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Gesù Cristo

L’arte di pregare bene

Pubblicato 2017/03/10
Autore : San Francesco di Sales

Un eccellente mezzo di pregare bene è, sull’esempio di San Simeone, prendere Nostro Signore tra le nostre braccia, ossia, al centro degli affetti del nostro cuore.

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  Vediamo ora come possiamo trovare nel Vangelo di oggi un eccellente mezzo per fare bene le nostre orazioni. Varie persone si sbagliano enormemente, credendo di aver bisogno di molti metodi per pregare bene. Si capisce che di solito si affliggono per tale motivo e cercano con insistenza un’arte certa che considerano necessaria per raggiungere questo obiettivo. Di conseguenza, stanno costantemente a scrutare la loro preghiera, per analizzare se è fatta in forma corretta. Alcuni pensano addirittura che sia necessario fare attenzione a non muoversi, affinché lo Spirito non Si allontani, come se Dio fosse delicato al punto da preoccuparSi dei metodi e capacità di coloro che fanno l’orazione.

  Non sto affermando che non esistano regole e metodi consacrati per pregare bene. Ma non dobbiamo attenerci in forma così stretta a loro, né attaccarci così tanto da riporre in questo tutta la nostra fiducia, come se pensassimo fosse sufficiente mettere queste considerazioni davanti ai nostri stessi affetti perché tutto funzioni correttamente.

L’ esempio di Simeone

  Dobbiamo, al contrario, sapere che una cosa soltanto è necessaria per fare bene l’orazione: è avere Nostro Signore tra le nostre braccia, ossia, negli affetti del nostro cuore. Così, la nostra preghiera sarà sempre ben fatta, indipendentemente da come la facciamo. Senza questa condizione, essa non potrà mai essere accolta da Dio.

  “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14, 6), disse Nostro Signore. La preghiera, affermano i Padri e Dottori, è la “elevazione del nostro spirito a Dio”.1 Elevazione che non possiamo mai fare da soli, ma avendo Nostro Signore tra le braccia tutto diventa facile.

  E per provare questo, considerate, vi prego, miei cari fedeli, questo santo uomo, Simeone, e vedete come lui ha fatto bene la sua preghiera, avendo Gesù tra le braccia: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza” (Lc 2, 29-30). Lascia ora il tuo servo andare in pace, egli dice, poiché ha visto la sua salvezza e il suo Signore.

Mediazione indispensabile di Gesù Cristo

Apresentação de Jesus no Templo.jpg  Evidentemente, sarebbe un estremo abuso voler escludere Nostro Signore Gesù Cristo dalla nostra preghiera e pensare che essa possa essere ben fatta senza la sua assistenza, poiché non vi è alcun dubbio che possiamo essere graditi al Padre Eterno solo quando Egli guarda noi attraverso suo Figlio, nostro Salvatore. E non solo gli uomini, ma anche gli Angeli, perché, a dire la verità, se Cristo non è il loro Redentore, è il loro Salvatore; da Lui gli Angeli sono stati giustificati e confermati in grazia, perché Cristo l’ha meritata per loro, come è detto nell’Apocalisse (cfr. Ap 12).

  Quando guardiamo attraverso un vetro rosso o violetto, tutto quanto vediamo appare ai nostri occhi di quello stesso colore; così anche il Padre Eterno, guardandoci attraverso la bellezza e la bontà di suo Figlio Sacrosanto, ci troverà belli e buoni conforme a quello che Egli spera da noi. Senza questo artificio, tuttavia, appariremo ai suoi occhi come la stessa bruttezza e deformità.

  La preghiera, come affermano i Padri della Chiesa, non è che l’elevazione del nostro spirito a Dio. E sebbene, elevandoci a Dio, troveremo gli Angeli e i Santi nel nostro percorso, non eleviamo a loro il nostro spirito per fermarci in loro, né riteniamoli come obiettivo delle nostre preghiere, come dicono perfidamente gli eretici. Chiediamogli soltanto che uniscano le loro preghiere alle nostre, per fare una santa mistura, in modo che, in questa sacra mescolanza, le nostre siano meglio ricevute dal Padre Eterno, al quale esse saranno sempre gradite se avremo con noi il suo amato piccolo Beniamino, come hanno fatto i figli di Giacobbe quando andarono a trovare il loro fratello Giuseppe, in Egitto (cfr. Gen 42–43). Questo perché se non lo portiamo con noi, avremo la stessa punizione di cui Giuseppe minaccia i suoi fratelli: non avrebbero più visto la sua faccia, né avrebbero ricevuto nulla da lui se non gli avessero portato suo fratello minore.

Condizioni per ricevere il Bambino Gesù

  Ora, il nostro fratello più giovane è questo Divino Bambino che la Madonna viene a portare al Tempio oggi, presentandoLo Lei stessa, o per intermediazione di San Giuseppe, al buon anziano Simeone.

