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Commenti al Vangelo

Credere, per poi amare

Pubblicato 2016/04/19
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Dall’incredulità a un sublime atto di adorazione, quando ha constatato la Resurrezione del Signore, gli atteggiamenti di San Tommaso costituiscono una preziosa istruzione alla fede per gli uomini del XXI secolo.

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Gustavo Kralj
Apparizione agli Apostoli.jpg
Apparizione agli Apostoli nel Cenacolo – Cattedrale di Notre-Dame, Parigi

"Vangelo"

19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi”.

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato Me, anche Io mando voi”. 22 Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!” Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”

27 Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” 28 Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” 29 Gesù gli disse: “Perché Mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”

30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20, 19-31).

 

Dall’incredulità a un sublime atto di adorazione, quando ha constatato la Resurrezione del Signore, gli atteggiamenti di San Tommaso costituiscono una preziosa istruzione alla fede per gli uomini del XXI secolo.

Mons. João Scognamiglio Clá Dias.jpgMons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I – La credenza nella Resurrezione, fondamento della fede

La resurrezione non era tema facile da trattare all’epoca di Nostro Signore, come non lo è ancor oggi. Infatti, esso ci tocca nel profondo, poiché, se considerassimo con serietà il destino eterno, la nostra vita sarebbe diversa e il mondo non si troverebbe nella presente situazione di delirio.

Esistevano in quel tempo scuole greche i cui propugnatori, oltre a non credere nella resurrezione, sostenevano la tesi che l’anima umana non è né spirituale né immortale. Il risultato era il materialismo assoluto. In Israele, i sadducei – partito costituito da persone della classe più agiata – si erano abbeverati in queste dottrine filosofiche, come constatiamo nella celebre discussione fra loro e Gesù, a proposito dell’ipotetica donna sposata successivamente con sette fratelli. Il Salvatore li ha confutati in un modo bellissimo, al punto da causare ammirazione persino in alcuni scribi farisei, i quali, invece, avevano fede nella resurrezione (cfr. Lc 20, 27-40).

Gli Apostoli non hanno creduto alla Resurrezione di Gesù

I seguaci del Divino Maestro erano più vicini alla dottrina farisaica, come si desume dalla risposta di Santa Marta a Gesù, riguardo a suo fratello Lazzaro: “So che risusciterà nell’ultimo giorno” (Gv 11, 24). Però, essi non ventilavano la possibilità della Resurrezione immediata di Gesù dopo la sua Passione e Morte.

È in questa prospettiva che dobbiamo analizzare il comportamento degli Apostoli narrato nel Vangelo della 2ª Domenica di Pasqua. A quei tempi già era giunta al loro orecchio la notizia che Nostro Signore era andato incontro alle Sante Donne (cfr. Mt 28, 9-10; Mc 16, 9-11; Gv 20, 14-18) e Si era lasciato vedere da San Pietro (cfr. Lc 24, 34), come pure da due discepoli sulla via di Emmaus (cfr. Lc 24, 13-33; Mc 16, 12-13); essi, però, si rifiutarono di credere, fino a quando il Divino Redentore non Si fosse manifestato loro apertamente.

Vero Dio e vero Uomo risorto

19a La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, stette in mezzo...

Questa apparizione avvenne alla fine della stessa domenica della Resurrezione, primo giorno della settimana per gli israeliti. L’Apostolo Vergine – che presenta una serie di dati peculiari – sottolinea il fatto che le porte erano chiuse, “per timore dei giudei”. Infatti, se questi avevano crocefisso il Maestro, senza dubbio sarebbero stati perseguitati anche i suoi. Malgrado ciò, provocava in loro panico l’idea di rinnegarLo e fuggire, come avevano fatto i discepoli di Emmaus. Così, posti tra due timori, l’unico mezzo che restava loro era vivere nascosti nel Cenacolo, sostenendosi l’un l’altro in quella pericolosa contingenza. L’entrata di Gesù, che è passato attraverso le pareti col suo Corpo glorioso, ha causato un vero stupore. Erano tutti a tavola (cfr. Mc 16, 14), a forma di “U”, e Lui Si è messo al centro, bene in vista a tutti.

