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Spiritualità

Il Cielo: ricompensa solamente per l’anima?

Pubblicato 2017/11/23
Autore : Fra Guy Gabriel de Ridder, EP

Se l’uomo ha servito Dio con tutto il suo essere, ha sofferto per lui nel corpo e nell’anima, con le sue facoltà spirituali e i sensi corporali, è giusto che la ricompensa si estenda anche al corpo, una volta risorto.

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   Nei remoti tempi delle lezioni di catechismo abbiamo imparato che dopo le amarezze di questa vita riceveremo in Cielo, se moriremo nella grazia di Dio, un premio assolutamente superiore a ogni immaginazione. Di questo non abbiamo il minimo dubbio, poiché è molto chiara la dottrina della Chiesa. Tuttavia, come sarà tale ricompensa?

   Poco chiariscono le Sacre Scritture. San Paolo arrivò a pregustarla, ma sentendo l’impossibilità di esprimerla in un linguaggio umano, si limitò a ripetere il profeta Isaia: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (I Cor 2, 9). E qualche tempo dopo aggiunse: “Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa fu rapito fino al terzo cielo […] e là udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare” (II Cor 12, 2.4).

   Le parole enigmatiche dell’Apostolo animano la nostra voglia di saperne di più sulle gioie celesti. Ciò nonostante, per mancanza di conoscenza di ciò in cui consistono, possiamo rimanere con un’impressione molto ridotta del Paradiso.

Corpo e anima: unità sostanziale

   Poiché è composto di anima, elemento spirituale e di corpo, elemento materiale, finché c’è vita in questa terra, sono entrambi inseparabili nell’essere umano, conformando una sostanziale unità. Se sentiamo dolore o piacere, tristezza o gioia, tutta la persona è coinvolta.

   Una grande delusione o un’eccellente notizia colpiscono principalmente l’anima, tuttavia si ripercuotono anche nel corpo. L’intenso dolore provocato da una frattura ossea non manca di essere sentito dall’anima. E un ottimo pranzo causa giubilo nello spirito, portando il salmista ad affermare che il vino “allieta il cuore dell’uomo” (Sal 104, 15) e il saggio a dire che “vino e musica rallegrano il cuore” (Sir 40, 20).

   Ora, se l’uomo è così attinto nel suo insieme nella vita terrena, lo stesso deve avvenire in qualche modo nell’eternità. Dopo la risurrezione dei corpi e il tremendo Giudizio Finale, i giusti ascenderanno in corpo e anima al Cielo e i condannati precipiteranno nell’inferno, anch’essi in anima e corpo.

Ricerca di un illustre teologo

   Crediamo, dunque, che i corpi risuscitati dei giusti, ora gloriosi, dovranno partecipare alla felicità delle loro anime in Cielo. Anche perché, come ben argomenta Sant’Agostino, la beatitudine è “la pienezza di tutti i beni desiderabili”.1

   La domanda, però, rimane: come avverrà ciò?

   Don Luigi Brémond, teologo francese dell’inizio del secolo scorso, analizzò alla luce della Fede tale pienezza e, fondandosi sulla Rivelazione e su grandi autori e dottori, pubblicò una suggestiva opera intitolata Il Cielo. Le sue gioie, i suoi splendori.

   Selezioniamo qui alcune interessanti considerazioni, risultato della sua ricerca, che ci offrono un assaggio della felicità celeste, a cominciare dalla maniera in cui là si è ricevuti.

Gloria e splendore dei corpi nel Cielo

   “L’arrivo di un’anima santa nella celeste dimora” – spiega Don Brémond – “produce tra i suoi felici abitanti una gioia speciale. La milizia celeste va tutta incontro a lei e la accoglie con empiti di gioia, narrando tutto quanto essa ha intrapreso di glorioso sulla terra, e glorificando Dio per queste azioni”.2

   Tutti i Beati saranno rivestiti di splendore e ornati da una corona di gloria eterna. La luminosità personale di ciascuno di loro è uno zampillo della gloria dell’anima sul corpo.

