Versione 0.6 Beta. Login | Registrarsi

Login

E-mail:
Password:
Non ti sei ancora registrato?
Fai clicca qui per acedere la comunità degli Araldi del Vangelo. Scrivi i tuoi commenti sulle attività.
Home » Dottrina » Commenti al Vangelo »
Commenti al Vangelo

Il vero Messia e il suo glorioso trionfo

Pubblicato 2018/03/09
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Assetati di gloria umana e incapaci di accettare il Regno di Dio che era loro offerto, i nemici di Nostro Signore finirono per crocifiggerLo… propiziando così il suo vero e perenne trionfo.

| Stampare | Email E-mail | Report! Correggere | Share

Vangelo della Processione

1 Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il Monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli 2 e disse loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un asinello legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. 3E se qualcuno vi dirà: ‘Perché fate questo?’, rispondete: ‘Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito’”. 4 Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. 5Alcuni dei presenti dissero loro: “Perché slegate questo asinello?” 6Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. 7 Portarono l’asinello da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed Egli vi salì sopra. 8 Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. 9 Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 10Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei Cieli!” (Mc 11, 1-10).

jOÃO.jpgI – I paradossi della Domenica delle Palme

   La Domenica delle Palme è la porta della Settimana Santa, durante la quale contempliamo il fulcro della vita e della missione di Nostro Signore Gesù Cristo pertanto il punto centrale della nostra Fede Cattolica Apostolica Romana. È il Salvatore, Lui stesso, che decide di iniziare la sua Passione, entrando a Gerusalemme montato su un asinello, come fu Lui a scegliere la carne umana per realizzare la Redenzione e la Grotta per nascere.

   Alcune settimane prima di dirigerSi nella Città Santa, Gesù aveva resuscitato Lazzaro, morto da quattro giorni. Possiamo ben immaginare lo sconcerto dei circostanti quando Egli ha fatto aprire il tumulo, poiché a quel punto il corpo doveva già essere in decomposizione. A dispetto della ritrosia generale, hanno rimosso la lapide e, all’ordine di Nostro Signore – “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11, 43) –, costui non solo è resuscitato ma ha salito la scala d’accesso all’uscita del sepolcro, “con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario” (Gv 11, 44). Il fatto ha avuto una profonda ripercussione in Israele, generando un tale stupore che l’opinione pubblica è stata presa dall’ansia di conoscere quello straordinario Taumaturgo. Siccome la Pasqua era prossima, i giudei che salivano al Tempio per purificarsi cercavano il Divino Maestro e si chiedevano l’un l’altro: “Che ve ne pare? Non verrà Egli alla festa?” (Gv 11, 56). Sapendo che Lui stava arrivando, la moltitudine è uscita al suo incontro con rami di palme nelle mani, acclamandoLo, “perché aveva udito che aveva compiuto quel segno” (Gv 12, 18).

Scena semplice in apparenza, grandiosa nell’essenza

   Il nostro desiderio sarebbe che questa entrata si fosse verificata in modo glorioso, con un corteo trionfale in cui i puledri caricassero, tutt’al più, gli ultimi ausiliari del Salvatore. Egli avrebbe meritato di sfilare su un animale imponente, un elefante o un bel destriero bianco, simile a quello sopra il quale appare descritto nell’Apocalisse, con una spada tra i denti (cfr. Ap 19, 11- 15). Al contrario, il Signore preferisce un semplice asinello, Si presenta con le sue vesti abituali, senza ostentare un mantello reale e non Si fa annunciare. Le autorità – il sommo sacerdote, i principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo –, a cui toccava promuovere un’accoglienza solenne per riceverLo, non Gli prestano omaggio. Nulla di quello che accadeva era alla sua altezza!

