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Parola del Pastori

La Chiesa appartiene a Cristo

Pubblicato 2016/04/22
Autore : Mons. Benedito Beni dos Santos

Il presbitero è il rappresentante del popolo davanti a Dio, però non è scelto dalla comunità, ma da Dio stesso. Siamo sacerdoti in Cristo, unico e supremo Pontefice.

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Il presbitero è il rappresentante del popolo davanti a Dio, però non è scelto dalla comunità, ma da Dio stesso. Siamo sacerdoti in Cristo, unico e supremo Pontefice.

Mons. Benedito Beni dos Santos
Vescovo Emerito di Lorena

Fratelli e sorelle, illuminati dalla Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato, facciamo la nostra riflessione su tre punti: la Chiesa come edificio spirituale (seconda lettura); la vocazione ai ministeri (prima lettura); e la festa liturgica di oggi, la celebrazione della Cattedra di San Pietro (Vangelo).

Sergio Cespedes Rios  
Mons. Beni.jpg
Chi è inviato in missione non è solo:
Dio lo accompagna

Mons. Beni impone le mani su uno degli ordinandi

La Chiesa non è nata dal popolo, ma da Dio

L’Antico Testamento usa l’espressione Qahal Javé per indicare l’assemblea liturgica di Israele, il popolo riunito per prestare culto a Dio. Questa espressione dell’Antico Testamento è servita da ispirazione per la comprensione della Chiesa come edificio spirituale, registrata nel breve passo della Lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato nella seconda lettura.

Ogni costruzione possiede una fondazione, e l’edificio spirituale della Chiesa ha come fondamento la confessione di fede degli Apostoli, registrata nei Vangeli e in tutto il Nuovo Testamento, e interpretata con continuità dalla Tradizione viva della Chiesa. Questo edificio possiede anche delle pareti, che sono tutti i battezzati. Queste pareti sono legate alle colonne robuste degli angoli e, soprattutto, alla pietra angolare che è Gesù Cristo.

Per non perdere la sua identità, la Chiesa deve stare intimamente legata a Cristo, con la fede, con l’amore, con la speranza, con la vita di grazia. La vita di Gesù, la sua parola, i suoi gesti, i suoi atti, le sue opzioni, sono normative per la Chiesa in tutta la sua Storia.

Da questo primo punto della nostra riflessione, possiamo già trarre una conclusione per la nostra vita cristiana: la Chiesa è una realtà meravigliosa. Essa è nata non dal basso, è nata dall’alto; è nata non dal popolo, ma da Dio. Proprio per questo, la Lettera agli Efesini, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura chiama la Chiesa famiglia di Dio.

Chiamata, scelta e missione nella vocazione ai ministeri

La Chiesa possiede diversi ministeri. I principali sono quelli che hanno origine nel Sacramento dell’Ordine: quello dei Vescovi, quello dei presbiteri e quello dei diaconi. E ogni ministero ha la sua origine in una vocazione, realtà misteriosa e profonda che può essere divisa in tre tappe: la scelta, la chiamata e la missione.

La scelta, come mostra la prima lettura di questa Messa, è fatta secondo l’eterno e misterioso disegno di Dio: Geremia è stato scelto per essere profeta quando era ancora nel ventre di sua madre, prima della sua nascita.

La seconda tappa è la chiamata. Essa può arrivare attraverso un segno esteriore, come la testimonianza di un amico, l’invito di un sacerdote, o, soprattutto, per la vita di fede di una famiglia. Ma quando questa chiamata arriva, la grazia agisce nel cuore della persona, affinché ella possa rispondere adeguatamente. Proprio per questo, Cristo ha affermato nel capitolo sesto del Vangelo di San Giovanni: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (6, 44).

La grazia della vocazione consiste, pertanto, in una attrazione per Cristo, e il Vangelo di San Marco ce ne dà un esempio molto compiuto. La prima cosa che Gesù fa quando inizia il suo ministero in Galilea è di riunire discepoli. Egli chiama Andrea, Simon Pietro, Giacomo e Giovanni, e i quattro lasciano immediatamente tutto – la barca da pesca, le reti, il padre – per seguire Gesù, perché si sentono attratti da Lui.

