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San Luigi Versiglia: Due calici elevati al Cielo

Pubblicato 2018/02/08
Autore : Suor Juliane Vasconcelos Almeida Campos, EP

Abbeverò alla fonte il suo spirito salesiano, ascoltò il richiamo del suo fondatore e si dedicò alla missione in Cina. Là, compì la sua vocazione con tutte le sue forze, realizzando un sogno profetico di Don Bosco.

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1.jpg   L’antico Impero Celeste ha sempre affascinato le anime evangelizzatrici, avide di portare la luce di Cristo in quel territorio così vasto e inespugnabile. Il grande apostolo dell’Oriente, San Francesco Saverio, fu un paradigma di questo desiderio: morì nell’isola di Chang-Chuang, senza riuscire a superare la piccola distanza che lo separava dal continente.

Un sogno profetico

   Tre secoli dopo, prima di inviare missionari in America, anche San Giovanni Bosco nutriva un enorme desiderio di evangelizzare la Cina. A questo era stato incoraggiato da Beato Pio IX in più di un’udienza. In uno dei suoi sogni profetici, egli aveva visto elevarsi al Cielo due grandi calici, con i quali i suoi figli avrebbero innaffiato la missione salesiana in Oriente: uno era pieno di sudore e l’altro, di sangue.

   Trascorsi alcuni decenni, dalla Cina un suo figlio avrebbe scritto ad un altro salesiano che gli aveva inviato un calice sacro in dono: “Il nostro venerabile Padre, Don Bosco, quando ha sognato la Cina, vide due calici pieni del sudore e del sangue dei suoi figli... Possa il Signore far sì che io restituisca ai miei superiori e alla nostra Pia Società il calice che mi è stato offerto. Che trabocchi, se non del mio sangue, almeno del mio sudore!”1

   Questo figlio di Don Bosco era Mons. Luigi Versiglia, un missionario salesiano elevato nel 1920 alla dignità episcopale, come Vescovo titolare di Caristo e primo Vicario Apostolico di Shiu-Chow. Dodici anni dopo aver scritto quelle righe, dal calice della sua anima, sarebbe traboccato, oltre al sudore della dedizione missionaria, il sangue del martirio, ricevuto insieme a Don Calisto Caravario, compagno di missione.

Da “veterinario” ad alunno salesiano…

   Nato a Oliva Gessi, il 5 giugno 1873, Luigi era l’unico maschio dei tre figli di Giovanni Versiglia e Maria Giorgi, una famiglia nota per la fede e condotta esemplare. Molto presto iniziò ad aiutare nelle Messe parrocchiali con grande devozione. Era così piccolo che raggiungeva a malapena l’altare! E quando gli dicevano che sarebbe stato un sacerdote, lo negava energicamente, perché voleva essere un veterinario…

   Sentendosi attratto dalle armi e dai cavalli, il bambino temeva di essere condotto agli studi ecclesiastici. Cominciò, allora, a impegnarsi meno come chierichetto. All’età di dodici anni accettò di essere inviato all’Oratorio salesiano di Valdocco per terminare gli studi e frequentare la famosa scuola veterinaria di Torino. Ma non faceva i conti con Don Bosco, con cui avrebbe convissuto per due anni e mezzo, rimanendone catturato per sempre!

   Il giovane Luigi era intelligente, con una volontà ferrea e portava sempre a compimento i suoi doveri, ma all’inizio ebbe difficoltà negli studi. Durante le sue prime vacanze, si applicò con tenacia per superare le sue lacune e cominciò a eccellere in tutte le discipline, in particolare la matematica, che gli sarebbe tornata molto utile in futuro, per costruire gli edifici della missione in Cina.

