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Commenti al Vangelo

L’ arte di fare amicizie per il Cielo

Pubblicato 2016/10/03
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Con una parabola sconcertante, Nostro Signore ci insegna il modo più sapienziale di rapportarci con i beni che la Provvidenza ha messo sotto la nostra amministrazione in questa vita.

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Francisco Lecaros
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L’amministratore infedele - Biblioteca del Monastero
di Yuso,  San Millán de la Cogolla (Spagna)

Vangelo

1 Diceva anche ai discepoli: “Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare. 3 L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza, mendicare mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. 5 Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? 6 Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta’7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. 8 Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9 Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Non potete servire Dio e la ricchezza.10 Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. 11 Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? 12 E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? 13 Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza” (Lc 16, 1-13).

Con una parabola sconcertante, Nostro Signore ci insegna il modo più sapienziale di rapportarci con i beni che la Provvidenza ha messo sotto la nostra amministrazione in questa vita.

Mons. João Scognamiglio Clá Dias.jpgMons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I – Il buon esempio di un cattivo amministratore

Il Vangelo di questa domenica è centrato nella nota parabola dell’amministratore infedele, che ha sempre richiamato l’attenzione dei Padri della Chiesa, Dottori e commentatori per la grande difficoltà che presenta la sua interpretazione. Non sono mancati autori anche di peso, che hanno giudicato non solo imbarazzante, ma persino impossibile arrivare a comprendere il suo significato. Essa è, effettivamente, completamente sui generis poiché, nel proporre come esempio l’affare fraudolento realizzato da un fattore, a prima vista sembra suggerire che Nostro Signore lodi tale cattiva condotta.

Tuttavia, la sua comprensione, molto diversa da questa impressione superficiale, non è complessa se è meditata da una prospettiva adeguata. Questa ci è offerta con grande sapienza dalla liturgia del 25a Domenica del Tempo Ordinario, la cui Orazione del Giorno dice: “O Padre, che hai riassunto tutta la Legge nell’amore a Dio e al prossimo, fa’ in modo che, osservando il tuo comandamento, riusciamo a giungere un giorno alla vita eterna”.1 Tutta la Legge si sintetizza in questi due punti, i quali ci ottengono la beatitudine. Al contrario, tale felicità ci sfuggirà se cediamo alla terribile tendenza esistente nella nostra natura di volere per noi non solo ciò che appartiene a Dio, ma anche quello che è degli altri.

Lo scontro dell’egoismo umano con il vero amore di Dio presente sulla terra dal momento dell’espulsione di Adamo ed Eva dal Paradiso, ha istituito una lotta che durerà fino alla fine del mondo. Ecco la prova per la quale devono passare tutti gli uomini concepiti nel peccato originale, materia portata alla luce dal Vangelo di questa Liturgia.

Il pericolo di accomodarsi in una responsabilità

1 Diceva anche ai discepoli: “Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più essere amministrare.

Sin dagli albori dell’umanità fino alla fine della Storia ci sono sempre stati e sempre ci saranno affari nel mondo e, legati a loro, il delirio del guadagno, la tendenza per il possesso smisurato e la tentazione di appropriarsi di ciò che appartiene ad un altro… mali di tutte le epoche, frutto del peccato originale. Già nel primo versetto di questo Vangelo, Nostro Signore ci introduce con la sua divina didattica in una scena molto viva, nella quale questo problema universale diventa manifesto.

Nel gestire i beni di un uomo ricco, un fattore si comportava male, dilapidando la fortuna altrui posta nelle sue mani. C’è da supporre che, essendo stato pigro per tutta la vita e non percependo nulla per il suo servizio, lo compiva con rilassatezza e dilapidava in modo incosciente il denaro del suo padrone. Fiducioso che non gli sarebbe capitato nulla, si era accomodato nel suo incarico senza immaginare che la conseguenza delle sue azioni avrebbe potuto portarlo a essere cacciato. Infatti, quando uno si stabilisce senza responsabilità in una funzione, finisce per portarla avanti secondo i propri capricci.

Il padrone dei beni era stato avvertito della situazione, forse da qualcuno mosso da odio o invidia di quel cattivo amministratore. Di fronte alla gravità delle accuse e nella prospettiva di vedersi in rovina, il signore si allarmò e decise di prendere delle misure, ordinando che il fattore non si prendesse più cura del suo patrimonio, ma gli consegnasse tutto e se ne andasse via.

