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Commenti al Vangelo

“Rallegratevi”, ma… come?

Pubblicato 2015/12/17
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Nel giorno in cui la Liturgia Cattolica offre al fedele una pausa di gioia nella penitenza del periodo d’Avvento, il Precursore ci indica quello “che dobbiamo fare” per trovare la vera gioia, così bramata da ogni creatura.

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Francisco Lecaros
Predicazione di San Giovanni Battista.jpg
Predicazione di San Giovanni Battista – Biblioteca del Monastero di Yuso,
San Millán de la Cogolla (Spagna)

Vangelo

In quel tempo, 10 le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?” 11 Giovanni rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto!” 12 Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e chiesero a Giovanni: “Maestro, che dobbiamo fare?” 13 Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. 14 Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi che dobbiamo fare?” Giovanni rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe!” 15 Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, 16 Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17 Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. 18 E con molte altre esortazioni, Giovanni annunziava al popolo la Buona Novella (Lc 3, 10-18).

Nel giorno in cui la Liturgia Cattolica offre al fedele una pausa di gioia nella penitenza del periodo d’Avvento, il Precursore ci indica quello “che dobbiamo fare” per trovare la vera gioia, così bramata da ogni creatura.

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I – Una pausa di gioia nella penitenza

La Liturgia della Chiesa riunisce successivamente, nel corso dell’anno, i più vari sentimenti: la tristezza nella Settimana Santa; la gioia straripante, ma piena di temperanza, nella Resurrezione; la speranza durante il periodo del Tempo Ordinario; il giubilo festivo nelle grandi solennità. In un ulteriore momento, ci imbattiamo in una manifestazione – forse una delle più spiccate all’interno della Liturgia – di conforto e felicità nella penitenza. Questa è la nota caratteristica di due domeniche uniche nell’anno: la 4ª Domenica di Quaresima, che porta il titolo di Lætare, e la 3ª Domenica d’Avvento, designata col nome di Gaudete. In quest’ultima, sulla quale rifletteremo, la Chiesa apre una parentesi nell’ascesi e nella preoccupazione costante di una conversione – atteggiamenti propri del periodo d’Avvento e che preparano alla venuta di Nostro Signore – per trattare della gioia, infondendoci nuovo coraggio.

“Rallegratevi sempre nel Signore!”

Gaudete, prima parola dell’antifona di entrata della Messa del giorno, significa “rallegratevi”, ed è tratta dalla lettera di San Paolo ai filippesi: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. […] Il Signore è vicino!” (Fil 4, 4-5). Infatti, la speranza nella nascita di Gesù deve essere accompagnata da sinceri desideri di cambiamento di vita. Queste mozioni interiori hanno bisogno, però, di uno stimolo, ed è proprio quello che riceviamo in questa 3ª Domenica d’Avvento: i fiori tornano ad ornare gli altari, gli strumenti tornano a suonare durante la Celebrazione Eucaristica e i paramenti si tingono di una soave tonalità rosea per simbolizzare l’esultanza e l’idea di un riposo. Tutta la Liturgia, comprese le letture e le orazioni, è centrata nel gaudio, perché la nostra Santa Religione non cammina verso la tristezza né ci conduce a una vita di eterne sofferenze ma, al contrario, ci apre la prospettiva di un futuro di giubilo e consolazione.

Solo in vista di questa felicità ha senso essere disposti a soffrire, come ci spiega lo stesso Apostolo: se non ci fosse stata la Resurrezione di Nostro Signore, sarebbe vana la nostra fede (cfr. I Cor 15, 14). La Resurrezione di Cristo è la promessa della nostra stessa resurrezione e, pertanto, del nostro piacere eterno. Quale sarebbe il valore di tutto lo sforzo fatto durante la vita, se non ci fosse la garanzia finale di un premio, di un’eternità felice? Senza questo incentivo ci scoraggeremmo. Così, tutta la nostra attenzione si deve concentrare in un solo punto: in un determinato momento staremo nel convivio con Dio!

  Francisco Lecaros
San Juan Bautista-Jaime Huguet-M.jpg
“Ecce Agnus Dei”, di Jaume Huguet - Museo
Episcopale di Vic (Spagna)

Questo è l’impegno della Liturgia di questa domenica: riempirci di gaudio in vista del futuro. Dobbiamo, allora, considerare il Vangelo partendo dalla prospettiva di questo giubilo soprannaturale, fondato sul fatto che siamo figli di Dio e abbiamo la promessa di un’eternità vicino a Lui, se perseveriamo sulle vie del bene fino alla fine.