La Parola del Signore è efficace

19b ...e disse loro: “Pace a voi”. 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Si direbbe che questo sia un saluto comune... Noi, salutando qualcuno con un semplice “Buona sera!”, esterniamo solo un desiderio che probabilmente non si verificherà. La parola di Gesù, al contrario, è creatrice, onnipotente, trasforma, ha forza di legge e vitalità per produrre quello che dice. Per questo, l’espressione “Pace a voi” non deve esser considerata come qualcosa di platonico, distante. Essa, di fatto, poneva fine all’agitazione e infondeva la pace nell’anima degli Apostoli. Che pace? La “tranquillità dell’ordine”.1 Tutti i movimenti interni dello spirito umano si equilibrano e si ordinano in funzione di Cristo Gesù, poiché tutto dipende da Lui, tutto concorre a Lui, tutto defluisce da Lui.

Ora, è importante rilevare che, mentre a Santa Maria Maddalena è bastato udire la voce del Maestro che la chiamava “Maria” (Gv 20, 16) per riconoscere la sua Resurrezione, gli Apostoli crederanno solo dopo aver toccato la piaga di Gesù, come si conclude dalla narrazione di San Luca: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio Io! ToccateMi e guardate” (Lc 24, 39). Tutti loro sono andati a verificare e, allora, “gioirono”...

Un potere divino dato agli uomini

21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato Me, anche Io mando voi”. 22 Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo.

23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati, a coloro a cui non li perdonerete, non saranno perdonati”.

Il Divino Maestro vuole che quanti Lo seguono abbiano l’incombenza di annunciare il Vangelo, come Lui è stato inviato dal Padre. Gli Apostoli, tuttavia, davvero spaventati e scossi per la drammatica situazione che attraversavano, avevano bisogno di una nuova infusione di serenità e fiducia, per diventare atti a realizzare la loro altissima missione. Così, sebbene la prima offerta di pace fosse, di per sé, sufficiente, Nostro Signore ha ripetuto: “Pace a voi”.

Francisco Lecaros   
Apparizione di Gesù agli Apostoli.jpg
Apparizione di Gesù agli Apostoli -
Museo dell'Opera del Duomo, Pisa

Infusa la pace, dà loro un’autorità straordinaria con questo soffio creatore. In esso scopriamo un bel parallelismo con il soffio del Padre quando ha comunicato la vita umana ad Adamo, accresciuta dalla partecipazione alla natura divina, con tutti i doni dello Spirito Santo e le virtù infuse, e, più ancora, dei doni preternaturali – di integrità, di immortalità, di impassibilità, di dominio sugli animali e di scienza infusa o sapienza insigne –, che elevavano l’uomo a un grado sublime.

In maniera analoga, dicendo “Ricevete lo Spirito Santo”, Gesù ha infuso nei discepoli una nuova vita, la vita sacerdotale, trasferendo loro un potere divino: quello di perdonare o trattenere i peccati. Quando hanno calato un paralitico da un’apertura nel tetto della casa affinché fosse guarito dal Salvatore, trovandoSi Lui a Cafarnao, ricordiamoci delle sue parole, prima che gli restituisse la salute: “Figlio, ti sono perdonati i peccati” (Mc 2, 5). E i farisei presenti sono rimasti indignati perché questo diritto appartiene esclusivamente a Dio. Essendo l’offeso, solo a Lui spetta perdonare. “Quello che Gesù dà ai suoi Apostoli è, dunque, qualcosa di soprannaturale che deve esser attribuito all’azione dello Spirito Santo, rappresentato nell’Antico Testamento, soprattutto, come vivificatore [...]. Infatti, questo potere [...] è quello di perdonare i peccati, come anche quello di trattenerli. Si tratta del potere già dato a Pietro e agli Apostoli (cfr. Mt 16, 19; 18, 18), che qui è espressamente rinnovato, con l’infusione dello Spirito, che lo conferisce in carattere definitivo. Si intende bene l’allusione allo Spirito Santo: perdonare i peccati è dare la vita spirituale”.2

Pertanto, amministrando il Sacramento della Penitenza, nel momento in cui il sacerdote, tracciando una croce, pronuncia la formula “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, è lo stesso soffio di Gesù Cristo che si prolunga per restituire all’anima del penitente la vita divina perduta col peccato mortale. Nemmeno la totalità dei sacrifici dell’Antica Legge, sommati e moltiplicati per se stessi, sarebbero capaci di perdonare anche solo una colpa veniale. Nemmeno alla Madonna, con tutti i suoi meriti, questo sarebbe possibile! Ecco la meraviglia della condizione sacerdotale!

II – I contrasti di uno spirito positivo

Tutto indica che San Tommaso sia stato un uomo di spirito burbero e convinto delle proprie opinioni, e allo stesso tempo molto positivo e categorico. Quando Nostro Signore ha deciso di ritornare in Giudea, per assistere Lazzaro che era malato, gli Apostoli hanno protestato, consapevoli del rischio cui Si esponeva il Maestro, approssimandoSi a Gerusalemme. Ed è stato San Tommaso ad affermare: “Andiamo anche noi a morire con Lui” (Gv 11, 16)!

