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Commenti al Vangelo

Signore, purifica questo tempio!

Pubblicato 2015/11/16
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Nel commemorare la dedicazione della Cattedrale del Papa, la Chiesa ricorda che ogni battezzato è anche un tempio che deve essere restituito a Dio nella pienezza della sua bellezza.

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Gesù scaccia i mercanti dal Tempio, di Carl Heinrich Bloch
- Palazzo di Frederiksborg (Danimarca)
Gesù scaccia i mercanti dal Tempio.jpg

Vangelo

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel Tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del Tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi. 16 E ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato!” 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divora”. 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” 19 Rispose loro Gesù: “Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. 20 Gli dissero allora i Giudei: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e Tu in tre giorni lo farai risorgere?” 21 Ma egli parlava del Tempio del suo Corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù (Gv 2, 13-22).

Nel commemorare la dedicazione della Cattedrale del Papa, la Chiesa ricorda che ogni battezzato è anche un tempio che deve essere restituito a Dio nella pienezza della sua bellezza.

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I – Il capo e madre di tutte le chiese

La Chiesa celebra con splendore la festa della Dedicazione della Basilica di San Giovanni in Laterano, che ostenta il titolo onorifico di “Omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput”, ossia, “Madre e capo di tutte le chiese della città [di Roma] e del mondo”. Essa è la Cattedrale del Papa, al contrario di quello che si è soliti pensare a proposito della Basilica di San Pietro a causa del ruolo svolto e che, in verità, è solo una delle quattro basiliche papali della Città Eterna.

Fino all’esilio dei Papi ad Avignone, nel XIV secolo, essi vivevano nel Palazzo del Laterano, antica proprietà della famiglia Laterano, nome col quale è tuttora conosciuto. Il console romano Plauzio Laterano, sospettato di cospirazione, fu ucciso dall’infame Nerone che gli confiscò i beni, tra cui questo edificio, nella stessa epoca in cui muoveva la persecuzione contro i cristiani.1 Non immaginava il tiranno che, anni più tardi, tutto quello sarebbe stato donato alla Chiesa dall’Imperatore Costantino e sarebbe diventato residenza dei successori di Pietro e prima Basilica della Cristianità. Papa San Silvestro la dedicò nell’anno 324.2

In questa Basilica troviamo non solo le vestigia di vari stili artistici, grazie alle opere di abbellimento e ampliamento realizzate nel corso dei secoli, ma anche numerose e preziosissime reliquie. Tra le principali, si annoverano il tavolo dove fu celebrata l’Ultima Cena (cfr. Mt 26, 20-28; Mc 14, 18-24; Lc 22, 14-17), parte del tessuto purpureo con cui i soldati rivestirono il Divino Redentore nella Passione (cfr. Mc 15, 17; Gv 19, 2), le teste di San Pietro e San Paolo e la coppa nella quale San Giovanni Evangelista, secondo un’antica tradizione, fu obbligato ad assumere un veleno che, per miracolo, non gli creò alcun danno.

Un anello tra il Cielo e la Terra

Per il fatto di essere la Cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano possiede uno stretto vincolo con la persona del Sommo Pontefice, anello tra noi e l’eternità: “Tutto ciò che legherai sulla Terra sarà legato nei Cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla Terra sarà sciolto nei Cieli” (Mt 16, 19). Per questa prerogativa, la Basilica è diventata un simbolo dell’unità della Chiesa.

Si consideri inoltre che, nella sua sapienza, la Santa Chiesa stabilisce il Ciclo Liturgico con l’intento, tra le altre ragioni, di prolungare per i secoli futuri le grazie concesse nel momento storico commemorato. Come nel celebrare ogni Natale con vera devozione siamo favoriti con le benedizioni date alla Madonna, San Giuseppe e ai pastori nel Presepio, così nella festa di oggi siamo invitati a partecipare alle grazie e alla gioia soprannaturale dei cattolici di Roma quando il Papa ha preso possesso della sua sede episcopale ufficialmente, potendo godere della piena libertà religiosa.

