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Commenti al Vangelo

Una lebbra peggiore della lebbra

Pubblicato 2018/02/08
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Alla rigidità dell’antica legge in relazione al male della lebbra, Nostro Signore contrappone gli estremi della sua compassione nei confronti del peccatore sinceramente pentito.

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Vangelo

In quel tempo, 40 venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!” 41 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!” 42 E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito, 44 e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno; và, invece, a mostrarti al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. 45Ma quello, si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a Lui da ogni parte (Mc 1, 40-45).

joao.jpgI – Lebbra, malattia dalle terribili conseguenze

   Il centro della Liturgia della VI Domenica del Tempo Ordinario ruota, per quanto incredibile possa sembrare, attorno a una malattia che ancora ai nostri giorni, pur essendo ormai curabile in molti casi, provoca stupore per i suoi terribili effetti: la lebbra. Malattia tragica in un’epoca in cui non c’erano le cure oggi disponibili, il suo decorso provocava grandi ferite e la perdita di parti del corpo, lasciando coloro che soffrivano di questo male orribilmente sfigurati e impregnati di un odore insopportabile di carne putrefatta. Senza medicine adeguate né lebbrosari dove essere trattati, non avevano altra via di scampo che il miracolo.

   A causa della reale possibilità di contagio, che poteva decimare una popolazione, la lebbra produceva orrore. Pertanto, al fine di evitare la propagazione generalizzata della malattia, la Legge di Mosè conteneva alcune prescrizioni determinate da Dio stesso, che, per la loro violenza, si scontrano un po’ con il nostro modo di pensare attuale. Raccolte nel Libro del Levitico, le troviamo sintetizzate nella prima lettura (Lev 13, 1-2.44-46) di questa Liturgia.  

Concezione religiosa della malattia

   Per comprendere meglio questi precetti, dobbiamo fare riferimento ai costumi e al grado di civiltà del popolo eletto che, in quel momento, camminava in massa nel deserto, alla ricerca della Terra Promessa. 

   Spettava ai sacerdoti, sulla base dei sintomi, esprimere un’opinione sul sospetto di lebbra e, in caso di conferma, considerare il malato ufficialmente e pubblicamente impuro: “Il sacerdote lo esaminerà: se riscontra che quel tale è un lebbroso; è immondo e lo dovrà dichiarare immondo” (Lev 13, 43-44). Ecco una prospettiva molto importante per comprendere le letture di questa domenica: l’aspetto religioso della lebbra. Per gli ebrei, che praticavano la vera Religione, questa attestazione aveva un significato non solo corporale, ma supponeva che l’impurità si verificasse anche nell’anima, a causa della relazione intrinseca tra la parte spirituale e fisica dell’uomo. 

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Gruppo di lebbrosi fotografati intorno al 1910 fuori da Gerusalemme
   Questo traspare anche nei Vangeli, quando gli Apostoli chiedono a Nostro Signore a proposito di un uomo cieco dalla nascita: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?” (Gv 9, 2). E il Divino Maestro offre una visione interamente equilibrata sul tema rispondendo loro: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio” (Gv 9, 3).

   Gli israeliti, pertanto, ritenevano che ogni malattia fosse collegata a qualche problema spirituale, cioè, fosse il frutto di peccati commessi dallo stesso infermo o dai suoi antenati. C’era al riguardo molta superstizione, perché pensare in questo modo è una forma di fatalismo. Tuttavia, tale concezione mostra anche un senso morale molto più acuto di quello attuale, epoca in cui le persone non si pongono quasi mai una questione di coscienza cercando l’origine delle proprie malattie.

