Versione 0.6 Beta. Login | Registrarsi

Login

E-mail:
Password:
Non ti sei ancora registrato?
Fai clicca qui per acedere la comunità degli Araldi del Vangelo. Scrivi i tuoi commenti sulle attività.
Home » Dottrina » Santi »
Santi

Sant’Isacco Jogues: Sacrificio di gradevole odore all’Agnello immolato

Pubblicato 2017/10/04
Autore : Suor Ana Bruna de Genaro Lopes, EP

Nello sforzo di salvare le anime, questo missionario gesuita abbandonò la sua patria, intraprese viaggi ardui, affrontò difficoltà monumentali e infine, con il proprio sangue, irrigò l’evangelizzazione dell’America del Nord.

| Stampare | Email E-mail | Report! Correggere | Share

   Dal ponte della galera venivano grida di terrore, inframmezzate dal rimbombo dei tuoni:

   — La nave sta affondando! Siamo perduti! 

   Don Jogues, che stava inginocchiato nella sua piccola cabina leggendo il Libro di Isaia, udì quelle grida di terrore e immediatamente consacrò a Dio la nave, con il suo equipaggio e i suoi passeggeri. Poi uscì e s’imbatté in una scena di disperazione e confusione. 

   Riuscì con molta fatica a che tutti facessero silenzio e lo ascoltassero. Attratti da quell’imponente figura, emersa come un’apparizione, i viaggiatori dimenticarono la paura per un attimo. Con una voce ferma e rassicurante, il sacerdote ripeté loro le parole di Isaia che aveva appena letto, invitandoli a chiedere perdono per i loro peccati. Dopo averli così preparati, diede loro l’assoluzione sacramentale e tutti capirono che “il vento stridente si era placato. La tempesta era cessata. Essi erano salvi”.1 E la nave proseguì tranquillamente la sua rotta.

   Pieni di ammirazione, molti associarono l’improvvisa bonaccia alla presenza di quel ministro di Dio e si chiedevano, come gli Apostoli nella barca: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?” (Mc 4, 41). Altri erano grati per il miracolo ancora maggiore che, per mezzo di quelle mani consacrate, si era operato nelle loro anime pentite, lavandole dalle macchie del peccato.

   Conosciamo dunque, anche se a grandi linee, l’epopea di Sant’Isacco Jogues, questo figlio di Sant’Ignazio di Loyola che due volte attraversò l’Oceano Atlantico, desideroso di dare la sua vita per l’evangelizzazione dell’America del Nord.

1.jpg

“Mi sentirei felice se il Signore volesse completare il
mio sacrificio nello stesso luogo dove l’ha cominciato”!

Sopra, incisione di Abraham van Diepenbeeck (XVII secolo)
che rappresenta il martirio di Don Isacco Jogues; nella pagina
precedente, statua venerata nella parrocchia di
Sant’ Isacco Jogues, Wayne (USA)

Tempra di missionario

   Fu la storica città di Orléans, segnata dall’eroismo di Santa Giovanna d’Arco, che vide nascere Isacco Jogues nel 1607. Fin dall’inizio della sua formazione religiosa e intellettuale, egli sentiva il desiderio di essere missionario e di evangelizzare terre lontane. Entrato nel noviziato gesuita a Rouen, sognava missioni in Etiopia o in Giappone. Tuttavia, il suo maestro novizio, Don Louis Lalemant, gli profetizzò: “Non morirai in nessun altro luogo se non in Canada”.2

   A Rouen fece i voti di povertà, castità e obbedienza, nel servizio perpetuo di Dio all’interno della Compagnia di Gesù, e poco dopo lo mandarono al Collegio La Flèche ad Anjou, la più prestigiosa istituzione scolastica gesuita in Francia, per studiare Filosofia. Concluso il suo corso di studi, fu richiamato nel collegio di Rouen, dove cominciò a insegnare. Lì incontrò alcuni fratelli d’abito che erano arrivati recentemente da terre canadesi. Tra loro c’erano i padri Gabriel Lalemant, Jean de Brébeuf e Énemond Massé, che riferirono le avventure e i rischi per i quali erano passati nel Nuovo Mondo. Deliziato alla vista di un così ampio campo di apostolato, anch’egli desiderava conquistare anime per Cristo in quelle regioni lontane e sconosciute.

