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Commenti al Vangelo

Una “persecuzione” della bontà divina

Pubblicato 2016/03/16
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Distrutto il piano originale della creazione dal peccato dei nostri progenitori, Dio inizia, nella sua bontà infinita, un processo che culmina in forma grandiosa nella notte della Resurrezione del Signore.

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Gustavo Kralj
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Il sepolcro vuoto, del Beato Angelico – Museo di San Marco, Firenze

"Vangelo"

1 Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, le donne si recarono alla tomba di Gesù, portando con sé gli aromi che avevano preparato. 2 Trovarono la pietra rotolata via dal Sepolcro. 3 Ma, entrate, non trovarono il Corpo del Signore Gesù 4 Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti.

5 Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? 6 Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, 7 ‘dicendo che bisognava che il Figlio dell’Uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno’”. 8 Ed esse si ricordarono delle sue parole. 9 E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. 10 Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli Apostoli. 11 Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.

12 Pietro tuttavia corse al Sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto (Lc 24, 1-12).

Distrutto il piano originale della creazione dal peccato dei nostri progenitori, Dio inizia, nella sua bontà infinita, un processo che culmina in forma grandiosa nella notte della Resurrezione del Signore.

Mons. João Scognamiglio Clá Dias.jpgMons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I – La più bella cerimonia dell’Anno Liturgico

La sera che precede la Domenica della Resurrezione del Signore è segnata dalla ricchissima cerimonia della Veglia Pasquale, realizzata in onore di questo grandioso mistero. Negli albori del Cristianesimo, questa notte era tenuta in grande considerazione dai fedeli, che usavano trascorrerla in orazione, per prepararsi a commemorare il trionfo di Gesù sulla morte con la celebrazione dell’Eucaristia, nella notte della domenica. Dal Giovedì Santo la Chiesa primitiva, immersa nel ricordo della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo, si asteneva dal Santo Sacrificio, anche il sabato, preferendo accompagnare nel silenzio della sepoltura il Corpo inanimato del Divino Redentore. Col passare del tempo si è perduta questa tradizione in Occidente, dove, a partire dal XI secolo, la Solennità della Resurrezione è stata a poco a poco anticipata alla mattina del Sabato Santo.1 Infine, nell’anno 1951, Papa Pio XII ha ripristinato definitivamente la Veglia Pasquale con la splendida pompa liturgica che la circonda, pervasa di un profondo significato.

Il mistero della morte di un Dio

Ieri, Gesù proferiva dall’alto della Croce un grido lancinante, indicativo della solitudine che sperimentava nell’imminenza della morte: “Mio Dio, mio Dio, perché Mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Comunque, non aveva Egli stesso affermato: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30)? Infatti, come Figlio eterno del Padre, non si è mai allontanato da Lui, poiché non esiste possibilità di separazione tra le tre Persone della Santissima Trinità. Non andrebbe bene neppure una separazione tra la natura divina e la natura umana di Gesù – inseparabili nella Persona del Verbo per l’unione ipostatica –, né potrebbe, in alcun modo, rompersi l’unione della divinità con il Corpo o con l’Anima di Cristo.2 C’è stata, questo sì, la scissione tra l’Anima e il Corpo che ha provocato la morte. Si comprende, dunque, il grido di Gesù per il fatto che il Padre avesse smesso di proteggerLo e di assisterLo, abbandonandoLo nelle mani dei suoi persecutori, per permetterGli di patire i dolori della Passione, fino a spirare.3

L’emozionante contrasto tra le tenebre e il fuoco

La morte è simbolizzata in questa Veglia dall’oscurità che avvolge la Chiesa e le sue vicinanze all’inizio della cerimonia, appena squarciata dalla luce del fuoco nuovo. Qual è la ragione più profonda di questo fuoco? Secondo la concezione degli antichi, quattro sono gli elementi che ci circondano: terra, acqua, aria e fuoco. I primi tre ci sono ben noti, poiché abbiamo un contatto diretto con loro: calpestare la terra ci dà una sensazione di stabilità; ci produce un immenso piacere penetrare nelle acque del mare o beneficiarci, con un salto di paracadute, dell’aria pura delle alte quote, splendido chiostro degli Angeli. E il fuoco? Pericoloso è approssimarsi ad esso e impossibile sarebbe mantenersi vivo tra le fiamme. Tuttavia, esso è un elemento indispensabile per la vita sulla Terra, a cominciare dal fuoco del Sole, fonte di luce e calore.