In altre circostanze Tommaso si era mostrato cauto e obiettivo, volendo conoscere le prove. Per esempio, quando Gesù aveva annunciato: “quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con Me, perché siate anche voi dove sono Io. E del luogo dove Io vado, voi conoscete la via” (Gv 14, 3-4), lui subito aveva chiesto: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14, 5). Ora, queste reazioni sono utili, poiché se non ci fossero persone che, come Tommaso, hanno mancanza di intuizione e hanno bisogno di appellarsi principalmente al discorso della ragione, molti principi rimarrebbero senza spiegazione. Se, in quell’occasione, Tommaso non avesse sollevato il problema, il Divino Maestro forse non avrebbe fatto una così sublime rivelazione: “Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me” (Gv 14, 6). In questo modo, lui ha avuto un ruolo importantissimo nel Collegio Apostolico, chiedendo una spiegazione razionale di quello che si ammette solo con la fede. Con ciò contribuiva a stabilire le basi su cui si sarebbe eretto più tardi l’edificio della teologia.

Senza prove, San Tommaso non crede

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!” Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

Assente dal Cenacolo, Tommaso non ha assistito alla prima apparizione di Gesù ai discepoli. Senza dubbio, questi hanno tentato di persuaderlo della veracità di quanto accaduto. Invano. Dopo essere fuggiti e aver lasciato il Divino Redentore da solo, la loro testimonianza, agli occhi di Tommaso, non si rivestiva di sufficiente autorità, e lui rimaneva scettico – come, del resto, lo erano gli altri Apostoli prima di toccare Nostro Signore –, esigendo come condizione per credere le stesse prove che a loro erano state date. Tommaso è passato alla Storia come l’incredulo, ma, in realtà, come abbiamo visto prima, anche gli altri lo sono stati.

  Francisco Lecaros
Miracolo del paralitico.jpg
Miracolo del paralitico - Biblioteca del Monastero
di Yuso, San Millán de la Cogolla (Spagna)

Testimonianza qualificata della Resurrezione

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!” 27 Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”

Dopo otto giorni, Gesù “stette in mezzo” a loro per la seconda volta e fece mettere a Tommaso la mano sulle sue piaghe, dicendogli di “non essere incredulo ma credente”. È interessante notare che Nostro Signore non lo accusa di essere incredulo ma lo ammonisce a non diventarlo, a partire da quel momento in cui gli offriva l’argomento concreto e la chiara dimostrazione della sua Resurrezione. Per esser credente era indispensabile aver fede, e Cristo lo invitava a crescere in questa virtù. Beato Tommaso, perché per possedere questa fede ha finito per ricevere l’insigne grazia di toccare il costato del Salvatore! Come commenta San Gregorio Magno, “questo non è avvenuto per caso, ma per disposizione della Provvidenza; infatti la Divina Misericordia ha agito in modo così mirabile che, toccando le ferite del suo Maestro, il discepolo incredulo guarisse in noi la piaga della nostra incredulità, di modo che l’incredulità di Tommaso è stata più proficua per la nostra fede della fede dei discepoli che hanno creduto, perché, decidendo quel toccare per credere, la nostra anima si afferma nella fede, scartando ogni dubbio”.3 Quanto è stato utile questo suo gesto per la nostra anima meschina, poiché è servito come segno autentico della Resurrezione del Signore!

Consegna completa, reazione dell’anima retta

28 Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”

La corrispondenza a questa grazia è dimostrata dal fatto che Tommaso ha riconosciuto la divinità di Gesù come nessun altro Apostolo. Tutti hanno avuto la medesima prova, ma la sua reazione è stata più energica, audace e radicale. Nell’annunciare la Resurrezione a Tommaso, gli Apostoli non hanno attestato: “Gesù è realmente Dio”. San Tommaso, sì, lo ha dichiarato.

