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Storia della Chiesa

Egli ferisce, ma la sua mano guarisce

Pubblicato 2017/06/10
Autore : Diac. Thiago de Oliveira Geraldo, EP

Colui che Si è lasciato crocifiggere per noi, permette che passiamo molte volte per il dolore e la prova. Egli consente che noi ci feriamo, ma si prende cura della nostra ferita con amore.

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   Chi non si commuove leggendo la storia di Giobbe, un uomo “integro e retto, che temeva Dio ed era alieno dal male” (1, 1)?

   La sua ricchezza, costituita da un considerevole gregge di pecore, cammelli, buoi e asini, gli dava un grande prestigio in Oriente. E i suoi sette figli e tre figlie contrassegnavano la sua famiglia con il segno innegabile della benedizione divina. Dio premiava la virtù di Giobbe con la prosperità su questa terra. 

Satana riceve il permesso di tentare il giusto

   Ora, l’astuto nemico dell’umanità chiese autorizzazione al Creatore di tutte le cose per tentare quest’uomo integro, al che Dio rispose: “Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui” (1, 12). 

   Senza perdere tempo, Satana fece cadere una marea di disgrazie su quell’uomo giusto, facendogli ricevere quasi simultaneamente le più tragiche notizie: i Sabei - tribù nomadi del ramo semita che praticavano il saccheggio – gli avevano rubato tutti i buoi e le giumente; le pecore del patriarca erano state consumate da un fuoco caduto dal cielo; i Caldei – abitanti del lato orientale del fiume Eufrate – avevano portato via i suoi cammelli.Per completare la misura delle disgrazie, tutti i suoi figli e figlie erano morti sotto il crollo delle pareti della casa dove si trovavano, a causa di un uragano. 

   Di fronte a tali e tante disgrazie, Giobbe non avrebbe potuto avere un atteggiamento più nobile. Si stracciò le vesti, si rase il capo in segno di profondo dolore e, prostrandosi a terra, pronunciò una frase che è diventata proverbiale: “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” (Gb 1, 21).

   Avendo ben perseverato nella virtù, il patriarca uscì vittorioso nella lotta invisibile contro il padre delle tenebre. Ma Satana ottenne da Dio una nuova autorizzazione, senza la quale nulla può fare, e questa volta “colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo” (2, 7).

   Sua moglie, vedendolo prostrato e costretto a grattare le ferite con un coccio di tegola, non sopportò di contemplare una così grande sofferenza e, come fece Eva nel Paradiso, incitò il marito al peccato, proponendo che maledicesse Dio una volta per tutte. Ma Giobbe si mantenne integro davanti all’Altissimo. 

Tre amici si mettono in cammino 

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Giobbe con i suoi amici – Parrocchia della Visitazione, Limbourg (Belgio)
   Giobbe era della regione di Hus, che molti esegeti identificano con il regno di Edom, o di Idumea, situato a sud del Mar Morto. 

   Come la fama della sua saggezza si era diffusa per l’Oriente, anche le sue disgrazie non rimasero sconosciute. Tre dei suoi amici, grandi dignitari nelle rispettive terre, vollero verificare con i propri occhi la situazione di quest’uomo noto come virtuoso, ridotto ora nella situazione più triste, e “si accordarono per andare a condolersi con lui e a consolarlo” (Gb 2, 11).

   I loro nomi erano Elifaz, Bildad e Zofar, e venivano, rispettivamente, da Teman, Suez e Naamat, anch’esse situate nella regione di Edom. Fin tanto che essi facevano i preparativi e si mettevano in cammino, trascorsero certamente molti giorni durante i quali Giobbe poté riflettere sulla sua vita e sulle azioni di Dio.

   Quando i tre amici arrivarono e videro da lontano quell’uomo prima prospero e rispettato per la sua virtù, ebbero un soprassalto. Nella mentalità di quel tempo, le disgrazie arrivavano soltanto a chi aveva commesso qualche peccato.

   Seguendo l’appariscente stile orientale, si stracciarono le vesti e lanciarono polvere in aria, che subito dopo cadde sulle loro teste. Commiserando la situazione di Giobbe, si sedettero accanto a lui, per terra, e vi rimasero sette giorni senza rivolgergli la parola. È la grandezza propria dell’Antico Testamento, inconcepibile per la mentalità pragmatica dei nostri giorni.

Sapienza e arroganza nei discorsi

   La psicologia di ognuno di loro traspare in modo molto nitido nei discorsi che essi faranno dopo questi giorni di silenzio, e che compongono la parte principale del Libro di Giobbe. 

   Elifaz di Teman, il più misurato tra loro, parlò con la moderazione dell’età matura. Era probabilmente il più vecchio dei tre e si suppone che fosse anche il più saggio. “I pensieri nobili e ponderati sono caratteristica del ‘saggio’ di Teman, l’Atene dei ‘figli dell’Oriente’”,1 osservano nei loro commenti al Libro di Giobbe i Professori di Salamanca. 

