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Beato Francesco Palau y Quer: Nozze mistiche con la Chiesa

Pubblicato 2018/03/09
Autore : Suor Clarissa Ribeiro de Sena, EP

Eremita, apostolo, fondatore, mistico, profeta, esorcista… Diverse sfaccettature si armonizzano nell’anima di questo carmelitano che, nel suo estremo amore per la Chiesa, si unì misticamente a lei.

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   Spagna, arcipelago delle isole Baleari. Nell’estremo sud-ovest dell’isola di Ibiza, di fronte a scogliere che cadono quasi verticalmente sul Mediterraneo, sorge un’imponente isola rocciosa. Anche se non lontano dalla costa, la forza del mare e il brusco rilievo la rendono di difficile accesso. Solo nei giorni in cui le acque sono calme, i barcaioli si arrischiano nella breve traversata. 

   Dopo essere sbarcati sulla fragile costa, ci vogliono alcune ore di penosa salita per raggiungere la cima dell’isola, situata a quasi quattrocento metri di altezza. Un po’ sotto la vetta, scavata nella parete della scogliera, una stretta grotta si addentra nel cuore della deserta montagna.

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A quella scogliera “nessuno può avvicinarsi se non in barca; e le sue colonne si elevano così a picco sopra le acque che solo gli esperti del paese riescono a salire”

Gli isolotti di Es Vedrà (nel fondo) e Es Vedrà visti dalla costa di Ibiza

   Era il rifugio dei rapaci? Che servisse da rifugio per qualche animale solitario? Certamente no. Tuttavia, in questa grotta ci sono segni della presenza di un’anima acuta, un apostolo valoroso, che si ritirava lì per pregare.

   Fu nell’isolotto di Es Vedrà che questo singolare eremita scoprì il punto centrale della sua missione: servire e difendere la Santa Chiesa, oggetto del suo ardente amore, che contemplava misticamente sotto la figura di una signora.

   Conosciamo a brevi tratti la vita di quest’uomo, il Beato Francesco Palau y Quer.

Lo sbocciare della vocazione sotto il manto di Elia

   Il 29 dicembre 1811 nasceva nel villaggio di Aitona, in seno a una devota famiglia di agricoltori. La sua passione per le lettere gli permise di entrare a diciassette anni nel Seminario di Lerida, dove il contatto con i sacerdoti carmelitani scalzi che prestavano assistenza spirituale agli alunni fece fiorire la vocazione religiosa nella sua anima. 

   Essendo in dubbio sull’ordine in cui doveva entrare, decise di fare una novena al profeta Elia, per il quale aveva devozione fin dall’infanzia. L’ultimo giorno, la statua davanti alla quale pregava prese vita e lo coprì con il suo manto. Di fronte a un segnale così chiaro, non c’era alcuna esitazione: sarebbe stato carmelitano! 

   Entrò a far parte del noviziato di Barcellona nel 1832. L’epoca non era propizia per diventare religioso, perché i primi squarci della rivoluzione liberale si avvertivano già. Egli, tuttavia, emise i voti perpetui con impressionante fermezza e chiaroveggenza, il 15 novembre 1833: “Quando ho fatto la mia professione religiosa, la rivoluzione aveva già in mano la torcia incendiaria per bruciare tutte le case religiose e il temibile pugnale per assassinare gli individui che vi si erano rifugiati. Ero consapevole del pericolo pressante cui mi esponevo”.1

   Le sue previsioni sarebbero state presto confermate. Dopo due anni, mentre era diacono, il convento di San Giuseppe a Barcellona fu incendiato e tutti i religiosi furono catturati. Poco dopo furono liberati, ma fu proibito loro dall’autorità civile di condurre vita comunitaria. Fra Francesco Palau rimarrà fuori dai chiostri fino alla fine dei suoi giorni, mantenendosi fedele alla vocazione carmelitana come allo stile di Sant’Elia: egli inframmezzerà preziosi momenti di profonda solitudine a un’ azione intensa.

