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Commenti al Vangelo

Dare a Cesare, ma soprattutto a Dio!

Pubblicato 2017/10/04
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Tacitando coloro che fondavano la loro visione del mondo su una falsa verità, il Maestro Divino ci insegna il perfetto equilibrio tra il nostro ultimo fine e la legittima sollecitudine per ciò che è contingente.

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Vangelo

15Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno perché non guardi in faccia a nessuno. 17 Dunque, dì a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?” 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?” 21 Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22, 15-21).

joão.jpgI – Lo scontro tra la Verità assoluta e le false verità

   Nel più profondo dell’anima umana c’è un’intima aspirazione posta da Dio, alla maniera di istinto, che la orienta costantemente alla ricerca della verità.

   Dopo la mancanza dei nostri primi genitori, tuttavia, questa ricerca non è esente da difficoltà, poiché il peccato originale ha privato la nostra fragile natura del dono dell’integrità, concesso dal Creatore per dotarla di un perfetto equilibrio. Per questa ragione, stabilita in noi la lotta tra una legge superiore e una inferiore, in genere vince la seconda.

   Questo è particolarmente vero a proposito dell’orgoglio, terribile peccato capitale, che è alla radice di tutte le offese contro Dio e ha come una delle sue peggiori conseguenze la negazione della verità. Quando l’uomo non aderisce pienamente a ciò che il Signore gli chiede nella Legge e preferisce seguire la sregolatezza delle proprie passioni, deve creare una “verità” che giustifichi le sue azioni malvagie. E sarà più facile per lui accettare i fallimenti delle pseudoverità così elaborate che ammettere la verità in quanto tale. Perché? Quando la verità è esposta nella sua interezza e in maniera convincente, la persona è costretta a fare una scelta, che spesso richiede da parte sua l’abbandono delle sue deviazioni. Infastidita, diventa odiosa e cerca un mezzo per soffocare il bene che gli è stato dato di contemplare.

   Questa realtà è stata verificata nella Storia, in un modo archetipico, assoluto e imponente, con Nostro Signore Gesù Cristo, la Verità Incarnata. Non sempre Egli si è presentato nel suo splendore, ma nascosto sotto la carne umana mortale, perché, se fosse apparso tale com’è, nella gloria della divinità, sarebbe cessato lo stato di prova dei suoi astanti, che, posti davanti all’evidenza, non avrebbero più avuto la possibilità di una scelta. Tuttavia, anche nella debolezza della nostra natura, manifestò in diverse occasioni di essere “la Verità” (Gv 14, 6), come quando disse “Ego sum! – Io sono!” ai soldati che cercavano di catturarLo. Questi “indietreggiarono e caddero a terra” (Gv 18, 6), poiché non potevano negare il potere e la grandezza di Colui che cercavano come un malfattore.

   In senso opposto, i farisei avevano costituito, sotto il mantello della religiosità, una dottrina della verità totalmente adattata alle loro convenienze. L’inevitabile scontro della verità assoluta con la pseudo-verità andò in crescendo, fino a suscitare in questi cattivi Israeliti l’irresistibile desiderio di distruggere il Salvatore.

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Farisei ed erodiani cospirano contro Gesù, di James Tissot
- Brooklyn Museum, New York
II – La tattica degli ipocriti

   Il Vangelo della 29a Domenica del Tempo Ordinario narra un episodio molto significativo di questo scontro. Nostro Signore Gesù Cristo era nel suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, alla vigilia della sua dolorosa Passione, e aveva appena pronunciato tre parabole che lasciavano i maestri della Legge e i farisei in una cattiva situazione. 

   La prima descriveva l’atteggiamento di due figli chiamati dal loro padre a lavorare nella vigna della famiglia (Mt 21, 28-32). Quello che fu convocato per primo si rifiutò, ma poi, pentito, andò nel campo. Il secondo giovane, sebbene avesse accettato, finì per non farsi vedere. Il Maestro Divino comparava la condotta del primo figlio con quella dei peccatori, di fronte all’invito alla conversione fatto dal Precursore, in contrapposizione al comportamento dei farisei che, in un’osservanza puramente esterna della Legge mosaica, rifiutavano qualsiasi moto di pentimento per le loro molteplici mancanze. 