  È molto più probabile, comunque, che sia stato San Giuseppe e non la Madonna, per due ragioni: la prima è che toccava agli uomini offrire i loro figli, perché avevano più obbligo delle madri; la seconda è che, non essendo ancora purificate, le donne non osavano avvicinarsi all’altare dove si facevano le offerte. In qualsiasi modo, non importa chi sia, basta che San Simeone prenda questo benedetto neonato in braccio, dalle mani della Madonna o di San Giuseppe.

  Oh, quanto felici saremo se andremo al Tempio preparati a ricevere questa grazia di ottenere dalla Madonna, o dal suo amato sposo, San Giuseppe, il nostro Divino Salvatore! Infatti, prendendoLo in braccio, non avremo nient’altro da desiderare e potremo ben cantare il canto sacro: “Ora, Signore, lascia che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola”. Lascia andare ora il tuo servo in pace, o mio Dio, perché la mia anima è pienamente soddisfatta, possedendo tutto quanto c’è di più desiderabile nel Cielo e nella Terra.

  Consideriamo un po’ le condizioni che ci sono necessarie per ottenere questa grazia di ricevere e prendere in braccio Nostro Signore, come San Simeone e Anna, la buona vedova che ha avuto la felicità di trovarsi nel Tempio nel momento in cui il Bambino è stato lì presentato.

Prima condizione: avere Nostro Signore in braccio

  In primo luogo, richiamo l’attenzione su quello che dice l’Evangelista, che San Simeone era “uomo giusto e timorato di Dio” (Lc 2, 25a). In molti luoghi della Sacra Scrittura la parola timorato ci dà a intendere il rispetto verso Dio e le cose attinenti al suo servizio; con ciò ci rendiamo conto che questo buon anziano era pieno di timore di Dio e riverenza verso le cose sacre. Ma San Luca dice ancora che egli aspettava la consolazione, cioè, la Redenzione di Israele, e lo Spirito Santo era in lui: “expectans consolationem Israel, et Spiritus Sanctus erat in eo” (Lc 2, 25b).

  Tutto questo ci indica quattro condizioni essenziali per fare bene la preghiera. La prima, già lo abbiamo detto, è avere Nostro Signore in braccio, nei nostri affetti, come il buon San Simeone, soprattutto perché in questo consiste la vera orazione.

Seconda condizione: adeguare la nostra volontà a quella di Dio

Bartolo di Fredi.jpg  Quanto alla seconda condizione, l’Evangelista dice che il santo anziano era giusto, ossia, aveva adeguato perfettamente la sua volontà alla volontà di Dio, vivendo secondo la sua santa Legge. Anche noi, certamente, non saremo mai capaci di fare bene la santa orazione se non avremo la nostra volontà unita e adeguata a quella di Dio. E con frequenza è questo che ci manca.

  Per esempio, vedete a volte una persona che va a pregare. Chiedetele perché lo fa. È, risponderà lei, per chiedere a Dio consolazioni e supplicarLo di liberarla da tante distrazioni che la importunano incessantemente durante la preghiera. Ma allora, non volete adeguare la vostra volontà a quella di Dio?! Dunque, entrando in preghiera, dovete essere determinati a subire le pene delle distrazioni, aridità e tedio che in essa vi verranno, rimanendo contenti come se aveste molta consolazione e tranquillità, visto che una cosa è certa: la vostra preghiera non sarà meno gradita a Dio, né meno utile per voi, poiché è fatta con maggiore difficoltà, a patto che adeguiate la vostra volontà a quella della Divina Maestà.

  E, così, farete sempre le vostre preghiere e tutte le altre cose con utilità per voi e in maniera gradita agli occhi di Dio, che è quello che dobbiamo desiderare.

Terza condizione: vivere in attesa della perfezione

  La terza condizione è che, come il buon San Simeone, dobbiamo aspettare la Redenzione di Israele, vale a dire, dobbiamo vivere in attesa della nostra stessa perfezione. Oh, come sono felici coloro che, vivendo in questa speranza, non si stancano di aspettare!

  Questo è quello che dico a molti che, anelando a perfezionarsi con l’acquisizione delle virtù, vorrebbero averle tutte in una volta, come se la perfezione fosse solamente il desiderio. Oh, sarebbe certamente un grande vantaggio se potessimo essere umili non appena lo desiderassimo, e se potessimo senza sforzo rivestirci delle virtù così facilmente come di un abito!

  Dobbiamo abituarci a cercare la nostra perfezione nella tranquillità del cuore, secondo le vie ordinarie, facendo tutto il possibile per acquisire le virtù, con la fedeltà nel metterle in pratica, ciascuno secondo la propria vocazione. Poi, quanto ad arrivare presto o tardi alla meta desiderata, rimanere nella speranza, nelle mani della Divina Provvidenza, la quale si occuperà di consolarci nel tempo da Lei determinato, proprio come ha fatto con San Simeone. E per quanto possa essere solo al momento della morte, dobbiamo assoggettarci.