Nata sotto il segno della persecuzione

Per meglio comprendere l’importanza di questa data, ricordiamoci che la Santa Chiesa Cattolica è nata sotto il segno della persecuzione, in circostanze a volte così violente che obbligavano i primi cristiani a rifugiarsi nelle catacombe – i cimiteri cristiani – per praticare il culto.3 Era costume nella Roma Antica scavare estese gallerie sotterranee, veri labirinti, in cui seppellire i morti. Transitarvi era pericoloso, poiché chi lo avesse fatto, poteva perdersi con facilità, senza sapere come tornare indietro. Nelle epoche di persecuzione, i fratelli che ci hanno preceduto con il segno della Fede dovevano inoltrarsi in queste profondità – a quel tempo senza avere a disposizione la luce elettrica –, col grande rischio di essere denunciati, catturati e sottoposti a supplizio. Nel Colosseo e nel Circo Massimo un gran numero di cristiani ha manifestato la loro adesione alla Fede con la propria vita, uccisi dalle belve nell’arena davanti al pubblico e in mezzo a terribili tormenti.

Nelle catacombe si commemorava devotamente anche l’anniversario del martirio di tutti coloro che avevano versato il proprio sangue per dare testimonianza di Cristo, presso i resti mortali là conservati, costume che diede inizio alla venerazione delle reliquie dei Santi. Tre secoli di fedeltà in questa situazione ci mostrano, senza dubbio, la straordinaria forza della Chiesa alle sue origini!

 Timothy Ring
Scorci della Basilica di San Giovanni.jpg
Scorci della Basilica di San Giovanni 2.jpg
Scorci della Basilica di San Giovanni in Laterano: baldacchino sopra l'altare che contiene
le reliquie dei Santi Pietro e Paolo, facciata principale e Cattedra del Vescovo di Roma

La libertà di culto concessa da Costantino con la promulgazione dell’Editto di Milano, nel 313, sotto l’influenza di sua madre Sant’Elena, e il conseguente pullulare d’innumerevoli chiese per tutto l’impero – tra le quali la Basilica del Laterano occupa un posto preminente – hanno rappresentato per i fedeli sollievo e gioia indescrivibili. Significativa è la testimonianza di Eusebio di Cesarea nel ritrarre l’esultanza del popolo cristiano per l’avvento di questa nuova Era della Storia della Chiesa: “Un giorno splendido e raggiante, senza una nuvola che gli facesse ombra, illuminava con i suoi raggi di luce celeste le chiese di Cristo nell’universo intero, […] eravamo traboccanti d’indicibile gaudio, e per tutti fioriva una gioia divina in tutti i luoghi che poco prima erano stati ridotti in rovina a causa dell’empietà dei tiranni, come se rivivessero, dopo una lunga e mortale devastazione. I templi sorgevano di nuovo dalle fondamenta fino a un’altezza straordinaria e ricevevano una bellezza superiore a quella degli edifici che in precedenza erano stati distrutti”.4

Per questo fu istituita a Roma la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, espandendosi più tardi, e oggi consideriamo con giubilo questo tempio grandioso, che ancora impressiona per il suo splendore.

II – Letture altamente simboliche

Per la Messa di questa festa sono state scelte letture altamente simboliche, di cui la prima è tratta dalla Profezia di Ezechiele (47, 1-2.8- 9.12), bellissima e ricca di significato. Egli narra la visione in cui è condotto al Tempio di Gerusalemme, da dove escono acque che diventano sempre più abbondanti al punto che è impossibile attraversarle. Si tratta di un’immagine della fondazione della Chiesa Cattolica.

Con la sua influenza benefica, fiumi di grazia sono versati sul mondo, fecondando le loro rive e facendo nascere alberi prodighi in frutti: le virtù, i doni di Dio, il buon esempio e la santità che essa promuove e alimenta. Dai suoi rami sbocciano foglie con proprietà curative, poiché se un’anima acquisisce un vizio, subisce una caduta o presenta qualche debolezza, vicino a lei c’è la Chiesa con le medicine per guarirla: la Penitenza e gli altri Sacramenti, la direzione spirituale e la preghiera.