   La missione in Nord America era considerata, all’epoca, una delle più difficili, a causa del rigore del clima, della precarietà degli alloggi, delle lunghe distanze da percorrere e, soprattutto, della ferocia degli indigeni: le tribù degli uroni, irochesi o moicani , montagnesi e algonchini.

   Gli uroni, anche se non avevano ancora abbandonato la loro vita nomade, già coltivavano il terreno e intraprendevano i primi passi verso la sedentarietà, condizione indispensabile per la fruttificazione di ogni apostolato. Mentre loro e gli Algonchini erano alleati dei francesi, gli Irochesi ricevevano armi e istruzioni da parte degli olandesi e degli inglesi, che favorivano le rivalità tra le tribù, creando così un grande ostacolo all’evangelizzazione.

Inizio di un’epopea

   Ordinato sacerdote nel 1636, prima di completare gli studi complementari della sua formazione spirituale presso il Collegio Clermont di Parigi, Jogues partì per il Canada, dove approdò nel luglio dello stesso anno. Così scrisse a sua madre quando arrivò al villaggio missionario Sainte-Marie: “Non so cosa sarà il Cielo; quello che so è che sarebbe difficile provare una gioia più grande di quella che ho sentito quando ho messo piede nella Nuova Francia e ho celebrato la Messa a Québec nella Festa della Visitazione”.3

   La sua contentezza crebbe quando fu designato all’apostolato a Ossossané, regione degli Uroni, a Trois-Rivières. Il viaggio era faticoso e pericoloso, perché l’unico mezzo di conduzione erano le canoe degli indigeni, che venivano in città per il commercio di pelli, e questi, se fossero stati contrariati in qualcosa, non esitavano ad abbandonare il passeggero nella selva o a gettarlo nelle acque del fiume San Lorenzo.

   Dopo tutto, il lungo viaggio di diciotto giorni trascorse senza particolari sorprese. Don Isacco trovò ad aspettarlo Padre Brébeuf, che lo ricevette con espressioni di affetto fraterno e iniziò senza indugio le sue attività, dividendo il tempo tra lo studio della lingua indigena, la cura dei malati e la catechesi.

   Dopo soli cinque giorni, mentre visitava i villaggi circostanti, fu preso da una profonda stanchezza. Dopo quarantotto ore aveva una febbre molto elevata: era stato colpito dal vaiolo, un’epidemia che si diffuse e prostrò sia missionari che nativi, a causa delle pessime condizioni igieniche. 

   La malattia fu calunniosamente attribuita dagli indigeni agli “uomini in nero”, alludendo alla tonaca dei gesuiti. Secondo loro, le loro “parole magiche” portavano la morte e “l’acqua battesimale che versavano sulle teste dei bambini in pericolo di morte era il veleno che realmente li uccideva”.4

   I mesi passavano e le notizie delle vittime nei villaggi erano allarmanti. Anche nella comunità missionaria i religiosi si ammalarono uno dopo l’altro. Questa fu una delle numerose epidemie che “in pochi anni ridussero a dodicimila una popolazione di trentamila abitanti”.5

   I gesuiti decisero di fare una novena di Messe, con l’intento di fermare la campagna diffamatoria sollevata contro di loro. Il nono giorno, ci fu una calma improvvisa che meravigliò tutti. Alla fine del 1637, la predicazione cominciò a essere molto ben accolta e persino ammirata, sia in Ossossané, dove era rimasto padre Jean de Brébeuf, sia nella missione di San Giuseppe, a Ihonatiria, dove era andato padre Jogues.