Vita solitaria e apostolica

   Lasciato il carcere, tornò alla sua terra natale, stabilendosi in una grotta alla periferia della città. Da allora, dove passava, costruiva piccoli eremi o utilizzava quelli che la natura gli offriva, per viverci. Gli piaceva risiedere “nei luoghi più deserti, selvaggi e solitari, in modo da poter contemplare con meno occasioni di distrazione i disegni della Divina Provvidenza sulla società e la Chiesa”.2

   Sfidando il divieto governativo e seguendo le linee guida ricevute dal suo superiore, riuscì a essere ordinato sacerdote nel 1836 da Mons. Jaime Fort y Puig, Vescovo di Barbastro. Si apriva per il giovane sacerdote la possibilità di svolgere una proficua attività attraverso missioni popolari e la cura di coloro che lo cercavano, spinti dalla fama di santità di cui godeva a quell’epoca. 

   L’integrità della sua condotta e l’efficacia della sua predicazione, tuttavia, erano sgradite a molti… Non mancarono persecuzioni e incomprensioni, sia da parte del potere civile quanto di quello ecclesiastico, e perfino da parte dei suoi conterranei. 

   Una volta, mentre pregava nel suo eremo dopo un benedetto giorno di missione, si avvicinarono quattro uomini che avevano assistito alla sua predica. Uno di loro prese l’iniziativa ed entrò nella grotta con l’intenzione di assassinarlo. Motivo? Lo stesso che l’autore sacro indica nei falsi ragionamenti degli empi: “Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo” (Sap 2, 12).

   Con calma, il religioso gli chiese:

   — Vieni a uccidermi, fratello? Sarebbe stato meglio per te venire a confessarti, perché sono anni che non lo fai, e non sai quando Dio ti chiamerà a giudizio. Vieni, ripeti con me: Io peccatore …

   Tali parole mossero quell’anima impietrita. Tra le lacrime, il potenziale assassino confessò le sue colpe, venendo subito imitato dai suoi compagni. La sua criminale audacia era stata vinta dalla mite intransigenza dell’anacoreta indifeso.

Es Vedrà: deserto secondo il suo cuore

   Nel 1840 la situazione politica spagnola peggiorò ulteriormente, costringendo Don Palau all’esilio in Francia. Per quasi undici anni visse nelle Diocesi di Perpignan e Montauban, vivendo sempre ritirato in grotte. Un gruppo di discepoli si unì a lui, dando vita a un nucleo di eremiti, nonché a una comunità femminile incipiente. Questi sarebbero stati i primi semi della sua futura fondazione.

   Ritornato in Spagna nel 1851, andò nella diocesi di Barcellona, dove fu accolto calorosamente da Mons. José Domingo Costa e Borrás. Iniziava un periodo di grande attività apostolica, segnato dalla preoccupazione per la mancanza d’istruzione religiosa dei fedeli e la conseguente corruzione dei costumi.

   Fondò nella Parrocchia di Sant’Agostino la Scuola della Virtù, una catechesi permanente per adulti che cercava di confrontare “verità con errori, luce con tenebre, realtà con ombre, il falso con il vero” e di essere “una Scuola che definisse e designasse la virtù formale con i nomi, parole e termini che le sono propri, e descrivesse i vizi con le loro disastrose e devastanti proprietà”.3

   Questa fu una delle sue azioni che ebbero maggiore influenza nella società. Arrivò a duemila il numero di persone di tutte le classi, specialmente operai, che la domenica si riunivano per ascoltare i suoi insegnamenti.

   Il clamoroso successo della Scuola della Virtù, tuttavia, la rese bersaglio di calunnie maligne. Sulla base della falsa accusa di essere coinvolta negli scioperi dei lavoratori scoppiati a Barcellona, il governo civile la chiuse nel 1854 ed esiliò il Beato Palau nell’Isola di Ibiza, dove, paradossalmente, egli trovò il suo luogo prediletto di ritiro: l’isolotto di Es Vedrà.

   “Nelle isole Baleari la Provvidenza mi aveva preparato un deserto tale quale il mio cuore desiderava”,4 racconta lui stesso. A quella scogliera “nessuno può avvicinarsi se non in barca; e le sue colonne si elevano così a picco sopra le acque che solo gli esperti del paese riescono a salire. È qui che mi raccolgo, di tanto in tanto, per la mia vita solitaria”.5

   Le grazie lì ricevute furono tali che, terminati i sei anni di esilio nelle Baleari, egli sarebbe ritornato spesso a Es Vedrà per “rendere conto a Dio della mia vita e consultare i disegni della sua Provvidenza”,6 come avrebbe scritto.