Le figure – tratte da elementi della natura – utilizzate in questo passo mostrano la forza del Corpo Mistico di Cristo, che non solo gode di immortalità, ma è in continuo sviluppo, comparabile a un fiume già impetuoso alle sue origini, che si va allargando, fertilizza, trasforma e dà vita a tutto. Questa è la Chiesa!

Un altro importante aspetto di questa lettura è la sua armoniosa coniugazione con il Vangelo, dando il tono di come questo debba esser analizzato.

La polemica segna l’inizio della vita pubblica di Gesù

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

La magnifica scena della cacciata dei mercanti dal Tempio, descritta da San Giovanni, è avvenuta durante la prima Pasqua della vita pubblica di Nostro Signore Gesù Cristo. Egli aveva già convertito l’acqua in vino nelle Nozze di Cana (cfr. Gv 2, 1-12) ed era salito con i suoi primi discepoli a Gerusalemme, senza dubbio accompagnato dalla Madonna e da altre persone più prossime.

Bisogna sottolineare che, come risulta negli altri Vangeli, Gesù ha assunto un simile atteggiamento in questo recinto sacro almeno due volte.5 Una è stata all’inizio della sua predicazione, narrata in questo passo e un’altra alcuni giorni prima della Passione (cfr. Mt 21, 12-13; Mc 11, 15-19; Lc 19, 45-48). In entrambe le situazioni incontriamo Nostro Signore che manifesta un aspetto della sua divina personalità che non conosceremmo se non fosse per la circostanza riferita dal testo sacro: la collera di Dio stesso, l’indignazione dell’Onnipotente, vista attraverso i veli della natura umana.

Intollerabile profanazione del luogo santo

14 Trovò nel Tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco.

In occasione della Pasqua, si riunivano a Gerusalemme giudei provenienti da ogni parte per compiere il precetto di visitare il Tempio. La Legge prescriveva l’offerta di vittime in olocausto – buoi, agnelli, colombe e tortore – ma, com’è comprensibile, quasi nessuno portava da lontano gli animali per questo scopo. I pellegrini inoltre dovevano pagare l’imposta annuale del Tempio in moneta giudaica. Siccome all’epoca c’erano israeliti sparsi in numerose nazioni, ciascuna con moneta propria, giungendo dal viaggio erano obbligati a cercare negozianti che effettuassero il cambio.6 Le monete straniere, soprattutto quella romana, circolavano liberamente per la Giudea. Quando i principi dei sacerdoti e gli scribi hanno messo Nostro Signore alla prova, a proposito della liceità di pagare l’imposta a Roma, Egli ha risposto indicando l’effigie di Cesare impressa nel denaro che Gli era stato da loro mostrato (cfr. Lc 20, 20-26). Il particolare ci permette di concludere che portavano con sé denaro romano oltre che ebraico, poiché il primo dava loro la possibilità di commerciare con tutti, mentre il secondo soltanto con i compatrioti.

Le necessità del culto sopra descritte hanno dato margine allo stabilirsi di un vero commercio di animali e di una piazza di cambisti nell’atrio del Tempio, chiamato Cortile dei Gentili, dove l’accesso agli stranieri ancora era permesso. Lì la movimentazione assomigliava a quella di un mercato o di una fiera piena di vita dei giorni nostri, accresciuta dalle manifestazioni tipiche del temperamento orientale, molto comunicativo e abituato a cantare e discutere. La somma di tutti questi elementi dava come risultato un tumulto inammissibile in quel luogo incomparabilmente sacro, al punto che il semplice ricordo di questi fatti ci dà l’impressione di un Tempio profanato. Possiamo farci un’idea della sconvenienza dell’ambiente se immaginiamo l’interno di una delle nostre attuali chiese occupato da commercianti che vendono prodotti e comunicano con grida, turbando la pace. Quando Nostro Signore è entrato nel Tempio e ha constatato questo quadro di agitazione, visto da Lui come Dio da tutta l’eternità, ha deciso di utilizzare la forza.

