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Voce del Papa

Amare Dio è amare la giustizia

Pubblicato 2017/10/03
Autore : Redazione

Dall’alto del monte, Nostro Signore volle mostrare che agiva con la stessa autorità con la quale in altri tempi aveva parlato a Mosè. Là con una terribile giustizia, qui con divina clemenza.

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   Mentre Nostro Signore Gesù Cristo, carissimi, predicava il Vangelo del Regno e guariva in Galilea le infermità più diverse, la fama dei suoi miracoli si era diffusa per tutta la Siria, e molte persone accorrevano in folla al medico celeste da tutta la Giudea.

   Siccome la fede umana è molto lenta a credere ciò che non vede e a sperare quel che non conosce, era necessario che coloro i quali dovevano essere confermati con la divina dottrina fossero stimolati con benefici materiali e con prodigi visibili. Così, sperimentando la potenza benefica del Signore, non avrebbero dubitato della sua dottrina apportatrice di salvezza.

   Il Signore, dunque, volle cambiare le guarigioni esteriori, in rimedi interiori e, dopo aver guarito i corpi, risanare le anime. Perciò si allontanò dalla folla che lo circondava, e si portò in un luogo solitario di un vicino monte. Là chiamò a sé gli Apostoli, per istruirli con dottrine più elevate dall’alto di quella mistica cattedra.

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San Leone Magno - Basilica di
Notre-Dame, Montreal (Canada)
Colui che aveva parlato a Mosè, parlò anche agli Apostoli

   Con la scelta di un tale posto e di un tale ministero, Nostro Signore volle mostrare che agiva con la stessa autorità con la quale, in altri tempi, aveva parlato a Mosè. Ma là aveva parlato con una giustizia tremenda, qui invece con la sua divina clemenza, perché si adempisse quanto era stato promesso per bocca del profeta Geremia: “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore.” (Ger 31, 31.33; Eb 8, 8.10).

   Colui dunque che aveva parlato a Mosè, parlò anche agli apostoli e la mano veloce del Verbo, che scriveva nei cuori dei discepoli, promulgava i decreti del Nuovo Testamento. Non era circondato, come allora, da dense nubi, né da tuoni e bagliori terribili, che tenevano lontano dal monte il popolo. Ora si intratteneva con i presenti in un dialogo tranquillo e affabile. Fece questo perché la soavità della grazia rimuovesse la severità della legge e lo spirito di adozione eliminasse il terrore della schiavitù.

A quali poveri Si riferisce Gesù?

   Quale sia l’insegnamento di Cristo lo manifestano le sue sacre parole. Coloro che desiderano pervenire alla beatitudine eterna, riconosceranno dai detti del Maestro quali siano i gradini da percorrere per salire alla suprema felicità: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei Cieli” (Mt 5, 3).

   Potrebbe forse ritenersi incerto quali siano i poveri, ai quali si riferisce la Verità se, dicendo poveri, non avesse aggiunto null’altro per far capire il genere di poveri di cui parla. Si sarebbe allora potuto pensare essere sufficiente per il conseguimento del regno dei cieli quella indigenza, che molti patiscono con opprimente e dura ineluttabilità. Ma quando dice: “Beati i poveri in spirito”, Nostro Signore mostra che il Regno dei Cieli va assegnato piuttosto a quanti denotano umiltà interiore, anziché la semplice carenza di ricchezze.

   Senza dubbio i poveri possono ottenere più facilmente i beni eterni che i ricchi, poiché quelli non hanno nulla cui attaccarsi, mentre questi con frequenza ripongono le loro speranze nei beni perituri. Tuttavia, in molti ricchi si trova quella disposizione a usare della propria abbondanza non per orgogliosa ostentazione, ma per opere di bontà, e così considerano grande guadagno ciò che elargiscono a sollievo delle miserie e delle sofferenze altrui.