   Ora, perché Dio ha collocato le misure riguardanti la lebbra sotto la Legge mosaica, in modo da ratificare questa prospettiva religiosa? In primo luogo, per mettere in guardia i suoi eletti da un’epidemia. D’altra parte, il popolo conservava ancora costumi barbari e, peggio ancora, tendenze alquanto marcate verso il peccato, come dimostra la lettura di qualsiasi episodio della Storia Sacra. Ora, una volta dichiarato impuro dal sacerdote, il lebbroso era staccato dalla società mediante un provvedimento religioso, il che rimarcava il fatto che questa separazione non presentava soltanto ragioni profilattiche. Avendo peccato fino al punto da diventare impuro fisicamente e spiritualmente, avrebbe dovuto essere messo fuori dalla comunità, in modo da non infettarla in nessuno di questi due ambiti. Con tali prescrizioni il Signore favoriva la pratica della virtù poiché, oltre al timore di contrarre la malattia, gli israeliti temevano di subire come conseguenza dei loro crimini questo radicale isolamento fino alla morte, che sarebbe stata lenta, dolorosa e inevitabile.

I segni esteriori di una scomunica

   Il lebbroso portava all’esterno una serie di segni indicativi della sua condizione: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo!” (Lev 13, 45). Così, egli indossava una tunica di colore giallo, appariscente e senza bellezza, non poteva pettinarsi i capelli e nascondeva la barba con un fazzoletto, cosa che costituiva un’umiliazione, perché questa era considerata l’ornamento naturale dell’uomo. E se qualcuno, per distrazione, si avvicinava a lui, era obbligato a richiamare l’attenzione sulla sua impurità, evitando il contatto.

   È curioso notare che a quel tempo le persone vestivano con compostezza, e camminare con abiti strappati e capelli arruffati era un segno di scomunica. Ben diversa dalla moda attuale che, forse perché è destinata a lebbrosi spirituali, considera un lusso logorare i tessuti per indossarli sbiaditi, tagliuzzati e persino stracciati…

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Guarigione di un lebbroso - Incisione
pubblicata a metà del XIX secolo

   Infine, il lebbroso doveva “starsene solo, abitare fuori dell’accampamento” (Lev 13, 46), norma che si sarebbe mantenuta dopo l’insediamento del popolo ebraico nelle città della Terra Promessa. Ciò significava vivere vicino alle bestie selvagge e lontano da qualsiasi protezione. Ora, l’uomo desidera relazionarsi con gli altri in un’atmosfera di armonia, poiché l’istinto più radicato nell’anima umana è quello della socievolezza. Il lebbroso, invece, era un vero paria: condannato dalla Religione, non ascoltava nessuna predicazione; condannato socialmente, non viveva con nessuno se non con altri nella stessa condizione. Isolato completamente o, peggio, vituperato da tutti come peccatore, non riponeva più le sue speranze negli altri, poiché non c’era nessuno che lo aiutasse. 

   Un altro fattore contribuiva ad aumentare la sua sventura. Riconosceva di avere peccato, ma che fosse questa la causa della sua condizione infelice? Ecco un problema di coscienza che si trascinava dentro, mentre aspettava l’ora in cui, con le gambe indebolite e non più in grado di camminare, avrebbe finito per lasciarsi marcire nel punto in cui si trovava, fino alla morte…

   L’immagine tremenda del lebbroso nell’Antico Testamento, mantenuta inalterata per secoli fino alla venuta di Nostro Signore Gesù Cristo, conferisce una straordinaria sostanza alla scena del Vangelo di questa domenica, poiché ci mostra la sublimità della fede di chi si trovava in questa sfortunata situazione. 

II – L’incontro della fede con la compassione

   Senza dubbio il lebbroso di questo Vangelo ascoltò a distanza le conversazioni sulle prime meraviglie operate da Gesù di Nazareth, quell’inaudito Profeta che da poco aveva iniziato l’annuncio della Buona Novella… Possiamo immaginare un gruppo di persone che passava da lui in festa portando sulle spalle uno che era stato paralitico, guarito dal taumaturgo galileo, o una famiglia che attraversava la sua via cantando con gioia e piangendo per l’emozione, perché un figlio cieco aveva riacquistato la vista a contatto con il Maestro. Ascoltando tali racconti, la grazia cominciò ad agire nell’anima del povero lebbroso, che aveva abbandonato ogni speranza, nel senso che comprendeva che la soluzione a tutti i suoi problemi era in quell’Uomo.