Mani che benedicono anche castigano

15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del Tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi.

Come dobbiamo intendere il fatto che Gesù, la sostanza della Bontà stessa, abbia dato sfogo lì alla sua divina collera? Egli, di cui San Pietro dice che “pertransivit benefaciendo – passò beneficando” (At 10, 38). Egli, che Si commuove alle porte della città di Naim per la desolazione di una vedova presso il feretro di suo figlio e lo resuscita (cfr. Lc 7, 12- 16); quando il vento e la tempesta minacciano la barca dei discepoli, un ordine suo calma completamente la tempesta (cfr. Mt 8, 26); Si preoccupa di cinquemila uomini e delle loro rispettive famiglie che Lo seguono in un luogo deserto offrendo loro cibo (cfr. Mt 14, 15-21); più tardi, il timbro della sua voce, così imponente e poderosa, alza dal sepolcro l’amico la cui morte, avvenuta quattro giorni prima, Lo aveva fatto piangere: “Lazare, veni foras! – Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11, 43). Nessuno ricorre a Lui senza ricevere un beneficio. Il Maestro porta a un tale estremo la disposizione a soccorrerci, che promette: “Se Mi chiederete qualche cosa nel mio nome, Io la farò” (Gv 14, 14). Verso la fine della vita terrena, desideroso di allontanare il turbamento delle anime degli Apostoli, dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14, 27); nel Cenacolo, dopo la Resurrezione, torna a confortarli prima di partire per il Padre: “La pace sia con voi!” (Lc 24, 36).

Quelle mani guariscono tutti quelli che gli si avvicinano colpiti da una qualche infermità: toccano gli occhi di un cieco e questi recupera la vista (cfr. Mc 8, 25), le orecchie di un sordomuto e, sommandosi il gesto alla parola “Effatà! – Apriti!”, egli non solo ascolta come anche parla (cfr. Mc 7, 34-35). Mani che liberano la suocera di Pietro da una febbre (cfr. Mt 8, 14-15) e afferrando la mano della defunta figlia di Giairo le restituiscono la vita (cfr. Lc 8, 54-55).

Francisco Lecaros
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Resurrezione del figlio della vedova di Naim - Cattedrale di Les Mans (Francia)

Quelle mani fatte per benedire, in un determinato momento decidono di dare una benedizione speciale, con un issopo peculiare: una frusta. Gesù, conoscitore di tutti i segreti della natura, avrà scelto fibre adeguate per tessere questo strumento con maestria unica. Non immaginiamo che Egli accarezzasse con soavità e dolcezza le spalle di coloro che si trovavano là. Al contrario, ha usato violenza mettendoli fuori e rovesciando i tavoli dei cambiavalute, in modo da far rotolare le monete per terra. Secondo quanto si calcola, erano nientemeno che duemila persone che transitavano in quest’area, e Cristo le ha scacciate da solo, avvalendoSi soltanto di una frusta. Questo ci aiuta a misurare non solo l’intensità della collera e la forza del suo braccio ma, soprattutto, l’impeto proveniente dal fondo della sua Anima, interamente alleato all’ira divina. E così come sappiamo che esistono in Lui quattro forme di conoscenza – la divina, la beatifica, l’infusa e la sperimentale –, potremmo considerare la sua indignazione sotto ognuno di questi aspetti.

Il grave peccato dei fautori del commercio

16 E ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato!”

Le parole di Nostro Signore – “Portate via queste cose!” – sono impositive, permettendoci di confermare ancora una volta il suo imperio assoluto. In seguito li accusa di aver trasformato un luogo così sacro come la casa di suo Padre in un “luogo di mercato”. In futuro, scacciando di nuovo i mercanti, Egli manifesterà la sua ira per la reiterazione di questo grave peccato, denominando il Tempio sporcato con un termine ancora più incisivo: “covo di ladri” (Mt 21, 13; Mc 11, 17; Lc 19, 46).