Una Liturgia pervasa dalla gioia

La prima lettura proclama il fine della profezia di Sofonia: “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: ‘Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa’” (Sof 3, 14-18a).

Sebbene egli sia un profeta di tragedie e denunce, questo passo è un preannuncio di contentezza e consolazione, poiché chi seriamente considera le meraviglie del futuro, anche affrontando grandi sofferenze, è sempre pieno di gioia. Per questo, quando un buon cattolico è colpito da una malattia o da una disgrazia, sa mostrare una resistenza e una rassegnazione fuori del comune, poiché conosce Qualcuno sopra di lui – il Signore Gesù –, che ha sofferto incomparabilmente di più, al fine di offrirgli la felicità straordinaria di vivere nell’eternità vicino a Lui.

Anche la seconda lettura – la menzionata lettera di San Paolo – conferma questa esultanza, dicendo: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!” (Fil 4, 4-5).

L’Apostolo delle Genti ha scritto questa epistola quando si trovava nella lugubre prigione dove era stato incarcerato, a Roma (cfr. Fil 1, 7.13.17). La Storia ci mostra quanto inumane fossero le carceri di allora. Secondo Holzner, “l’Antichità Cristiana è piena di proteste circa i maltrattamenti, le pessime condizioni di vita cui erano sottoposti i prigionieri e il terribile stato in cui si trovavano le prigioni romane. […] Gli stessi romani consideravano l’incarcerazione come una terribile sofferenza, cruciatus immensus, e le denunce riguardanti l’elevata mortalità dei prigionieri non avevano fine”.1 Tuttavia, anche in questa situazione Paolo esorta: “rallegratevi”. Il suo cuore è traboccante di giubilo e, in circostanze così avverse, tale contentezza non può essere naturale, di carattere mondano o carnale, ma divina, proveniente dall’alto, penetrante fino in fondo al cuore e capace di passar sopra a qualsiasi sofferenza. Assolutamente nulla lo faceva tremare: “Non angustiatevi per nulla” (Fil 4, 6).

Questo è il dovere di ogni battezzato. Abbiamo, come nessun altro, la possibilità di fare il bene, poiché nel Battesimo riceviamo l’infusione di tutte le virtù e doni dello Spirito Santo, come un meraviglioso organismo soprannaturale che, mosso dalla grazia attuale, ci permette di realizzare atti meritori. Per questo motivo dobbiamo avere la convinzione che quando pratichiamo un’opera buona, non lo facciamo con la nostra stessa natura decaduta, ma in virtù dell’azione della grazia, tesoro depositato in noi da Dio stesso, ragione del gaudio soprannaturale che sentiamo.

Davanti all’avvicinarsi del Salvatore: gioia… e conversione!

Per tutto questo, di fronte alla prossimità della nascita di Nostro Signore, la Chiesa desidera che i fedeli assaporino – anticipatamente – le consolazioni, i fervori e i tocchi della grazia che rendono così dolce la festa di Natale. In questa 3ª Domenica, pertanto, una nuova tappa si apre nell’Avvento: la 1ª Domenica ha fatto un chiaro riferimento alla venuta del Salvatore, la 2ª ha reso ancora più espresso e aperto lo stesso annuncio e ora si afferma, con la penna di San Paolo, “Il Signore è vicino!”.

Ora, se il motivo per cui ci dobbiamo rallegrare è la nascita di Gesù, dobbiamo sostenere questa contentezza rispettando la Legge di Dio, coltivando un desiderio continuo di trasformazione interiore. Il Vangelo di questa Liturgia proietta, ancora una volta, la profetica figura del Precursore, chiamando tutti a questo.

II – La conversione esige gesti concreti

San Giovanni stava preparando le vie del Signore mediante la predicazione di un cambiamento di vita. L’impatto prodotto dalla sua misteriosa figura e dalle sue parole ardenti aveva attirato moltitudini che accorrevano per incontrarlo. Accentrare l’attenzione di molti, mettendo in movimento passioni religiose e politiche era facile. Senza dubbio, l’inviato di Dio possedeva un’ambizione più alta. La sua predicazione doveva raggiungere il nocciolo profondo delle anime, muovendo la volontà e risvegliando le coscienze. Di fronte alla sua proposta, si presentavano diverse situazioni che evidenziavano una grande preoccupazione di volerlo seguire, poiché i suoi ascoltatori erano alla ricerca della felicità. Per portare avanti questa buona disposizione, tuttavia, era necessaria una metanoia – un cambiamento di mentalità –, una rinuncia ai propri preconcetti, vizi e passioni sregolate. Come afferma Maldonado: “Un buon segno che si è tratto frutto dall’auditorio è che vengano dal predicatore con la coscienza inquieta e agitata, a consultarsi sulla loro salvezza!”.2 Per questo, a tutti costoro San Giovanni doveva mostrare come avrebbero dovuto vivere.

