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Storia della Chiesa

Un uomo provvidenziale nella soluzione del Grande Scisma

Pubblicato 2017/06/09
Autore : Don Eduardo Miguel Caballero Baza, EP

In mezzo alla confusione generale, il Beato Giovanni Dominici fu l’uomo inviato dal Cielo per risolvere una situazione calamitosa per la Chiesa, i cui complessi aspetti giuridici erano soltanto la punta dell’“iceberg”.

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Gregório XII.jpg
Sopra, Gregorio XII, di Joos van Wassenhove - Palazzo Barberini
   Il clima freddo che infastidiva Roma nel novembre 1406 non era che una semplice immagine della terribile tempesta che si abbatteva sulla Santa Chiesa. E si prolungava ormai da quasi tre decenni la più dolorosa scissione finora nota per la Sposa di Cristo, poiché raggiungeva il suo Vicario in terra. Mai nella sua Storia si era verificato un tale scandalo: tredici dei Cardinali che nell’aprile del 1378 avevano eletto papa Urbano VI ritrattarono pochi mesi dopo e chiesero un nuovo Conclave, nel quale fu eletto l’antipapa Clemente VII. Iniziò così il Grande Scisma dell’Occidente (1378-1417).

   Quello che sembrava in un primo momento soltanto un equivoco relativamente facile da risolvere con la buona volontà di entrambe le parti, si complicò in un groviglio di interessi umani, nel quale diventava sempre più chiaro che non erano presenti le benedizioni del Cielo. La tempesta si gonfiò e faceva tremare persino le fondamenta della Santa Sede.

Colloquio con il Papa vicino al caminetto

   Alla fine del 1406, l’anziano Angelo Correr, appena eletto Papa Gregorio XII, conversava accanto a un caminetto nel Palazzo Apostolico del Vaticano con un uomo di sua totale fiducia, il sacerdote Giovanni Dominici, membro dell’Ordine dei Predicatori, circa le incertezze che aleggiavano sul suo Pontificato.

   — Don Dominici, ho osservato nello svolgimento del Conclave le sue belle doti diplomatiche. Come sa, ho fatto, come gli altri Cardinali, il giuramento di impegnarmi per porre fine allo scisma e di iniziare per questo, entro tre mesi, le trattative necessarie per ottenere un incontro personale con l’antipapa di Avignone. Impossibile ottenere questo risultato senza l’aiuto di un abile diplomatico. Da parte mia, sono disposto a rinunciare al papato, se necessario, per porre fine allo scisma. Ma le chiedo di rimanere a Roma, perché ho bisogno del suo aiuto.

   — Santo Padre, sono qui per servirvi. Lo scisma si è convertito, infatti, in un incubo senza fine per tutta la Cristianità. Tuttavia, visto che mi onorate con la vostra fiducia, permettetemi di fare una considerazione. La vostra disponibilità a rinunciare, se necessario, per il bene della Chiesa è, senza dubbio, molto importante; molto più importante, però, è che tale eventuale rinuncia sia presentata al momento giusto, né prima né dopo.

   Mentre il Papa pensava alle parole di quel domenicano che la Provvidenza gli aveva dato come supporto in tale difficile circostanza, gli vennero in mente le parole del Vangelo: “Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni” (Gv 1, 6).

L’unica soluzione per lo scisma

   Come uscire da una situazione che si protraeva ormai da tre decenni e contro le previsioni e i desideri di tutti, si sarebbe prolungata ancora per qualche anno? Dopo uno studio minuzioso della complessa questione, i dottori dell’Università di Parigi, giunsero alla conclusione che c’erano tre possibili soluzioni per essa.

   La prima, la via cessionis, che consisteva nella rinuncia volontaria da parte di ciascuno dei Pontefici dei propri diritti.

   La seconda, la via iustitiæ, o via conventionis. Questa consisteva nell’appurare per via giuridica, in un colloquio tra i Pontefici interessati, accompagnati dai loro rispettivi Cardinali, quale fosse il Papa legittimo.

   La terza, la via concilii, ossia, assegnare a un Concilio universale il potere, di deporre i Pontefici in questione, incluso quello legittimo. Ricorrere a questa via presumeva, tuttavia, accettare la supremazia del Concilio sul Romano Pontefice.