Preparazione al martirio

   I risultati dell’evangelizzazione, tuttavia, erano scarsi. In una delle missioni di Don Jogues, centoventi catecumeni furono battezzati, ma tutti erano in grave rischio di vita. Solo nel 1637, sei anni dopo l’arrivo dei gesuiti in Canada, Padre Brébeuf riuscì a battezzare un adulto in salute.

   Pur vedendo che la Provvidenza Divina non ricompensava con frutti immediati tali ardue attività di apostolato, i missionari erano disposti a bagnare quelle terre con il proprio sangue. La carità li aveva spinti ad abbandonare la propria patria per intraprendere viaggi e affrontare difficoltà monumentali, per salvare le anime, ed essi l’avrebbero portata al culmine attraverso il martirio.

   San Tommaso d’Aquino insegna che “il martirio è il più perfetto degli atti umani, in quanto segno della più ardente carità, secondo le parole della Scrittura: ‘Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici’”.6 Essendo pertanto un atto così sublime e grandioso, non fu all’improvviso che si risvegliò nel nostro Santo l’inclinazione verso di esso. L’anelito ad unirsi alle sofferenze di Cristo inondava la sua anima, e proprio come Padre Brébeuf aveva fatto l’offerta formale della sua vita, “Padre Isacco Jogues aveva supplicato: ‘Signore, dammi da bere abbondantemente dal calice della tua Passione’. Una voce interiore lo avvertì che la sua supplica era stata ascoltata”.7

   Anche se non si esprimeva in modo esplicito, la grazia lo stava preparando nel suo cuore per questo altissimo olocausto, come uno dei suoi biografi racconta: “Era riluttante a rivelare qualsiasi virtù che praticava e solo con gli insistenti appelli di Padre Buteux accettò di parlare delle grazie che Dio gli aveva concesso. Questo suo amico lo costrinse a scrivere le visioni con cui Dio lo aveva confortato nei momenti difficili della sua vita. Altri interventi divini nella vita del Santo furono annotati dallo stesso Buteux. In questo modo, ha appreso che dopo la visione a Sainte-Marie, in cui era stato detto a padre Jogues: “La tua supplica è stata esaudita; si faccia come Mi hai chiesto; sii forte e coraggioso”, Isacco cominciò a offrirsi a Dio come vittima straordinaria cento volte al giorno.8

Accettazione dell’offerta

   L’offerta del missionario sembrava in procinto di realizzarsi quando, nell’agosto del 1642, fu catturato dagli Irochesi mentre viaggiava lungo il fiume San Lorenzo a Quebec. Sulla via della prigionia, il suo compagno, Fra René Goupil, in mezzo alle torture, gli chiese la grazia di emettere i voti religiosi, dato che non li aveva ancora fatti a causa di problemi di salute. E, “in nome del padre provinciale della Francia, Don Jogues diede il permesso a René di pronunciare i voti temporanei di coadiutore nella Compagnia di Gesù”.9

   Arrivati nel villaggio di Ossernenon, regione di New York, le sofferenze e i tormenti non fecero che aumentare. Mossi dall’odio, “gli Irochesi percossero senza pietà Padre Jogues con bastoni e sbarre di ferro, gli strapparono la barba e le unghie, gli schiacciarono le punte delle dita e con un colpo di mannaia gli tagliarono il pollice dalla mano destra; i bambini si divertivano ad applicare braci e ferri roventi nella sua carne. Infine, lo appesero a due pali con corde ben strette ai polsi”.10 Uno dei selvaggi, vedendo che restavano ancora “due unghie intere in una mano di Padre Jogues, le strappò con i denti”.11 Durante la notte lo lasciarono steso per terra nudo, coperto di ferite e assalito da un’infinità di insetti.

