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Storia della Chiesa

Due diari spirituali, due forme di martirio

Pubblicato 2017/03/09
Autore : Diac. Thiago de Oliveira Geraldo, EP

Separati dalla distanza di 18 secoli, due diari spirituali ci narrano due modi diversi di raggiungere lo stesso obiettivo: la santità.

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  Dopo la morte di Alessandro Magno, nel 323 a.C., il vasto impero da lui conquistato fu alla fine diviso in quattro parti. La regione orientale restò sotto il dominio di Seleuco Nicatore, uno dei suoi più illustri generali. Prendendo come base Babilonia, egli costruì in poco tempo l’Impero Seleucide, che comprendeva un ampio territorio, dal Mare Mediterraneo fino al fiume Indo. Intorno all’anno 300 a.C., Antiochia divenne la sua capitale.

  Quando quasi due secoli e mezzo dopo, nel 64 a.C., i romani conquistarono il Medio Oriente, Antiochia diventò la capitale della provincia romana della Siria e la terza città più importante dell’impero, dopo Roma e Alessandria.

  Nell’epoca di Nostro Signore Gesù Cristo, la città contava circa 500 mila abitanti, tra siriani, aramei, giudei e greci. Le immense mura che la circondavano erano protette da 300 torri. Potente e bella, Antiochia poteva essere orgogliosa di essere la principale città della regione.

Un bambino abbracciato da Gesù

  Anche la regione della Palestina faceva parte dei territori annessi dai romani al loro impero. Tra le città conquistate intorno al Mare di Galilea, si trovava un semplice villaggio di pescatori, le cui case erano costruite con grandi pietre nere: Cafarnao. Lì Nostro Signore realizzò molte sue opere.

  Una volta, tornando dal monte della Trasfigurazione, Gesù giungeva con i suoi Apostoli in città e, sapendo che avevano discusso su chi di loro fosse il più importante, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?” (Mc 9, 33). La migliore risposta che trovarono fu il silenzio, poiché si vergognavano di loro stessi e dei loro pensieri poco rivolti a Dio, che avevano davanti a sé…

  Con la sua grandezza adorabile, Nostro Signore Si sedette e, chiamando i Dodici, insegnò: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc 9, 35). E al fine di rendere vivo questo insegnamento, trasmesso in tante altre occasioni, il Divino Maestro collocò un bambino in mezzo agli Apostoli, lo abbracciò e disse loro: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9, 37).

  Un tale semplice episodio accaduto in una semplice città di pescatori diventò un esempio di umiltà e paradigma di tale virtù per tutti i secoli. E il bambino che ebbe l’immensa grazia di essere abbracciato dallo stesso Salvatore, secondo una bella tradizione, venne a essere uno dei maggiori Santi dei tempi apostolici: Ignazio, il Vescovo di Antiochia.

L’innocenza perseguitata dalla villania

  Questo bambino, particolarmente stimato da Nostro Signore, si fece seguace dell’Apostolo San Giovanni, il Discepolo Amato, e divenne poi il secondo o terzo Vescovo di Antiochia, città dove per la prima volta i seguaci di Gesù Cristo ricevettero il “nome di cristiani” (At 11, 26). 

  Fu sempre ad Antiochia che San Paolo e San Barnaba ottennero un grande successo nell’apostolato con i pagani. E questa sarà la capitale da dove partiranno le prime missioni evangelizzatrici.

  Per disegno della Provvidenza, Sant’Ignazio vi stabilì un governo lungo e mirabile sul gregge della Chiesa e lo esercitò fino al momento in cui l’imperatore Traiano, trovandosi in Oriente, ordinò a dieci soldati di condurre il venerabile Vescovo fino a Roma affinché fosse martirizzato nell’anfiteatro Flavio, il famoso Colosseo.

  Quel bambino innocente, modello di umiltà per gli Apostoli, viene barbaramente perseguitato perché è buono, perché è un cattolico autentico, perché è un Santo! È l’innocenza perseguitata dalla villania, l’odio gratuito del male contro il bene.

Diario spirituale di un viaggio

O ódio do imperador romano.jpg  In un’epoca in cui non c’erano mezzi rapidi di locomozione, possiamo immaginare l’afflizione di uno imprigionato in modo ingiusto, che percorre la strada della morte verso una fine inevitabilmente tragica. Se potessimo ottenere un diario dei pensieri di questa persona, soprattutto sapendo che si tratta di un Beato, sarebbe un vero trattato di spiritualità.

  Tale fu il lascito preziosissimo che ci ha consegnato Sant’Ignazio, poiché, trovandosi in queste circostanze, utilizzava le soste per scrivere lettere alle varie chiese, cui voleva dare un consiglio o rivolgere un’esortazione.