   I sostenitori del Papa legittimo, Gregorio XII, avevano sempre insistito sul fatto che la via cessionis fosse l’unica soluzione alla crisi. Ma il tempo passava, cresceva lo sconcerto e nessuno trovava una soluzione per questa via, il che propiziava il fatto che i sostenitori della via concilii continuassero a guadagnare terreno in un’opinione pubblica ormai infastidita da una così prolungata confusione.

Tre “papi” invece di due

Beato João Dominici.jpg
Roma; e statua dell’antipapa Benedetto XIII
   Il logoramento provocato dalla complessa situazione era aggravato dall’indecisione di Gregorio XII al momento di promuovere l’atteso incontro con l’antipapa Benedetto XIII. Cresceva l’impazienza dei Cardinali di Roma e di Avignone di fronte alle interminabili trattative. E quando, finalmente, si riuscì a fissare la data per l’incontro, Gregorio XII cambiò opinione all’ultimo momento, cedendo alle pressioni di alcuni parenti e consiglieri.

   Quasi simultaneamente, decise di creare quattro nuovi Cardinali - uno dei quali Don Giovanni Dominici -, poiché sospettava di alcuni membri del Sacro Collegio che davano evidenti manifestazioni di disaccordo con le sue decisioni. Il fatto che due dei nuovi porporati fossero nipoti del Papa aumentava ancora di più lo sconcerto.

   Fu allora che sette Cardinali, delusi per gli atteggiamenti di Gregorio XII, si unirono ad altri sette fedeli all’antipapa Benedetto XIII, verso il quale erano ugualmente delusi, e decisero di porre fine allo scisma per la via dei fatti: nel marzo 1409, si riunirono a Pisa e convocarono un Concilio che scomunicò e depose – in un modo non valido, ovviamente – Gregorio XII e Benedetto XIII. Pretendendo di aver così estinto lo scisma, convocarono un Conclave nel quale elessero un altro antipapa, Alessandro V.

   Invece di due, i “papi” erano ora tre! Questo causava una grande afflizione in tutti quanti, come Giovanni Dominici, si rendevano conto che era in gioco, non solo la pace e l’unità della Chiesa, ma anche, e soprattutto, l’integrità dell’autorità del Papato.

   Nel caso si stabilisse il principio che un Concilio universale aveva il potere di destituire il legittimo Sommo Pontefice, si sarebbe stabilita una tesi contraria alla Tradizione e alla vera dottrina cattolica. E si sarebbe seminata la zizzania per produrre scismi in futuro. Negato il primato di Pietro, la Chiesa avrebbe cessato di essere Chiesa.

L’antipapa Giovanni XXIII e l’Imperatore Sigismondo

   Nella notte del 24 dicembre 1414, giungeva nella città di Costanza, in Germania, il maestoso corteo di Sigismundo di Lussemburgo, capo del Sacro Romano Impero Germanico. Nella cattedrale, il Sommo Pontefice lo aspettava per la solenne Messa di Natale.

   Seguendo la tradizione, l’imperatore, rivestito della dalmatica diaconale di broccato rosso e con la corona sul capo, cantò il Vangelo della solennità: “In quei giorni apparve un decreto di Cesare Augusto…” (Lc 2, 1). Questo brano delle Scritture evocava a tutti il recente decreto pontificio, che convocava il Concilio a Costanza, su richiesta dell’imperatore. Al culmine delle grazie natalizie, questa associazione di idee faceva presentire che, dopo tutto, le benedizioni del cielo cominciavano a scorrere sugli uomini per porre fine al Grande Scisma.

   Il “pontefice” sopra menzionato era in realtà Baldassarre Cossa, l’antipapa Giovanni XXIII, successore di Alessandro V nella Sede scismatica di Pisa. Sigismondo, che godeva di grande prestigio in tutta la Cristianità, aveva ricevuto segretamente istruzioni da Papa Gregorio XII per sollecitare a questo antipapa la convocazione del Concilio poiché, per quanto sorprendente possa parere, chi aveva il più grande potere di convocazione in quel frangente era Giovanni XXIII. In effetti, in parte a causa della sua volubilità, Papa Gregorio XII era caduto in completo discredito davanti ai principi e al popolo cristiano in generale.