   Tuttavia, se questa scena è stata semplice nella sua esteriorità, è ricchissima riguardo la sostanza, poiché lì stava lo stesso Dio fatto Uomo, “nato per essere Re, nella maniera più mirabile e augusta del mondo, giacché lo era per l’ammirazione che suscitavano i suoi esempi, la sua santa vita, la sua santa dottrina, le sue grandi opere e i suoi grandi miracoli […]. Nulla nel suo aspetto colpiva la vista; questo Re povero e benigno montava un mulo, umile e mansueta cavalcatura, e non quei cavalli focosi, attaccati a un calesse la cui sontuosità attirava gli sguardi. Non si vedevano servi né guardie, né l’immagine delle città sconfitte, né i suoi bottini o i suoi re prigionieri. […] La Persona del Re e il ricordo dei suoi miracoli facevano tutta la considerazione di questa festa”.1

   Gesù chiede un asinello che mai fu montato – infatti era riservato per Lui – e l’animale non si mostra burbero, ma cammina dolcemente, portando sul dorso il Sovrano dell’universo e nostro Redentore, in funzione del quale tutte le cose sono state create. Quanto simbolismo c’è dietro tutto questo! Come vorremmo avere quell’asinello impagliato e conservato in una cattedrale!

   Al passaggio di Nostro Signore, il popolo esclama meravigliato: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei Cieli!”. Secondo la narrazione di San Luca, a un certo punto i farisei hanno interpellato Gesù per esigere che reprimesse le ovazioni, e Lui ha risposto loro: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre!” (Lc 19, 40). Sì, non solo le pietre, ma anche le piante, gli insetti, gli uccelli del cielo, insomma, tutti gli animali, si sarebbero raggruppati intorno a Lui in quell’occasione e avrebbero fatto salti di gioia cantandoGli le glorie, se non li avesse Egli frenati con un miracolo. Infatti, se nel Paradiso Terrestre l’uomo aveva tale dominio sugli esseri irrazionali e questi obbedivano ai suoi ordini, tanto più il Signore Gesù, essendo Dio, nei confronti della natura creata da Lui!

Il popolo aspettava un re temporale

   Non c’è dubbio che, con quelle urla, la moltitudine riconoscesse la regalità di Gesù come autentico discendente di Davide. Tuttavia, erano acclamazioni basate su una prospettiva deformata, secondo la concezione – generalizzata tra i Giudei – di un Messia politico che li avrebbe liberati dal giogo romano e avrebbe restaurato il regno di Israele, ottenendo loro la supremazia su tutte le altre nazioni. Essi associavano la venuta di questo Messia, pertanto, più a una salvezza temporale che alla salvezza eterna. Così, hanno accolto Gesù con onori, nell’aspettativa che Lui, alla fine, avrebbe assunto il potere e iniziato per i Giudei un’epoca differente. 

1.jpg
Sopra e nella pagina seguente, Entrata di Gesù a Gerusalemme, di Duccio di Buoninsegna - Cattedrale di Siena
   Infatti, il Redentore apriva un’era differente, ma dal punto di vista soprannaturale. E loro, molto naturalisti, non lo capivano. Di conseguenza, quella contentezza che manifestavano non si qualificava per l’ammirazione della divinità di Cristo. Trascinati da grazie mistiche e consolazioni straordinarie, Lo hanno accolto tra grida e canti di entusiasmo, traboccanti di gioia; però, per questa mentalità errata, hanno applicato tali grazie in una direzione discordante dai disegni di Dio. Desiderosi di un regno umano, immaginavano che fosse il massimo successo avere un monarca dotato della capacità di operare qualsiasi specie di miracoli, poiché, in questo modo, tutti i loro problemi sarebbero stati risolti. In fondo, aspiravano a una felicità meramente terrena e, la cercavano con tale ardore che, se fosse stato possibile, avrebbero voluto trascorrere l’eternità in questo mondo. In una parola, erano “limbolatri”, ossia, adoratori di una situazione che facesse di questa vita una specie di limbo, senza sofferenza né godimento soprannaturale.

   Queste riflessioni contengono una lezione per noi: dobbiamo stare molto attenti a non approfittare delle grazie per i nostri interessi personali e a non appropriarci mai dei doni di Dio per autoproiettarci in essi, cercando di soddisfare il nostro amor proprio, la vanità e l’orgoglio.