Infatti, questa situazione creata col passar degli anni forniva un reddito illecito non solo ai mercanti e cambisti, ma soprattutto ai membri del Sinedrio, in special modo alla famiglia sacerdotale di Anna. Essi avevano istituito un sistema di controllo di questo commercio e un monopolio su tutti i passaggi che vi venivano effettuati. Liberi da ogni concorrenza, approfittavano delle esigenze legali per imporre prezzi gonfiati, configurare furti ed estorcere al popolo le più svariate somme.7

La vera origine dell’indignazione del Divino Maestro

17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divora”.

Il modo di procedere di Nostro Signore suggerisce una domanda: Egli ha smesso in quell’occasione di essere buono? Egli, Seconda Persona della Santissima Trinità, non può avere nessuna reazione squilibrata o difettiva; in Lui tutto è perfetto, perché Lui è la Perfezione stessa. Come discernere, allora, la sua misericordia nel momento in cui impiega la forza fisica? Come scoprire le qualità del “Principe della Pace”(Is 9, 5) in Chi impugna una frusta?

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Mercanti scacciati dal Tempio, di Luca Giordano – Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo (Russia)

Quando si parla di pace, si dimentica con frequenza della celebre definizione di Sant’Agostino: “pax omnium rerum, tranquilitas ordinis – la pace è la tranquillità dell’ordine”.8 Dove non si stabilisce la tranquillità, anche se c’è ordine, non c’è pace; e nemmeno si deve affermare che essa esiste essendoci tranquillità, ma senza ordine. Ora, i mercanti attentavano contro l’ordine e, oltre a questo, turbavano la tranquillità. Toccava a Cristo, sublime modello per tutti gli uomini, costituirSi come esempio anche di quelli che sono chiamati a usare la forza per instaurare la disciplina e mantenere la pace, cosa che molte volte è possibile solo attraverso metodi impositivi.

Essendo Dio, Egli avrebbe potuto agire in quel momento come più tardi avrebbe agito nell’Orto degli Ulivi. Avvicinandosi gli inviati dei pontefici e dei farisei per catturarLo, Egli Si è fatto avanti e ha chiesto: “Chi cercate?”. Essi hanno risposto “Gesù Nazareno”, ed Egli ha detto “Ego Sum! – Sono Io” (Gv 18, 4-5). In quello stesso istante tutti sono caduti con la faccia a terra, per l’impatto della sua personalità. Ora, invece, Egli stesso confeziona e usa una frusta.

Ai nostri giorni, molti manifestano difficoltà a comprendere la condotta del Salvatore in questo episodio, perché non vi intravvedono gli effetti della sua misericordia. Ricordiamoci che Gesù così ha proceduto a beneficio delle anime, con un enorme impegno a perdonare, correggere e concedere la salvezza. Chi potrebbe affermare che il Divino Maestro, con la frusta in mano, desidera darci la felicità? È indispensabile partire sempre dal principio che tutto quanto Egli ha fatto non potrebbe esser stato meglio. Se Egli perdona l’adultera (cfr. Gv 8, 11), la samaritana (cfr. Gv 4, 4-42), Santa Maria Maddalena (cfr. Mc 16, 9), se guarisce gli infermi, resuscita i morti, moltiplica i pani e i pesci (cfr. Mc 6, 38-44) e persino cammina sopra le acque (cfr. Mt 14, 26), è con l’intento di favorire tutti, mosso dallo stesso zelo che manifesta per la casa di suo Padre, che vede macchiata da un tumulto commerciale e da interessi estranei alla Religione.