Il pigro si erge come un leone

3 “L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza, mendicare mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

L’amministratore ingiusto, licenziato in anticipo senza diritto al ricorso, capì che sarebbe stato privato di tutte le regalie inerenti alla sua condizione. Ormai era tardi e gli restava soltanto che rendere conto. Tuttavia, come ogni pigro le cui velleità sono messe in scacco, si convertì in un leone per difendersi. Infatti, chi possiede il vizio della pigrizia lo pratica in relazione a Dio e ai propri obblighi, ma non per ciò che riguarda i suoi interessi, perché, togliendo il Signore dal centro, mette se stesso al suo posto, come un altro dio.

Dopo che si era consumata la perdita della gestione, il fattore non sapeva cosa gli sarebbe accaduto. Poiché aveva una certa età, o forse per indolenza, gli mancavano le forze necessarie per lavorare con le proprie braccia, il che gli avrebbe reso difficile l’essere accettato da un altro come servitore in un incarico simile. Insomma, seguendo le vie normali egli sarebbe caduto nella miseria, nella contingenza di chiedere l’elemosina, cosa che non avrebbe accettato a causa del suo orgoglio. Era, pertanto, bisognoso della protezione di qualcuno che lo compatisse e provvedesse al suo sostentamento. Per questo, cosa avrebbe dovuto fare? Aveva bisogno di amici che lo ricambiassero per eventuali benefici ricevuti precedentemente…

La soluzione: crearsi amici

5 “Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? 6 Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta’ 7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

L’amministrazione finanziaria a quel tempo dava una grande libertà al fattore, che diventava, per così dire, proprietario del denaro, di cui rendeva conto solo più tardi, restituendolo con i guadagni al suo legittimo proprietario. Pertanto, il protagonista della parabola poteva disporre del denaro come voleva.

Quando questo pessimo soggetto si vide nell’imminenza di cadere nell’accattonaggio, avendo ancora in mano il governo di quei beni, approfittò per assumere un atteggiamento che lo favorisse, nonostante fosse ingiusto, visto che il padrone ne era uscito leso. Con molta scaltrezza, fece amicizie avvalendosi del denaro del padrone: facendo i calcoli con i debitori, poiché tutto era registrato, abbatté considerevolmente i debiti di costoro.

In fondo, praticava un furto e una frode, dilapidando di nuovo la fortuna del signore. Ma siccome era lui l’amministratore, i debitori non sospettavano del danno che stava causando e, naturalmente, diventavano molto amici!

Possiamo immaginare quanto Nostro Signore, nel descrivere il modo di procedere del fattore, catturasse l’attenzione dei figli del popolo eletto che Lo ascoltavano, poiché in quell’epoca essi erano caduti in una grande ossessione per le questioni di finanza. Senza dubbio, solo con il mettersi al posto del padrone o dell’amministratore dovevano sperimentare, simultaneamente, un vero stupore per l’enorme danno del primo e un’inconfessata ammirazione per l’abilità finanziaria del secondo. Quale sarà stata l’intenzione del Maestro con quella peculiare narrazione?

Elogio non alla frode, ma alla scaltrezza

8 “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”.

Sono le parole di questo versetto che hanno creato tante difficoltà agli interpreti della parabola nel corso dei secoli. Si direbbe, a prima vista, che Nostro Signore elogi un peccato. Questo non è vero, poiché Egli non potrebbe mai esaltare un’offesa contro la sua Legge divina. L’elogio proferito dalle sue labbra sacre non si rivolge né alla frode, né al furto, né alla disonestà commessa dal cattivo amministratore.

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Il cambista e sua moglie di Marinus van Reymerswale Museo del Prado, Madrid

Quando venne a conoscenza delle manovre del fattore, il signore lo elogiò, malgrado il suo procedimento fosse illegittimo. Allora rubare è prudenza? No. Il padrone vide bene che egli mise in atto un eccellente atto di diplomazia usando i debiti per trovare un posto degno nel momento in cui sarebbe stato messo fuori dall’impiego. Ossia, scrollandosi di dosso la pigrizia, egli si mosse come mai aveva fino a quel momento; non per amore di Dio, è vero, ma per amore della propria pelle. Il suo obiettivo non fu di ottenere del denaro per sé, ma procurarsi amicizie, e ci è riuscito con innegabile successo. È stata quest’abilità che il signore ha elogiato, indicando collateralmente, anche, quanto l’arte della diplomazia stia al di sopra degli artifici del mondo delle finanze…

Nostro Signore ha creato questa situazione per mostrare, nell’amministratore ingiusto ma scaltro, chi ha saputo usare il denaro allo scopo di fare amicizie per il futuro, e quanto sono abili i figli delle tenebre nei loro interessi, e da lì trarre le conseguenze che vedremo a seguire.