Il fuoco di questo mondo, però, è una pallida immagine di un altro di gran lunga superiore. Buona parte degli scolastici considera che il Cielo Empireo non sia composto dalle quattro essenze riferite, ma da una quinta essenza. 4 Qualcosa di simile al fuoco – di qui la parola empireo, dal greco πυρ?ς (pirós), che significa fuoco –, con caratteristiche notevolmente diverse, poiché Dio ritira l’ardore distruttivo di questo fuoco, riservandolo al tormento dei reprobi nell’inferno, e conserva la sua luminosità per il piacere e la gioia dei Beati nel Paradiso.5 Il Dottor Angelico afferma che si può dire che “il Cielo Empireo ha una luce non condensata, capace di emettere raggi luminosi come il Sole, ma più sottile. O, allora, si può dire che abbia il chiarore della gloria, differente dal chiarore naturale”. 6 Questa luce speciale, a sua volta, non è nulla a paragone della Luce vera e vivificante che è Dio stesso, poiché Egli è Luce (cfr. I Gv 1, 5). La grande Santa Teresa di Gesù, dopo una visione mistica nella quale le apparve il Divino Salvatore, esclamava: “Pare una cosa così offuscata il chiarore del Sole che vediamo, in comparazione con quel chiarore e luce che si presenta alla vista, che gli occhi non vorrebbero poi aprirsi. [...] È luce che non ha notte e che, come sempre è luce, nulla la turba”.7

Il Cero Pasquale – simbolo di Nostro Signore – è acceso al fuoco benedetto in questa notte che rappresenta la divinità di Cristo, con la cui forza, identica a quella del Padre, Egli resusciterà Se stesso8 in maniera folgorante, unendosi nuovamente la sua Anima al suo Corpo ora glorioso, e facendo cessare il miracolo, per così dire, negativo con il quale, dal momento dell’Incarnazione, Egli aveva voluto assumere un Corpo sofferente malgrado la sua Anima fosse in possesso della visione beatifica.9 “La divinità, infatti” – afferma San Leone Magno –, “che non si era ritirata dalle due sostanze che componevano l’uomo che lei aveva assunto, ha riunito col suo potere quello che il suo potere aveva separato”.10

Vittoria di Cristo sul peccato e la morte

Prima della Redenzione, l’umanità giaceva in una tremenda notte di tenebre: quelle del peccato e della morte. Ora, Nostro Signore Gesù Cristo, tornando alla vita, ci ha portato la liberazione completa, trasmettendoci la sua stessa luce, come la fiamma del Cero Pasquale, accesa a partire dal fuoco sacro, va successivamente accendendo le candele che i fedeli portano spente dall’inizio della celebrazione liturgica, a significare che Gesù è la Luce del mondo e chi Lo segue “non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12).

Non solo Egli ci comunicherà la grazia santificante, ma ci renderà anche partecipi della sua mensa. Per questo, la Veglia Pasquale è l’occasione più appropriata per celebrare in uno stesso tempo i due grandi Sacramenti della vita cristiana: il Battesimo, che apre le porte a tutti gli altri e l’Eucaristia, il più eccellente e perfetto, poiché ha come sostanza Dio stesso.