I Giudei chiedono un segno

18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”

Con l’insolente atteggiamento di esigere da Nostro Signore un segno, in realtà essi chiedono spiegazioni sulla sua autorità e la ragione che L’ha portato a scacciare i mercanti. Vogliono una prova, fedeli come sono al malcostume – caratteristico dei loro antenati, dai tempi remoti – di credere soltanto con la conferma di avvenimenti spettacolari. Ci è difficile valutare che specie di fede possedessero queste anime, perché se per credere avevano bisogno di essere testimoni di miracoli eclatanti, dove stava il merito?

Tuttavia, se realmente aspettavano un segno, avrebbero dovuto riconoscere che il fatto che un solo uomo mettesse in fuga migliaia di persone era la dimostrazione chiarissima che agiva con una forza sovrumana. In un’epoca in cui non esistevano le armi da fuoco, Egli non Si è servito nemmeno di una spada o della lancia, ma ha tessuto una frusta di corde, di per sé insufficiente a spaventare tutti i presenti. In teoria, basterebbe aver dominato il suo braccio per impedirGli di continuare e la vittoria dei mercanti sarebbe stata assicurata. Essi avrebbero potuto averLo catturato, interrogato e portato alla morte quel giorno stesso.

È evidente che non hanno tentato di farlo perché erano impauriti. In verità, nessuno ha avuto il coraggio di alzarsi contro di Lui! Che altro segno cercavano? Questa mancanza di reazione dei cattivi, paralizzati dal timore imposto da Nostro Signore, era la dimostrazione di un tale straordinario potere, che Gesù ben avrebbe potuto affermare: “Il segno che voi volete è la paura che avete di Me!”. Tuttavia, Egli li esaudirà, concedendo per misericordia quello che hanno chiesto.

Un Tempio superiore al Tempio

19 Rispose loro Gesù: “Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. 20 Gli dissero allora i Giudei: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. 21 Ma egli parlava del Tempio del suo Corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

L’enigmatica risposta del Figlio di Dio li ha indotti a pensare, non senza grande colpa, che Egli volesse distruggere il Tempio. Questa blasfema supposizione sarebbe stata più tardi addotta presso il sommo sacerdote e tutto il Sinedrio per addossare la sua condanna a morte (cfr. Mt 26, 61; Mc 14, 58). Tanto l’intenzione quanto le parole del Divino Maestro sono state, in verità, molto differenti.

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Mercanti scacciati dal Tempio, di Jacopo da Bassano - Museo del Prado, Madrid

Qual era la prova che Lui avrebbe dato? La sua stessa Resurrezione, poiché i Giudei Lo avrebbero ucciso, distruggendo il Tempio “del suo Corpo”, ed Egli avrebbe trionfato sulla morte, compiendo con esattezza questa profezia.

Nostro Signore Gesù Cristo era pienamente uomo, aveva Corpo e Anima, con intelligenza, volontà e sensibilità. Come tutti noi, soffriva stanchezza, fame, sete e altre conseguenze dello stato di contingenza che aveva assunto – eccetto il peccato (cfr. Eb 4, 15) –, come ricorda San Cirillo di Alessandria: “Infatti, è detto che Egli abbia avuto fame, che abbia sopportato le fatiche di lunghe camminate, l’abbattimento, il timore, l’afflizione, l’agonia e la morte in Croce. […] E così come Egli è completo nella sua divinità, è anche completo nella sua umanità”.9

A partire dal momento in cui Dio, Seconda Persona della Santissima Trinità, Si incarna e assume la nostra natura, il suo Corpo diventa il Tempio perfettissimo di Dio – non soltanto del Figlio, ma anche del Padre e dello Spirito Santo – stabilito sulla faccia della Terra come pietra angolare, pezzo principale e Capo della Santa Chiesa. Questo Tempio lo troviamo ancora oggi in forma invisibile, ma reale, nell’Eucaristia. E Dio desidera che si costruiscano templi per ospitare il Tempio vero della Santissima Trinità, il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, nascosto sotto le Sacre Specie.