Nella generosità sta la vera gioia

In quel tempo, 10 le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?” 11 Giovanni rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto!”

L’austero riformatore addolciva le sue parole quando predicava agli umili sinceramente assetati di conversione, e i suoi consigli emanavano bontà, come vediamo in questo passo. Tuttavia, quei giudei avranno osservato i dettami di San Giovanni Battista in senso stretto, condividendo soltanto vesti e cibo con quelli che ne erano sprovvisti? Se questa divisione di beni fosse stata l’unico obiettivo del Profeta asceta, persino per i farisei sarebbe stato facile seguire il Precursore! Tali raccomandazioni non devono, infatti, esser prese solo alla lettera. Come osserva padre Maldonado, il Precursore indicherebbe “una specie di carità in tutto il suo genere, vale a dire, con tutti i doveri di questa virtù. […] Si raccomanda, in generale, la carità verso il prossimo, proponendola come una sintesi del cammino per la salvezza”.3 Doveva, allora, esser sottintesa da loro la necessità di dotare le loro vite di una nuova prospettiva, uscendo da se stessi senza mai attaccarsi ai beni materiali.

Tutto il necessario per ognuno, per la nostra famiglia o comunità, può esser usato secondo il nostro beneplacito e in forma totalmente legittima, ma mai per soddisfare il nostro egoismo. Se Dio ci ha concesso l’istinto di socievolezza, e sopra di questo la legge morale e la grazia, è necessario avere la preoccupazione primaria di fare del bene agli altri, senza eccezione di persone. Questa disposizione d’animo, di continua e generosa devozione per il prossimo, rende le nostre anime traboccanti di gioia.

Dietro una professione, egoismo camuffato

12 Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e chiesero a Giovanni: “Maestro, che dobbiamo fare?” 13 Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”.

Alcuni ascoltatori di San Giovanni vollero chiarire il modo di procedere in un caso particolare: gli esattori di imposte. In quei tempi remoti, non esisteva per questa classe di professione la rigidità di una legislazione fiscale simile a quella attuale e, di conseguenza, una valutazione esatta sulla quantità dovuta allo Stato. In gran misura questo dipendeva dalla volontà dell’esattore, che poteva definire la somma da pagare da parte del contribuente. In realtà, egli doveva regolarsi su criteri previi, sebbene con una certa frequenza fossero aggiunti alla giusta riscossione dell’imposta altri oneri, i quali finivano per rimanere in tasca sua e non nel tesoro pubblico… Con questo, gli esattori di imposta danneggiavano gli altri a beneficio proprio.4

Tale atteggiamento manifestava un egoismo dissimulato nell’esercizio della professione, poiché, invece di avere Dio al centro delle loro vite e dei loro atti, servendo il bene comune con onestà, preferivano imporre un pesante carico fiscale, riscuotendo di più a loro vantaggio. Il Precursore insegna loro lo stesso principio generale dato alle moltitudini, riguardante il dovere di carità verso gli altri, applicato al caso concreto: non riscuotere più dello stabilito, poiché questo avrebbe costituito un’ingiustizia. Come sostiene il Cardinale Gomá y Tomas, “il Battista non esigeva da loro più che il compimento della loro funzione nella più stretta giustizia; non imponeva loro, come facevano i farisei con tutto il mondo, carichi insopportabili”.5

Il vizio di approfittare dell’esercizio dell’autorità a proprio beneficio

14 Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi che dobbiamo fare?” Giovanni rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe!”