A somiglianza dei primi Apostoli, i diaconi che saranno fra poco ordinati presbiteri hanno sentito anche loro la chiamata di Cristo e Lo hanno seguito perché hanno sentito questa stessa attrazione.

La terza tappa è la missione. Vocazione e missione sono inseparabili, come le due facce della stessa medaglia. Dio chiama sempre per conferire una missione. Nell’Antico Testamento, ha convocato Geremia a essere profeta delle nazioni; nel Nuovo Testamento, Cristo Si rivolge agli Apostoli e dà loro una missione. Chiama Andrea e Pietro, che erano pescatori, e dice loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1, 17). Poco più avanti, vede Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che stavano riassettando le reti, e chiama anche loro (cfr. Mc 1, 19) alla missione di annunciare il Vangelo della salvezza a tutte le genti.

Nessuno può presentare meriti per essere ordinato

Chi è inviato in missione non è solo: Dio lo accompagna.

Come abbiamo visto nella prima lettura, Egli convoca Geremia per la missione di profeta dicendogli: “Io sono con te per proteggerti” (Gr 1, 8). Nel Nuovo Testamento, Cristo risorto invia gli Apostoli e dice loro: “Ecco Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Il Vangelo di San Marco termina in modo bellissimo. Dopo aver narrato l’Ascensione del Signore, afferma che gli Apostoli sono partiti in missione, e il Signore che era salito al Cielo “operava insieme con loro” (16, 20).

Fratelli e sorelle, la missione non è un’opera semplicemente umana. È un’opera divina-umana. E gli ordinandi di questa mattina sono stati chiamati a essere sacerdoti del Dio Altissimo.

La Lettera agli Ebrei – il testo che tratta ufficialmente del sacerdozio di Cristo nel Nuovo Testamento – dà due definizioni di sacerdote. La prima: il sacerdote è il rappresentante del popolo davanti a Dio; è colui che offre preghiere, sacrifici per i peccati del popolo. Ma è necessario prestare molta attenzione su questo punto: il sacerdote è il rappresentante del popolo davanti a Dio; non è scelto dalla comunità, ma da Dio stesso. Nessuno ha diritto di essere sacerdote; nessuno può presentare meriti per essere sacerdote.

Io mi commuovo sempre quando leggo l’introduzione della Seconda Lettera di San Paolo a Timoteo. Paolo si trova in prigione e si ricorda del giorno in cui aveva imposto le mani sul capo di Timoteo affinché diventasse successore degli Apostoli, diventasse un sacerdote. E Paolo allora gli scrive: “Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani” (1, 6). E continua: “Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità” (1, 9).

Nessuno, lo ripeto, ha diritto a essere sacerdote, nessuno può presentare opere, meriti per essere sacerdote. È un dono interamente gratuito di Dio.

Siamo sacerdoti in Cristo, unico e perfetto Pontefice

E la seconda definizione che la Lettera agli Ebrei offre dei sacerdoti è ancora più profonda. Il sacerdote è chiamato pontefice, ponte che collega l’umanità a Dio, e in questo senso Cristo è l’unico e perfetto Sacerdote. Per questo la Lettera agli Ebrei Lo chiama Sommo Sacerdote. E infatti, sulla Croce, Cristo ha realizzato quello che i sacerdoti antichi cercavano di realizzare con i loro sacrifici senza riuscirci: la perfetta riconciliazione dell’umanità con Dio.

Siamo, pertanto sacerdoti in Cristo. Egli è l’unico, è il perfetto Sacerdote. Noi partecipiamo al suo sacerdozio. E fra poco ci sarà in questo tempio un grande silenzio. Quando il Vescovo, successore degli Apostoli, ripetendo il gesto cui si riferisce Paolo nella Seconda Lettera a Timoteo, imporrà le sue mani sul capo di ognuno di questi ordinandi, un grande silenzio si farà in questo tempio. Perché ora è il momento dello Spirito Santo.

Presenza silenziosa e attiva dello Spirito Santo

Ed è interessante osservare che nella Storia della salvezza quasi sempre la presenza dello Spirito è una presenza silenziosa, ma attiva.