   Fra Goupil fu ucciso poche settimane dopo a colpi di tomahawk, la temuta ascia da guerra degli indigeni. Padre Jogues, tuttavia, restò schiavo degli Irochesi per altri tredici lunghi mesi di terribile prigionia, nella quale soffriva tanto nel corpo quanto nell’anima, poiché le prove e le tentazioni lo assalivano in ogni momento. Ritenendo di essere punito da Dio, temeva di condannarsi in eterno se quei tormenti non fossero finiti presto.

   Come avrebbe potuto dibattersi in una prova di tale entità, quando si trovava nell’imminenza di ricevere la grazia che tanto desiderava? Capita di solito solo alle persone che si offrono come vittime che, al momento della consumazione dell’olocausto, non relazionino le loro sofferenze all’offerta che hanno fatto, e pensino che stanno morendo per colpa loro. Dio permette questo per aumentare i loro meriti e, di conseguenza, la loro gloria nel Cielo.

2.jpgUna visione profetica

   Circa due settimane dopo la morte di Fra René, padre Jogues ebbe, in sogno, una visione. Tornava nel villaggio di Sainte-Marie e trovava, invece delle abitazioni sostenute da pali rustici, qualcosa che sembrava una venerabile città antica, circondata da forti mura e ornata da bellissime torri. Stupefatto, si chiedeva se si trovasse nel posto del suo villaggio. Alcuni nativi americani a lui noti che uscivano da lì gli garantirono di sì. Attraversò, allora, il primo portone e subito ne trovò un secondo, in cui vide la figura dell’Agnello immolato, con incise sopra due lettere: “L. N.”, che significavano “Laudent Nomen eius – Lode al Suo Nome”. 

   Volle proseguire, ma una guardia gli bloccò il passaggio, spiegandogli che poteva attraversare quel portone solo chi fosse già stato giudicato. Fu condotto in una bellissima sala, simile a una sala capitolare, dove c’era un vecchio, maestoso e venerando come l’Anziano della Scrittura (Dn 7, 9.13.22). Questi ascoltò alcune accuse fatte da qualcuno contro padre Jogues e, senza nulla chiedere al reo, lo frustò tre volte. Sentendo un dolore intenso, come nei colpi ricevuti dai nativi feroci, il santo missionario subì una rassegnazione completa, sebbene non capisse cosa stava succedendo. 

   Infine, racconta: “Il mio Giudice, quasi fosse stupito dalla mia pazienza, mise da parte il bastone con cui mi aveva colpito, mise le sue braccia attorno al mio collo e mi strinse molto dolcemente, calmando la mia sofferenza e trasmettendomi una gioia tutta divina e totalmente inesplicabile”.12

   La forza e la fiducia che egli assorbì in questa visione gli resero dolci tutti gli sforzi, i lavori e le croci.

Tregua per la lotta finale

   Liberato dalla prigionia grazie all’intervento di alcuni olandesi che lo aiutarono a fuggire, padre Jogues tornò in Francia per riprendersi da questo quasi primo martirio, sebbene desiderasse restare nella missione per continuare a battezzare, convertire e patire.

   Quando giunse a Rennes, era irriconoscibile! A tal punto che il rettore gesuita, che lo aveva conosciuto molto prima della sua partenza per il Canada, gli chiese:

   — Ha conosciuto Don Jogues nella Nuova Francia?

   — In modo molto intimo, reverendo padre.

   — E che notizie porta di lui? Vive ancora o, come dicono alcuni, è stato bruciato dagli irochesi?

   — No, padre, è vivo. Infatti è proprio lui che sta qui davanti a voi e chiede la sua benedizione …

   A causa delle sue dita mutilate, l’eroico missionario era impedito canonicamente di celebrare la Santa Messa. Scrisse a papa Urbano VIII una lettera, spiegando la sua situazione in dettaglio e chiedendo il permesso, nonostante questa sua carenza, di offrire il Santo Sacrificio.