   Questa comunanza di virtuosi propositi si può riscontrare fra gli uomini di tutte le categorie. Molti effettivamente possono essere uguali nelle disposizioni interiori anche se rimangono differenti nella condizione economica. Ma non importa quanto differiscano nel possesso di sostanze terrene, quando si trovano accomunati nei valori spirituali. Beata quella povertà che non cade nel laccio teso dall’amore dei beni temporali, né brama di aumentare le sostanze del mondo, ma desidera ardentemente l’arricchimento dei tesori celesti. […]

Una tristezza che non proviene dalle afflizioni mondane

   Dopo queste parole sulla felicissima povertà, il Signore prosegue dicendo: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5, 4). Carissimi, l’afflizione di quelli che piangono, alla quale Si riferisce il Salvatore e viene promessa la consolazione eterna, non ha nulla in comune con le tribolazioni di questo mondo. Né queste rendono beati quelli che le patiscono.

   Diversa è la natura dei gemiti dei santi, come pure diversa è la causa delle lacrime che meritano di essere chiamate beate. Il dolore propriamente religioso è quello che piange o il peccato proprio o quello degli altri. Né si duole perché questo male è colpito dalla giustizia divina, ma, se si attrista, lo fa per quanto viene commesso dalla iniquità umana. È il caso di piangere più colui che compie le opere del male, che chi ne è la vittima, perché la malizia fa sprofondare l’iniquo nell’abisso della pena, la sopportazione, invece, conduce il giusto alla gloria.

Completa armonia tra la carne e la volontà dell’ anima

   Prosegue il Signore dicendo: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5, 5). Ai miti e mansueti, agli umili e modesti, a quanti sono disposti a subire l’ingiustizia, viene promesso il possesso della terra.

   Non si tratta di un’eredità piccola o spregevole, quasi fosse separata dalla patria celeste, poiché dobbiamo intendere che questi, e non altri, entreranno nel Regno dei Cieli. Perciò la terra promessa ai miti, e che toccherà in eredità ai mansueti, rappresenta il loro corpo che, grazie ai meriti della loro umiltà, nella beata risurrezione verrà trasformato e rivestito di gloria immortale. Il loro corpo non sarà più assolutamente in contrasto con lo spirito, ma sarà perfettamente conforme e unito al volere dell’anima.

   Allora infatti l’uomo esteriore avrà il possesso pacifico e immacolato dell’uomo interiore. La mente, vedendo Dio, non incontrerà più gli ostacoli della fiacchezza umana, né avrà bisogno di dire: “un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri” (Sp 9, 15), poiché la terra non aggredirà chi la abita e non si ribellerà contro le leggi del suo governatore.

   Così, il mansueto la possederà in una pace perpetua, e non sarà diminuito in nulla ciò che gli appartiene per diritto, perché “è necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità” (I Cor 15, 53). Il pericolo si convertirà in premio, e ciò che fu di onere gravoso, sarà di onore.

Felice l’uomo che desidera il buon alimento della giustizia 

   A seguire, il Signore continua: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (Mt 5, 6). Non nel corpo, non nella terra, ma nel desiderio di essere saziati dal buon alimento della giustizia, introdotti nel segreto di tutti i beni occulti e brama di riempirsi dello stesso Dio. Beata l’anima che aspira a questo cibo e arde di desiderio per questa bevanda. Non lo ambirebbe certo se non ne avesse già per nulla assaporato la dolcezza.

   Udendo la voce profetica: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore” (Sal 34, 9), ha ricevuto una parcella della dolcezza celeste. Si è sentita bruciata dell’amore della castissima voluttà, tanto che, disprezzando tutte le cose temporali, si è accesa interamente del desiderio di mangiare e bere la giustizia. Ha imparato la verità di quel primo comandamento che dice: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27). Infatti amare Dio non è altro che amare la giustizia. (Rivista Araldi del Vangelo, Ottobre2017, n. 173, p. 6-7)

San Leone Magno. Passi del Sermone XCV, sulle Beatitudini: PL 54, 461-464

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