Se è vero che lui non si è fidato della testimonianza dei discepoli, è evidente che quando Nostro Signore gli ha ordinato di mettere il dito nei segni dei chiodi, lui ha creduto e ha attribuito a Gesù Cristo Uomo, che Si mostrava a lui risorto, il titolo dovuto soltanto al Creatore nell’Antico Testamento: Dio e Signore! Egli ha creduto, pertanto, nella divinità di Cristo, anche se ha toccato solamente l’umanità.4 Allo stesso tempo, proclamando “Mio Signore”, egli si consegnava come schiavo, abbandonandosi tutto nelle mani di Gesù. Dalla sua fede robusta è sbocciato, in quell’istante, quest’atto di amore. Era un’anima retta, innocente e disposta a darsi per intero. “Oh, meravigliosa perspicacia quella di quest’uomo! Tocca un Uomo e lo chiama Dio: ha toccato una cosa e ha creduto all’altra. Se avesse scritto mille codici, non sarebbe stato di tanto profitto per la Chiesa. Con che chiarezza, con che precisione, con che candore egli chiama Cristo col nome di Dio!”,5 esclama San Tommaso di Villanova.

Tocca raccogliere qui una lezione per la nostra vita spirituale. Noi, con frequenza, siamo l’opposto di San Tommaso: crediamo negli uomini e perfino in noi stessi, e non in Dio. Si tratta di crescere nella fede in Dio e partire dalle opere, poiché la fede senza le opere è morta (cfr. Gc 2, 17).

La beatitudine che ci spetta

29 Gesù gli disse: “Perché Mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”

Queste ultime parole del Divino Maestro a San Tommaso costituiscono la beatitudine di tutti coloro che sarebbero venuti dopo e non avrebbero avuto l’opportunità di toccare quelle sante piaghe. Ossia, si applicano interamente a noi. Gli Apostoli, Santa Maria Maddalena, Santa Marta, San Lazzaro e molti altri hanno convissuto con Gesù risorto e Lo hanno potuto contemplare in carne e ossa, stando con Lui e conversando. Di conseguenza, per credere in Lui era necessario uno sforzo minimo. Avevano merito? Sì, perché la divinità rimaneva nascosta. Comunque, maggior merito acquistiamo noi quando, pronunciate le parole della Consacrazione, contempliamo le Specie Eucaristiche e, nonostante esse continuino a mantenere l’apparenza del pane e del vino, la fede, la speranza e la carità ci assicurano che il pane e il vino hanno lasciato il posto al Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù. Allora, ci inginocchiamo e Lo adoriamo. Così, a questo titolo la nostra beatitudine è superiore alla loro!

Meraviglie che solo nell’eternità conosceremo

30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.

Quante meraviglie dell’esistenza terrena di Nostro Signore si sono custodite nel silenzio! Come è stata la sua familiarità con la Madonna e San Giuseppe nella sua vita privata nel corso di trent’anni, della quale nulla si sa, se non la perdita e l’incontro nel Tempio, a 12 anni? Chi potrà dirlo? È evidente che Egli non vivesse rinchiuso, ma in società e a contatto con l’opinione pubblica – a tal punto che Lo chiamavano il “figlio del falegname” (Mt 13, 55) –, e doveva relazionarSi con altri giovani. Pensiamo, inoltre, ai giorni trascorsi da Lui a Betania con Marta, Maria Maddalena e Lazzaro e ai momenti di intimità con gli Apostoli... E anche ai numerosi miracoli che, come enuncia l’Evangelista in questo versetto, sono avvenuti dopo la sua Resurrezione. Sono storie che conosceremo in Cielo, se avremo la grazia di arrivarci, per i meriti del suo preziosissimo Sangue e delle lacrime della Madonna! Là sentiremo dalle labbra di Lei dettagli magnifici “che non sono stati scritti” in nessun libro!

Gesù Cristo è il Figlio di Dio fatto Uomo

31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Terminando con queste parole, l’Evangelista indica quale è stato il suo obiettivo raccontando questo episodio così straordinario: “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”. Quando scriveva il suo Vangelo, San Giovanni si trovava in mezzo a una polemica con gli gnostici che contestavano la divinità di Nostro Signore, e la sua preoccupazione era liquidare questa eresia, che poteva pregiudicare l’espansione della Chiesa. Per coloro che professavano tali errori esisteva una distinzione tra Gesù e Cristo: Gesù era un puro uomo, il quale questo Cristo – per loro una specie di mediatore tra Dio e il mondo – aveva assunto nel giorno del suo Battesimo, senza per questo, però, diventare Dio. Che Nostro Signore fosse Uomo, tutti lo ammettevano, perché Lo vedevano. Ma come credere che fosse anche Dio? Se fosse stato soltanto Dio, sarebbe stato persino più facile da tollerare... La grande difficoltà consisteva, dunque, nell’accettare l’unione ipostatica, cioè, che ci fosse in Lui la natura umana integra – senza personalità umana –, unita ipostaticamente alla natura divina integra, nella Seconda Persona della Santissima Trinità.