   La seconda parabola era quella degli vignaioli omicidi (Mt 21, 33-45). Assunti per lavorare e mantenere una vigna, essi uccisero i servi del padrone e, persino, il suo stesso figlio. L’Evangelista sottolinea che i principi dei sacerdoti e i farisei avevano capito quanto questa immagine si riferisse alla durezza dei loro cuori e di quelli dei loro antenati lungo tutta la Storia della salvezza, di fronte agli ammonimenti divini pronunciati dalle labbra dei profeti. E questo li avrebbe portati ad uccidere il Figlio di Dio fatto Uomo. 

   Infine, la terza metafora presentava il banchetto nuziale del figlio del re (Mt 22, 2-14), al quale gli invitati di maggiore livello, ma maleducati, non comparirono, obbligando i servi reali a uscire in cerca di “tutti quanti trovavano” (Mt 22, 10) per strada, invitandoli a partecipare alla festa. Con questa immagine, Nostro Signore accennava nuovamente al mutamento di panorama che portava la Redenzione e il rifiuto di quei falsi pastori alla sua venuta.

Un piano per cogliere di sorpresa Gesù

15Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi.16a Mandarono dunque da lui i propri discepoli…

   I farisei capirono perfettamente la censura che era rivolta a loro e diventarono furiosi. Parlando l’uno con l’altro, idearono un piano… Erano ben definite le misure che avrebbero preso contro Gesù. 

   Uno degli aspetti dello stratagemma era quello di inviare i loro discepoli, precedentemente istruiti a fare alcune domande a Nostro Signore. Infatti, sarebbe stato umiliante per loro inviare un rabbino già formato, perché questo avrebbe significato una dichiarazione di ignoranza, se avessero riconosciuto che i loro non avevano imparato le lezioni sulla materia in questione o che non erano state studiate nella scuola da loro frequentata. Inoltre, sarebbe stato chiaro che avevano cattive intenzioni, poiché una persona istruita non avrebbe mai sollevato un problema dottrinale di questo tipo con qualcuno considerato inferiore. Nell’invio di discepoli, cioè di studenti non ancora accreditati per l’insegnamento perché non avevano una formazione completa, pensavano di evitare tali inconvenienti.

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Diritto e verso di un aureo di Tiberio
(moneta romana dell’epoca di Nostro Signore)
Coalizione contro il bene di due correnti errate e opposte

16b…con gli erodiani…

   La peculiarità di questo piano è che i farisei si facessero accompagnare da alcuni erodiani, loro nemici viscerali. Volevano, così, dare a Nostro Signore l’idea che stavano discutendo di un problema e non sapevano bene come risolverlo…

   Infatti, le tesi dei seguaci del partito di Erode causavano grande indignazione tra i farisei, e entrambe le fazioni si votavano ad un odio mortale. Questi avevano costituito una dottrina sulla verità secondo la quale la cosa più importante della società era l’organizzazione spirituale. Pertanto, erano in lotta contro gli erodiani, che difendevano la sottomissione della religione e dei suoi capi al potere civile, poiché era l’uomo che avrebbe dovuto governare l’uomo.

   C’era, pertanto, già a quel tempo, una lotta tra le due sfere. Da un lato, il potere ecclesiastico rappresentato da farisei, legisti, sacerdoti e dai loro principi, come pure dai sadducei, sebbene in una prospettiva più mondana. Dall’altro, il potere politico, incarnato dagli erodiani.

   Come, allora, è possibile che esistendo un’opposizione così radicale tra le due sette, ora si unissero con uno stesso obiettivo, cioè lasciare Nostro Signore in un impasse? Per quanto incredibile possa apparire, i farisei volevano spostare la polemica dal campo religioso a quello politico. Dopo che erano usciti sconfitti da tutte le controversie con il Maestro Divino, si resero conto che la loro situazione era la peggiore possibile, perché era diventato manifesto agli occhi del popolo che essi avevano aderito a una mentalità sbagliata e avevano rifiutato il vero cammino di salvezza, rappresentato da Gesù Cristo. Fuggendo dal conflitto spirituale, pensavano che Lui, che aveva poca esperienza nella sfera politica, non avrebbe saputo come comportarsi in un dibattito di questo tipo. 

   Se ciò fosse avvenuto, gli erodiani sarebbero stati lì per servire da testimoni e denunciare davanti all’autorità civile ogni scivolone di Nostro Signore sul tema. Egli sarebbe stato subito convocato per un processo che, considerando le arbitrarietà dell’epoca, avrebbe potuto benissimo finire con un’esecuzione capitale.

