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Santi

La libera schiavitù

Pubblicato 2017/03/09
Autore : Diac. Thiago de Oliveira Geraldo, EP

Nell’assumerlo come figlio spirituale, Paolo cambiò per sempre la vita di Onesimo. Qualcosa di simile può capitare a noi se, come l’Apostolo, ci mettiamo interamente nelle mani di Dio.

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  Intorno all’anno 61 dell’Era Cristiana, si trovava in prigione a Roma l’Apostolo delle Genti. Aveva il corpo incatenato, ma l’anima libera, e non cessava di evangelizzare. In quel periodo di carcere, egli scrisse per lo meno quattro delle sue epistole: Efesini, Filippesi, Colossesi e Filemone.

  Queste ultime due furono portate da Tichico alla città di Colossi, situata a circa 20 km da Laodicea, in Asia Minore (attuale Turchia). Oltre alla lettera indirizzata a tutta la comunità, seguiva un breve messaggio per un cristiano particolarmente amato dall’Apostolo: Filemone.

  Nel dirigersi a Colossi, Tichico non era solo. Come ha scritto l’Apostolo: “Con lui verrà anche Onesimo, il fedele e caro fratello, che è dei vostri. Essi vi informeranno su tutte le cose di qui” (Col 4, 9).

Figlio spirituale dell’Apostolo

634_20070426gk88.jpg  Schiavo fuggitivo dalla casa di Filemone, Onesimo aveva cercato rifugio presso San Paolo, a Roma. Invece di aver cercato asilo religioso in un tempio pagano, come avveniva all’epoca, egli preferì fuggire nella direzione corretta e trovò rifugio nel cuore dell’Apostolo.

  Essendo stato battezzato da San Paolo in prigione, diventò suo figlio spirituale nello stesso tempo in cui era elevato alla dignità di figlio di Dio. Prima schiavo del mondo e di Filemone, ora Onesimo serviva l’Apostolo come se stesse servendo lo stesso Cristo.

  Ricordando la situazione di molti schiavi di questa epoca pagana, San Giovanni Crisostomo scrive: “Quanti signori giacciono ubriachi a letto, mentre gli schiavi si presentano con sobrietà! Chi chiamerò schiavo? Il sobrio o l’ebbro? Lo schiavo dell’uomo o lo schiavizzato dai vizi?”.1 Senza dubbio, la schiavitù delle passioni e del peccato è la peggiore che esista.

  Tuttavia, Filemone non era un ubriacone e tanto meno un pagano. Al contrario, lo stesso San Paolo lo ha definito “nostro caro collaboratore” (Fm 1, 1). In greco, il nome Filemone significa amato; in questo caso, amato da Dio e dall’Apostolo, che gli fa un altro elogio nella menzionata lettera: “La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, fratello, poiché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua” (Fm 1, 7).

  In vista di questi elogi, si può concludere che Filemone non fosse un cattivo padrone. Da aggiungere a suo favore che la Santa Chiesa lo ha iscritto nel catalogo dei Santi. Il Martirologio Romano lo include nel giorno 22 novembre, insieme a sua moglie Santa Appia, e il 20 marzo troviamo il loro figlio: Santo Archippo. Madre e figlio sono anche menzionati nella lettera dell’Apostolo: “alla sorella Appia, ad Archippo nostro compagno d’armi e alla comunità che si raduna nella tua casa” (Fm 1, 2).

  Forse Onesimo sarà stato, allora, poco diligente nel suo lavoro.

Supplica come anziano e prigioniero

  Nei versetti seguenti, San Paolo cerca nel contempo di guadagnarsi la fiducia del suo interlocutore e preparare il terreno per la richiesta che farà a favore di quello che ha liberato dalla schiavitù del peccato. Egli vuole mostrare a Filemone qual è il nuovo e vero vincolo di servitù acquisito dal suo schiavo, non più ormai in ambito civile, ma in quello religioso. “Così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, Onesimo” (Fm 1, 9-10). Un bell’aspetto di questa lettera, la più breve tra quelle scritte da San Paolo, sono le due ragioni da lui allegate presso Filemone per ottenere quello che gli sollecitava: l’essere anziano e prigioniero.

  Se in quest’occasione intercede per uno schiavo, è perché lui stesso si era fatto volontariamente schiavo molto tempo prima, al momento della sua conversione. La consegna totale a Cristo era il motivo della persecuzione promossa dal mondo contro Paolo.

  Ma persino la condizione di servo è diventata motivo di gloria per l’Apostolo, come ha cantato Sant’Ambrogio: “Quanti signori ha colui che è fuggito dall’unico Signore! Noi, però, non fuggiamo da Lui. Chi fuggirà da questo Signore che seguiamo legati con catene, ma catene volontarie che liberano, non legano, catene dei prigionieri che si gloriano dicendo: ‘Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e Timoteo’? E’ più glorioso essere legati da Lui, che essere liberati e rilasciati da altri”.2

“Lo rimando da te”

  Onesimo passò a servire San Paolo in prigione, poiché era per mano sua che egli ottenne la vera libertà. Quello stesso che aveva rifiutato di servire il suo padrone secondo il diritto dell’epoca, si dedica ora con totale diligenza ad aiutare Paolo. È ciò che l’Apostolo dirà nella sua lettera, giocando con il significato greco del nome Onesimo (utile, vantaggioso): “Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me” (Fm 1, 11).