I soldati erano “gente salariata, reclutata ordinariamente tra i vagabondi, banditi, fuggitivi dalla casa paterna”,6 influenzati dal rude e, con frequenza, amorale ambiente nel quale ricevevano la formazione militare, e tante volte esposti a esercitare, in numerose occasioni, il furto e l’abuso di potere, senza nessun tipo di restrizione superiore. Giovanni raccomandava loro la dolcezza e la calma, proibendo la violenza ingiusta e invitandoli ad accontentarsi della magra paga che tanto desideravano rimpinguare per mezzo di censurabili rapine, consigliando loro, anche, lo stretto compimento del dovere in favore dell’ordine stabilito e del bene comune. A questo proposito, indica con precisione Sant’Agostino: “La milizia non vieta di fare il bene, ma la malizia. […] Se i soldati fossero così, [onesti], sarebbe felice persino lo stesso Stato”.7

Predicazione di San Giovanni Battista1.jpg
Predicazione di San Giovanni Battista, di Willem Reuter -
National Gallery of Art, Washington

Da quanto vediamo da questi esempi raccolti nel Vangelo – senza dubbio, molti di più devono essere stati i casi di coscienza risolti e gli orientamenti dati dal Precursore –, San Giovanni Battista aveva tatto psicologico e discernimento degli spiriti, oltre ad un’arte suprema che armonizzava la preveggenza alla giustizia e alla carità. Sapeva dire una parola opportuna ed esatta a tutti, per condurli alla conversione, con l’autorità morale caratteristica di quelli che vivono nella sicurezza della virtù e sanno trovare in essa la felicità possibile in questa Terra di esilio. In verità, Giovanni rispondeva con semplicità “a chiunque glielo chiedesse: fate il vostro lavoro con giustizia. E questa è, di fatto, l’unica risposta vera: continuate a vivere con autenticità, con giustizia e preoccupandovi degli altri. Per questo, il cristiano deve esser sempre contento e la sua serenità deve esser conosciuta da tutti gli uomini”.8 Nell’esatto compimento del nostro dovere consiste la pratica della virtù.

L’impatto prodotto dal Battista

15 Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo.

La rettitudine di San Giovanni, considerato una vera autorità nella nota decadenza morale, religiosa e politica del popolo eletto, produceva in fondo all’anima dei suoi seguaci il benessere proveniente dalla pace sincera della coscienza, e presto il suo prestigio cominciò ad aumentare. Dopotutto, una voce disinteressata sostituiva, senza paura né debolezza, gli errori dei potenti. L’opinione pubblica si inchinava, con facilità, davanti a un uomo divorato dall’amore per il bene, ed egli appariva ai loro occhi, sempre più, investito di un’autorità proveniente dallo stesso Dio.

Così, non ci volle molto perché il popolo israelita immaginasse che il Battista era quel Messia atteso dalle anime rette come la soluzione per la situazione nella quale vivevano. Contribuiva anche per questo, tra gli altri fattori, la conoscenza generale che erano terminate le settanta settimane della profezia di Daniele (cfr. Dn 9, 24), la crescente insoddisfazione comune per il dominio straniero, al quale si aggiungeva la profezia sullo scettro di Giuda (cfr. Gn 49, 10) e il vago ricordo dei misteriosi avvenimenti capitati a Betlemme e Gerusalemme, trent’anni prima.

Se Giovanni non fosse stato un’anima senza pretese e piena del desiderio di restituire tutto a Dio, quello era il momento propizio per farsi avanti dentro le strutture sociali giudaiche dell’epoca, attribuendo a sé un’aura di grandezza – che già possedeva naturalmente davanti a tutti – e attirando le attenzioni su se stesso, mettendo da parte Colui che egli avrebbe dovuto annunciare. Se avesse agito in questo modo non si sarebbe più distinto come mezzo, precursore o profeta, ma come fine unico ed esclusivo. Del tutto al contrario, convinto della elevata missione a lui affidata dalla Provvidenza, la situazione metteva in evidenza la sua umiltà senza macchia.

Indicava sempre Colui che precedeva

16 Per questo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

Quella personalità, di così forte impatto, chiamava tutti ad un battesimo di conversione, simbolizzato dalla immersione nelle acque del Giordano. Questo stesso uomo annunciava la venuta di uno più forte di lui… Come sarebbe stato possibile?! C’era qualcuno capace di oltrepassare lo stesso Battista, il perturbatore delle coscienze, l’ascetico Profeta?… Ci è facile immaginare l’interrogativo sorto nella mente delle persone, pensando a uno superiore a colui che addirittura consideravano come Messia.