Infatti, i figli delle tenebre sanno applicare regole intelligenti, adatte a ottenere quello che desiderano, poiché hanno una capacità fuori del comune per portare a segno i loro affari. Sottolineiamo che Nostro Signore non elogia gli atti che essi praticano, ma la loro sagacia. Noi che siamo figli della luce in una società tante volte ostile dovremmo ricalcare queste qualità del male, entro l’osservanza della Legge di Dio, poiché non può essere che i figli delle tenebre superino in qualsiasi campo i veri seguaci di Gesù Cristo. Così, impieghiamo l’arguzia del fattore nel trattare e socializzare con gli altri e, soprattutto, per portare a buon fine il nostro grande affare, chiamato salvezza eterna e facciamo in modo di conquistare i posti migliori nel Cielo per stare più vicini a Dio, uniti con Lui e in sua perpetua adorazione.

In definitiva, l’anelito manifestato da Nostro Signore in quest’occasione è che il bene abbia la capacità di diffusione che, per disgrazia, il male ha presentato nel corso di tutta la Storia. Questa è la filosofia del Vangelo di oggi!

II – Pericoli e vantaggi del “denaro ingiusto”

Dopo l’importantissimo insegnamento riguardo la sagacia che devono avere i figli della luce, il Divino Maestro, in continuità con il tema della parabola, tratta di uno dei problemi centrali della vita spirituale: l’uso dei beni ricevuti dalla Provvidenza, e più specificamente di quello che più allontana le persone dalle vie di Dio, il denaro.

9 “Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta , perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”.

Nostro Signore utilizza in questo versetto un’espressione che ferisce non solo le orecchie contemporanee, ma quelle di tutti i tempi: “denaro ingiusto”. Meriteranno questo aggettivo in forma assoluta le risorse pecuniarie? Che avesse questo in mente quando parlava così? Consideriamo questo lato della sua infinita sapienza sotto due aspetti.

In primo luogo, Gesù prende questa immagine per simbolizzare tutte le risorse che noi riceviamo dalla Divina Providenza per occuparcene bene. Non soltanto il denaro, ma anche gli altri doni: beni soprannaturali, come la grazia, le virtù e i doni infusi nel Battesimo; beni spirituali come sono le potenze della nostra anima, intelligenza, volontà, immaginazione, memoria, sensibilità; beni di cultura, il nostro corpo, la nostra salute, beni materiali, il tempo e tanti altri! Come il fattore della parabola, siamo stati chiamati anche ad amministrarli da un Signore possessore di ricchezze infinite, Dio stesso. Ora, siccome il giusto pecca sette volte al giorno (cfr. Pr 24, 16), finiamo per usarli in modo ingiusto. Quando accade ciò?

In realtà tutto ci è dato da Dio, poiché tutti gli esseri vengono da Lui, sono creature sue e, pertanto, Gli appartengono. A tal punto che, se sonnecchiasse un secondo, l’opera della creazione scomparirebbe, perché è Lui che costantemente la alimenta. In questo modo noi non possiamo utilizzare questi beni come fossero una cosa nostra, ma, invece, dobbiamo porli al suo servizio. Ora, dal momento che ci crediamo padroni assoluti di qualunque di questi benefici e li usiamo non a favore di Dio e del prossimo, ma con l’intento di soddisfare il nostro interesse ed egoismo, essi diventano simbolo perfetto di quello che Nostro Signore chiama in questa parabola “denaro ingiusto”!

Anche il denaro appartiene a Dio

Oltre a questo significato allegorico, Nostro Signore Si riferisce al denaro in sé. Anch’esso, per quanto incredibile sembri, appartiene a Dio. È, tuttavia, tra le cose a cui l’uomo più facilmente si attacca e si appropria, credendosi un dio, il che non è legittimo. Da un povero mendicante fino al più grande dei nababbi, se non è virtuoso, ricevendo una moneta se ne approprierà. Chi così agisce ruba a Dio e, per questo, il denaro è qualificato dal Salvatore col titolo di ingiusto. Era giusto quando è uscito dalle mani di Dio e continuerebbe a esserlo se usato come il Signore Gesù e la Madonna facevano… ossia, se posto nelle mani di un Santo.