III – Anche noi siamo templi di Dio

L’insegnamento dell’Apostolo nella seconda lettura (I Cor 3, 9c-11.16-17) ci dà l’epilogo della Liturgia di oggi: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (I Cor 3, 16). Col Sacramento del Battesimo anche noi diventiamo templi di Dio, a un titolo superiore di quello del tempio puramente materiale o del tabernacolo. Costui, per quanto nobile e prezioso sia, non può mantenere un colloquio con Cristo Gesù né essere inabitato da Lui, e Lo protegge soltanto.

Il primo Tempio di Gerusalemme, considerato come il punto di riferimento massimo in tutto Israele, fu distrutto. Dopo la riedificazione esso ormai non possedeva la magnificenza di un tempo, e ci fu chi deplorò il fatto. Tuttavia, il profeta Aggeo è giunto ad affermare che l’edificio precedente non aveva conosciuto la grandezza riservata al secondo (cfr. Ag 2, 9), la gloria di esser visitato dall’Uomo-Dio. In modo analogo, il tempio che siamo noi raggiunge la pienezza della sua bellezza con l’infusione della grazia divina e con gli effetti della presenza del Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Signore nella Sacra Eucaristia.

Araldo del Vangelo.jpg
Un Araldo del Vangelo prega dinanzi al
Tabernacolo a San Giovanni in Laterano

Il nostro tempio deve esser sempre abbellito

Per questo, dobbiamo prenderci cura di questo tempio vivo come Gesù aveva cura di Se ed essere totalmente disposti a vincere qualsiasi passione o cattiva inclinazione per mantenerlo intatto, ricordando la giusta minaccia di San Paolo: “Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi” (I Cor 3, 17). Nella misura in cui siamo integri, arricchiamo e perfezioniamo il nostro tempio con vetrate, pitture, simboli, colori e bei marmi, e quanto più cresciamo in devozione eucaristica, ci consegniamo a Nostro Signore, fuggiamo dal peccato e combattiamo i nostri difetti e capricci, tanto più le sue pareti diventano benedette e siamo penetrati dalla presenza della Santissima Trinità, che comincia a parlare con più frequenza nell’intimo dell’anima nostra.

Non permettiamo la profanazione di questo tempio

Pertanto, che l’accoglienza di Gesù nel nostro tempio non assomigli a quella che Gli fu data nel Tempio di Gerusalemme che, sebbene Lo avesse ricevuto nella Presentazione e nelle sue molteplici predicazioni, dopo non ha voluto riconoscerLo come Redentore, Sommo Pontefice e suo vero Signore. Non profaniamo il nostro recinto sacro, come non deve essere profanato il tabernacolo che contiene il Santissimo Sacramento. Non permettiamo in alcun modo che si stabilisca un commercio illegittimo nella nostra anima, peggiore del cambio di monete o della vendita di animali: l’ammirazione per le cose del mondo che ci distanziano da Dio. In quante occasioni della vita, specialmente in questo tempo in cui il peccato campeggia su tutta la Terra, corriamo il rischio di trasformare il nostro tempio in un “covo di ladri”! Prestiamo molta attenzione in queste circostanze per non scambiare la “moneta” dell’eternità con quella del mondo.

Due strade da scegliere

Oggi siamo posti di fronte a due strade: una in cui noi costituiamo il tempio vivo di Nostro Signore Gesù Cristo che sarà glorificato, l’altra quella del Tempio di Gerusalemme, che ha rifiutato l’Uomo-Dio ed è stato distrutto, senza che ne restasse “pietra su pietra” (Lc 21, 6). Non è possibile intraprendere una terza via: o è quella dell’accettazione piena o quella del rifiuto totale, iniziato molte volte con un’adesione a metà. Ricordiamoci che ogni mediocrità nella ricerca della pienezza dello spirito del Redentore significa un rifiuto, e in questo caso diventa necessaria una ricostruzione. Pertanto, questa festa ci conduce a un esame di coscienza e ad assumere quell’atteggiamento di fronte alla santità seria, forte, rigorosa, vibrante ed entusiastica che Nostro Signore si aspetta da noi. Dio ha fatto di noi un tempio e, ad un certo momento, dovremo restituirlo in ordine. Insomma, il tempio del corpo ci è stato dato perché adoriamo noi stessi in esso o perché rendiamo culto al Creatore?