Per sottolineare in forma più accentuata questo contrasto, però, il Precursore ricorre a una figura di insuperabile eloquenza. Sciogliere i legacci dei sandali era, a quel tempo, funzione dei meno qualificati tra i servi. L’abituale mezzo di trasporto di quell’epoca erano i propri piedi, protetti appena dall’esigua copertura dei sandali, esposti a soffrire tutte le durezze e il sudiciume dei sentieri. Giungendo in qualunque luogo, era comune assistere alla scena di uno schiavo che toglieva il calzare di qualcuno per pulirlo, mentre i piedi erano lavati e persino profumati. Tale immagine, presente nella quotidianità di tutti, è introdotta da San Giovanni per mettere in risalto l’infinita distanza che lo separava dal vero Messia, professando nel suo cuore profondi sentimenti di totale sottomissione e devozione, quasi pregando: “‘In realtà, io non merito di annoverarmi tra il numero dei suoi schiavi – nemmeno tra i suoi più infimi schiavi –, né di svolgere la parte più umile del suo servizio’. Per questo egli non solo parlava semplicemente del suo sandalo, ma del legaccio del suo sandalo, il che pareva l’ultimo estremo cui si poteva arrivare”.9

Quest’adorabile Redentore, che il Battista precedeva, avrebbe dovuto portare, con tutta proprietà, il vero Battesimo, non più simbolico né penitenziale ma trasformante, per l’azione dello Spirito Santo. Infatti, mentre l’acqua lava il corpo, l’anima è purificata dai suoi peccati grazie all’azione dello Spirito, allo stesso modo in cui, a contatto con il fuoco, si scioglie l’oro per separarlo dalle impurità che lo macchiano. È quello che afferma Fillion: “Con questo, Giovanni dimostrava la massima inferiorità della sua persona e del suo battesimo. L’acqua lava appena l’esterno, la faccia o la superficie; il fuoco dello Spirito Santo penetra in fondo ai cuori per pulirli. Solamente il Battesimo conferito in nome del Messia doveva produrre la vera remissione dei peccati”.10

Il Messia porta il premio e il castigo

17 “Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. 18 E con molte altre esortazioni, Giovanni annunziava al popolo la Buona Novella.

L’Evangelista cerca di far risaltare, in questi ultimi versetti, l’idea di premio e di castigo, sempre presente negli annunci fatti dal Battista riguardo al futuro Messia, come anche la necessità di cambiamento di vita. Con un linguaggio di forte impatto per quelle moltitudini, Giovanni rivelava alcuni dei divini attributi del Salvatore, con tratti confortanti per gli uni e terribili per gli altri. Per quelli che assomigliavano al buon grano, tali parole avrebbero avuto la soavità di un balsamo; ma, per quelli che la coscienza accusava implacabilmente di avere l’inutilità della paglia secca, l’attesa del suo arrivo si presentava minacciosa. Come dice San Giovanni Crisostomo, “se rimarrete grano puro, per quanto vi assalti la tentazione, non subirete alcun male per la sua azione. Nemmeno le ruote della trebbia con i loro denti, nell’aia, tagliano il grano. Però, se verrete a cadere nella debolezza della paglia, non solo soffrirete mali irrimediabili in questa vita, essendo schiacciati da tutto il mondo, ma presto vi aspetterà un castigo eterno”.11

Timothy Ring
Bambino Gesù.jpg
Bambino Gesù – Particolare della Statua
di Maria Ausiliatrice della Casa Monte
Carmelo, Caieiras (Brasile)

Ancora una volta, il Precursore metteva in chiaro la necessità dell’apertura delle anime a una costante ed efficace conversione della vita concreta di ognuno, unico cammino per la vera felicità. Gioia eterna o tormento infinito: ecco l’inevitabile scelta di quelle moltitudini che accorrevano incontro a San Giovanni, ecco la terribile opzione offerta in modo così evidente a noi, duemila anni dopo…

III – La gioia sta alla nostra portata

Aver sempre in vista la propria resurrezione, nonostante si conosca perfettamente la disintegrazione dei corpi, dopo che sono stati interrati e trasformati in polvere; avere una speranza di entrare, post mortem, in un convivio eterno con Dio, dopo aver recuperato lo stesso corpo in stato glorioso per godere nel Cielo la felicità eterna; ecco quello che ci dà forza e coraggio. Allora, perché correr dietro a gioie dove non esistono?

L’insostituibile felicità della buona coscienza

Moltissime volte ignoriamo o ci dimentichiamo che la perdita dell’innocenza battesimale costituisce il maggior danno della vita. Significa perdere il maggior tesoro a noi affidato dalle generose mani della Provvidenza, poiché, perduta questa innocenza, subito le cattive inclinazioni si manifestano con più veemenza ed è comune che le cadute si susseguano, potendo anche l’anima arrivare alla triste situazione indicata dal Signore Gesù nel Vangelo: “Ogni uomo che si consegna al peccato, diventa suo schiavo” (Gv 8, 34).