   Vediamo in questa scena la realizzazione di un principio infallibile: ogni volta che si tratta di distruggere il Bene, tutti i cattivi, per quanto contrari essi siano tra di loro, mettono da parte le loro pretese differenze e si uniscono.

La falsità del male

16c…a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità.Tu non hai soggezione di alcuno perché non guardi in faccia a nessuno”.

   Chiamare Nostro Signore “Maestro” e dire che Egli giudicava al di sopra di qualsiasi apparenza, era importante per riconoscerlo esternamente come Colui che insegna, dichiarando che erano lì per imparare…Volevano, così, mostrare che erano sottomessi e si rivolgevano a Gesù per aver visto quanto Egli trasmetteva la dottrina vera e non sfuggiva ad alcuna domanda, per quanto spinosa.

   Infatti, Nostro Signore è la Verità e, pertanto, l’Integrità rispetto a ciò che afferma. Ma,provenendo da farisei ipocriti, tutto questo non era altro che falsità! Un tale atteggiamento era stato raccomandato dai rabbini e consisteva in una semplice captatio benevolentiæ, vale a dire, volevano solo conquistare la buona volontà del Maestro affinché, interamente lusingato e ammorbidito, fosse più disposto a rispondere a qualsiasi domanda.

Una domanda capziosa

17 “Dunque, dì a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”

   Se c’era qualcosa che lasciava i Farisei indignati contro la dominazione dell’Impero Romano, era proprio il pagamento delle tasse. Dalla fine dell’epoca dei Maccabei, diversi decenni prima, gli ebrei erano suffraganei dei romani, che davano loro la protezione militare, rispettavano i loro costumi e autorità religiose, ma, in cambio, pagavano loro un tributo, che veniva a sommarsi alla tradizionale imposta religiosa pagata al Tempio.

   I farisei approfittavano di questa situazione, come è accaduto spesso durante la Storia, per indisporre il popolo contro il governo straniero. C’erano discussioni infinite, la cui conclusione era una serie di argomenti, dei più categorici, a proposito dell’illiceità di pagare le tasse all’impero, in quanto Cesare era un imperatore pagano senza alcun vincolo con il vero Dio. Di conseguenza, pagare la tassa era quasi come offrire una vittima in lode a un idolo. Tuttavia, questo non era detto pubblicamente, perché si sarebbe configurato come un atto di rivolta contro il potere civile costituito. Ora gli erodiani, ben relazionati con il dominatore romano, sostenevano la tesi opposta. 

   Interrogato in questo modo, Nostro Signore veniva costretto a dare la sua opinione davanti a tutti sull’argomento. Se avesse dichiarato che l’imposta non doveva essere pagata, sarebbe caduto nell’atteggiamento pubblico che i farisei evitavano. Subito gli erodiani sarebbero andati a denunciarLo alle autorità politiche come reo di rivolta, un crimine di lesa maestà che lo avrebbe portato a morte. Avevano forse già dato ordini, in caso della riposta che speravano, di arrestarlo immediatamente? 

   Se, al contrario, Egli avesse affermato che l’imposta si sarebbe dovuta pagare solo a Cesare, le autorità giudaiche, nelle mani dei farisei, Lo avrebbero accusato di essere un nemico della Legge e Lo avrebbero calunniato presso il popolo come un blasfemo e un traditore della nazione.

   Nostro Signore era, apparentemente, in una difficile situazione. In un modo o nell’altro, la sua opera sarebbe stata distrutta, perché che fosse per una ragione politica o religiosa, Egli sarebbe stato ucciso prima di concludere la vita pubblica.

   La malvagità da parte dei suoi avversari, che non sopportavano più lo splendore della Verità, Dio fatto Uomo e lezione per noi: dal momento in cui, come cattolici, cominciamo a manifestare la forza e il fulgore di Nostro Signore Gesù Cristo, i “farisei” si uniscono a “Erode” per perseguitarci… È quindi necessario imitare lo spirito sagace di cui il Verbo Incarnato ci dà l’esempio in questa occasione. 

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San Luigi IX, re di Francia, giudica e benedice il suo popolo
- Tesoro della Cattedrale di Notre-Dame, Parigi
Nostro Signore li conosceva da tutta l’eternità
 

18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?”

   Per quanto riguarda la conoscenza sperimentale puramente umana, San Matteo attesta che in quella circostanza Nostro Signore “ha percepito la loro malvagità”. È vero, ma Egli la conosceva da tutta l’eternità e anche dal momento in cui, creata la sua Anima e infusa nel Corpo, essa si è trovata nella visione beatifica. 