  Delle sette lettere da lui scritte, e che ancora oggi si conservano, ci interessa in particolare quella diretta ai romani. Essendo la capitale dell’impero il luogo dove sarebbe morto, il santo Vescovo tratta in forma speciale in questa missiva il tema del martirio. Unica tra le sue lettere a essere datata, essa fu scritta il 24 agosto, probabilmente dell’anno 107 d.C., approfittando della pausa che i soldati fecero nella città portuale di Smirne.

  Usando un linguaggio metaforico, Sant’Ignazio rivela come stava trascorrendo il suo viaggio: “Dalla Siria fino a Roma, lotto contro le belve, per terra e per mare, di notte e di giorno, incatenato a dieci leopardi, a un distaccamento di soldati; quando si fa loro del bene, diventano ancora peggio”.1

“Lasciate che io sia pasto delle belve”

  Vincolato dall’amore per Nostro Signore, il Santo afferma che il principale motivo per cui scriveva ai romani era quello di dissuaderli dall’intervenire nel suo processo per tentare di liberarlo dai supplizi. Era proprio quello che lui non desiderava: “Scrivo a tutte le chiese e annuncio a tutti che, con buona volontà, muoio per Dio, se voi non mi impedite di farlo. Io vi supplico di non avere una benevolenza inopportuna per me”.2

  Come può una persona non avere paura della morte? Sant’Ignazio aveva piena coscienza dei tormenti per i quali sarebbe potuto passare, ma nulla lo affliggeva tanto quanto il sentirsi lontano dal Divino Maestro: “Non impeditemi di vivere, non vogliate che io muoia. Non abbandonatemi al mondo, non seducete con la materia chi vuole appartenere a Dio”.3

  In effetti, il suo desiderio fu ascoltato. Essendo divorato dalle bestie feroci, come lui stesso aveva profetizzato, la sua anima innocente reincontrò chi lo aveva abbracciato quando era soltanto un bambino: “Lasciate che io sia pasto delle fiere, per mezzo delle quali mi è concesso di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle belve, per presentarmi come frumento puro di Cristo”.4

  L’odio inutile dell’imperatore romano è rimasto sepolto nella Storia; l’amore del venerabile Vescovo di Antiochia, tuttavia, vive eternamente con il Salvatore. La grandezza della Chiesa di Cristo ha sopraffatto i poteri dell’epoca, mostrando chi ha il reale controllo degli eventi: “Il Cristianesimo, nell’essere odiato dal mondo, mostra che non è opera di persuasione, ma di grandezza”.5 È una grandezza che comincia nello spirito di persone come Sant’Ignazio e che finisce per influenzare e trasformare tutta la società.

Altro genere di martirio

Nossa Senhora do Bom Sucesso.jpg  Ora, non tutte le anime hanno la sua levatura. Sono certamente molto poche quelle che conservano un’innocenza simile alla sua. A volte può mancare il coraggio, non di soffrire il martirio, quanto di vincere un peccato o un vizio e, paradossalmente, si comincia a vivere un vero martirio interiore, in cui la bestia che ci dilacera abita dentro di noi ed è molto peggio delle fiere del Colosseo.

  Negli antichi anfiteatri romani, quei bravi cattolici ricevevano la grazia del martirio, mantenendosi saldi per quei pochi minuti in cui venivano loro inferti i colpi degli animali affamati, e subito aprivano gli occhi alla realtà eterna. Nel martirio spirituale, la vittoria sembra essere sempre lontana. Quanto più si lotta contro la fiera interiore, più essa ostenta invincibilità.

  Come fare, allora, per essere santi? La questione diventa imbarazzante se si considera che la persona che sta cercando la santità ha perso la sua innocenza. Essa non comincia dal punto di partenza di Sant’Ignazio, ma da un gradino inferiore, rendendo la battaglia ancora più ardua.

Dramma interiore scritto su una parete di Roma

  Durante il viaggio di un giornalista francese a Roma, in pieno XIX secolo, una scoperta inaspettata ha rivelato come può essere questo tipo di martirio spirituale. Tale giornalista, il famoso Louis Veuillot, passava per un quartiere deserto della Città Eterna e, osservando il muro esterno di una chiesa, ha visto scritti nella parete alcuni tratti ben definiti, con una matita a carboncino. Era il diario del dramma di un’anima penitente, che il tempo avrebbe cancellato.