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Gli fu chiesto il martirio quotidiano di una dedizione illimitata, tra incomprensioni, calunnie e sofferenze

Una delle poche fotografie conservate del Beato

Unione mistica con la Chiesa

   L’anno del 1860 gli riservava un evento cruciale che avrebbe dato significato alla sua esistenza. Come lui stesso descrive, la sua giovinezza, l’ingresso nel Carmelo e le vicissitudini che seguirono, i periodi di isolamento, il ministero sacerdotale con le tribolazioni che gli sopraggiunsero non furono nient’altro che una grande ricerca: “Ho trascorso la mia vita in cerca dell’oggetto del mio amore, fino all’anno 1860. Sapevo bene che esisteva, ma quanto lontano ero dal pensare chi fosse!”7

   Era il mese di novembre, e si stava preparando per l’ultimo ufficio della missione che predicava a Ciudadela, nella non molto lontana isola di Minorca, quando fu trascinato fino al trono di Dio, dinanzi al quale gli apparve una bellissima signora vestita di gloria, con il capo coperto da un finissimo velo. Comprese che era la Chiesa, che il Padre Eterno gli affidava come figlia. 

   Espresse in questi termini la forte impressione che tale scena produsse nella sua anima: “Sono rimasto col desiderio di conoscere questa Giovane che mi si presentava avvolta in misteri e nascosta dietro un velo. Nondimeno, sebbene velata, avevo su di lei una così alta conoscenza infusa, vedevo nel suo atteggiamento una tale grandezza che sarebbe stata la mia fortuna che lei mi ammettesse come il più umile dei suoi servi”.8

   “Chiesa santa!”, esclama più avanti. “Da vent’anni ti cercavo: ti guardavo e non ti conoscevo, perché ti nascondevi sotto le ombre oscure dell’enigma, delle figure, delle metafore, e potevo vederti solo sotto la specie di un essere per me incomprensibile; così ti guardavo e ti amavo. Sei tu, o santa Chiesa, la mia amata! Sei tu l’unico oggetto dei miei amori!”9

   Iniziò allora la sua relazione con la Chiesa in quanto persona mistica. “Sono una realtà, un corpo morale perfettamente organizzato: il mio capo è Dio fatto Uomo; le mie ossa, la mia carne, i miei nervi, le mie membra sono tutti gli Angeli, Santi e giusti destinati alla gloria; la mia anima, lo spirito che mi vivifica, è lo Spirito Santo”,10 gli avrebbe detto in una delle sue visioni. Queste si moltiplicarono, culminando nelle nozze spirituali, in cui Nostro Signore Gesù Cristo gli consegnava la Chiesa anche come sposa.

   Alla bellissima dama delle prime manifestazioni succedettero Sara, Rebecca, Ester, Giuditta e altre prefigurazioni della Chiesa nell’Antico Testamento. In questo modo ella gli comunicava i suoi sublimi misteri e stringeva i suoi vincoli di unione. A un certo punto gli apparve l’archetipo perfetto e lo specchio purissimo della Sposa Mistica di Cristo, la Santissima Vergine. 

Al servizio della Sposa Mistica di Cristo

   Tali così profonde comunicazioni celesti fecero sì che la causa ecclesiale diventasse il principio conduttore della sua esistenza: “La mia missione si riduce ad annunciare ai popoli che tu sei infinitamente bella e amabile, e a predicare loro che ti amino”.11 Con tale entusiasmo si lancerà a evangelizzare in diverse città della Spagna.

   Le esperienze mistiche con la Chiesa sono alla radice dei suoi piani fondazionali. Sentendosi chiamato a unire la vita attiva alla ricca tradizione contemplativa del Carmelo, fonderà due congregazioni religiose: quella dei Frati Carmelitani Terziari, estinta durante la Guerra Civile Spagnola, e una congregazione femminile, oggi divisa in due rami, le Carmelitane Missionarie e le Carmelitane Missionarie Teresiane.

   Nel suo lavoro pastorale il Beato Palau si valse anche della penna. Aveva già pubblicato opere spirituali, come Lotta dell’anima con Dio e Catechismo delle virtù, e altre di carattere polemico in propria difesa, come La vita solitaria e La Scuola della Virtù vendicata. In questo periodo spiccano le lettere ai suoi discepoli e gli articoli del settimanale El Ermitaño, in cui consegnerà impressionanti analisi e previsioni su eventi ecclesiastici e sociali.

   Di non minore importanza fu il suo lavoro come esorcista. “Io ti ordino: espelli i demoni, ovunque li trovi”,12 sentirà in una delle sue visioni. Era chiamato a esercitare questo ministero, e lo fece con eccellente esito, nella misura consentita dalle autorità ecclesiastiche. 

