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Santi

Le parabole del “piccolo fiore”

Pubblicato 2015/10/27
Autore : Thiago de Oliveira Geraldo

Nelle vivaci e attraenti descrizioni delle battaglie ingaggiate e delle vittorie conquistate dalla giovane Dottore della Chiesa, troviamo preziosi insegnamenti per la nostra personale santificazione.

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  MilborneOne (CC by-sa 3.0)

Nelle vivaci e attraenti descrizioni delle battaglie ingaggiate e delle vittorie conquistate dalla giovane Dottore della Chiesa, troviamo preziosi insegnamenti per la nostra personale santificazione.

Thiago de Oliveira Geraldo

"Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.” (Mt 11, 25). Queste parole di Nostro Signore alla folla si possono ben applicare a Santa Teresa di Gesù Bambino, l’umile monaca carmelitana che ha aperto alle future generazioni un nuovo cammino di santificazione: la Piccola Via.

Nel proclamarla Dottore della Chiesa il 19 ottobre 1997, Giornata Mondiale delle Missioni, Papa San Giovanni Paolo II ha sottolineato: “Santa Teresa di Lisieux non ha potuto frequentare una Università e neppure studi sistematici. Morì in giovane età: e tuttavia da oggi in poi sarà onorata come Dottore della Chiesa, qualificato riconoscimento che la innalza nella considerazione dell’intera comunità cristiana ben al di là di quanto possa fare un ‘titolo accademico’”.1

Modello di santità per le anime deboli

Considerando la sua debolezza e l’incapacità di santificarsi con le proprie forze, la giovane carmelitana si abbandonò all’amore di Nostro Signore, con piena fiducia nella misericordia divina, e in poco tempo raggiunse la perfezione. Diventò così un modello per tutti quanti si sentono senza condizioni per imitare gli insigni atti di virtù praticati dai grandi Santi della Cristianità.

Santa Teresa di Gesù Bambino ci ha lasciato l’itinerario delle sue lotte spirituali in tre testi redatti per obbedienza alle sue superiore, i famosi Manoscritti autobiografici. In essi, ha saputo trasmettere le più elevate realtà soprannaturali per mezzo di semplici paragoni, sull’esempio del Divino Maestro. Vediamo alcune di queste parabole.

Parabola dei fiori del giardino

Lei aveva difficoltà a comprendere il motivo per cui Dio concedeva in modo così diseguale le sue grazie alle anime: alcune le ricevevano in tale quantità che mantenevano per tutta la vita un’innocenza illibata; altre sprofondavano nel peccato, ma il Signore, per così dire, le forzava a convertirsi; e altre, come gli aborigeni delle terre di missione, “morivano in gran numero senza avere neppure sentito pronunciare il nome di Dio”.2 Quale la ragione di tale diversità?

Le anime innocenti sono in grado di vedere le realtà soprannaturali attraverso le creature più semplici. Così, suor Teresa trovò la risposta osservando i fiori di un giardino: tutti sono belli, lo splendore della rosa e il candore del giglio non escludono il profumo della violetta né la semplicità della calendula. Comprese allora che “se tutti i fiorellini volessero essere rose, la natura perderebbe il suo manto primaverile, non ci sarebbero più campi smaltati di piccoli fiori”.3

E concluse: “Avviene la stessa cosa nel mondo delle anime, che è il giardino di Gesù. Egli ha voluto creare i grandi Santi, i quali possono essere paragonati ai gigli e alle rose; ma ne ha creati anche di piccoli, e questi devono accontentarsi di essere delle pratoline e delle violette, destinate a rallegrare lo sguardo del Buon Dio quando lo abbassa ai suoi piedi; la perfezione consiste nel fare la Sua volontà, nell’essere quello che Lui vuole che siamo”.4

Sergio Hollmann
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A sinistra, facciata di Les Buissonnets, la residenza dove Santa Teresa di Gesù Bambino trascorse
la sua infanzia; nella pagina precedente, statua del giardino rappresentante il momento
in cui chiede il permesso al padre di essere carmelitana

A partire da questo momento, con un linguaggio poetico, lei si identificherà in un fragile fiorellino, bisognoso di costante aiuto da parte di Dio. I suoi genitori sono paragonati a due peduncoli da cui sono provenuti otto gigli e un fiorellino. Quattro gigli, la terra non li ha visti fiorire: sono i suoi fratelli morti in tenera età. Gli altri sono le sue quattro sorelle che hanno aiutato il fiorellino in ogni passo, poiché lei era la più piccola.