Narra il Libro della Genesi che all’inizio della creazione lo Spirito, a somiglianza di un grande uccello, si librava in cielo. Ma questa presenza silenziosa dello Spirito riscaldava tutta la creazione affinché da essa sorgesse la vita. Anche nel Battesimo di Gesù la presenza dello Spirito è silenziosa, ma attiva. La presenza dello Spirito nella forma corporea di una colomba mostra a tutto il popolo che Gesù è il Cristo, il Messia, il Figlio di Dio.

Ugualmente silenziosa e attiva è la presenza dello Spirito nell’ordinazione sacerdotale. Lo Spirito unge interiormente la persona affinché possa configurarsi a Cristo, Sommo Sacerdote, agire in persona Christi capitis, nella persona di Cristo che è il Capo della Chiesa. Lo Spirito fa sì che chi è ordinato sacerdote diventi, sacramentalmente, un altro Cristo.

Proprio per questo, nella celebrazione dell’Eucaristia, egli potrà dire riguardo al pane e al vino: “Questo è il mio Corpo, che sarà dato per voi. Questo è il calice del mio Sangue, il Sangue della nuova ed eterna Alleanza, che verrà versato per voi”. E nel Sacramento della Riconciliazione egli potrà dire: “Io ti assolvo dai tuoi peccati”.

Nella celebrazione dell’Eucaristia il sacerdote prende il pane e il vino nelle sue mani e rende grazie. Fratelli e sorelle, il dono del sacerdozio è così grande, è così sublime che ogni giorno il sacerdote deve rendere grazie a Dio per questo dono. Rendere grazie per questo dono appartiene– possiamo dire – alla spiritualità di ogni sacerdote. Ogni volta che egli celebra l’Eucaristia e rende grazie a Dio per il dono del sacerdozio, egli sta ravvivando, come chiede Paolo a Timoteo, il dono di Dio che ha ricevuto con l’imposizione delle mani del Vescovo, successore degli Apostoli.

La barca della Chiesa non è nostra, ma di Cristo

E ora una breve riflessione sulla festa liturgica di oggi: la Cattedra di San Pietro, il principale Apostolo di Cristo, il cui successore è il Vescovo di Roma, il Santo Padre.

La cattedra è il simbolo del potere di insegnare, non le proprie opinioni, ma la verità rivelata da Dio e interpretata secondo la Tradizione viva della Chiesa. Papa Benedetto XVI, quando si è insediato nella cattedra della sua diocesi a Roma, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, affermò: “Colui che si siede nella Cattedra di Pietro deve ricordare le parole che il Signore disse a Simon Pietro durante l’Ultima Cena: ‘e tu, una volta convertito, fortifica i tuoi fratelli”.

Stephen Nami
Mons. Beni 1.jpg
Siamo, pertanto sacerdoti in Cristo. Egli è l’unico, è il perfetto sacerdote

Veduta della Basilica, con gli ordinandi in primo piano e parte dei
concelebranti che occupano le file centrali

Preghiamo, dunque, nella celebrazione di questa Eucaristia, per Papa Francesco, affinché, con gioia, con fedeltà, compia questa missione che Cristo gli ha affidato: confermare tutta la Chiesa nella fede.

Ma voglio concludere questa nostra riflessione ricordando ancora le parole solenni del Vangelo: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Questa espressione di Gesù “la mia Chiesa” è servita da ispirazione a Papa Benedetto XVI perché alla fine del suo pontificato egli proclamasse, o meglio ancora, egli gridasse a gran voce in Piazza San Pietro: “La barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è di Cristo. E il Signore non la lascia affondare” (Udienza generale, 27/2/2013).

Santa Teresa di Gesù, al termine della sua vita, ringraziava Dio di morire figlia della Chiesa. Dobbiamo ogni giorno rendere grazie a Dio per essere figli della Chiesa di Gesù Cristo, “la mia Chiesa”, come Egli disse. Amen.

Trascrizione dell’omelia pronunciata nella cerimonia di ordinazione presbiterale del 22/2/2016 – Basilica della Madonna del Rosario, Caieiras (Brasile)

(Rivista Araldi del Vangelo, Aprile/2016, n. 156, p. 37 - 39)

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