   Certamente egli si ricordava dei grandi prodigi realizzati da Dio a favore del suo popolo: la manna caduta dal cielo, il passaggio a piedi asciutti per il Mar Rosso, l’acqua sgorgata dalla pietra e le vittorie di Israele sui pagani. Tali fatti alimentavano la sua fede fino a giungere, infine, alla conclusione: “Questo Gesù di Nazareth è il Messia promesso!” Da allora viveva nell’aspettativa di incontrarLo…

   Un bel giorno, quando la sua fede era al suo apice, udì una folla in mezzo alla quale poté distinguere: “È Gesù Nazareno!” Senza pensarci due volte, partì in fretta, poiché sapeva che era suonata l’ora che tanto aveva sperato!

Audacia frutto della fiducia

In quel tempo, 40 venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva…

   L’Evangelista San Marco osserva con acume: “venne vicino”. Essendo lebbroso, quell’uomo non avrebbe mai potuto prendere l’iniziativa di avvicinarsi a nessuno… Forse la sua voce era un po’ nasale, perché la malattia aveva raggiunto la sua gola, e non poteva più gridare a distanza, come avrebbe fatto Bartimeo più tardi: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” (Mc 10, 47). Era necessario mettersi al suo fianco! Preso dall’entusiasmo, egli infranse la legge secondo la quale avrebbe dovuto proclamare la sua impurezza e mantenersi lontano da tutti, poiché desiderava stare faccia a faccia con nostro Signore. Grande coraggio il suo, visto che si esponeva a sanzioni terribili, addirittura alla morte per lapidazione. Egli si arrischiò perché aveva acquisito la certezza che il Redentore lo avrebbe trattato con bontà.

   Ora, nessuno si avvicinava a Gesù così facilmente, perché c’era molta gente che si stringeva intorno a lui. A quest’uomo, tuttavia, la lebbra è stata d’aiuto… Rendendosi conto dei segni distintivi della malattia, le persone schizzavano via dallo stupore, aprendogli il varco. Al di là del pericolo di contagio, chi toccava un impuro per distrazione doveva fare una serie di abluzioni per liberarsi dalla macchia legale acquistata in questo rapido contatto. Così, il malato avanzò fino ad arrivare davanti a Nostro Signore. Il Divino Maestro permise questo avvicinamento per indicare come noi saremo sempre ricevuti da Lui, per quanto pessimo sia il nostro stato.

   Seguì una nuova audacia, che sarebbe stata compresa solo avendo una chiara nozione di chi fosse quell’Uomo: il lebbroso si inginocchiò, un atteggiamento che allora era raro e si assumeva solo quando un vinto chiedeva clemenza o in situazioni analoghe. Significava, pertanto, vera umiltà da parte del lebbroso, che in tal modo riconosceva l’indiscutibile signoria di Colui dinanzi al quale stava.

Fede intensa, semplice e generosa

40b “Se vuoi, puoi purificarmi”.

   Tutti i miracoli esigono la fede di chi li chiede, e questa deve essere intensa, semplice e generosa. È ciò che vediamo nella supplica del lebbroso: “Se vuoi hai il potere”, semplice formulazione espressa in un tono categorico e pieno di fiducia, perché manifestava il suo abbandono nelle mani di Nostro Signore, il quale sapeva essere tutto fatto di misericordia e condiscendenza. 

   Inoltre, non voleva solamente essere beneficiato, perché sarebbe stato sufficiente dire: “Signore, guariscimi…” Dichiarando in forma tassativa: “Se la tua volontà è quella di guarirmi, hai il potere di farlo”, desiderava anche che Nostro Signore fosse glorificato. Le sue parole suggeriscono che, non avendo ricevuto alcuna rivelazione se non nel profondo del suo cuore, forse il lebbroso già credeva che Gesù fosse Dio. Altrimenti, avrebbe detto: “Se lo vuoi, per tua intermediazione Dio mi guarirà”. Si tratta di una fede straordinaria! Un esempio per noi, che dobbiamo essere altrettanto audaci ogni qual volta la nostra anima attraversa una difficoltà.