Foto: Stephen Nami
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Benedizione del fuoco nuovo e preparazione del Cero Pasquale presiedute da Mons. João Scognamiglio
Clá Dias, EP, nella Basilica della Madonna del Rosario, Caieiras (Brasile) 29/4/2014

Le lettere alfa e omega, impresse dal celebrante nel Cero, ricordano che Gesù è il principio e la fine. Da Lui proviene e in Lui deve confluire tutta l’opera della creazione: “Il Cristo ieri e oggi: Principio e Fine, Alfa e Omega. A Lui appartengono il tempo e i secoli. A Lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen”.11

Dopo questo rito iniziale, il Cero è introdotto nel recinto sacro, dove un diacono proclama l’Annuncio Pasquale, emozionante canto che mostra quanto il peccato, sotto un certo punto di vista, sia stato necessario per meritare un così grande Redentore.

Una sintesi della Storia della salvezza

Infine, la Liturgia della Parola sintetizza in sette letture tratte dall’Antico Testamento la Storia della salvezza, alla luce delle meraviglie operate da Dio a favore del popolo eletto dalla sua genesi fino alla Resurrezione del Signore, commemorata nella stessa Messa. Questo sapienziale insieme di passi delle Sacre Scritture costituiva l’ultimo insegnamento dato ai catecumeni che, secondo un’antica tradizione della Chiesa, sarebbero stati battezzati in questa stessa notte.

La prima lettura (Gen 1, 1–2, 2) narra l’opera dei sei giorni, è la spiegazione di un magnifico piano all’interno del quale Dio stabilisce l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza, come re e dominatore di tutta la Terra. In questo passo del Libro della Genesi, spicca la creazione della luce e la separazione tra il giorno e la notte, così simbolicamente messa in relazione con la cerimonia precedente.

Nella seconda lettura (Gen 22, 1-18) si considera l’Alleanza fatta da Dio con Abramo come pegno della vittoria sulla terribile notte che attraversava l’umanità dal peccato originale, in Paradiso. Questo episodio evidenzia l’elezione di un popolo non ristretto al sangue ma spirituale, aperto ad un’ampiezza infinita e confinato nello stesso Dio. Stirpe che ha la sua origine in un padre comune, Abramo, dal quale è nato Isacco, che ha generato Giacobbe, i cui figli si sono stabiliti in Egitto, dove sono cresciuti e si sono moltiplicati, diventando una numerosa e temibile nazione, fino a cadere nella schiavitù, quando “sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe” (Es 1, 8). Ancora una volta, Dio prende l’iniziativa di venire in aiuto degli ebrei, suscitando la figura di Mosè che li libererà dalla schiavitù per mezzo di una successione di miracoli, il cui apice viene descritto nella terza lettura (Es 14, 15–15, 1): gli israeliti superano il Mar Rosso a piedi asciutti, mentre tutto l’esercito egizio affoga nelle acque, in un nuovo trionfo del disegno di Dio a favore della sua amata eredità.

A seguire, due passi del profeta Isaia (54, 5-14; 55, 1-11) mostrano la grande compassione di Dio che non abbandona il suo gregge, pur avendolo respinto per un istante in punizione per le sue infedeltà e trasgressioni. L’immagine della sposa ripudiata e poi riscattata è simbolo della sinagoga che cede il posto alla Chiesa, con la quale il Signore fissa una Nuova Alleanza irrevocabile e indissolubile.

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La sinagoga cede il posto alla Chiesa – Museo del Prado, Madrid

Infine, seguono le ultime letture dell’Antico Testamento, tratte dalle profezie di Baruc (3, 9-15.32–4, 4) e di Ezechiele (36, 16-17a.18-28). Nella prima, vediamo gli ebrei alla mercé dei nemici e privati della pace per aver abbandonato la sapienza; ma Dio, con un affetto più che materno, insegna loro ad abbracciarla nuovamente e a camminare “allo splendore della sua luce” (Bar 4, 2). Ezechiele, a sua volta, ricorda i castighi inflitti al popolo per la caduta nell’idolatria, e gli annuncia, nello stesso tempo, i portenti di misericordia che il Signore farà, in considerazione del suo Santo Nome: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; Io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie Leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e Io sarò il vostro Dio” (Ez 36, 25-28). A dispetto dell’empietà del suo popolo, Dio assicura che verserà su di lui un’acqua pura capace di cancellare tutti i suoi peccati, preannunciando la rigenerazione battesimale che conferisce la grazia santificante e ci rende partecipi della vita divina.