Dalle acclamazioni alle grida di condanna

   Degno di nota è anche un altro aspetto che la Liturgia di oggi ci fa notare. A cosa è servito a quella gente acclamare il Signore con rami di palma nelle mani e stendere i loro mantelli lungo il cammino? Di lì a pochi giorni la moltitudine sarebbe stata davanti a Pilato, gridando: “CrocifiggiLo! CrocifiggiLo!”. Tale è la volubilità delle cose del mondo, e così sono gli applausi stupidi dietro ai quali corrono gli insensati. Volere l’approvazione degli uomini è volere un giorno ricevere il grido di condanna di tutti! Quanto differente è la stabilità di Dio! Quando Egli applaude qualcuno, lo fa per tutta l’eternità.

   Se la Passione di Gesù fosse avvenuta dopo alcuni anni dalla sua entrata solenne a Gerusalemme, il tempo ci permetterebbe di considerare questo mutamento di atteggiamento dell’opinione pubblica come frutto di un processo. Ma come spiegare una transizione così fulminea dalle lodi all’odio? Come intendere che siano arrivati all’infamia di passare davanti a Nostro Signore crocifisso per pronunciare le bestemmie riferite nel Vangelo? È questa la logica del male, la logica dell’egoismo, la logica del peccato! 

   Ecco uno spunto per il nostro esame di coscienza: io, che mi rallegro quando sono toccato dalla grazia in fondo all’anima, se non sarò vigile e rigido con me stesso e acconsentirò a una cattiva sollecitazione – sia col pensiero, desiderio o sguardo –, in quel momento mi starò avviando per lo stesso cammino di quei giudei e, in breve, l’“Osanna!” cederà il posto al “CrocifiggiLo!”. 

II – L’irrimediabile confronto tra due visioni

   Analizzando la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, non è difficile comprendere che la pietra di scandalo in funzione della quale i campi si dividono è la concezione rispetto al Messia. Da un lato, abbiamo la visione politica; dall’altro, quella religiosa. E quest’ultima – quella vera – è perseguitata con odio di sterminio da coloro che hanno aderito alla visione falsa.

   Questa nozione sbagliata del popolo non si differenziava molto dagli aneliti dei membri del Sinedrio. Anche loro speravano che il Salvatore di Israele fosse un abile politico, capace di modificare completamente lo stato della nazione. E non appena si sono resi conto che Nostro Signore non avrebbe usato nessuna specie di favoritismo nei loro confronti se, di fatto, fosse salito al potere, Lo invidiavano e non sopportavano la sua presenza.

Gesù: Profeta per eccellenza e Vittima della sua stessa missione

   Nella prima lettura (Is 50, 4-7) di questa domenica, troviamo prefigurata in Isaia la missione di Nostro Signore Gesù Cristo, come Profeta per eccellenza, chiamato a condurre gli uomini sulla via di Dio. 

   L’Altissimo, suscitando i profeti, li costituisce suoi intermediari presso gli uomini. Ora, questo incarico così eccellente agli occhi di Dio esige da chi lo riceve la disposizione a consegnarsi come vittima espiatoria: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50, 6). Ossia, il profeta è incompreso. Perché? Perché va contro corrente, ammonisce il popolo per le sue deviazioni e indica il cammino della morale, del diritto, della rettitudine, della santità, opposto a quello delle passioni sregolate.

   Ed è quello che è accaduto al Salvatore: “Venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11). Egli veniva a offrire non solo ai Giudei, ma all’umanità intera, la “libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 21); tuttavia, molti preferiscono la pseudolibertà di tutti i loro istinti, cioè, il libertinaggio. Egli Si è incarnato per darci la filiazione divina, con la quale diventiamo principi, non di una casa che oggi regna e domani si estingue, ma eredi del trono celeste, “coeredi di Cristo” (Rm 8, 17). E ancora: Dio ha voluto non solo adottarci come figli, ma anche concederci una partecipazione reale alla sua vita, come se nelle nostre vene scorresse lo stesso Sangue divino: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (I Gv 3, 1). E invece, è l’invito a questa divinizzazione, per la grazia, che gli uomini hanno rifiutato!