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Gesù ammaestra i suoi discepoli - Certosa di San Martino, Napoli

Il denaro ci è dato soltanto per amministrarlo. In quanto creature e a somiglianza di fattori fedeli, dobbiamo utilizzarlo per la gloria del Creatore, che è il suo padrone. Pertanto, ogni uso che non sia per il beneficio delle anime, la diffusione del Regno di Dio o il proprio sostentamento, cioè in funzione Sua, lo rende ingiusto.

Fare amicizie che rendano interessi eterni

A seguire, Nostro Signore conclude la parabola mostrando la necessità di “fare amici” con questo stesso “denaro ingiusto”. Ciò suppone una bellissima applicazione della sagacia dei figli delle tenebre, prima menzionata, nel campo del bene e della virtù. Come intendere questa raccomandazione del Salvatore? Tutti i beni sopra citati, tra cui il denaro, non servono per essere accumulati… Al contrario, dobbiamo avere la furbizia di “investirli” in modo tale da beneficiare gli altri e, con ciò, ci procuriamo buone amicizie. Chi sono questi amici?

L’affare di cui parla Nostro Signore è extratemporale… In primo luogo, Lui ha avuto l’intento che comprendessimo l’importanza di “conquistare” l’amicizia di Dio stesso. Ma non solo: anche quella di tutti coloro che ci possono aiutare a ottenere il nostro fine ultimo, la beatitudine eterna.

Il fattore guadagnò l’affetto di quelli cui aveva condonato parte del debito e anche l’ammirazione del proprietario di quello. Anche gli atteggiamenti che assumiamo a beneficio del prossimo per amore di Dio, utilizzando i doni che la Provvidenza ci ha dato o anche il “denaro ingiusto”, Nostro Signore li calcola e li prenderà in considerazione. Allo stesso modo, gli Angeli Custodi delle persone favorite e gli altri Angeli e Beati che si trovano nella visione beatifica, si compiacciono di questo modo di procedere e ci guardano con simpatia e benevolenza. Si crea un’amicizia forte, che molto ci aiuterà nell’ora in cui compariremo davanti al Giudice Divino, ossia, “quando finirà” il nostro denaro, poiché morendo non avremo più modo di usarlo, neppure per il bene. Essi, tuttavia, possono restituirci il “denaro” investito, con buoni interessi!

Occorre considerare un bel principio dato da Nostro Signore quando dice: “Essi vi riceveranno nelle dimore eterne”. Questo significa che le amicizie celesti supplicheranno a Dio la salvezza di chi così impiegò il denaro ingiusto. C’è, pertanto, una mediazione di affetto nel Cielo perché, come afferma San Tommaso d’Aquino,2 la prossimità di Colui che tutto ha, conferisce una maggiore possibilità di intercessione, proprio come, in un regno, quanto più vicino al re sta l’intermediario, con maggiore facilità ottiene quello di cui ha bisogno per i suoi protetti.

Sarà valsa la pena, di conseguenza, crearsi molti amici offrendo loro durante la vita “barili di olio” e “sacchi di grano”, poiché essi ce li restituiranno in abbondanza per l’impegno che abbiamo avuto per il bene in questa Terra. È questo esattamente il senso del proverbio: “Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore che gli ripagherà la buona azione” (Pr 19, 17).

Bisogna prendere i beni di questo mondo e agire con la diplomazia dell’amministratore, senza mai, è chiaro, allontanarsi dalla via della morale. Dedicandoci all’apostolato, che ci recluta amici in Cielo, nell’ora in cui avremo bisogno avremo là chi ci aiuterà, intercederà per noi e ci otterrà grazie speciali. Dunque, è vantaggioso fare un buon affare nel campo soprannaturale, stringendo questo tipo di amicizia!

Al contrario, quanto è terribile la situazione di chi non procede così… Nel giorno in cui morirà a nulla gioverà avere in banca qualunque somma accumulata soltanto per il proprio interesse. Se lui si presenterà davanti al giudizio di Dio in peccato mortale, questo denaro starà bruciando in attesa della sua anima, che sarà condannata per sempre.

La quotidianità prepara le grandi occasioni

10 “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. 11 Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta , chi vi affiderà quella vera?”