Signore, purifica questo tempio!

Se in una qualche occasione il nostro tempio è stato profanato, oggi è il giorno per chiedere: “Signore, vieni con la tua frusta e scaccia i mercanti che sono dentro di me!”. Questo è il giorno della cacciata dei mercanti dal tempio della nostra anima, nel caso abbiamo permesso che in essa si facesse commercio, trasformandola in un “covo di ladri”. Approfittiamo di questa festa per assimilare con ardore l’ideale d’integrità ed essere veramente onesti, abbandonando ogni cattiva inclinazione che possa macchiare, anche se solo in un minimo punto, la vetrata del nostro tempio. Facciamo fin d’ora il proposito di trattare il nostro corpo con ogni rispetto e venerazione e di non usarlo mai per offendere Dio. È preferibile morire che peccare, poiché mantenendoci liberi da ogni commercio, il tempio di ognuno resusciterà con la gloria straordinaria che gli è promessa da Colui che ha ricevuto dal Padre il potere di fare giustizia.

1 Cfr. DARRAS, Joseph-Epiphane. Histoire générale de l’Église depuis la création jusqu’à nos jours. Paris: Louis Vivès, 1889, t.VI, p.183.
2 La donazione era stata fatta dall’imperatore a Papa San Melchiade. Tuttavia, costui morì all’inizio dell’anno 314 e fu ai tempi del suo successore, Papa San Silvestro, che la Basilica fu propriamente costruita, decorata e consacrata.
3 Cfr. LLORCA, SJ, Bernardino. Historia de la Iglesia Católica. Edad Antigua. Madrid: BAC, 1950, t.I, p.355-357.
4 EUSEBIO DI CESAREA. Historia Eclesiástica. X, 1,8; 2,1. Madrid: BAC, 1973, vol.II, p.592-593.
5 Cfr. FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo. Infancia y Bautismo. Madrid: Rialp, 2000, vol.I, p.340-341; GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Años primero y segundo de la vida pública de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, vol.II, p.10.
6 Cfr. TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid: BAC, 1964, vol.V, p.1015- 1016; SCHUSTER, Ignacio; HOLZAMMER, Juan B. Historia Bíblica. Barcelona: Litúrgica Española, 1935, t.II, p.152, nota 1; FILLION, op. cit., p.338; WILLAM, Franz Michel. A vida de Jesus no país e no povo de Israel. Petrópolis: Vozes, 1939, p.103-104.
7 Cfr. EDERSHEIM, Alfred. The Life and Times of Jesus the Messiah. Grand Rapids (MI): Eerdmans, 1976, vol.I, p.370-373; RICCIOTTI, Giuseppe. Vita di Gesù Cristo. 14.ed. Città del Vaticano: T. Poliglotta Vaticana, 1941, p.49- 50, 66, 69; BONSIRVEN, SJ, Joseph. Le judaïsme palestinien au temps de Jésus-Christ. 2.ed. Paris: Gabriel Beauchesne, 1935, t.II, p.132-133; PESAHIM. B 57a; MENACHOT. Tosefta 21- 23. In: BONSIRVEN, SJ, Joseph (Ed.). Textes rabbiniques des deux premiers siècles chrétiens. Roma: Pontificio Instituto Biblico, 1955, p.206; 594.
8 SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XIX, c.13, n.1. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, vol.XVIXVII, p.1398.
9 SAN CIRILLO DI ALESSANDRIA. Dialogue sur l’Incarnation du monogène, 692c; 694d. In: Deux Dialogues Christologiques. Paris: Du Cerf, 2008, p.233; 241.

(Rivista Araldi del Vangelo, Novembre/2015, n. 151, p. 08 - 17)

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