   Bildad si appellò alla saggezza degli antichi più che alla propria esperienza. Ma gli mancava la prudenza dell’età e, utilizzando un linguaggio poco abile e appropriato, incolpò Giobbe con veemenza per la morte dei suoi figli. 

   Sofar era giovane e arrogante. Non tollerava che Giobbe si proclamasse innocente. Per lui, come per gli antichi, un uomo giusto non potrebbe mai passare attraverso tali prove, riservate ai malfattori, che non osservano la legge di Dio.

Giobbe rompe il silenzio

   Dopo sette giorni di raccoglimento e di dolore, Giobbe ruppe il silenzio. Era l’unico che aveva il diritto di farlo. “Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un uomo!” (Gb 3, 3), esclamò. E un profondo lamento pervase il suo primo discorso. 

   Lungi dall’essere un peccato, questo rimpianto è l’espressione dell’angoscia per la quale la sua anima passava perché non capiva i disegni di Dio a suo riguardo. Come il suo dolore sarebbe diminuito se, almeno, avesse saputo la ragione di tanta sofferenza! Ma nemmeno questo gli era concesso sapere. 

   Fu allora che Elifaz, con parole precise e moderate, introdusse il tema intorno al quale gireranno i discorsi dei tre amici: “Se si tenta di parlarti, ti sarà forse gravoso? Ma chi può trattenere il discorso?” (Gb 4, 2).

   Elifaz ricordò che lo stesso Giobbe era stato un appoggio per tutti coloro che soffrivano. Non c’era consigliere pari a lui. Tuttavia, Dio dispose che passasse per le peggiori sofferenze. Giobbe avrebbe dovuto ricordarsi che l’Altissimo non lascia il giusto morire, e che nessuno è innocente davanti al Creatore, nemmeno gli Angeli: “Può il mortale essere giusto davanti a Dio o innocente l’uomo davanti al suo creatore? […] Anche ai suoi angeli imputa difetti” (Gb 4, 17-18).

   È la debolezza degli uomini che Elifaz voleva sottolineare in questo suo primo discorso. Nessuno merita nulla davanti a Dio e, pertanto, Giobbe non poteva reclamare il fatto che Egli castigasse le colpe che, indubbiamente, aveva commesso. 

   Per gli uomini di quei tempi lontani, molti secoli prima della venuta di Nostro Signore Gesù Cristo, la giustizia divina premiava o castigava la virtù ancora su questa terra: “Ricordalo: quale innocente è mai perito e quando mai furon distrutti gli uomini retti?” (Gb 4, 7).

   Agli occhi di Elifaz, Giobbe si trovava in un vicolo cieco: Dio lo castigava come un peccatore ed egli insisteva sulla sua innocenza. Come avrebbe potuto ottenere il perdono senza prima riconoscere la sua colpa?

   Inoltre, quelle antiche genti disconoscevano l’effetto della grazia santificante. Non potevano nemmeno immaginare la bontà che sarebbe traboccata nello sguardo del Divino Redentore, né entrava nei loro pensieri la possibilità che un peccatore ricorresse a Maria Santissima.

Parole di Elifaz

   Mancava loro, soprattutto, l’idea del ruolo purificatore della sofferenza. Senza avere l’idea che un innocente sarebbe potuto passare attraverso dure prove per aumentare i suoi meriti, Elifaz consegnò nel suo discorso un insegnamento valido per tutti i secoli. 

   Il patriarca di Teman voleva solo che Giobbe riconoscesse la sua colpa e confidasse nel perdono divino, e per questo proclamò una beatitudine: “Felice l’uomo, che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente” (Gb 5, 17). Con il suo abile discorso, Elifaz mirava a che il suo amico Giobbe evitasse di cadere nella disperazione e confessasse quanto prima il suo peccato. Per questo, fece uso di un’immagine materiale che riflette una realtà soprannaturale di estrema bellezza: “perché egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana” (Gb 5, 18). 

   Quanto volte le persone si fanno male con oggetti taglienti o appuntiti! Per causare una ferita, a volte profonda, basta soltanto un attimo. 

   Tuttavia, il processo di cicatrizzazione è lungo e penoso, e il sito della ferita diventa fragile fino a completa guarigione. 

   Fintanto che la ferita è aperta, il corpo intero rivolge la sua attenzione su quel punto: gli occhi cercano di conoscere la gravità della lesione e monitorare i progressi della guarigione; gli altri membri del corpo acquisiscono riflessi capaci di evitare qualsiasi scontro con l’area ferita; la circolazione del sangue e gli organi interni si mobilitano per facilitare la cicatrizzazione, ecc. Durante tutta la convalescenza, il corpo manterrà questo stato di allerta fino a quando la ferita sarà cicatrizzata completamente. 

   Possiamo dire, allora, che la parte lesa è stata oggetto di interesse di tutto il corpo, poiché la più debole. 

Un nuovo regime di grazie

   Non manca una certa saggezza nelle parole dell’anziano Elifaz. E la visita dei tre amici per dare conforto al patriarca sofferente è una prova che questo organismo si volge verso il punto dove è stato ferito. Tuttavia, vista alla luce del Nuovo Testamento la bella immagine evocata dal patriarca di Teman assume una nuova dimensione. 