Segno della Storia del Cristianesimo

   Scegliendo di entrare a Gerusalemme in forma così modesta, come simbolo di contraddizione, voleva, infatti, mostrare quanto la sua regalità fosse molto distinta da quella attesa dai Giudei. Egli stesso lo dichiarerà davanti a Ponzio Pilato, autorità massima della Giudea: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù” (Gv 18, 36). Se, al contrario, Egli Si fosse presentato come re di questo mondo, sarebbe stato stimato e portato in trionfo, anche dai suoi nemici.

   L’antagonismo tra la vera e la falsa visione del Salvatore è il segno della Storia del Cristianesimo, e lo sarà fino alla fine dei tempi. Sempre ci sarà chi voglia servirsi della Chiesa e dei doni di Dio per interessi materiali e profani, di conseguenza, odierà coloro che reputano tutto “una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil 3, 8). Questi ultimi sono pietre di scandalo viventi, che ricordano al mondo la vera dottrina riguardo a Nostro Signore. Egli ha due nature, quella umana e quella divina, unite nella Persona unica del Verbo, e non è possibile separare l’umanità di Cristo dalla sua divinità.

2.jpg
Cristo Crocefisso - Basilica della Madonna del Rosario, Caieiras (Brasile)
Gioia e tristezza, gloria e dolore

   Ora, in virtù dell’unione ipostatica, Gesù avrebbe potuto redimerci con un semplice atto di volontà, un movimento di mano o anche una lacrima… Tuttavia, come insegna San Paolo nella seconda lettura (Fil 2, 6-11), Cristo “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò Se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò Se stesso facendoSi obbediente fino alla morte e a una morte di Croce” (Fil 2, 6-8). 

   È in vista di questo olocausto che Gesù entra a Gerusalemme, per liberarci dalla condanna eterna, aprire le porte del Cielo e acquistare la nostra resurrezione. In ragione di questo, la Liturgia qui contemplata si caratterizza per il contrasto tra gioia e tristezza. La nota di giubilo è nei paramenti rossi, nei canti, nei rami di palme, nelle foglie di ulivo e nel Vangelo della Processione che esalta Nostro Signore in quanto Re. Ciò nonostante, insieme a questa apoteosi, il Vangelo della Messa narra la Passione. 

   Non sarebbe più adeguato riservare questo testo solo per il Venerdì Santo? No! Nella sua divina e infallibile perfezione, la Chiesa ha posto la Croce al centro delle considerazioni della Domenica delle Palme, come di tutta la Settimana Santa: Nostro Signore, nell’Orto degli Ulivi, è catturato da una truppa armata di spade e bastoni, come se fosse “un ladro” (Mc 14, 48); davanti al tribunale di Pilato, la moltitudine, istigata dai sommi sacerdoti, chiede l’indulto di un assassino, Barabba, a scapito della sua liberazione; nel Pretorio, i soldati Lo flagellano, pongono sul suo capo una corona di spine e Lo scarnificano; segue la Via Crucis, fino al momento in cui, nell’alto della Croce, fiancheggiato da due ladroni, Gesù urla con forza e spira, e, in quello stesso momento, il velo del Tempio si straccia.

   La Croce, segno di contraddizione! Perché il Redentore ha scelto questo tipo di morte? Era fra tutti il più ignominioso, riservato ai peggiori banditi. Il condannato alla crocifissione era bersaglio del disprezzo generale. Sulla via del supplizio, le persone lo prendevano in giro e gli lanciavano sputi e, quando gli aguzzini lo sollevavano sul legno, era costume avvicinarsi per ridicolizzarlo. Questo gesto contribuiva ad aumentare la vessazione, di conseguenza, ravvivava nel popolo la paura di praticare qualche crimine. Insomma, quello che c’era di più esecrabile Nostro Signore lo ha voluto per Sé. A questo proposito si chiede Sant’Agostino: “Cosa c’è di più bello di Dio? Cosa c’è di più deforme di un crocifisso?”.2

Crocifisso e trionfante!