La bellissima sequenza di queste letture culmina – dopo il cantico del Gloria – con un’ottava lettura: un passo della Lettera di San Paolo ai Romani (6, 3-11), nella quale egli, apostolo della Resurrezione, chiarisce come l’elevazione della nostra natura al piano soprannaturale, profetizzata da Ezechiele, abbia il suo fondamento nella Resurrezione di Cristo, e come dobbiamo di conseguenza conformare la nostra esistenza a questo inestimabile dono, morendo al peccato e vivendo solo per Dio.

Gustavo Kralj 
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Sacro Cuore di Gesù – Chiesa dell’Immacolata
Concezione, Panjim (India)

Dio offre sempre cento per uno

Il rito della Veglia Pasquale crea, progressivamente, un’ambientazione affinché comprendiamo l’amore infinito di Dio e il suo desiderio di perdonare. Così, Egli accetta benigno l’offerta di fede di Abramo, esaudisce la supplica di Mosè e stabilisce promesse sempre rinnovate che compie con stupefacente esuberanza e prodigalità, dando più di cento per uno, poiché non esiste proporzione tra la promessa e la sua realizzazione. Dopo tutte le follie della nazione eletta, ancora suscita dal suo ambiente Maria Santissima, San Giuseppe e lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo, e gli offre la garanzia della conversione e della restituzione dello splendore originale, alla fine del mondo (cfr. Rm 11, 25-32).

II – La mancanza di fede nella Resurrezione dimostrata dagli Apostoli

Questa suprema bontà divina trova nel Vangelo una nuova manifestazione.

1 Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, le donne si recarono alla tomba di Gesù, portando con sé gli aromi che avevano preparato. 2 Trovarono la pietra rotolata via dal Sepolcro. 3 Ma, entrate, non trovarono il Corpo del Signore Gesù.

Le Sante Donne, con Santa Maria Maddalena in testa – che deve aver incoraggiato le altre a seguirla –, sono andate al tumulo aspettandosi di trovare solo un cadavere, prova che esse non pensavano neppure a una possibile resurrezione di Gesù, sebbene Egli l’avesse annunciata chiaramente, in varie occasioni.

In quel tempo i sepolcri non erano come quelli dei giorni nostri. Secondo il costume giudaico, le famiglie ricche non seppellivano i morti nella terra, ma in camere scavate nella roccia, a volte così profonde che avevano scale di accesso e gallerie sotterranee. All’entrata c’erano due binari sui quali rotolava una pietra circolare a chiudere il luogo, che veniva in seguito anche sigillata.

Ora, la realtà costatata dalle donne non è stata quella della pietra spostata che liberava l’entrata – il che di per sé sarebbe stato inusuale –, ma violentemente rimossa fuori dei binari, attestando con forza la Resurrezione del Signore, confermata inoltre dall’assenza del suo Sacro Corpo.

Gli Angeli ricordano quello che era stato annunciato dal Salvatore

4 Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. 5 Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? 6 Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, 7 ‘dicendo che bisognava che il Figlio dell’Uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno’”. 8 Ed esse si ricordarono delle sue parole.

Colte di sorpresa e dominate dalla paura, le donne non hanno riconosciuto neppure i due Angeli come tali, che a loro si sono avvicinati per comunicargli che il Divino Maestro era vivo. Solo dopo aver udito le loro parole, esse si sono ricordate delle reiterate occasioni in cui Nostro Signore aveva predetto la sua Passione, Morte e Resurrezione.