  Accontentiamoci, dunque, di fare ciò che è nelle nostre possibilità, e otterremo la perfezione, sempre prima di quello che desideriamo, dal momento che la avremo quando Dio riterrà opportuno darcela.

Quarta condizione: riverenza e timore di Dio

  La quarta condizione è esser timorati come San Simeone, ossia, esser pieni di riverenza davanti a Dio nel momento della preghiera. Ah, mie care anime, qual è il rispetto e la riverenza con cui dobbiamo rivolgerci alla Divina Maestà, alla cui presenza tremano persino gli Angeli, che sono così puri?

  Vi dirò, tuttavia, che non possiamo avere nelle nostre orazioni un sentimento tale della sua presenza che provochi una grande umiliazione in tutte le potenze della nostra anima, né una riverenza così sensibile da ritenersi diminuita e avvilita davanti a Dio, nella conoscenza della Sua infinita grandezza e della nostra estrema piccolezza e indegnità.

  Oh, certamente, per il timore di Dio non è necessario avere questo sentimento! Basta avere questa riverenza nella volontà e parte superiore della nostra anima. Quanto fa bene vedere la venerazione con cui San Simeone stringeva Nostro Signore in braccio, poiché lui conosceva la sovrana dignità di Colui che teneva!

Lo Spirito Santo non abita in un cuore finto e subdolo

  Sottolineo, inoltre, che è detto che lo Spirito Santo stava in San Simeone e in lui faceva la sua dimora: “et Spiritus Sanctus erat in eo”. Per questo ha meritato di vedere Nostro Signore e di prenderLo tra le sue braccia.

  Allo stesso modo, abbiamo bisogno di fare spazio allo Spirito Santo in noi, se vogliamo che la Madonna e San Giuseppe ci facciano prendere e tenere tra le nostre braccia il Divino Salvatore delle nostre anime, dal quale proviene e nel quale consiste tutta la nostra felicità, visto che soltanto per sua intermediazione e favore possiamo avere accesso al suo Padre Celeste. Ma come dobbiamo agire per fare, in noi, spazio allo Spirito Santo?

  Io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo, dice Dio al profeta Gioele: “effundam Spiritum meum super omnem carnem” (Gl 3, 1). Lo Spirito Santo fu versato su tutta la Terra, dice il Saggio, nel primo capitolo del Libro della Sapienza: “Spiritus Domini replevit orbem terrarum” (1, 7). Nello stesso luogo, tuttavia, è detto che Egli non abita in un cuore finto e subdolo: “Spiritus enim Sanctus disciplinæ effugiet fictum” (1, 5).

  Grande fatto! Che lo Spirito Santo non ponga nessuna riserva nel fare in noi la sua dimora; che non trovi nei nostri cuori quella finzione, artificio e dissimulazione. Tali difetti impediscono che il Divino Consolatore risieda nelle nostre anime e le colmi delle sue grazie e favori celesti. Abbiamo bisogno di essere semplici, senza artifici o raggiri, se vogliamo che Lui venga da noi, e dopo di Lui Nostro Signore. Perché lo Spirito Santo vuole essere il precursore del nostro Salvatore, Gesù Cristo. E come lo Spirito Santo proviene da Lui in quanto Dio, da tutta l’eternità, sembra volerLo retribuire con l’inversione: Nostro Signore che proviene dallo Spirito Santo in quanto Uomo.

Premio eterno: essere presi in braccio dal Signore

  Che potremmo dire ancora se non che, avendo lo Spirito Santo in noi in questa vita passeggera e mortale, avendo grande rispetto e riverenza davanti alla Divina Maestà, aspettando con sottomissione l’arrivo della nostra perfezione e adeguando nel miglior modo possibile la nostra volontà a quella di Dio, noi avremo, senza alcun dubbio, la felicità di tenere Nostro Signore in braccio come il buon San Simeone. E, per mezzo di questa grazia, faremo molto bene la nostra orazione.

  Ciò nonostante, come condizione indispensabile è necessario imitare con fedeltà Nostro Signore e la Madonna nella pratica di una perfetta obbedienza, fondata in una profonda, vera e sincera umiltà, come abbiamo detto.

   E, dopo ciò, non avremo da fare nient’altro che cantare con San Simeone: “Nunc dimittis servum tuum, Domine”. Lascia ora, Signore, che il tuo servo vada in pace a godere la vita eterna, nella quale la tua bontà ci terrà sempre in braccio, in cambio per averVi portato tra le nostre braccia durante il corso di questa vita mortale. Così sia. (Rivista Araldi del Vangelo, Febbraio/2017, n. 165, pp. 16-19)

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