   Nella sua infinita sapienza, il Verbo onnipotente ha fatto in modo che la croce fosse un simbolo di orrore, rifiuto e ripugnanza; e, poi, incarnandoSi, l’ha abbracciata per redimerci e compiere la volontà del Padre. Da allora la Croce è diventata il più grande onore, il più grande trionfo, la più grande gloria; come disse San Leone Magno,3 si è trasformata in scettro di potere, trofeo di vittoria, segno di salvezza. Essa è diventata la cima dei campanili delle chiese, il centro delle decorazioni, il punto più alto delle corone e il segno che distingue un figlio di Dio da un figlio delle tenebre.

   Quando Nostro Signore era già esangue sulla Croce, piagato da capo a piedi, pronto a rendere il suo spirito, i sinedriti si prendevano gioco di Lui, dicendo: “Ha salvato altri, non può salvare Se stesso! Il Messia, il Re di Israele… che scenda ora dalla Croce, perché vediamo e crediamo!”. Con molta proprietà San Bernardo di Chiaravalle commenta questo passo: “O lingua avvelenata, parola di malizia, espressione perversa! […] Infatti, che coerenza c’è a dover scendere, se è Re di Israele? Non è più logico che salga? […] O ancora, poiché è Re di Israele, che non abbandoni il titolo del regno, non deponga lo scettro quel Signore il cui impero è sulle sue spalle”.4

   Ed è quello che è accaduto. Il terzo giorno Egli è risorto, e nel quarantesimo è asceso al suo Regno Celeste, dove è seduto alla destra del Padre, dominando il mondo intero. Re assoluto, Egli non è sceso, ma è salito! 

III – La Croce si trasforma in gloria nell’eternità

   Per approfittare bene delle grazie della Settimana Santa che oggi inizia, è necessario convincerci che, molto più che con i rami di palma nelle mani dobbiamo accogliere Nostro Signore con determinazioni interiori e propositi, e con la ferma convinzione di essere stati creati per servire l’Uomo-Dio, ognuno nel suo stato di vita, sia costituendo una famiglia, sia come religioso.

   Gesù mi convoca a seguirLo! Avvalendosi di una suggestiva immagine, San Roberto Bellarmino fa questa riflessione: “Chi vede il suo capitano lottare per suo amore, con tale perseveranza in un combattimento tanto penoso, ricevendo tante ferite e soffrendo grandissimo dolore, come non si sentirà animato a combattere al suo fianco, a far guerra ai vizi e a resistere fino alla morte? Cristo ha lottato fino a vincere e ottenere un glorioso trionfo sul suo nemico […]. E se Cristo ha lottato con così grande perseveranza, il suo esempio deve dare un sommo incoraggiamento a tutti i suoi soldati affinché non si allontanino dalla sua croce, ma combattano al suo fianco fino a vincere”.5 Io sarò con Lui, sia nell’entrata trionfale a Gerusalemme, acclamandoLo come Re, sia nella Via Crucis, portando la mia croce sulle spalle, o sul Golgota, ad essa inchiodato. Sarà per mezzo di questa croce che otterrò la gloria della resurrezione, e vivrò con Lui per sempre nella vera Gerusalemme, la Gerusalemme Celeste! 

   Varcando le mura di questa splendente città, “dimora di Dio con gli uomini” (Ap 21, 3), avremo un’autentica Domenica delle Palme e comprenderemo che la cerimonia alla quale oggi partecipiamo è mero simbolo delle “cose che ha preparato Dio per coloro che lo amano” (I Cor 2, 9). Invece, coloro che hanno persistito in una concezione mondana e deviata nei riguardi di Nostro Signore, rifiutandosi di accettarLo come Egli è, avranno una eterna domenica di fuoco, zolfo, odio e rivolta!