Infatti, quando ci capita la sventura di cadere nel peccato, siamo ingannevolmente alla ricerca di una felicità proveniente da un piacere, che giudichiamo essere infinito ed eterno. Tale piacere, tuttavia, è sempre fugace e sommerge la nostra anima nella frustrazione. La natura debole! Corri dietro a un vuoto pensando di aver incontrato l’assoluto, vai alla ricerca della gioia dove non si trova! Con proprietà afferma Sant’Agostino: “Rallegrarsi nell’ingiustizia, gioire nella turpitudine, gioire nelle cose vili e indecorose… in tutto questo il mondo compendia la sua gioia; in tutto questo che non esisterebbe se l’uomo non volesse. […] La gioia del secolo consiste nella cattiveria impunita. Consegnarsi alla dissolutezza degli uomini, fornicare, divertirsi agli spettacoli, ubriacarsi, macchiarsi di turpitudini senza alcun ritegno: ecco qui la gioia del mondo. Ma Dio non pensa come l’uomo, e gli uni sono i disegni divini, altri quelli umani”.12 Nella decisione di abbracciare il peccato ci allontaniamo dalla vera e insostituibile gioia della buona coscienza, che nessuna fortuna, nessun piacere carnale, nessun orgoglio satanico, nessuna gloria mondana può offrire. Se, un giorno, avremo la sventura di macchiare la nostra innocenza, cerchiamo subito di riacquistare un cuore puro e uno spirito saldo (cfr. Sal 50, 12), lavando e purificando l’anima nel Sacramento della Confessione. Chi non ha mai sentito la consolazione per la certezza di esser stato perdonato, uscendo da un confessionale, non conosce una delle maggiori felicità che in questa vita si può sperimentare. Il gaudio di recuperare l’innocenza perduta vale più di ogni cosa sulla faccia della Terra.

Gioia: il vero dinamismo interiore

In conclusione, è necessario comprendere che, anche nelle peggiori situazioni, non possiamo mai lasciarci abbattere; al contrario, dobbiamo esser sempre pieni di fiducia. Dio, secondo l’insegnamento meraviglioso presentato nel Vangelo della Liturgia di oggi, è continuamente a nostra disposizione e ancora ha voluto darci sua Madre per accompagnarci ed esaudirci. Seguiamo, pertanto, il consiglio di Sant’Agostino, “‘gioite sempre nel Signore’, cioè, gioite nella verità, non nell’iniquità; gioite nella speranza dell’eternità, non per i fiori della vanità. Gioite in questo modo e in qualunque luogo, e per tutto il tempo ricordatevi che ‘il Signore è vicino! Non inquietatevi per nessuna cosa’”.13

Siamo contenti anche nelle peggiori tragedie, poiché la gioia manterrà in noi il dinamismo e la forza necessaria per praticare la virtù. In questo modo, il Bambino Gesù troverà le nostre anime pronte a riceverLo nel supremo momento in cui nascerà misticamente nella Sacra Liturgia e nel nostro cuore.

1 HOLZNER, Josef. Paulo de Tarso. São Paulo: Quadrante, 1994, p.558.
2 MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios. Evangelios de San Marcos y San Lucas. Madrid: BAC, 1951, v.II, p.451.
3 Idem, p.452.
4 Cfr. TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid: BAC, 1964, v.V, p.786.
5 GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Introducción, infancia y vida oculta de Jesús. Preparación de su ministerio público. Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, v.I, p.409.
6 Idem, ibidem.
7 SANT’AGOSTINO. Sermo CCCII, n.15. In: Obras. Madrid: BAC, 1984, v.XXV, p.413.
8 NOCENT, Adrien. El Año Litúrgico: celebrar a Jesucristo. Introducción y Adviento. Santander: Sal Terræ, 1979, v.I, p.131.
9 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía XI, n.4. In: Obras. Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (1-45). 2.ed. Madrid: BAC, 2007, v.I, p.207.
10 FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo según los Evangelios. Madrid: Edibesa, 2000, p.100.
11 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.5, p.212.
12 SANT’AGOSTINO. Sermo CLXXI, n.4. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, v.VII, p.147.
13 Idem, n.5, p.148-149.

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