Una pergamena segreta

   Quando il Concilio convocato dall’antipapa Giovanni XXIII fu inaugurato, il 4 novembre 1414, il Cardinale Dominici era già diventato confessore e consigliere di Gregorio XII. Aveva dato anche abbondanti prove di fedeltà e acume diplomatico, per cui il Romano Pontefice decise di inviarlo a Costanza come Legato Pontificio.

   In quei tempi, quasi nessuno dubitava che l’abdicazione volontaria del Papa legittimo fosse una condizione indispensabile per l’estinzione del Grande Scisma. Restava appena una domanda: quando e in quale maniera farlo?

   Il Cardinale Dominici si preparò a partire, ma prima chiese a Gregorio XII di firmare e sigillare con l’Anello del Pescatore una pergamena preparata da lui stesso, la cui esistenza avrebbe dovuto rimanere segreta fino al momento di essere presentata alla grande assemblea.

Doppia preoccupazione del Legato Pontificio

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Palazzo dei Papi, Avignone (Francia)
   Giunto a Costanza il 4 gennaio 1415, il Cardinale Giovanni Dominici aveva una doppia preoccupazione.

   La prima, di non assumere alcun atteggiamento che potesse essere interpretato come una legittimazione di Papa Gregorio XII verso alcuni degli antipapi o il Concilio stesso, che non era stato convocato dal Pontefice Romano e, pertanto, non poteva essere considerato universale.

   La seconda, era necessario affermare con tutta chiarezza l’assoluta superiorità del Papa legittimo su qualunque Concilio, in qualsiasi circostanza. Ora l’ambiente di Costanza era fortemente viziato dalla presenza dei conciliaristi, che erano ansiosi di prendere le conclusioni di quella Assemblea magna come una conferma ufficiale della loro tesi spurie.

   Con l’obiettivo di togliere Gregorio XII dalla situazione di discredito in cui era caduto, il Cardinale Dominici cominciò col comunicare che il Papa era disposto ad abdicare, purché lo facessero anche l’antipapa di Avignone, Benedetto XIII, e quello di Pisa, Giovanni XXIII. Aggiunse che il documento di abdicazione sarebbe arrivato da Roma in tempo opportuno, con la condizione di non essere reso noto in una sessione presieduta dall’antipapa di Pisa.

   Giorni dopo, Giovanni XXIII fece leggere in plenaria la sua stessa dichiarazione di abdicazione, che, tuttavia, sarebbe diventata effettiva solamente quando Gregorio XII e Benedetto XIII avrebbero fatto lo stesso. In realtà, l’atteggiamento dell’antipapa di Pisa era un colpo di effetto e raggiunse l’obiettivo desiderato: Sigismondo si alzò subito dal trono e, in ginocchio, baciò il piede del pontefice. In seguito, un Patriarca gli presentò pomposamente i ringraziamenti di tutto il Concilio.

   L’episodio mise in una situazione difficile il Cardinale Dominici. In queste circostanze, far portare da Roma il documento di abdicazione di Gregorio XII avrebbe potuto essere interpretato come una legittimazione del Concilio e dell’antipapa. D’altra parte, ritardare, senza un giusto motivo l’arrivo di questo documento significava dare ragione ai detrattori del Papa legittimo. Come uscire dal dilemma? La Divina Provvidenza venne in suo aiuto.

Il Concilio depone i due antipapi

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   Il 20 marzo 1415, Giovanni XXIII decise di fuggire da Costanza, visto che la Assemblea magna, in quel momento dominata dai conciliaristi, prendeva una direzione contraria alle sue pretese.

   Nella quinta sessione solenne, realizzata il 6 aprile, fu promulgato il decreto Hæc sancta, che conteneva cinque articoli con le più radicali formulazioni del conciliarismo. Era un attacco violento e diretto all’autorità del Papa, ma giuridicamente non aveva alcuna validità: oltre a sostenere una dottrina erronea, era stato promulgato in una forma illegittima. È importante chiarire questo punto perché in futuro, molti autori disinformati o male intenzionati cercheranno di presentarlo come parte dell’autentico Magistero della Chiesa.