Fiorellino ripiantato nel Monte Carmelo

Questo piccolo fiore crebbe e presto manifestò la sua bellezza spirituale. Era appena uscita dall’infanzia e già possedeva una delle virtù più difficili da acquisire: la rinuncia a se stessa. All’inizio, come lei stessa ha detto, la sua fisionomia denotava i “segni della lotta” ingaggiata per conquistare questa virtù, ma dopo diventò facile praticarla.

La lettura dell’Imitazione di Cristo fu fondamentale per forgiare l’anima di Teresa. Recitava a memoria grandi brani di questo libro che lei assunse come guida sicura per la santificazione. Così irrobustita, il piccolo fiore era preparato a sollecitare la sua ammissione al Carmelo.

Per questo, era indispensabile il consenso paterno. Non poteva essere migliore il giorno scelto da lei per fare la richiesta: la Solennità di Pentecoste. Dopo aver supplicato l’intercessione dei santi Apostoli, poiché desiderava con le sue preghiere di essere apostolo degli apostoli, Teresina si trovò con suo padre nel tranquillo ambiente del giardino di casa. Il sole al tramonto indorava le cime degli alberi quando lei gli aprì il suo cuore. Dopo un attimo di esitazione – dovuto alla giovane età della figlia, che allora aveva meno di 15 anni –, egli capì che era questa la volontà di Dio e subito diede il suo assenso. Subito dopo, si avvicinò a un muretto, colse un fiore bianco, simile a un giglio in miniatura, e lo consegnò alla figlia, spiegandole con che cura Dio l’aveva fatto nascere e l’aveva conservato fino a quel giorno. Gesto particolarmente simbolico, poiché il fiorellino era stato strappato con le radici, come per essere ripiantato in un altro luogo. Teresa vide la parabola della sua vita riflessa in quella semplice pianta: “Era proprio questo che mio papà aveva appena fatto per me, dandomi il permesso di salire la montagna del Carmelo e lasciare la dolce valle testimone dei miei primi passi nella vita”.5

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Santa Teresa di Gesù Bambino
nel luglio 1896

La Santa di Lisieux la conservò tra le pagine dell’Imitazione di Cristo, nel capitolo intitolato Dobbiamo amare Gesù sopra ogni cosa. Quando redigeva i suoi manoscritti, ormai vicina alla soglia dell’eternità, si accorse che si era rotto lo stelo del simbolico fiore: “Così il Buon Dio sembra indicarmi che, tra poco, romperà i legami del suo fiorellino, non lasciandolo appassire sulla terra!”.6

“Non sono un’aquila...”

E allora, qual sarebbe stata la vocazione specifica di Teresa? Camminando nei chiostri del convento, lei si interrogava a questo riguardo. Desiderava ardentemente il martirio, ma questo non le bastava: voleva essere anche missionario, dottore, guerriero, profeta, apostolo. Una sola missione non soddisfaceva il suo fervore, desiderava essere tutto allo stesso tempo! Finalmente trovò la risposta nei capitoli 12 e 13 della Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi: L’amore racchiude tutte le vocazioni. Ed esclamò, traboccante di contentezza: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’amore... edin tal modo sarò tutto, così il mio sogno si realizzerà!”.7

Tuttavia, Teresa era convinta di essere troppo debole e imperfetta per una così elevata vocazione. Questo, però, non rappresentava un ostacolo per lei, poiché era la sua stessa debolezza che le dava l’audacia di offrirsi a Gesù come vittima d’amore.