   Vale la pena sottolineare che, mentre nessun maestro della Legge giunse mai a formare un tale concetto per quanto riguarda il Divino Maestro, il lebbroso ricevette questo dono dall’alto. Poiché era ai margini della società, non aveva mai sentito le predicazioni vuote degli scribi e dei farisei, che diffondevano tra il popolo la lebbra dello spirito, e, di conseguenza, non si era corrotto. Questo dimostra come, molte volte, il fatto che uno sia gettato da Dio in un isolamento indesiderato, finisce per preservarlo da certe cattive influenze e renderlo più aperto all’azione della grazia divina.

   Ora, se noi incontrassimo questo lebbroso, forse faremmo un salto all’indietro, mandandolo via e chiedendo che fosse castigato per la sua imprudenza. La reazione di Nostro Signore, invece, fu ben differente…

Disposizione infinita a soffrire con gli uomini

 41 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”

   Ancora una volta San Marco è molto preciso nell’uso dell’espressione “ ebbe compassione”, giacché quest’ultima parola significa soffrire con. Il Sacro Cuore di Gesù è un cuore umano, ma con una capacità di soffrire illimitata. In questo modo, l’umile attitudine del lebbroso, fatta di un amore intenso verso Colui che gli era superiore, commosse profondamente Nostro Signore poiché, in quanto Uomo, Egli era rattristato nel vedere il suo simile coperto di lebbra. 

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Guarigione del lebbroso - Cattedrale di Monreale
   Il Salvatore avrebbe potuto benissimo dire da lontano: “Va bene, sia fatto come tu chiedi”, ed espellere la malattia. Invece, tese la mano – e quale mano! – sul lebbroso e, anzi, lo toccò. Questo significava una violenta rottura con le leggi riguardanti la lebbra, oltrepassando tutti i limiti fino a un estremo inimmaginabile! Ora, chi ha creato queste leggi e le ha trasmesse a Mosé? Lui stesso. Pertanto, agì così per dimostrare che era al di sopra di tali precetti.

   Infine, Nostro Signore manifestò anche il suo potere perché, invece di dire “Invoco il Padre e Gli chiedo di guarirti”, affermò tassativamente: “Lo voglio, sii purificato!” Lasciava intendere chiaramente che era lui a operare, non uno spirito o una forza sconosciuta. 

   Ecco la risposta di Gesù alla proclamazione di una fede autentica, perché priva di qualsiasi desiderio di apparire davanti agli altri. E questo deve essere il rapporto tra ogni superiore e inferiore. Il primo, vedendo il suo subordinato nel bisogno, ha compassione e cerca di aiutarlo. L’inferiore, a sua volta, completa l’autorità con l’ammirazione, in una meravigliosa sinfonia di disuguaglianza e gerarchia, nella quale il rispetto scende e sale, proprio all’opposto di ciò che vuole il demonio. Nostro Signore, che è il Superiore – è Dio! –, davanti a quell’inferiore – un lebbroso! – mostra di non avere la minima ripulsa a qualsiasi male che possiamo portare dentro di noi, poiché Egli anela soltanto di fare il bene. È venuto ad assumere le nostre infermità ed è disposto a caricare su di Sé la colpa dei nostri peccati.

Un miracolo clamoroso

42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 

   Basti considerare i probabili effetti della lebbra su quell’uomo per valutare l’entità del miracolo, operato “in quello stesso istante”. Pelle ferita, membra mutilate, occhi iniettati di sangue, cattivo odore… “Lo voglio, guarisci!” Quell’orrore scomparve e, in un attimo, tutto venne ricostituito. L’ex lebbroso si alzò con lo sguardo pieno di luce e il suo corpo completamente pulito, poiché Nostro Signore, sommando un miracolo al miracolo, fece anche sparire i segni della lebbra e ricomporre tutte le parti interessate. Il miracolato non solo si sentiva libero dalla lebbra, ma soprattutto traboccante di straordinaria gioia nell’anima per vedersi nelle mani di Dio.

