redentore! Egli non solo ci ha proibito di gettarci nella gola del Leviatano, ma ci ha permesso anche di uscirne. Egli non ha tolto al peccatore la speranza, perché ha forato la mascella del mostro, per aprire una via di fuga. Così, l’imprudente che non ha voluto premunirsi per non essere morso può per lo meno svignarsela dopo il morso.

La medicina celeste ci soccorre in tutti i modi. Prescrive all’uomo di non peccare; se, tuttavia, pecca, fornisce rimedi affinché egli non si disperi. Abbiamo dunque soprattutto il timore di cadere nelle fauci del Leviatano, attratti dal peccato; tuttavia, se lì ci gettiamo, non disperiamoci: se ci pentiremo di tutti i nostri peccati, troveremo in questa prigione un’apertura da dove fuggire.

Esempi di speranza e di penitenza

Maria Maddalena, di cui stiamo trattando in quest’omelia, può apparire qui come testimone della misericordia divina. A suo riguardo disse il fariseo, cercando di impedire il getto della Bontà: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice” (Lc 7, 39). Ella, però, lavò con le sue lacrime la sporcizia del suo cuore e del suo corpo e, abbandonando le vie del peccato, toccò i piedi del suo Redentore.

Seduta ai piedi di Gesù, sentiva le parole uscire dalle sue labbra. Si era legata a Gesù vivo, ora Lo cerca morto: incontrò vivo Colui che cercava morto. E la grazia le concesse un tale posto vicino a Lui, che fu lei a portare il suo messaggio agli Apostoli, i suoi messaggeri titolari. Che cosa dobbiamo vedere in questo, fratelli miei, se non l’immensa misericordia del nostro Creatore, che ci offre come esempio di penitenza coloro che Egli ha fatto rivivere per mezzo della contrizione, dopo la caduta?

Fisso lo sguardo su Pietro, considero il ladrone, esamino Zaccheo, fisso Maria, e non vedo dappertutto che esempi di speranza e di penitenza esposti davanti ai nostri occhi. Osserva Pietro, tu la cui fede forse è venuta meno: egli ha pianto amaramente per la codardia delle sue negazioni. Osserva il ladrone, tu che ardesti di malvagità e crudeltà contro il tuo prossimo: nell’ora della morte, egli si pentì e ottenne la vita eterna. Osserva Zaccheo, tu che, divorato dall’avarizia, hai defraudato gli altri: lui restituì il quadruplo a quelli che era riuscito a derubare. Osserva Maria, tu che, infiammato da desideri malvagi, hai perduto la purezza della carne: con il fuoco dell’amore divino lei ha estinto in sé l’amore carnale.

Dio dimentica di buon grado i nostri peccati

In questo modo, Dio onnipotente mette dappertutto davanti ai nostri occhi modelli da imitare, ovunque ci presenta esempi della sua misericordia. Riempiamoci di orrore per le cattive azioni, comprese quelle che commettiamo.

Dio dimentica di buon grado i nostri peccati. Egli è disposto a dare alla nostra penitenza il valore dell’innocenza. Se macchiamo la nostra anima dopo il Battesimo, rinasciamo con le lacrime della contrizione. E secondo la parola del primo Pastore, “come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale” (I Pt 2, 2).

Ritornate, figlioli, alla casa della vostra Madre, la Saggezza Eterna; succhiate i generosi seni della tenerezza di Dio; piangete i vostri peccati passati, evitate quelli che vi minacciano. Le vostre lacrime di un giorno, il nostro Redentore le consolerà con una gioia eterna. (Rivista Araldi del Vangelo, Aprile/2018, n. 179, p. 6- 7)

San Gregorio Magno. Estratto dell’Omelia XXV sui Vangeli

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