   Se ancora qui nell’esilio, nei momenti di grande emozione l’anima trasfigura la fisionomia dell’uomo, quanto più il corpo glorioso sarà segnato dalla ricompensa eterna, come assicura il Dottore Angelico: “In base al grado di luminosità dovuto all’anima secondo i suoi meriti ci sarà pure una differenza di luminosità nei corpi, come dice l’Apostolo. Cosicché nel corpo glorioso si conoscerà la gloria dell’anima, allo stesso modo in cui attraverso il vetro si conosce il colore del corpo in esso contenuto, come nota Gregorio nell’esegesi del testo di Giobbe: ‘Non sono paragonabili ad essa né l’oro né il vetro’”.3

   Per questo, assicura Don Brémond, “la bellezza dei corpi risuscitati, proporzionale ai meriti, costituirà un segno caratteristico della santità degli eletti; una brillantezza particolare sarà la ricompensa dei membri che più hanno sofferto per la gloria di Dio”.4

   Anche in questa vita terrena, continua, troviamo a volte, nei Santi, analogie e anticipazioni della gloria futura della quale usufruiranno i nostri corpi: dalla luce interna sparsa dallo Spirito Santo nella loro anima si stacca un raggio splendente che gli avvolge il corpo.

   Esempio di questo fu Mosè quando scese dal Monte Sinai, dove aveva trascorso quaranta giorni in comunione con Dio: i figli di Israele notarono che la pelle del suo volto era diventata luminosa e non osarono avvicinarsi (Es 34, 29-30). O San Giovanni di Dio che, dopo un’apparizione di Nostro Signore Gesù Cristo, rimase per qualche tempo avvolto da un tale fuoco di luce che i malati dell’ospedale nel quale si trovava si misero a gridare: “Fuoco! Fuoco! Incendio nell’ospedale!”,5 racconta il nostro autore.

I sensi si diletteranno con piaceri ineffabili

   Il corpo degli eletti avrà la propria e rispettiva gioia, oltre a quella dell’anima. Se l’uomo intero, in tutto il suo essere, ha servito Dio, ha sofferto per Lui con i suoi sensi corporali, è giusto, dunque, che la ricompensa si estenda anche ad essi, oltre che alle facoltà dell’anima.

   Leonardo Lessius, famoso teologo gesuita, ricorda che “se ogni senso è capace di una perfezione suprema nel suo genere, cosa che costituisce la sua felicità specifica, perché non potrebbero avere realmente nella Patria, con facilità e senza inconvenienti, la loro beatitudine? L’anima non è soltanto razionale, ma anche sensitiva, ed è capace di delizia e beatitudine sotto questi due aspetti. Deve essa, pertanto, esser felice nella sua parte razionale, per la gaudiosa visione di Dio, e nella parte sensitiva, per la perfezione degli oggetti sensibili più notevoli, adattati ai diversi sensi”.6

   Così, ogni senso del corpo si diletterà per sempre con piaceri ineffabili, come spiega San Lorenzo Giustiniani.7 Egli afferma che la Resurrezione di Cristo ha elevato la natura umana alla sua pienezza. In questo modo, nel Cielo, la carne spiritualizzata degli eletti sovrabbonderà, in tutti i suoi sensi, di ogni genere di delizie. I suoi occhi si rallegreranno per l’aspetto accattivante del Redentore; canti melodiosi estasieranno le sue orecchie; la soavità penetrante degli eccellenti profumi celesti sensibilizzerà il suo olfatto; una dolcezza delle più squisite, gustose e raffinate inonderà il suo palato; insomma, il tatto stesso sentirà, a suo modo, i casti piaceri di cui parlano quelli che li hanno già sperimentati.