   Nelle sedute successive l’interesse si concentrò fondamentalmente sull’episodio della fuga di Giovanni XXIII e sulle trattative per la sua deposizione, effettuata il 29 maggio. D’altra parte, la manifesta ostinazione dell’antipapa Benedetto XIII finì per screditarlo agli occhi della Cristianità, facendo in modo che smettesse di essere un ostacolo per l’estinzione dello scisma. Comunque, egli fu anche oggetto di un processo canonico da parte del Concilio, che ebbe come risultato la sua solenne deposizione.

Un intervento fuori dall’ordine del giorno

   Il 15 giugno giunse a Costanza il Principe Carlo Malatesta, in qualità di ministro plenipotenziario del Romano Pontefice. Arrivava con le istruzioni di Gregorio XII per mettersi agli ordini del Cardinale Dominici e portava la attesa dichiarazione di abdicazione, la cui lettura ufficiale fu fissata per la prima sessione solenne che si sarebbe realizzata. I conciliaristi già pregustavano il dolce sapore della vittoria.

   Due settimane più tardi, il 4 luglio, cominciò la XIV Sessione Solenne, presieduta dal Cardinale di Cambray. Il Beato Giovanni Dominici aveva sollecitato di fare un intervento non previsto nell’ordine del giorno e fu autorizzato. Così, prima che il Principe Carlo Malatesta, meticolosamente indirizzato da lui, facesse la lettura della formula di abdicazione, si alzò il Cardinale Dominici con in mano una pergamena arrotolata. Era la stessa che era stata firmata e sigillata da Gregorio XII prima della sua partenza per Costanza.

   Si trattava di un decreto di convocazione del Concilio di Costanza. Il Cardinale di Cambray immediatamente comprese la portata delle parole che venivano lette dal Cardinale Dominici. Lo capirono anche i conciliaristi più radicali, che subito cominciarono a provocare un tumulto nel recinto sacro, esigendo che la sessione fosse annullata, perché non era previsto all’ordine del giorno questo intervento.

   Terminate le parole del Cardinale Dominici, Carlo Malatesta si alzò senza perdere un secondo e, senza lasciarsi impressionare dal tumulto, fece la lettura ufficiale della formula di rinuncia di Papa Gregorio XII. Fatto questo, se la sessione fosse stata annullata, come desideravano i conciliaristi, avrebbero dovuto essere considerate nulle anche le dimissioni del Papa di Roma.

   La manovra diplomatica del Cardinale Dominici era stata precisa ed efficace. Il Papa legittimo aveva rinunciato ufficialmente davanti a un Concilio che era stato appena dichiarato legittimo dalla sua autorità pontificia. Il Grande Scisma era sostanzialmente superato. Ed era anche salva attraverso la via dei fatti la dottrina della superiorità del Papa sul Concilio; non solo quella di Gregorio XII sul Concilio di Costanza, ma quella di qualsiasi Papa legittimo su ogni Concilio universale.

Conciliarismo e gallicanesimo

   Quello che successe il 4 luglio 1415 nella XIV Sessione di quella magna Assemblea segnò in modo decisivo la Storia della Chiesa, ma non impedì al conciliarismo di continuare a influenzare in qualche modo la vita della Sposa di Cristo e delle nazioni cristiane.

   Nei trattati di Ecclesiologia o di Diritto Canonico, non è raro trovare il conciliarismo definito in forma tecnica e asettico come un “errore ecclesiologico”, frutto di una visione egualitaria della Chiesa, che postula che la pienezza del potere spetti ai Vescovi riuniti in Concilio universale e non al Romano Pontefice. Secondo questi manuali, il conciliarismo sarebbe parte di un fenomeno molto più ampio che riguarda non solo la sfera spirituale, ma anche quella temporale, e si denomina, in generale, gallicanesimo, essendo stato generato e maturato in Francia, l’antica Gallia dell’Impero Romano.

   Con la sua duplice sfera d’azione, il gallicanesimo ha due versanti: uno politico, che mira a frenare l’autorità della Chiesa rispetto allo Stato e uno ecclesiastico, che cerca di limitare l’autorità del Romano Pontefice di fronte ai Concili universali e al Collegio dei Vescovi. Questo versante ecclesiastico del gallicanesimo, possiamo equipararlo al conciliarismo.