  Così iniziava: “Giorno 14 settembre. Io mi trovo con problemi di salute per colpa mia, per inquietudine e disobbedienza. In questo momento, 11h del mattino, io ho deciso, con l’aiuto di Dio e di Maria Santissima, di non tormentarmi più e di recuperare la vera pace. San Giuseppe, prega per me”.6

  Questa mano anonima di un’anima afflitta si era appena confessata incapace di dominare la sua bestia interiore. Tuttavia, ha preso la ferma risoluzione di migliorare, con l’aiuto di Dio e della Madonna. Invocava anche la veneranda figura del Patriarca della Chiesa, San Giuseppe. Se egli si è preso cura del Bambino Gesù, non avrebbe dovuto prendersi cura dei membri del Corpo Mistico del suo Divino Figlio? Che cosa questo martire sconosciuto ha voluto dire con inquietudine e disobbedienza? Non si sa esattamente, ma questo non ha una grande importanza. Per ognuno di noi la fiera interiore ha un nome differente – superbia, lussuria, avarizia, invidia, ecc. – e dovremo vincerla, con l’aiuto di Dio.

Fallimento e perseveranza nei propositi

  Spesso accade, però, che quando una vittoria su questa bestia sembra più vicina, si comprende nel nostro intimo quello che lo stesso San Paolo descrive ai romani della sua epoca: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7, 19).

  Quante volte facciamo buoni propositi e, trascorso del tempo, percepiamo che in poco o nulla realizziamo le nostre decisioni. Si ravviva, allora, il nostro dramma spirituale, davanti al quale è necessario raddoppiare l’impegno di perseverare nella virtù, anche se ci costa il “sangue dell’anima”.

  Mirabilmente ben descritta è la lotta interna nella confessione di questa povera anima, nel corso dei mesi, approfittando delle ore in cui la strada era deserta per consegnarla in quella parete di pietra: “14 ottobre. Finora non sono riuscito a realizzare quello che ho scritto il 14 settembre; ma ora ho deciso di fare tutto. 15 novembre. Rinnovo quello che ho promesso, per eseguirlo. 23 novembre. Non ci sono riuscito, ma mi propongo con tutto il cuore di eseguirlo. Oggi, 28 dicembre. Ho deciso di essere buono. Oggi, 31 dicembre. Voglio obbedire sempre, per compiacere Maria Santissima fino alla morte”.7

  Chi non percepisce in queste frasi un’audacia di spirito, per molti aspetti superiore a quella di un martire? Incapace di ottenere la vittoria da solo, gli tocca di chiedere con insistenza alla Madonna: che Ella vinca per lui e in lui! Se la dilacerazione del corpo dei martiri lasciava le loro anime libere di volare a Dio, in questo caso è necessario spogliarsi di se stessi, mettendosi interamente nelle mani purissime della Regina del Cielo.

Maria ci ottiene la corona della vittoria

  Il finale della storia non avrebbe potuto essere differente: chi così confida nella Provvidenza, per l’intercessione della Vergine Maria, può solo ottenere la vittoria desiderata.

  Continua così il diario del nostro martire spirituale: “28 gennaio. Con l’amore di Maria Santissima non c’è più inquietudine. E io lo rinnovo oggi, 1º di febbraio. 12 marzo. Sono finite le inquietudini. 29 marzo. Non tormentarmi più e non peccare più, veramente”.8

  Con la propensione artistica propria del popolo italiano, questo martire vittorioso ha espresso la sua contentezza disegnando, in ognuna delle due ultime iscrizioni del suo diario, due palme che formavano una corona. La corona della vittoria!

  Veuillot si è emozionato leggendo tutte queste confessioni fatte da un’anima dilacerata dalla difficoltà. Gli sembravano avere il profumo delle iscrizioni delle catacombe, dove sono interrati i primi martiri di Cristo.

Il cammino per arrivare in Cielo

  Nella stessa Roma dove l’innocente Sant’Ignazio di Antiochia era uscito vittorioso consegnandosi ai denti delle fiere, vediamo, quasi 18 secoli dopo, un’anima penitente trionfare, liberandosi dalle grinfie del demonio con l’aiuto della Madonna.

  Il parallellismo tra le due situazioni ci invita a riflettere sull’immortalità della Santa Chiesa. Possono passare i secoli, può il demonio sferrare i suoi attacchi contro la Sposa Mistica di Nostro Signore Gesù Cristo, tuttavia la Vergine Santissima e il Patriarca della Chiesa non cessano mai di proteggere le anime che sinceramente vogliono santificarsi.

  Sia per l’innocenza o per la penitenza, c’è solo una via per arrivare in Cielo: vincere la nostra “fiera interiore”, nella lotta serrata per raggiungere la santità. In essa non c’è posto per atteggiamenti esterni vuoti di contenuto; è necessario ardere di carità e di desiderio di volersi riunire a Dio nell’eternità. Qui viene a proposito il consiglio di Sant’Ignazio ai romani: “Non abbiate Gesù Cristo nella bocca, desiderando, allo stesso tempo, il mondo”.9 (Rivista Araldi del Vangelo, Febbraio/2017, n. 165, pp. 22-25)

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