   Questi farisei non erano davanti a un semplice uomo, ma a qualcuno con una personalità divina. Essendo la seconda persona della Santissima Trinità, Egli conosceva lo svolgimento della Storia da tutta l’eternità. Inoltre, come Uomo possedeva la scienza infusa, conoscenza di tutte le cose rivelata da Dio. Nulla Gli era sconosciuto, e per questo esclamò: “Ipocriti!” Sebbene esteriormente facessero affermazioni compiacenti, nel loro intimo intendevano prepararGli una trappola, con l’intento di ucciderLo.

Umiliati dalle sue stesse parole  

19 “Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?”.21a Gli risposero: “Di Cesare”. 

   L’imposta dell’impero doveva esser pagata con denaro romano, e questo obbligava i giudei a scambiare la moneta locale con la straniera. Il contrario accadeva con gli israeliti che venivano da fuori per adorare Dio a Gerusalemme: Se ciò fosse avvenuto, fare il cambio con denaro coniato nel Tempio, poiché l’imposta religiosa non poteva essere pagata con il denaro pagano.

   Ora, chiedendo che Gli mostrassero la moneta dell’imposta, Nostro Signore creò un’insicurezza nei suoi interlocutori, poiché non sapevano quale presentarGli. Egli, infatti, non aveva specificato a che imposta si riferiva, se al tributo difeso dagli erodiani, o all’unica che consentivano di pagare i farisei. Insomma, colui che li comandava da dietro, sicuramente suggerì loro che avrebbero dato a Gesù la moneta romana. Nostro Signore la sollevò, con lo stesso atteggiamento che avrebbe preso se gli avessero passato denaro ebraico e chiese di chi fosse la “immagine e l’iscrizione” che possedeva. In essa era coniata l’effigie dell’imperatore regnante, ricoperto di allori, probabilmente Tiberio o qualcun altro precedente. Nella prima ipotesi, l’iscrizione della moneta diceva: “Tiberio Cesare, sublime figlio del divino Augusto”. Al fatto della dominazione straniera si univa la divinizzazione dell’imperatore… era l’eresia delle eresie!

   Di fronte all’evidenza, gli apprendisti del rabbino risposero senza esitazione: “Di Cesare”. Intelligenti, essi trassero tutte le conseguenze delle loro parole e, umiliati, si resero conto che l’incantesimo era rivolto contro lo stregone…

Dio vuole l’esistenza dell’autorità civile

21bAllora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

   Di fronte a questa magnifica conclusione, quei nuovi arrivati rimasero zitti… Una situazione così complessa, secondo i criteri di coloro che tentavano Nostro Signore, fu sciolta con straordinaria maestria da Colui che è la Saggezza Eterna ed Incarnata. La semplice circolazione di questa moneta tra il popolo aveva importanza perché riconosceva la supremazia del potere romano sulla nazione israelita e questo, di per sé, purché non si comandasse il peccato, non pregiudicava affatto la vera religione, perché era un potere legittimamente costituito. 

   Con quest’affermazione, Nostro Signore insegnava che l’autorità civile è anch’essa cara a Dio. Sono necessari il governo effettivo, il potere legislativo e il braccio coercitivo della giustizia. È quello che Egli dirà pochi giorni dopo a Pilato, quando questi invocherà il suo potere di comando: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19, 11). E troviamo lo stesso principio nelle lettere di San Paolo, specialmente nell’Epistola ai Romani: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna” (Rm 13, 1-2). Il potere civile, pertanto, deve essere rispettato, perché è immagine di Dio, e obbedito a quello che non implichi peccato, poiché, in questo caso, agirebbe contro di sé e estrapolerebbe le sue attribuzioni. 

L’armonia cristiana delle due sfere

   Qui è anche involucrata un’altra dottrina molto importante: se la sfera religiosa esiste per portare gli uomini a raggiungere la loro finalità ultima, che è Dio, la società temporale si propone di occuparsi di questioni relative al benessere umano e al buon sviluppo degli interessi pubblici , affinché tutti, individualmente e nel loro complesso, possano facilmente raggiungere il loro fine, avvalendosi per questo di leggi giuste.