   Di alta statura e portamento distinto, era un leader tra i suoi compagni, che affascinava per la sua naturale gentilezza e allegria. “Nella chiesa era un angelo nella preghiera: raccolto, fervente e assiduo nella Comunione quotidiana. Nei solenni uffici religiosi quel piccolo chierico sembrava una creatura del Cielo. Le sue devozioni predilette erano il Santissimo Sacramento e Maria Ausiliatrice”,2 testimonia Mons. Frederico Emanuel, che sarebbe stato Vescovo salesiano di Castellammare di Stabia.

Conquistato dal carisma di Don Bosco

   Durante la sua permanenza nell’Oratorio ebbe numerose occasioni di incontrare personalmente Don Bosco, specialmente nelle famose conversazioni note come “Buona notte”, che facevano tanto bene ai giovani alunni. A quell’epoca erano seicento interni e la figura affettuosa del padre comune di tutti era il loro punto di riferimento.

   Ciò nonostante, Luigi non aveva occasione per un contatto più stretto o per confessarsi con lui, poiché, a causa della sua salute piuttosto debilitata, questo privilegio era riservato solo agli alunni dell’ultimo anno di liceo. Tuttavia, il 23 giugno 1887, nella celebrazione della vigilia dell’onomastico del fondatore, Luigi ebbe l’onore di essere l’oratore.

   Terminato il saluto, baciando le mani dell’omaggiato lo sentì pronunciare queste parole: “Cercami più tardi, ho qualcosa da dirti”.3 Tuttavia, le circostanze non gli permisero di parlare in quell’occasione, né nei mesi che precedettero la morte del Santo, avvenuta nel gennaio seguente. 

   Dal Paradiso, però, Don Bosco trovò un modo per comunicare il suo messaggio durante la cerimonia di addio di sette salesiani che ritornavano in missione in America: lo voleva missionario salesiano! Lo stesso Versiglia avrebbe confidato in una lettera al suo direttore spirituale: “Nel 1888, quando frequentavo il mio terzo anno di liceo nell’Oratorio, vedendo partire la spedizione guidata da Don Cassini, mi sentii aiutato dalla grazia del Signore – o, meglio, realmente spinto – a rinunciare al mio precedente proposito e a farmi salesiano, sperando di diventare un giorno un missionario”.4

   Abbandonò i suoi sogni veterinari… I cavalli gli sarebbero stati utili solo in Cina, perché la sua destrezza e sicurezza nel cavalcare gli avrebbero permesso di percorrere strade accidentate e raggiungere i luoghi più lontani.

Lunghi anni di preparazione

   Nell’ottobre di quell’anno Luigi entrò nel noviziato di Foglizzo dove ricevette la veste talare dalle mani di Mons. Michele Rua, primo successore di Don Bosco. Il suo candore d’anima, la vita interiore e una scrupolosa osservanza della regola segnarono questa fase di formazione iniziale.

   Trascorso il tempo prescritto, fece la prima professione religiosa a Valsalice, accanto ai resti di Don Bosco. “Quel glorioso sepolcro era per lui un altare che gli parlava e lo incoraggiava a progredire sempre più sulla via della perfezione”.5 Gli alimentava anche il desiderio di essere un missionario, per cui cercava di prepararsi formulando propositi di “santificazione personale, mortificazione dell’amor proprio e umiltà”.6

   Dopo aver completato il liceo, fu mandato a Roma per frequentare il triennio di Filosofia all’Università Gregoriana, dove si segnalò per il suo comportamento militarmente risoluto, gentile e affabile. Nel 1893 ottenne il dottorato e tornò a Foglizzo, come insegnante e assistente dei novizi. 

   Imbevuto dello spirito di Don Bosco e più maturo rispetto ai suoi pochi venti anni, era diventato un eccellente formatore, un bravo psicologo e un buon amico. Animava con bontà paterna, ammoniva con severità caritatevole, e insegnava con chiarezza, ed era molto amato dagli alunni. 