Le donne, prime evangelizzatrici della Resurrezione

9 E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. 10 Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli Apostoli. 11 Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse. 12 Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto.

Avendo creduto, le donne sono partite di corsa per trasmettere agli Apostoli e discepoli la notizia di questo grande avvenimento. Tuttavia, vedendole arrivare in quello stato di commozione, essi hanno ritenuto che si trattasse di vaneggiamento – frutto della volubilità femminile –, che le portava a immaginare situazioni irreali. Uomini concepiti nel peccato originale e portatori, fino a quel momento, di una debole fede, sono stati incapaci di credere nella meraviglia che era accaduta, poiché, “volti ancora alla Terra non potevano volare più in alto”.12

Francisco Lecaros
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San Pietro e San Giovanni davanti al sepolcro vuoto – Biblioteca del Monastero di Yuso,
San Millán de la Cogolla (Spagna)

San Pietro e San Giovanni, a causa dei dubbi, hanno deciso di andare al sepolcro per verificare la veridicità di quanto era stato loro riferito, senza intendere, tuttavia, quello che era successo né “la Scrittura, che Egli cioè doveva risuscitare dai morti” (Gv 20, 9). Se del Discepolo Amato sappiamo appena che “vide e credette” (Gv 20, 8), di Pietro è consegnato che “tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto” (Lc 24, 12), fino a che, alcune ore dopo, il Signore gli è apparso privatamente (cfr. Lc 24, 34). Quanto agli altri, solo più tardi, quando hanno collocato le loro mani nelle piaghe di Gesù – poiché, si può dedurre dalla narrazione evangelica (cfr. Lc 24, 39; Gv 20, 20.24-25) che non è stato San Tommaso l’unico a godere di questo privilegio –, alla fine hanno creduto. Purtroppo, anche loro non avevano fissato nella memoria le affermazioni del Divino Maestro riguardo alla sua Resurrezione il terzo giorno.

Designando le Sante Donne come prime evangelizzatrici e araldi della sua Resurrezione, Cristo ha preteso dagli Apostoli un atto di umiltà. “La donna è invitata per prima” – commenta il padre Monsabré – “affinché quella che era stata un tempo, insieme all’uomo, la messaggera della morte, riparasse il suo primo crimine, diventando l’apostolo della vita, e ricevesse, in questo glorioso ministero, l’assoluzione dalla sua ignominia e dalla maledizione nella quale era incorsa. L’uomo si mostra ribelle alla fede, affinché la sua incredulità provvidenziale determini un progresso di manifestazioni, per cui lo spirito umano è condotto fino alla perfetta e imperiosa convinzione”.13

La misericordia divina oltrepassa le miserie

Pertanto, nonostante le miserie e traendo profitto da queste, la bontà di Gesù ha fatto degli Apostoli, dei discepoli e delle Sante Donne testimoni della sua Resurrezione per i secoli futuri. Ancora una volta possiamo osservare, sulla linea dell’insegnamento delle letture di questa Veglia Pasquale, una sorta di “persecuzione” della misericordia e della clemenza di Dio, che cerca a ogni costo di vincere la giustizia. Questa è, in verità, la storia di ognuno di noi, poiché se gettiamo uno sguardo alla nostra vita passata troveremo ogni specie di infedeltà, seguite da un nuovo richiamo da parte della Provvidenza e di grazie che superano quelle precedentemente ricevute.

III – La Resurrezione di Cristo, ragione della nostra fede

Con la perdita dell’innocenza originale, è cominciato sulla faccia della Terra un dramma per le anime. Difficoltà, tragedie e tentazioni ci assalgono in qualsiasi circostanza e il dominio del peccato va, a poco a poco, trasformando il mondo in una selva, dove, come disse Plauto nel suo famoso proverbio, “l’uomo è un lupo per l’uomo”. 14 Privato del dono dell’immortalità, ricevuto da Dio nel Paradiso, l’essere umano sperimenta, con il corso degli anni, la debolezza e il malessere inerente all’età, che gli ricordano la prossimità della morte e del tumulo, prospettiva che lo angoscia profondamente.