   Di conseguenza, non c’è dissenso tra i due poteri, in quanto entrambi, uno in forma immediata e l’altro mediata, hanno lo stesso obiettivo. Le parole di Nostro Signore indicano che le due sfere devono essere armoniose, senza suggerire affatto che seguano direzioni diverse. Le lotte combattute nella Storia a questo proposito avvennero perché furono ignorati i preziosi insegnamenti del Vangelo e delle lettere di San Paolo, chiarissimi per i primi cristiani. Non è altro che questo il pensiero del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, manifestato in modo magistrale in un discorso pronunciato davanti a centinaia di migliaia di cattolici:

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Sacra Famiglia - Chiesa di Sant’Eulalia, Bordeaux (Francia)
   “Sulle rive del Giordano come del Nilo, all’ombra delle colonne classiche di Atene come negli splendori della grande metropoli di Cartagine, nel fastigio del potere del Medioevo, come nelle lotte tormentose contro il protototalitarismo giosefista o pombalino, ogni volta che assemblee come questa si sono riunite, la Chiesa ripete al potere temporale con una costanza e uniformità impressionante, lo stesso messaggio di pace e alleanza, in cui per sé riserva solamente il regno dello spirituale, gelosa nel rispettare la piena sovranità del potere temporale in tutti gli altri terreni, chiedendogli solamente di regolare le sue attività in base ai precetti evangelici, cioè ai principi che costituiscono il fondamento della civiltà cristiana cattolica”.1

   Questa armonia, del resto, la troviamo riflessa negli altri testi della Liturgia di questa domenica. Nella prima lettura (Is 45, 1.4-6), vediamo come l’Onnipotente utilizzi Ciro, imperatore dei persiani che chiama “suo unto” (Is 45, 1), come strumento per realizzare il suo disegno di ricostruire il Tempio di Gerusalemme. È Dio che Si serve del potere temporale pagano per dimostrare che Egli è l’unico Signore. Questo dimostra quanto egli scelga coloro che vuole per condurre la sua opera, e la governi con intera saggezza e potestà. Già nella seconda lettura (I Tes 1, 1-5b), San Paolo si rivolge alla Chiesa di Tessalonica come capo della società spirituale in quel luogo nelle cui mani traspare ancor più l’azione e il potere di Dio.

   In questo modo, voler separare la società temporale da quella spirituale, sotto il pretesto che hanno fini completamente diversi e a volte persino opposti, non è in accordo con la volontà di Dio. E tutto deve coniugarsi con la Sua Legge.

III – Se diamo a Dio quello che è Suo, il resto ci verrà in aggiunta

   La Liturgia di questa domenica ha ancora un’opportuna applicazione per la nostra vita spirituale, poiché la stessa relazione tra il potere civile e il potere religioso descritto nelle letture si riflette nella nostra esistenza. 

   Nella convivenza famigliare, padre e madre rappresentano il potere dell’Altissimo e, per questo, devono essere obbediti, al punto che esiste un Comandamento del Decalogo che veglia su questa osservanza. Spetta ai figli rispettare le loro decisioni, a meno che non richiedano il peccato, il che significherebbe ribellarsi alla stessa autorità che è loro affidata. Proprio come conviene dare a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio, nella famiglia si deve dare ai genitori ciò che è dei genitori e a Dio ciò che è di Dio.

   Pertanto, è necessario che l’educazione dei figli sia condotta in funzione del Signore, basata su una buona e stabile formazione morale, che li incammini verso la pienezza della santità. Allo stesso tempo, il compimento di questo fine primordiale richiede che siano soddisfatti certi bisogni materiali. In questi casi, è necessario dare a Cesare ciò che è di Cesare, sempre in conformità con la Legge Divina. Tuttavia, bisogna prestare attenzione a non far consistere la vita solamente in Cesare, perché egli è secondario e contingente rispetto al Creatore. L’essenza sta nel “dare a Dio ciò che è Dio”.

   Ecco l’invito della Liturgia di oggi: mantenere un equilibrio perfetto tra ciò che, nelle nostre vite, appartiene a Dio e ciò che spetta alle cure della nostra natura, senza mai sovrapporre queste a ciò che è più importante. Agendo così, staremo cercando il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto ci sarà dato in aggiunta (Mt 6, 33)! (Rivista Araldi del Vangelo, Ottobre2017, n. 173, p. 8-15)

1 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Saudação às autoridades civis e militares. In: Legionário. São Paulo. Anno XVI. N.525 (7 settembre, 1942); p.2.

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