   Chiediamo la grazia di comprendere che è attraverso la croce che giungiamo alla luce – “Per crucem ad lucem!” – e non c’è altro mezzo per conquistare la gioia infinita. Che la croce sia la compagna inseparabile di ognuno di noi fino al momento di fare ingresso nella visione beatifica e continui presso di noi per tutta l’eternità, come magnifica aureola di santità, splendore di gloria. (Rivista Araldi del Vangelo, Marzo/2018, n. 178, p. 8- 15)

Vangelo della Santa Messa

Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco [versione più breve] 1 E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il Sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, Lo portarono via e Lo consegnarono a Pilato. 2 Pilato Gli domandò: “Tu sei il Re dei Giudei?” Ed Egli rispose: “Tu lo dici”. 3 I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4 Pilato Lo interrogò di nuovo dicendo: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!” 5Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. 6 A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9 Pilato rispose loro: “Volete che io rimetta in libertà per voi il Re dei Giudei?” 10Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12Pilato disse loro di nuovo: “Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il Re dei Giudei?” 13Ed essi di nuovo gridarono: “CrocifiggiLo!” 14 Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?” Ma essi gridarono più forte: “CrocifiggiLo!” 15Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, Lo consegnò perché fosse crocifisso. 16 Allora i soldati Lo condussero dentro il cortile, cioè nel Pretorio, e convocarono tutta la truppa. 17 Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. 18Poi presero a salutarLo: “Salve, Re dei Giudei!” 19 E Gli percuotevano il capo con una canna, Gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a Lui. 20 Dopo essersi fatti beffe di Lui, Lo spogliarono della porpora e Gli fecero indossare le sue vesti, poi Lo condussero fuori per crocifiggerLo. 21 Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. 22Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa “Luogo del cranio”, 23 e Gli davano vino mescolato con mirra, ma Egli non ne prese. 24Poi Lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. 25Erano le nove del mattino quando Lo crocifissero. 26 La scritta con il motivo della sua condanna diceva: “Il Re dei Giudei”. 27Con Lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. (28) 29 Quelli che passavano di là Lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: “Ehi, Tu che distruggi il Tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30 salva Te stesso scendendo dalla Croce!” 31Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di Lui e dicevano: “Ha salvato altri e non può salvare Se stesso! 32 Il Cristo, il Re d’Israele, scenda ora dalla Croce, perché vediamo e crediamo!” E anche quelli che erano stati crocifissi con Lui Lo insultavano. 33 Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34 Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché Mi hai abbandonato?” 35 Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Ecco, chiama Elia!” 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e Gli dava da bere, dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a farLo scendere”. 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. 38 Il velo del Tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39 Il centurione, che si trovava di fronte a Lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’Uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15, 1-39).

1 BOSSUET, Jacques-Bénigne. Méditations sur l’Évangile. La dernière semaine du Sauveur. Sermons ou discours de Notre Seigneur depuis le Dimanche des Rameaux jusqu’à la Cène. Ier Jour. In: Œuvres choisies. Versailles: Lebel, 1821, v.II, p.116; 118. 2 SANT’AGOSTINO. Sermo XCV, n.4. In: Obras. Madrid: BAC, 1983, v.X, p.632. 3 Cfr. SAN LEONE MAGNO. De Passione Domini. Sermo VIII, hom.46 [LIX], n.4. In: Sermons. Paris: Du Cerf, 1961, v.III, p.59. 4 SAN BERNARDO. Sermones de Tiempo. En el Santo Día de la Pascua. Sermón I, n.1-2. In: Obras Completas. Madrid: BAC, 1953, v.I, p.497-498. 5 SAN ROBERTO BELLARMINO. Libro de las Siete Palabras que Cristo habló en la Cruz. Buenos Aires: Emecé, 1944, p.107-108.

Suo voto :
0
Risultato :
0
- Voti: 0

Articoli suggeriti

Copyright Araldi del Vangelo. Tutti i diritti riservati.