   Sergio Hollmann
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Dubbio di San Tommaso - Museo del
Prado, Madrid

Tuttavia, il panorama è cambiato in modo radicale dal momento in cui il Verbo si è incarnato e ha scelto per Sé un corpo sofferente come il nostro, per poter soffrire tutti i dolori della Passione, fino al “Consummatum est!” (Gv 19, 30). “La debolezza, sì, e la mortalità, che non erano il peccato, ma solamente la pena del peccato, il Redentore del mondo le ha assunte per il suo supplizio, al fine di pagare per mezzo loro il nostro riscatto. Quello che, in tutti gli uomini, era l’eredità di una condanna è, allora, in Cristo, un mezzo sacro nelle mani della sua bontà. Libero da ogni debito, Egli si è consegnato, infatti, al più crudele di tutti i creditori e ha permesso che [...] torturassero la sua carne innocente. Egli ha voluto che essa fosse mortale fino alla sua Resurrezione, affinché per coloro che credevano in Lui, né la persecuzione potesse sembrare intollerabile, né la morte temibile: perché, come non avrebbero dovuto dubitare di comunicare la sua natura, non avrebbero neanche dovuto dubitare di partecipare alla sua gloria”.15

Se Nostro Signore Gesù Cristo non fosse risorto e non avesse instaurato il regime della grazia, non ci sarebbe speranza vera in questa vita, come dichiara San Paolo in forma tassativa: “se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede” (I Cor 15, 17). In questo modo, troviamo le forze per affrontare come un episodio transitorio, i tormenti della morte, poiché, considerandola in funzione dell’eternità, il tempo che intercorre tra lei e la resurrezione è nulla. “Sappiamo” – come dice San Giovanni – “che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è” (I Gv 3, 2). La prova che Lui ci resusciterà per la gloria tornando alla fine del mondo, se moriamo nella grazia di Dio, è nella stessa sua Resurrezione che commemoriamo in questa Veglia.

La fede che dobbiamo avere!

“Tommaso, perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Tutti noi cattolici siamo oggi beati, poiché, sebbene non abbiamo visto, crediamo che Lui ha rotto le catene della morte; crediamo perché nel più profondo dell’anima rifulge la virtù della fede, infusa in noi al momento del Battesimo.

Fede pretesa da Abramo quando gli è stato promesso che sarebbe stato padre di una moltitudine di figli, più numerosi delle stelle del cielo e dei granelli di sabbia sul lido del mare (cfr. Gen 22, 16-17); fede che è stata necessaria al popolo ebreo per attraversare il Mar Rosso, con gli egizi al loro inseguimento; fede che è stata richiesta ai giudei, quando si trovavano in rovina e dediti all’idolatria, per credere che un giorno avrebbero ricevuto un nuovo cuore e un nuovo spirito; fede indispensabile agli Apostoli per credere nella Resurrezione del Signore. Fede che già possiede storia e tradizione, e nella quale ci hanno preceduto tanti Santi lungo i secoli, ma che ai nostri giorni diventa più necessaria. Fede che entra nei piani di Dio come la goccia d’acqua che, nella Messa, il sacerdote pone nel calice del vino da esser consacrato.

La Chiesa trionferà!

Ci troviamo in un processo, in stato avanzato e già multisecolare, in cui l’umanità è gradatamente istigata dagli inferni ad allontanarsi da Dio. Nell’impegno di sconfiggere la Santa Chiesa e di estinguere la sua luce – che è il Signore Gesù stesso –, satana agisce in maniera da spegnere la fiamma della fede nelle anime, ottenendo come risultato un mondo paganizzato, una società immersa nel caos, sulla via dell’anarchia, dove la virtù diventa sempre più rara e regna il peccato. È notte!