Nella seconda lettura di questa domenica (I Gv 5, 1-6), San Giovanni manifesta in forma più accentuata tale mistero, nel passo scelto della sua Prima Lettera: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio” (5, 1). Dunque, la vita della grazia dipende dalla fede nella divinità di Nostro Signore Gesù Cristo e non dalla mera conoscenza.

III – Coltiviamo la nostra fede!

Infatti, secondo gli gnostici dell’epoca, per ottenere la salvezza bastava la conoscenza piena – gnosis – di certi segreti riguardanti l’origine dell’universo e la liberazione dell’anima umana. Chi avesse raggiunto questo grado di conoscenza sarebbe stato perfetto e sarebbe stato dispensato dalle buone opere. Ossia, la dottrina gnostica portava alla negazione della morale. Parafrasando il famoso detto di Sant’Agostino – “Dilige, et quod vis fac”6 –, essa ben potrebbe esser riassunta con queste parole: “Conosci e fa’ quello che vuoi”.

Ora, per quanti sforzi l’uomo faccia, egli, di per sé, non ha la capacità di intendere le cose divine, di raggiungere le altezze del soprannaturale, di abbracciare il piano della fede. Per questo è indispensabile l’ausilio di Dio, che coniuga l’intelligenza – perfezionata dalla fede – e la volontà rafforzata dalla grazia. Per esempio, la divinità di Cristo e la sua Resurrezione sono inesplicabili dal punto di vista intellettuale, ma accettati a causa della fede, dono gratuito di Dio infuso nell’anima con il Battesimo.

La fede cresce con la pratica dell’amore

La fede, virtù passibile di aumento e di diminuzione, è la porta da dove entrano le altre virtù. Come avviene questo? Il conoscere – sebbene nella penombra – quello che è di Dio risveglia nell’anima l’amore e l’adesione al magnifico panorama svelato dalla fede.7 Ciò nonostante, è la carità che ci fa amare Dio con un’apertura dell’anima appropriata all’elevatezza di Lui. Così, la carità è, in sé, superiore alla fede. Perché? Perché la carità fa volare fino a Dio e dilata la nostra anima per poterLo amare come Lui Si ama, nella proporzione da creatura a Creatore, mentre la fede porta Dio fino a noi.8 Se ci limitiamo a intendere, senza amore, la fede perde la sua linfa e la sua vitalità, e muore. Allora è necessario comprendere e, già in questo stesso atto, amare.

Sempre nella seconda lettura – combattendo le deviazioni degli gnostici, che affermavano che era assurdo il compimento dei precetti della Legge –, San Giovanni ci dà un’altra importante lezione: amare Dio è “osservare i suoi Comandamenti; e i suoi Comandamenti non sono gravosi. Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede” (I Gv 5, 3-4). Non dimentichiamoci che, se osservare i Comandamenti della Legge di Dio con la forza della nostra natura è impossibile, dal momento in cui ci appoggiamo alla grazia vinciamo il mondo, il demonio e la carne! E per ottenere le grazie necessarie, ci è richiesto di avere una vita interiore intensa: molta preghiera e frequenza ai Sacramenti, soprattutto all’Eucaristia.

In questo modo, la Liturgia della 2ª Domenica di Pasqua ci offre elementi eccellenti per praticare le tre principali virtù, quelle che ci mettono direttamente in relazione con Dio: la fede, la speranza e la carità. Rendiamo grazie a Cristo, Signore Nostro, per l’inestimabile beatitudine di credere senza vedere e chiediamoGli la continua crescita in questa fede.

1 SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIX, c.13, n.1. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, v.XVIXVII, p.1398.
2 LAGRANGE, OP, Marie-Joseph. Évangile selon Saint Jean. 5.ed. Paris: Lecoffre; J. Gabalda, 1936, p.515.
3 SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in Evangelia. L.II, hom.6 [XXVI], n.7. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, p.665.
4 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.1, a.4, ad 1.
5 SAN TOMMASO DI VILLANOVA. Concio 169. Dominica in Octava Paschæ, n.1. In: Obras Completas. Madrid: BAC, 2012, v.IV, p.175.
6 SANT’AGOSTINO. In Epistolam Ioannis ad Parthos tractatus decem. Tractatus VII, n.8. In: Obras. Madrid: BAC, 1959, v.XVIII, p.304.
7 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., q.4, a.7. 8 Cfr. Idem, q.23, a.6, ad 1.

(Rivista Araldi del Vangelo, Aprile/2016, n. 156, p. 08 - 15)

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