   Con vivo interesse, il Sommo Pontefice chiese più informazioni su Padre Isacco Jogues, la sua missione nel Nuovo Mondo e tutto quanto egli aveva sofferto nella prigionia tra gli irochesi. Profondamente commosso dalla narrazione, il Santo Padre esclamò: “Sarebbe indegno negare a un martire di Cristo il permesso di bere il Sangue di Cristo”!13 E gli concesse l’autorizzazione richiesta. Salendo i gradini dell’altare, dopo venti mesi, “gli pareva di celebrare di nuovo la sua prima Messa”.14

Si consuma l’olocausto

   Trascorse in Francia un breve periodo per riprendersi dai tormenti patiti. Il suo desiderio più ardente era però tornare al front per continuare la sua missione di salvare anime e, soprattutto, di soffrire. Fu nel viaggio di ritorno nel Canada, nel 1644, che avvenne l’episodio della tempesta sulla nave, narrata all’inizio di queste righe. A partire da allora, tutti consideravano padre Jogues, più che mai, un autentico uomo di Dio.

   Dopo due anni di missione a Montréal, ricevette nel settembre 1646 l’incombenza di negoziare un trattato di pace con gli irochesi. Nonostante la ripugnanza naturale di tornare nel luogo in cui era stato così tormentato, non si tirò indietro, perché non aveva paura di soffrire mille morti colui il cui unico desiderio era quello di fare tutto ciò che Dio gli chiedeva.

   Poche settimane dopo, approfittando della pace transitoria ottenuta, padre Jogues fu scelto per andare ora, insieme a Fra Jean de Lalande, a cercare di evangelizzare gli irochesi. Nel ricevere l’ordine dato dal superiore, esclamò con gioia: “Mi sentirei felice se il Signore volesse completare il mio sacrificio nello stesso luogo dove l’ha cominciato”!15

   Il 17 ottobre 1646, mettendo di nuovo piede ad Ossernenon, Padre Isacco Jogues fu catturato e crudelmente torturato. Il giorno successivo un nativo lo uccise a colpi d’ascia e in seguito lo decapitò. Così si consumava il suo olocausto, come un sacrificio di gradevole odore all’Agnello immolato. Sacrificio questo che, unito a quello dei suoi fratelli d’abito anch’essi martirizzati in quelle rudi terre, avrebbe rivelato nei secoli a venire la sua fecondità, con la fioritura della Chiesa Cattolica in territorio canadese. (Rivista Araldi del Vangelo, Ottobre2017, n. 173, p. 30 - 33)

1 TALBOT, SJ, Francis. Saint among Savages. The Life of St. Isaac Jogues. San Francisco: Ignatius, 2 002, p.353. 2 LALANDE, SJ, Louis. Saint Isaac Jogues. In: LALANDE, SJ, Louis (Dir.). La Compagnie de Jésus. Saints et Bienheureux. Montréal: Le Messager Canadien, 1941, p.71. 3 ECHANIZ, SJ, Ignacio. Paixão e Glória. História da Companhia de Jesus em corpo e alma. São Paulo: Loyola, 2006, t.II, p.298. 4 Idem, p.299. 5 LEITE, SJ, José (Org.). Santos de cada dia. 3.ed. Braga: Apostolado da Oração, 1994, vol.III, p.199. 6 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. IIII, q.124, a.3. 7 PALACIO ATARD, Vicente. Santos Juan de Brébeuf y compañeros. In: ECHEVERRÍA, Lamberto de; LLORCA, SJ, Bernardino; REPETTO BETES, José Luis (Org.). Año Cristiano. Madrid: BAC, 2006, v.X, p.496. 8 TALBOT, op. cit., p.361. 9 Idem, p.204. 10 ECHANIZ, op. cit., p.301. 11 LALANDE, op. cit., p.73. 12 TALBOT, op. cit., p.259. 13 Idem, p.350. 14 Idem, ibidem. 15 PALACIO ATARD, op. cit., p.497.

Suo voto :
0
Risultato :
0
- Voti: 0

Articoli suggeriti

Copyright Araldi del Vangelo. Tutti i diritti riservati.