“C’est la nuit qu’il est beau de croire à la lumière!”. 16 Com’è bello, com’è glorioso e meritevole credere nella luce di notte! Sappiamo che le tenebre non potranno avvolgere questa luce (cfr. Gv 1, 5), perché essa è divina! Essa è la Sposa Mistica di Cristo, senza ruga e senza macchia (cfr. Ef 5, 27), eretta da Lui e nata dal suo costato nell’istante in cui Longino Lo ha trafitto con la lancia. Essa è nostra Madre, la nostra luce, il cammino della salvezza, chi distribuisce i Sacramenti e chi ci santifica! Essa è sempre disposta a perdonarci, come lo stesso Redentore ha perdonato il buon ladrone sulla Croce, offrendoci la possibilità di rialzarci di nuovo e senza permettere che ci scoraggiamo durante il cammino. Questa è la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, che ha come fondamento la promessa del suo Fondatore: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18)!

João Paulo Rodrigues
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Cero Pasquale nella Basilica della Madonna del Rosario, Caieiras (Brasile)

Beato sarà chi contemplerà la vittoria della luce sulle tenebre di questo mondo, quando la Chiesa schiaccerà la testa del serpente maledetto e brillerà in tutti i continenti con splendore e gloria mai più visti. Sarà la pienezza degli effetti del preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo versato sul Calvario e della sua Resurrezione trionfante, che oggi la Chiesa celebra con giubilo.

1 Cfr. GUÉRANGER, OSB, Prosper. L’Année Liturgique. La Passion et la Semaine Sainte. 26.ed. Tours: Alfred Mame et fils, 1921, p.607-608.
2 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Theologica. III, q.50, a.2; a.3.
3 Cfr. Idem, a.2, ad 1; SUÁREZ, SJ, Francisco. Disp.38, sec.2, n.5. In: Misterios de la Vida de Cristo. Madrid: BAC, 1950, v.II, p.153-154.
4 Cfr. PESSION, Pierre-Joseph. Le Paradis. Aoste: Catholique, 1899, p.120-123.
5 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I, q.61, a.4; Suppl., q.97, a.1; a.4.
6 Idem, I, q.66, a.3, ad 4.
7 SANTA TERESA DI GESÙ. Libro de la vida. C. XXVIII, n.5. In: Obras Completas. Burgos: El Monte Carmelo, 1915, t.I, p.219.
8 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.53, a.4, ad 1.
9 Cfr. Idem, q.14, a.1, ad 2.
10 SAN LEONE MAGNO. De Resurrectione Domini. Sermo I, hom.58 [LXXI], n.2. In: Sermons. Paris: Du Cerf, 1961, v.III, p.125.
11 VEGLIA PASQUALE. Benedizione del fuoco e preparazione del cero. In: MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato dal Papa Paolo VI. Città del Vaticano: L. E. Vaticana, 1983, p.163. 12 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. De petitionem matris filiorum Zebedæi. Contra anomoeos. Hom.VIII, n.4: MG 48, 774.
13 MONSABRÉ, OP, Jacques-Marie- Louis. Le Triomphateur. In: Exposition du Dogme Catholique. Vie de Jésus-Christ. Carême 1880. 9.ed. Paris: Lethielleux, 1903, v.VIII, p.285-286.
14 PLAUTUS, Titus Maccius. Asinaria, II, 4, 88. In: Comedias. Madrid: Gredos, 1992, v.I, p.138.
15 SAN LEONE MAGNO, op. cit., Sermo II, hom.59 [LXXII], n.2, p.130-131.
16 ROSTAND, Edmond. Chantecler. Paris<: Pierre Lafitte et Cie, 1910, p.124

(Rivista Araldi del Vangelo, Marzo/2016, n. 155, p. 08 - 17)

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