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Storia della Chiesa

Combattività e contemplazione

Pubblicato 2015/11/18
Autore : Diana Compasso de Araújo

Coloro che lottano rivestiti dell’aurea armatura della fede e muniti dell’esercizio delle virtù, dopo il combattimento otterranno la ricompensa degli eroi.

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Timothy Ring
Combattività e contemplazione.jpg
Sopra, esterno della chiesa conventuale, con la statua di San Nuno Álvares Pereira in primo piano;
sotto, facciata principale del monastero e diversi scorci dell’interno

Coloro che lottano rivestiti dell’aurea armatura della fede e muniti dell’esercizio delle virtù, dopo il combattimento otterranno la ricompensa degli eroi.

Diana Compasso de Araújo

L'origine del Monastero di Santa Maria della Vittoria, simbolo del gotico portoghese quattrocentesco, risale a una promessa fatta alla Santissima Vergine da parte di Don Giovanni I, re del Portogallo, e del suo conestabile San Nuno Álvares Pereira. Essi combattevano ad Aljubarrota, nell’Agosto del 1385, per affermare davanti alla Castiglia e a Leòn l’indipendenza del regno lusitano e, sebbene i loro guerrieri si trovassero in una situazione d’inferiorità rispetto alla poderosa cavalleria rivale, il combattimento si concluse con una brillante vittoria.

Waugsberg (CC by-sa 3.0)
Mosteiro_da_Batalha_78a.jpg

Frutto del voto da loro fatto in quell’occasione, sorse una delle più belle, famose e simboliche costruzioni della storia portoghese, oggi conosciuta dappertutto come Monastero della Battaglia, in riferimento a questo così importante avvenimento.

Visto nel suo insieme, l’edificio sembra condensare nei suoi muri robusti e massicci la combattività di una generazione di guerrieri pieni di fede, impavidi e induriti da mille eroici combattimenti. L’austerità delle forme è resa evidente dalle dimensioni grandiose e dal tono dorato delle pietre consumate dal tempo. La facciata principale rivela tratti così marcanti dello spirito militare che ci par di vedervi riflessa la personalità di un cavaliere: equilibrio, decisione e combattività...

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Il portico d’entrata, tuttavia, è più soave e fiancheggiato da solidi contrafforti di altezza monumentale, che manifestano la propria contingenza, mentre conducono gli sguardi e lo spirito verso il cielo. Il fine traforo dei suoi archi e delle colonne attira il visitatore verso l’interno del belligerante edificio, dove chiostri e giardini svelano il cuore contemplativo della costruzione, abitata per secoli da religiosi domenicani.

Ci sono, infatti, nel Monastero della Battaglia scintille della lotta disputata e un aroma di pia contemplazione, una robustezza che armonizza l’indistruttibile con la delicatezza dell’ornato. Questa congiunzione di opposti che si completano in una perfetta unità invita noi, uomini e donne del XXI secolo, ad affrontare le difficoltà quotidiane, confidando nell’ausilio della grazia.

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La storia del monastero evoca, così, la fiducia nel soccorso infallibile di Colei che è Madre della Divina Grazia e che ci porterà la vittoria. Coloro che lottano rivestiti dell’aurea armatura della fede e muniti dell’esercizio delle virtù, dopo il combattimento otterranno la ricompensa degli eroi: la palma del trionfo, la gloria eterna, il regno della beatitudine. A costoro si potrà dire: “Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà. Il mio giusto vivrà mediante la fede; ma se indietreggia, la mia anima non si compiace in lui. Noi però non siamo di quelli che indietreggiano a loro perdizione, bensì uomini di fede per la salvezza della nostra anima!” (Eb 10, 37-39).

(Rivista Araldi del Vangelo, Novembre/2015, n. 151, p. 50 - 51)

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