   Dopo sette anni di vita salesiana, e avendo coniugato con le altre occupazioni lo studio della Teologia, il giovane Luigi era pronto per il presbiterato. Tuttavia, avendo appena ventidue anni, fu necessario ottenere la dispensa dall’età canonica. E il 21 dicembre 1895 fu ordinato sacerdote nella cattedrale di Ivrea. 

Genzano: ultima tappa prima della partenza

   L’anno successivo fu aperto un noviziato a Genzano, una cittadina vicino a Roma, e Mons. Rua nominò direttore della casa e maestro dei novizi il nuovo sacerdote, nella cui saggezza e qualità di governo confidava. Questi, tuttavia, era persuaso di non avere né capacità né virtù per un simile incarico... 

   Preparò, allora, un accurato ragionamento e andò a parlare con Mons. Rua a Torino. Egli lo ricevette con bontà e lo ascoltò con pazienza per quasi mezz’ora, fino a che lo interruppe e disse: “Molto bene, Don Versiglia. E quando parte?” Obbediente, egli rispose solamente: “‘Bene, domani, Mons. Rua. Oggi ormai non ci sono più treni’. Le obiezioni di Don Versiglia avevano convinto Mons. Rua della correttezza della sua scelta”…7

   Genzano diede a Don Luigi una maturità ancora maggiore, poiché assunse responsabilità e affrontò difficoltà a lui sconosciute. Neanche gli alloggi del noviziato erano pronti quando andarono a vivere lì!

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Nella “buona notte” d’addio, il Santo Vescovo sembrava intuire cosa sarebbe successo

 Mons. Versiglia mentre dà lezione di catechismo agli orfani, intorno al 1926

   Nel frattempo, il Vescovo di Macao entrò in trattative con Mons. Rua, chiedendo salesiani che assumessero lì la direzione di un orfanotrofio. La scelta cadde naturalmente su Don Arturo Conelli, propagatore del famoso sogno dei due calici e che, ai tempi di Don Bosco, era considerato quello che avrebbe guidato la futura missione in Cina.

   Le vie di Dio, tuttavia, non sono quelle degli uomini... Don Conelli era convalescente da un serio problema di salute a Frascati, fatto che lo portò a suggerire a Don Versiglia di dirigere la missione. 

Inizio della realizzazione del grande ideale

   Rispondendo alla chiamata con prontezza e generosità, Don Luigi cominciò a prepararsi. Trascorse alcuni mesi in Portogallo e in Inghilterra per imparare le loro lingue. Dopo alcuni anni di missione, sarebbe riuscito a padroneggiare fluentemente anche il cinese e il francese.

   Comandata da Don Luigi Versiglia, la prima spedizione salesiana in Cina partì da Genova il 18 gennaio 1906. Il giorno dopo, nello scalo fatto a Napoli, salì a bordo Don Conelli per portare ai missionari un ritratto di Papa San Pio X, autografato con il seguente messaggio: “All’amato figlio Don Luigi Versiglia e ai suoi compagni della Pia Società salesiana, ugualmente cari, con l’augurio ardentissimo che il loro apostolato in Cina sia coronato dai migliori successi, inviamo di cuore la benedizione apostolica”.8

   Scritta con entusiasmo da Don Giovanni Fergnani, a nome di Don Versiglia, una prima lettera arrivava a Mons. Rua dopo che si erano installati: “Abbiamo cominciato!”9 La lingua cinese era ancora un ostacolo, costringendoli a servirsi di un interprete. Tuttavia, proseguiva la lettera, “l’amore possiede un linguaggio segreto e misterioso, nel quale non ci sono parole. I giovani corrono per incontrarci, chiacchierando all’infinito, come amici di vecchia data”.10

Ardua e complessa terra di missione

   La Cina era una terra di missione complessa. Chiusa a qualsiasi influenza straniera fino alla metà del XIX secolo, passava all’epoca per un periodo di grandi convulsioni interne ed esterne, culminate con la Rivoluzione Repubblicana del 1911, che cambiò definitivamente la forma di governo e diede origine a nuove rivoluzioni.