Quali sono le piccole cose cui allude Nostro Signore in questo versetto? Sono quelle che abbiamo in mano qui sulla Terra, dai doni più elevati fino a quello che è semplicemente materiale, e che già abbiamo considerato analizzando l’espressione “denaro ingiusto”. Siamo soggetti ad attaccamento a tutto questo, e dobbiamo trattare i beni tenendo presente il vero bene: lo stato di grazia, la vigilanza contro le tentazioni, la santità e il mondo soprannaturale. Le cose di questa vita non sono nulla se paragonate a quelle che ci conducono alla visione beatifica, all’eterna convivenza con Dio.

Se ci manteniamo fedeli nell’amministrazione del poco, osservando nel suo uso la Legge di amare Dio su tutte le cose e il prossimo come noi stessi, lo saremo anche nei grandi momenti. In senso opposto, se siamo infedeli, non avremo qualità d’animo per amministrare le grazie più importanti. È necessario che ci sia intera parità tra le due gestioni.

12 “E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?”

Per concludere questo importante pensiero, Nostro Signore sottolinea che, per amor Suo, dobbiamo amare gli altri come amiamo noi stessi. In realtà, tutto quello che esiste è di Dio ed è del prossimo, nel senso che deve concorrere al bene. Ora, se non agiamo in questo modo, come faremo a ricevere quello che ci compete alla fine della nostra esistenza terrena?

Il Dio vero e il dio denaro

13 “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.

L’ultimo versetto di questo Vangelo contiene il fondo dell’insegnamento che Nostro Signore ha voluto trasmettere. Esistono due dèi antagonisti: il Dio vero con la “D” maiuscola, e l’altro “dio” con la “d” minuscola, il denaro, simbolo e punto di concentrazione di un idolo, che è la propria persona, e della religione chiamata egolatria.

Infatti, ci sono soltanto due leggi sulla Terra:3 la legge dell’amore a Dio portato fino a dimenticare se stessi, e la legge dell’egoismo portato fino a dimenticare Dio. Non ne esiste una terza. E non è neanche possibile cadere nell’idolatria di se stessi e poi voler adorare il Dio vero. Si sta da una parte o dall’altra, come Nostro Signore dice tassativamente: “Nessuno può”!

Questo perché abbiamo una capacità limitata di amare. Quando essa è applicata con attaccamento a una qualsiasi creatura, difficilmente le daremo soltanto una piccola parte del nostro amore, ma finiremo per riversare su di lei l’amore intero, come un pretesto per adorare noi stessi. Non avanzerà nulla per amare Dio… Se mai, resterà uno pseudoamore fatto di interesse.

Sergio Hollmann
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Particolare del Giudizio Universale - Cattedrale di Amiens (Francia)

Ora, tra questi due amori possiede maggiore dinamismo l’amor proprio, mentre tale attributo rarissimamente adorna l’amore a Dio. Così, Nostro Signore ci invita nel Vangelo di oggi a invertire questa triste costante della Storia e assumere un analogo dinamismo. Per questo, Egli ci dà come esempio nientemeno che la virulenza del male.

III – Affari soprannaturali!

Sappiamo che gli affari della Terra, quando sono ben fatti, rendono interessi e benefici. Ma questi, nella migliore delle ipotesi, possono essere di utilità meramente materiale e solo fino all’ora della morte. Ora gli affari soprannaturali producono un guadagno fisso per tutta l’eternità, e non sono soggetti alle fluttuazioni delle operazioni finanziarie di quaggiù.

Ecco il miglior affare: tesaurizzare in Cielo, non preoccupandoci dei beni di questa vita, se non per investirli in favore del ricco Signore che ce li ha dati da amministrare.

Nell’ora del nostro giudizio, quando saranno messe sul piatto della bilancia tutte le nostre miserie e temeremo una sentenza di condanna, avremo chi verrà in nostro aiuto dicendo a Nostro Signore: “Questo è un nostro amico! Egli ha fatto amicizia con noi con il ‘denaro ingiusto’, poiché lo ha investito costantemente per la tua maggior gloria”. È un buon affare, pertanto, consegnarsi interamente al servizio di Dio, nell’impegno di lodarLo, santificare le nostre anime e salvare gli altri. Dobbiamo saper fare affari soprannaturali!

1 XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. Orazione del Giorno. In: MESSALE ROMANO.
2 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.83, a.11.
3 Cfr. SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIV, c.28. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, voll. XVIXVII, p.984.

(Rivista Araldi del Vangelo, Settembre/2016, n. 160, p. 08 - 15)

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