   Non invano, si può leggere in uno degli articoli del decreto Haec sancta, che costituisce la base dottrinaria del conciliarismo,1 questo arrogante attacco al Papato: “Chi non obbedisce ai decreti di questo santo sinodo o di qualsiasi altro Concilio generale […], pur essendo di dignità papale, deve essere debitamente castigato”.2

Un’eresia che rinasce nel Concilio di Basilea

Sessão do Concílio de Constança.jpg
   Venti anni dopo il Concilio di Costanza, nel 1438, fu promulgata a Bourges da Carlo VII, re di Francia, la Prammatica Sanzione, che conteneva le deliberazioni dell’Assemblea del Clero Francese, convocata dal re. Le decisioni di questa assemblea erano ispirate nel decreto Hæc sancta del Concilio di Costanza e costituiscono la base delle cosiddette Libertà Gallicane contro l’autorità del Papa.

   Vediamo così i principi conciliaristi, formulati nella sfera spirituale, che danno origine alle misure adottate dai gallicani in ambito temporale, e non il contrario, come molte volte si tende a pensare.

   Questo stesso decreto fu invocato nel 1439, nella fase scismatica del Concilio di Basilea, per dare fondamento al tentativo di deporre il Papa Eugenio IV ed eleggere l’antipapa Felice V. Questa volta, però, l’audacia fu portata al punto di proclamare scomunicato chi non aderisse alle tesi conciliariste: “È una verità della Fede Cattolica che il Santo Concilio generale abbia potere sul Papa e qualsiasi altro. Il Romano Pontefice, per sua propria autorità, non può dissolvere, tradurre o rinviare il Concilio generale, che sia stato legalmente convocato, senza il consenso di questo, il che fa parte della medesima verità. Chiunque si ostini a negare queste verità deve essere considerato un eretico”.3

La soluzione definitiva al problema del conciliarismo

   Il gallicanesimo darebbe ancora molto da parlare riguardo al XVII secolo, durante il regno di Luigi XIV. Tuttavia, la mancanza di spazio ci costringe a lasciare per un’altra volta il racconto di questo interessantissimo periodo storico e passare direttamente al 18 luglio 1870, giorno di splendore per la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, nel quale il Successore di Pietro definì solennemente, nella Costituzione dogmatica Pastor Aeternus, i dogmi del primato di giurisdizione universale del Romano Pontefice e dell’infallibilità del Magistero Pontificio, in forza dei quali le dottrine conciliariste erano formalmente dichiarate eretiche.

   In questa costituzione proclamata durante il Concilio Vaticano I, il Beato Pio IX afferma: “Dunque se qualcuno affermera? che il Romano Pontefice ha semplicemente un compito ispettivo o direttivo, e non il pieno e supremo potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, non solo per quanto riguarda la fede e i costumi, ma anche per cio? che concerne la disciplina e il governo della Chiesa diffusa su tutta la terra; o che e? investito soltanto del ruolo principale e non di tutta la pienezza di questo supremo potere; o che questo suo potere non e? ordinario e diretto sia su tutte e singole le Chiese, sia su tutti e su ciascun fedele e pastore: sia anatema”.4

   Poco più avanti, aggiunge: “Percio? Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioe? quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilita? con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa.

   Se qualcuno quindi avra? la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema”.5

   Possiamo a ragione immaginare che il Beato Giovanni Dominici abbia, dal Cielo, contemplato con immenso giubilo questo magnifico trionfo della Santa Chiesa. (Rivista Araldi del Vangelo, Giugno/2017, n. 169, pp. 16 - 21)

 

1 Cfr. LLORCA, SJ, Bernardino; GARCIA

VILLOSLADA, SJ, Ricardo; MONTALBAN,

SJ, Francisco Javier. Historia

de la Iglesia Católica. Edad Nueva. Madrid:

BAC, 1960, vol.III, p.253.

2 Idem, ibidem.

3 O’DONNELL, C.; PIÉ-NINOT, S. Diccionario

de Eclesiología. Madrid: San

Pablo: 2001, p.100.

4 Dz 3064.

5 Dz 3073-3075.

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