   Oh, che scena impressionante! Quando l’umiltà è estrema e l’atteggiamento è di vera ammirazione, le richieste sono esaudite con sovrabbondanza e immediatamente. 

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Confessione nella Basilica della Madonna del Rosario, Caieiras (Brasile)
Prudenza di Nostro Signore all’inizio del suo ministero 

43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito, 44 e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno; và, invece, a mostrarti al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. 

   Non era ancora il momento di fare propaganda, e così Nostro Signore gli disse “con fermezza” di non raccontare a nessuno l’accaduto. Prevedeva, certamente, le imprudenze che l’ex lebbroso avrebbe potuto commettere divulgando il fatto, che potevano essere causa di complicazioni anticipate per la sua missione appena iniziata. 

   A sua volta, per darci un esempio di quanto dobbiamo attenerci alle norme stabilite, faceva rispettare la Legge mosaica che Egli stesso aveva creato. Il miracolato, pertanto, doveva rispettare la prescrizione di presentarsi ai sacerdoti, affinché lo esaminassero. Sarebbe stato importante testimoniare che l’origine della sua insolita guarigione avvenne in Gesù di Nazareth. Inoltre, dopo aver ricevuto un certificato ufficiale di guarigione, non sarebbe più stato trattato come impuro. Questo avrebbe comportato di dare testimonianza che l’origine del suo insolito recupero era in Gesù di Nazareth. Inoltre, ricevendo un attestato ufficiale di guarigione, avrebbe smesso di essere trattato come un impuro. 

Fervore di novizio…

45 Ma quello, si allontanò e si mise proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a Lui da ogni parte. 

   L’entusiasmo per il beneficio ricevuto e, più ancora, l’amore e l’adorazione per Colui che è Dio, fece sì che l’ex lebbroso non mantenesse la prudenza raccomandata. Incapace di obbedire all’ordine ricevuto e non sapendo come ringraziare Nostro Signore, iniziò a diffondere il miracolo di cui era stato oggetto, perché voleva esprimere agli altri la benevolenza divina. Una gratitudine così autentica, radicata nella fede, lo portava a diffondere ovunque, con fervore di novizio, il nome del grande Taumaturgo! 

   La conseguenza fu immediata. La fama di Nostro Signore si diffuse e tutte le persone che venivano a conoscenza del fatto, incantate e molto impressionate, andavano a cercarlo, al punto tale che non poteva più entrare nelle città.

III – Un miracolo simbolico

   Se il miracolo realizzato a favore del lebbroso ci incanta, sia per la misericordiosa compassione del Divino Maestro sia per l’esuberante fede del beneficato, coglieremo frutti più abbondanti se lo analizziamo in una prospettiva allegorica altamente proficua per la nostra vita spirituale.

   La lebbra può essere giustamente considerata come un simbolo della situazione dell’anima di coloro che, abbandonandosi al peccato, abbandonano la comunione con Dio e con coloro che vivono nella sua grazia; di coloro che, avendo ricevuto il Battesimo, la Cresima e l’Eucaristia, preferiscono le vie dell’iniquità. 

   Se un lebbroso, secondo il concetto del Levitico, era stigmatizzato e separato dalla vita sociale, chiunque abbraccia il peccato mortale, per quanto sia in mezzo agli altri che sono nella grazia di Dio, rimane fuori dal flusso della vita divina che in loro circola. Terribile tragedia, che dovrebbe causarci più stupore degli effetti fisici repellenti della lebbra.