  In seguito, San Paolo mostra come lui stesso tratti chi volontariamente si è fatto schiavo di Dio con le sue mani: “Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore” (Fm 1, 12). La parola greca utilizzata dall’Apostolo (σπλ?γχνα – viscere) indica quello che c’è di più interno nell’essere umano; è, pertanto, più commovente di “cuore”, e risalta il grande valore che Onesimo ottenne con questo nuovo tipo di schiavitù.

  In seguito l’Apostolo manifesta nella sua epistola il desiderio di tenere Onesimo con sé, affinché questi lo servisse in nome di Filemone, che era anch’egli suo debitore nell’ordine spirituale. Ma lo restituiva al suo padrone senza costrizioni.

Conseguenze di questa paternità spirituale

  Questa lettera, che potrebbe essere definita come la teologia della schiavitù, mostra il profondo legame stabilito tra il discepolo e il suo padre spirituale e anche menziona una commovente conseguenza di questo rapporto.

  Restituendo Onesimo a Filemone, il santo Apostolo è diventato garante del debito di questo nuovo schiavo di Dio: “Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso. E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Lo scrivo di mio pugno, io, Paolo: pagherò io stesso” (Fm 1, 17-19a).

  Questa stessa paternità spirituale concede anche all’Apostolo diritti su Filemone: “Per non dirti che anche tu mi sei debitore e proprio di te stesso!” (Fm 1, 19b). Paolo, però, non ricorre alla sua autorità per dargli un ordine (cfr. Fm 1, 8), preferendo fare un appello alla carità del discepolo: “accoglilo come me stesso”.

  Come se non bastasse ottenere il perdono per uno schiavo fuggitivo, soggetto a severi castighi secondo le leggi romane, il Santo ha assunto i suoi debiti, scrivendo di proprio pugno: metti tutto sul mio conto, io pagherò. Certamente, il valore di una missiva dell’Apostolo delle Genti supera di molto quello di qualsiasi debito o danno materiale eventualmente causato dall’assenza di Onesimo.

Cammino sicuro per ottenere la santità

  Nella Lettera a Filemone, l’Apostolo ci propone di scegliere tra due schiavitù: la schiavitù ai vizi e peccati o la schiavitù volontaria a Dio, che ci libera dalle grinfie del demonio. In questa materia, non esiste una terza opzione.

  Per chi vuole vivere secondo i precetti del mondo sembrerà assurda la proposta dell’Apostolo. Ma la libera schiavitù spirituale assunta da San Paolo è il cammino più sicuro per ottenere la santità. Con questa, la persona mira a svuotarsi di tutti gli interessi privati per servire meglio il Creatore, Supremo Giudice cui dovranno tutti rendere conto di ogni atto e di ogni pensiero!

  Onesimo ha fatto la scelta migliore, imitando Colei che è stata eletta per essere la Madre del Redentore: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

Una bella e antica tradizione

  La lettera di Sant’Ignazio di Antiochia agli efesini, datata all’anno 107 d.C., dà origine a una bella tradizione secondo la quale Onesimo sarebbe stato Vescovo di Efeso: “In nome di Dio, ho ricevuto la vostra comunità nella persona di Onesimo, uomo di indicibile amore, vostro Vescovo secondo la carne. Io vi chiedo che lo amiate in Gesù Cristo, e che diventiate simili a lui. Sia benedetto Colui che vi ha concesso la grazia e vi ha considerato degni di meritare tale Vescovo”.3

  Secondo queste parole, siamo di fronte a un fatto del tutto insolito per i costumi dell’epoca. Alcune decine di anni dopo l’episodio narrato, colui che si fece volontariamente schiavo di Dio per mano di San Paolo avrebbe ricevuto l’alta dignità episcopale, il cui prestigio molti cercano facendosi schiavi del mondo…

  Alcuni studiosi ancora attribuiscono a Sant’Onesimo il merito di aver riunito a Efeso le lettere di San Paolo, facilitando così la formazione del canone paolino delle Sacre Scritture.

  La schiavitù spirituale insegnata a Onesimo dall’Apostolo cambiò la sua vita per sempre. E lo stesso può capitare a tutti coloro che leggono queste magnifiche righe scritte di proprio pugno da San Paolo, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Oggi, tale compito è molto facilitato. Infatti, avendo la teologia cattolica spiegato nel corso dei secoli il ruolo unico di Maria Santissima nella santificazione delle anime, possiamo non solo ricorrere al suo ausilio infallibile come figli, ma renderci suoi schiavi d’amore, secondo quanto ci ha insegnato il grande dottore mariano, San Luigi Maria Grignion de Montfort. (Rivista Araldi del Vangelo, Novembre/2016, n. 162, pp. 30-32)

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