   Dopo che Cristo morì per i nostri peccati, il regime della grazia è diventato un altro. Il giusto morì per gli ingiusti, “messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito” (I Pt 3, 18). Viste da questa prospettiva, le sofferenze di Giobbe diventano una toccante prefigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo e ci insegnano a soffrire in unione con Lui. Quando la Provvidenza ci fa passare attraverso il dolore e la dura prova, può essere che stia tentando di purificarci dai peccati commessi in precedenza, ma è anche probabile che voglia farci partecipare, in una certa misura, alle sublimi e feconde sofferenze di Gesù. 

   Tanto in un caso come nell’altro, ricordiamo che il nostro Creatore e Redentore non cesserà mai di prendersi cura della ferita. Quando permette che passiamo attraverso la difficoltà, Egli vuole avere un pretesto per prendersi cura di noi più da vicino e seguire il nostro processo di “cicatrizzazione”.

Fiducia totale nella Provvidenza

   Cercando di trovare i peccati che hanno portato Giobbe a quello stato miserabile, i discorsi dei tre amici si prolungheranno nei successivi capitoli della Sacra Scrittura fino a che Dio decide di intervenire, proclamando la propria grandezza “di mezzo al turbine” (Gb 40, 6). 

   Giobbe era in effetti innocente e, completato il periodo di prova, Dio lo restituisce alla sua antica prosperità. La sua salute viene ristabilita all’istante. Gli furono restituiti tutti i beni al doppio e gli furono dati anche nuovi figli. E ottenne anche, per mezzo di un olocausto pacifico, il perdono dei tre amici che non avevano parlato bene dell’Altissimo, come aveva fatto il giusto Giobbe (cfr. Gb 42, 8). 

   Resta per noi una bella lezione: se vogliamo conoscere la misura dell’amore di Dio per gli uomini, interroghiamo Colui che Si è lasciato crocifiggere per ciascuno di noi. Se Egli permette che ci feriamo è per prendersi cura della nostra ferita; ma, soprattutto, Egli offre le ferite che ingiustamente gli uomini Gli fecero per dare la morte al peccato e ottenere la Salvezza eterna per ognuno di noi. (Rivista Araldi del Vangelo, Giugno/2017, n. 169, pp. 36 - 39)

La sofferenza dei santi uomini

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San Gregorio Magno è ispirato dallo Spirito Santo – Miniatura del Registrum Gregorii, Stadtbibliothek, Treviri (Germania)
   Gi uomini santi, pur se torchiati dalle prove, sanno sopportare chi li percuote e, nello stesso tempo, tener fronte a chi li vuole trascinare nell’errore. Contro quelli alzano lo scudo della pazienza, contro questi impugnano le armi della verità. Abbinano così i due metodi di lotta ricorrendo all’arte veramente insuperabile della fortezza. All’interno raddrizzano le distorsioni della sana dottrina con l’insegnamento illuminato, all’esterno sanno sostenere virilmente ogni persecuzione. Correggono gli uni ammaestrandoli, sconfiggono gli altri sopportandoli. Con la pazienza si sentono più forti contro i nemici, con la carità sono più idonei a curare le anime ferite dal male. A quelli oppongono resistenza perché non facciano deviare anche gli altri. Seguono questi con timore e preoccupazione perché non abbandonino del tutto la via della rettitudine. […]

   Consideriamo quanta fatica sia sopportare al medesimo tempo le avversità all’esterno e difendersi all’interno contro le proprie debolezze. All’esterno sopporta battaglie, perché è lacerato dalle battiture, è legato da catene; all’interno tollera la paura, perché teme che la sua sofferenza rechi danno non a sé, ma ai discepoli. Perciò scrive loro: “Nessuno si lasci turbare in queste tribolazioni. Voi stessi infatti sapete che a questo siamo destinati” (I Tes 3, 3). Nella propria sofferenza temeva la caduta degli altri, e cioè che i discepoli, venendo a conoscenza che egli veniva percosso per la fede, ricusassero di professarsi fedeli. 

   O sentimento di immensa carità! Sprezza ciò che egli stesso soffre, e si preoccupa che nei discepoli non si formino concezioni sbagliate. Sdegna in sé le ferite del corpo, e cura negli altri le ferite del cuore. I grandi infatti hanno questo di particolare che, trovandosi nel dolore della propria tribolazione, non cessano di occuparsi dell’utilità altrui; e, mentre soffrono in se stessi sopportando le proprie tribolazioni, provvedono agli altri, consigliando quanto loro abbisogna. Sono come dei medici eroici, colpiti da malattia: sopportano le ferite del proprio male e provvedono gli altri di cure e di medicine per la guarigione.

SAN GREGORIO MAGNO. Moralia. In: LITURGIA DELLE ORE. Ufficio delle letture, lunedì della XX domenica del Tempo ordinario

1 GARCÍA CORDERO, OP, Maximiliano; PÉREZ RODRÍGUEZ, Gabriel. Biblia Comentada. Libros sapienciales. Madrid: BAC, 1962, vol.IV, p.50.

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