   La lebbra infetta il sangue e prende possesso di tutto l’organismo, consumandone la bellezza e debilitandolo fino alla morte. Anche il peccato erode poco a poco la bellezza dell’anima, distrugge l’intero edificio spirituale e, se uno non si corregge, conduce all’inferno, morte eterna dalle conseguenze molto più drastiche della morte corporale.

Basta riconoscersi lebbroso per essere guarito

   Nostro Signore è venuto a strappare le anime dal sentiero della dannazione eterna e a metterle sulla via della salvezza, manifestando la Sua infinita misericordia al peccatore, proprio come, senza paura di contrarre alcun male, ha posato la sua mano sul lebbroso del Vangelo. La situazione di costui ci mostra che la Provvidenza può parlarci attraverso i drammi, le difficoltà e le afflizioni, poiché, se egli fosse stato sano, forse si sarebbe lasciato influenzare dai farisei e avrebbe guardato al Redentore con diffidenza. 

   Anche noi, concepiti nel peccato originale e oppressi dall’eredità dei nostri attuali peccati, abbiamo innumerevoli opportunità, al di là e al di sopra del nostro orgoglio, di constatare e riconoscere quanto siamo miserabili! Ammettendo che siamo lebbrosi, soddisfiamo la condizione essenziale per dire: “Signore, se vuoi hai il potere di guarirmi”, e ricevere il perdono. 

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Sacro Cuore di Gesù Casa
Monte Carmelo, Caieiras (Brasile) 
   Come? Cercando il Medico e, pertanto, approssimandoci con audacia a Nostro Signore. Egli necessita di lebbrosi per manifestare in loro il suo potere. È necessario soltanto avere la gran voglia di vedersi curati. 

   Per questo, Nostro Signore Gesù Cristo ha lasciato un rimedio infallibile: il Sacramento della Penitenza. Il confessionale è il luogo dove le persone non solo declinano le loro colpe per essere perdonate, ma ricevono la forza per perseverare nella pratica della virtù. È Gesù Cristo stesso che le aspetta, usando la voce del sacerdote, per dire: “Lo voglio, guarisci”, e guarire così lebbrosi in quantità. E proprio come nel Vangelo “la lebbra scomparve e fu subito guarito”, lo stesso succede quando la Confessione è ben fatta. Quanti miracoli si sono verificati nella Storia dall’istituzione di questo Sacramento! Dunque, dobbiamo ricorrere al Divino Medico con fiducia, perché Egli ha assunto su di Sé la nostra lebbra! 

Dio ha bisogno di manifestare la sua misericordia

   Se potessimo analizzare i peccati commessi da Adamo ed Eva fino ai nostri giorni e proiettare una prospettiva ipotetica di come saranno gli uomini fino alla fine del mondo, arriveremmo alla conclusione che sono pochi quelli che, nell’ora della morte mantengono intatta la loro innocenza. 

   Perché questo succede? Dio non avrebbe potuto creare un’umanità innocente? Non sarebbe stato più perfetto? Partendo dal ragionamento teologico che, se l’ha fatto, è stato perché era la migliore, come dimostrare che un mondo costituito da peccatori rende una maggior gloria al Creatore? 

   Proprio come in Dio c’è la capacità di condannare, in Lui esiste un’infinita capacità di perdonare che, se non fosse messa in pratica, renderebbe difettosa l’opera della creazione. Se Egli avesse fatto un mondo solo di innocenti, non sarebbe conosciuta la misericordia che la teologia chiama curativa, e che l’Altissimo ha la possibilità di manifestare in larga scala sui peccatori. 

   Con la fiducia del lebbroso, consideriamo le braccia aperte di Nostro Signore Gesù Cristo, che ci invita a non affliggerci, anche se siamo colpiti dalla peggiore delle lebbre. Avviciniamoci dunque a Lui, affinché la sua mano divina si posi sul nostro capo e ci sia dato di ascoltare dalle sue labbra: “Lo voglio, guarisci!” (Rivista Araldi del Vangelo, Febbraio/2018, n. 177, p. 08- 15)

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