Futuro trionfo della Santa Chiesa

   Una nuova fase segnerà la sua relazione soprannaturale con il Corpo Mistico di Cristo. Si trovava a Es Vedrà, in una mattina agitata da una furiosa tempesta nel 1865. La cima della roccia fu presa da una nuvola luminosa che convertiva “la luce del sole in tenebre”.13

   Al centro gli apparve la Chiesa, rappresentata dalla regina Ester. Dopo un caloroso saluto, lei disse: “In distinte occasioni della tua vita hai dato prova del tuo amore, della tua obbedienza, della tua fedeltà, della tua fermezza, della tua perseveranza e della tua lealtà nei miei confronti; e io ho riposto in te il mio amore e la mia fiducia. D’ora in poi affronteremo ciò che riguarda il destino, la situazione della Chiesa Romana e la tua missione in essa”.14

   Cominciava, al culmine dell’unione mistica, una serie di rivelazioni sui mali interni ed esterni che affliggevano la Chiesa e su quelli che in futuro si sarebbero abbattuti su di lei. Don Palau avrebbe contemplato allo stesso tempo il suo splendore imperituro e il concorso decisivo, per la sua vittoria definitiva, di un uomo pieno dello spirito di Elia. 

   In questa intenzione avrebbe rivolto ferventi suppliche a Dio e offerto penitenze austere, non trascurando di esternare le sue profetiche speranze nelle pagine di El Ermitaño: “Se viene la vera restaurazione, che consiste nella conversione di tutte le nazioni e dei loro re in Dio, il restauratore non può essere un re, ma un apostolo; la guerra non converte, ma rovina, e quest’apostolo sarà Elia, il promesso Elia, qualunque sia il nome che, apparendo, gli sia dato. Si chiami Giovanni, Mosè, Pietro, il nome conta poco: la missione di Elia restaurerà la società umana, perché così Dio ha ordinato nella sua Provvidenza”.15

Dalla Chiesa militante a quella trionfante

   Sin dalla sua gioventù, il beato Francesco Palau desiderava versare il suo sangue per la Santa Chiesa. Tuttavia, gli fu chiesto il martirio quotidiano di una dedizione illimitata, tra incomprensioni, calunnie e sofferenze…

   Gli ultimi anni della sua vita furono consacrati alla predicazione, all’esorcismo e al consolidamento giuridico delle sue fondazioni. I suoi ultimi giorni trascorsero con i figli spirituali che si occupavano dei malati di tifo. Malato, arrivò a Tarragona all’inizio del 1872 e il 20 marzo lasciò serenamente la Chiesa militante per contemplare senza veli quella trionfante.

   Tuttavia, come l’Es Vedrà, che, imponente, sfida la furia delle onde, il suo luminoso esempio di amore e resa incondizionata alla Chiesa supera i marosi del tempo e fa echeggiare nella Storia la sua fede nella promessa del Salvatore: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18). (Rivista Araldi del Vangelo, Marzo/2018, n. 178, p. 32 - 35)

1 BEATO FRANCESCO PALAU Y QUER. La vida solitaria, c.2, n.10. In: Obras selectas. Burgos: Monte Carmelo, 1988, p.212. 2 Idem, c.5, n.20, p.215. 3 BEATO FRANCESCO PALAU Y QUER. La Escuela de la Virtud vindicada. L.II, c.2, n.23. In: Obras selectas, op. cit., p.252. 4 BEATO FRANCESCO PALAU Y QUER. Lettera 101/115. Al P. Pascual de Jesús María, 1/8/1866, n.2. In: Obras selectas, op. cit., p.852. 5 Idem, ibidem. 6 Idem, n.3. 7 BEATO FRANCESCO PALAU Y QUER. Mis relaciones con la Iglesia, c.8, n.21. In: Obras selectas, op. cit., p.454. 8 Idem, II, n.3, p.353. 9 Idem, III, n.1, p.354. 10 Idem, c.20, n.6, p.595. 11 Idem, c.12, n.2, p.530. 12 Idem, c.8, n.30, p.459. 13 Idem, n.27, p.457. 14 Idem, n.28. 15 BEATO FRANCESCO PALAU Y QUER. Anarquía social. In: El Ermitaño. Barcelona. Anno IV. N.114 (12 gennaio 1871); p.4.

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