   E Don Brémond aggiunge che “accadrà con i sensi lo stesso che con la visione beatifica: tutti godranno delle creature preparate da Dio per deliziare i sensi dei suoi figli, ma la misura di questo godimento sarà proporzionale ai meriti personali di ciascuno degli eletti”.8 Dopo tutto, si chiede, “non sarà giusto che riceva nel Cielo una ricompensa speciale il cristiano che si è mortificato nel bere e nel mangiare? Avendo il senso del gusto partecipato alle sofferenze dell’anima in questa terra, non sarà giusto che esso abbia la sua parte nelle gioie celesti?”9

   Il nostro autore conclude allora che il corpo che oggi sembra pesare all’anima, sarà per lei una fonte di gioia quando diventerà glorioso, con la risurrezione della carne.10

Attrattive dei giusti e di Dio 

   Inoltre, siccome nulla in Cielo si ripete, ogni giusto avrà incanti nella sua persona con “un tratto particolare e caratteristico, che sarà frutto di una specifica virtù sua, o di una virtù comune a molti altri, ma sfumata dai meriti individuali. Inoltre, aggiungendo la pura gratuità al merito, Dio trarrà dal tesoro delle sue perfezioni, a beneficio di ogni eletto, una grazia e un fascino che in nessun modo assomiglieranno agli incanti e attrattive di nessun altro”,11 rendendo gradevolissima la comunione tra tutti.

   Se così sarà il rapporto tra i Beati, quanto più attraente sarà la contemplazione dello stesso Dio, una volta che, secondo Don Brémond che si basa su San Girolamo, “dopo la risurrezione, Egli mostrerà agli eletti, con maggiore magnificenza, la sua stessa bontà”.12

   Di conseguenza, non si può concepire la noia nel Cielo. Il desiderio di godere della Verità, della Bontà e della Bellezza infinita condurrà i Santi ad immergersi in un “oceano d’amore: l’uomo in esso avanza di rapimento in rapimento; e questo amore è Dio, sempre Dio. È l’oceano della gioia, nel quale l’uomo si addentra, immergendosi di inebriamento in inebriamento; ma questo rapimento è Dio, sempre Dio! Oltre a questo non esiste altro: lì c’è tutto quanto si può vedere, possedere, assaporare; lì l’uomo si ferma e allo stesso tempo si muove”.13

   Da tutte queste considerazioni, possiamo solo dire che in Paradiso, di fatto, riceveremo una “ricompensa molto grande” (Gn 15, 1)! A ragione esorta Don Brémond: “La vita presente è attraversata da mille tormenti, per farci elevare maggiormente le nostre affezioni. E noi, da insensati che siamo, abbracciamo i piaceri effimeri come se non fossimo nati per una gloria eterna. E come se volessimo essere felici contro il disegno del nostro Creatore, prendiamo una strada contraria a quella che Lui ci prescrive per trovare la felicità. Amiamo, dunque, l’unico Bene, che contiene tutti i beni, e basta. È nel Cielo che ci sono i beni dell’anima e, dopo la risurrezione, anche quelli del corpo”.14

1 SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.V, Præfatio. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, vol.XVI, p.331. 2 BRÉMOND, Louis. Le Ciel. Ses joies, ses splendeurs. Paris: P. Lethielleux, 1925, p.258. 3 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. Suppl., q.85, a.1. 4 BRÉMOND, op. cit., p.144. 5 Idem, p.145. 6 LESSIUS, SJ, Leonardo. De Summo Bono et æterna beatitudine hominis. L.III, c.8, n.96. In: Opuscula varia. Venetiis: Andream Baba, 1625, p.74. 7 Cfr. SAN LORENZO GIUSTINIANO. De disciplina et perfectione monasticæ conversationis, c.XXIII. In: Opera Omnia. Venetiis: Baptista Albritius & Joseph Rosa, 1751, t.I, p.159-160. 8 BRÉMOND, op. cit., p.161. 9 Idem, p.165. 10 Cfr. Idem, p.263. 11 Idem, p.213. 12 Idem, p.263. 13 Idem, p.276. 14 Idem, p.278.

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