   Quei figli di Don Bosco, tuttavia, non misuravano sforzi e sacrifici, lasciando i loro calici missionari pieni del sudore del loro zelo apostolico. Affrontando con coraggio e prudenza le tribolazioni, i frutti non tardarono a farsi sentire.

   Sarebbe impossibile riassumere in poche righe i ventiquattro anni di proficua evangelizzazione svolta da Don Versiglia, seguendo il motto del suo fondatore : “Da mihi animas, cætera tolle – Dammi le anime, prenditi il resto”.11 Per raggiungere quest’obiettivo, non abbandonava mai il metodo di Don Bosco: fin dall’inizio consacrare l’apostolato a Maria Ausiliatrice e formare una piccola orchestra, attirando le anime cinesi predisposte alla meraviglia e preparandole alla grazia.

   Nel 1912 avevano già quattro case, progettate da Don Versiglia e talvolta costruite per mano dei salesiani stessi. Nel corso degli anni, furono aperte scuole elementari e di istruzione catechetica, dalle quali uscivano molti giovani con una formazione professionale. Numerose furono le anime battezzate. 

Il Vicariato Apostolico di Shiu-Chow

   Shiu-Chow, iniziata nel 1917, fu la più importante missione stabilita dai Salesiani. Per spronare i lavori, nel 1919 Don Versiglia incoraggiò la creazione di un piccolo giornale, l’Inter Nos, nel quale si pubblicavano le attività missionarie.

   Fu sempre qui che scrisse, di proprio pugno e con le sue parole, cinque comandamenti che sintetizzavano una circolare inviata ai suoi confratelli: “1. Il missionario che non è unito a Dio è un canale che si distacca dalla fonte. 2. Il missionario che prega molto farà anche molto. 3. Amare molto le anime; quest’amore sarà il maestro di tutte le azioni per fare loro il bene. 4. Sempre e in tutto desiderare il meglio; ma accontentarsi sempre di quello che si riesce a fare. 5. Senza Maria Ausiliatrice, noi, salesiani, non siamo nulla”.12

   Lo sviluppo della missione di Shiu-Chow e il suo enorme territorio contribuirono a che fosse elevata a vicariato apostolico. Nel gennaio del 1921 fu ordinato Vescovo nella Cattedrale di Guangzhou, per governarla.

Un presentimento?

   Nell’ultimo viaggio fatto in Italia, l’anno seguente, Mons. Versiglia conobbe il novizio Calisto Caravario, con forti aspirazioni missionarie. Nel 1924, sarebbe sbarcato in Cina. Mesi prima, erano arrivate a ShiuChow le prime Figlie di Maria Ausiliatrice.

   Forti convulsioni interne scoppiarono nel 1925 nel paese, causando alle case salesiane attacchi violenti e invasioni. Nulla di tutto ciò, tuttavia, diminuiva l’entusiasmo degli imprenditori missionari. Il giovane Caravario, allora ventitreenne, venne ordinato sacerdote da Mons. Versiglia nell’aprile 1929 e poco dopo inviato a Lin Chow. Il 22 febbraio 1930 il vicariato ottenne un altro progresso: l’inaugurazione del nuovo seminario, ultima costruzione diretta da Mons. Versiglia.

   Essendo Don Caravario di passaggio per ShiuChow, il prelato decise di accompagnarlo nel ritorno a Lin Chow. Con loro sarebbero andate altre persone, tra cui Maria Thong, ventiduenne, intrepida evangelizzatrice che desiderava essere religiosa, e due studenti cinesi. Il viaggio era arrischiato, perché dovevano passare per una zona che era diventata un campo di battaglia tra i comunisti e le truppe regolari. Si erano mescolati ai pirati, con uno spirito “carico di odio e inclini al crimine e al sangue. Ogni squadra pirata era nientemeno che organizzata come una brigata rossa”.13

   Nella “Buona notte” di addio, il 23 febbraio, il santo Vescovo sembrava presentire quello che sarebbe accaduto: “Se non ci viene data la possibilità di rivederci in questo mondo, possiamo almeno trovarci tutti in Paradiso”…14

Il calice si riempie di sangue!

   Partirono in treno per Lin Kong How e rimasero una notte nella residenza missionaria. Il mattino seguente, dopo la Messa, iniziarono il lungo percorso fluviale che doveva durare cinque giorni. La barca portava una bandiera bianca con la scritta “Missione Cattolica”.15 In tempi andati questo dava sicurezza all’equipaggio. Non, però, ora…

   Al momento dell’Angelus una banda di pirati bolscevichi li intercettò, esigendo un salvacondotto o il pagamento di un’ammenda elevata. Durante le trattative, i comunisti salirono a bordo e, trovando le tre giovani cinesi, vollero portarle con loro. I due chierici si interposero eroicamente e furono attaccati con colpi sferrati col calcio delle armi da fuoco e bastonate, fino a quando non caddero feriti. Vedendosi senza scampo, Maria si gettò nel fiume decisa a morire per non macchiare la sua purezza, ma fu tirata per le trecce e portata a riva con gli altri dell’equipaggio.

   Mons. Versiglia e Don Caravario furono legati, mentre i pirati saccheggiavano i loro beni e bruciavano libri e breviari. Animate dallo sguardo indomito del prelato, le cinesine pregavano chiedendo il martirio. Uno dei banditi, strappando i crocifissi che Maria aveva in mano, gridò: “Perché ami queste croci? Noi non le tolleriamo, le odiamo con tutta l’anima, non le vogliamo in alcun modo e ci opponiamo a loro tanto quanto possiamo”.16

   Le giovani poterono vedere i missionari confessarsi tranquillamente a bassa voce l’un l’altro, prima di essere codardamente fucilati in un vicino bosco di bambù. Riempivano col loro stesso sangue il secondo calice visto da Don Bosco in sogno. Così i due calici furono elevati al Cielo! (Rivista Araldi del Vangelo, Febbraio/2018, n. 177, p. 32- 35)

1 SAN LUIGI VERSIGLIA. Lettere a Don Paolo Albera, 12/10/1918, apud BOSIO, SBD, Guido. Martiri in Cina. Mons. Luigi Versiglia e Don Callisto Caravario nei loro scritti e nelle testimonianze di coetanei. Torino: Elle Di Ci-Leumann, 1977, p.2. 2 EMANUEL, SDB, Federico. Memorie, apud BOSIO, op. cit., p.16. 3 BOSIO, op. cit., p.16. 4 SAN LUIGI VERSIGLIA. Lettere a Don Giulio Barberis, 22/7/1890, apud BOSIO, op. cit., p.20. 5 EMANUEL, op. cit., p.26. 6 SAN LUIGI VERSIGLIA. Lettere a Don Giulio Barberis, 26/7/1890, apud BOSIO, op. cit., p.28. 7 BIANCO, SDB, Enzo. I buoni pastori danno la vita. Mons. Versiglia e Don Caravario. Roma: Ufficio Stampa Salesiano, 1980, p.9. 8 SAN PIO X, apud BOSIO, op. cit., p.79. 9 FERGNANI, SDB, Giovanni. Lettera a Mons. Miguel Rua, 2/4/1906, apud BOSIO, op. cit., p.80. 10 Idem, ibidem. 11 AUBRY, SDB, Joseph (Org.). Escritos espirituais de São João Bosco. São Paulo: Dom Bosco, 1975, p.223. 12 BOSIO, op. cit., p.168. 13 Idem, p.215. 14 BIANCO, op. cit., p.36. 15 ENTRE LAS CONVULSIONES DE UN IMPERIO. Memorias biográficas de Mons. Luis Versiglia y Don Calixto Caravario. Barcelona: Pax, 1935, p.151. 16 Idem, p.166. 

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