Ed espresse, allora, con un’altra bella parabola la sua situazione nel Carmelo: “Non sono che un debole uccellino coperto appena da un lieve piumaggio. Non sono un’aquila, ho dell’aquila soltanto gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole divino, il Sole dell’Amore, e il mio cuore prova tutte le aspirazioni dell’aquila”.8 E così, vedendosi impossibilitata a volare vicino a questo Sole, lei lo contemplava con amore qui dalla Terra.

Come ben riconosceva l’audace carmelitana, nel suo linguaggio figurato, a volte l’uccellino si distraeva con bagatelle terrene, ma poi tornava pentito, fissava nuovamente gli occhi nel Sole ed estendeva le sue ali bagnate perché si asciugassero ai suoi benefici raggi. In momenti come questi, ricorreva con più ardore alle grandi aquile – gli Angeli e Santi del Cielo –, che la aiutavano a perseverare nell’amore.

Ma l’uccellino sapeva anche di essere circondato da pericolosi avvoltoi – i demoni –, i quali attendevano l’occasione propizia per catturarla. Non aveva paura di loro, poiché, al centro del Sole, lei vedeva la sua grande protezione: l’Aquila Eterna, Cristo Signore nostro, che la difendeva da tutte le trappole infernali.

Il Regno della Luce e il paese delle tenebre

Una delle più belle parabole della Santa di Lisieux fu scritta durante il periodo in cui patì terribili tentazioni contro la fede. “È necessario essere passati per questo tenebroso tunnel per comprendere la sua oscurità”, 9 commentò.

Juan Lacruz
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Aquila reale vola sopra la Serra de Guadarrama (Spagna)

Nel tentativo di dare un’idea dell’intensità di questa prova, la giovane carmelitana immaginava di essere nata in un paese coperto da una densa nebbia, dove non era possibile contemplare le meraviglie della natura bagnata dai raggi del Sole. Ma lei sapeva, per intuizione e per averne sentito parlare, dell’esistenza di un regno luminoso, dove tutto è eccellente e mirabile, la vera patria delle anime. Per ora, tuttavia, gli uomini vivono nel paese delle tenebre. Il Re del paese luminoso ha voluto aprire gli occhi di tutti alle meraviglie che li attendono, però molti non hanno voluto ascoltarlo: “Le tenebre non hanno compreso che questo Divino Re era la luce del mondo...”.10

Quanto più lei cercava il Regno della Luce, più le tenebre l’avvolgevano e insinuavano nella sua anima pensieri di disperazione: “Tu sogni la luce, una patria avvolta nei più soavi profumi; tu sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie; tu credi che un giorno ti libererai dalle nebbie che ti circondano! Avanti, avanti, rallegrati della morte, che ti darà non ciò che speri, ma una notte ancor più profonda, la notte del nulla”.11 Di tanto in tanto, un minuscolo raggio di luce le portava un po’ di coraggio, ma subito dopo le tenebre la avvolgevano di nuovo.

Leandro Souza
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Tramonto nella Casa Turris Eburnea degli Araldi del Vangelo, Mairiporã (Brasile)

Teresina non ha mai ceduto a questa tentazione. Affrontò il nemico con prodezza, al punto da poter dichiarare: “Ritengo di aver fatto quest’anno più atti di fede che durante tutto il resto della mia vita”.12 Manifestava la sua gioia soffrendo per amore di Gesù, come anche la sua disposizione di patire molto di più ancora, se avesse potuto con ciò riparare soltanto un peccato contro la fede.

Il pennello di Dio

Riconoscendo le rare virtù di suor Teresa, la superiora del Carmelo la invitò a esser maestra di novizie. Lei non si giudicava all’altezza di questo incarico, ma l’obbedienza le fece percepire nelle parole della superiora lo stesso ordine dato dal Divino Maestro a San Pietro: “Pasci i miei agnelli” (Gv 21, 15). Assunse allora la funzione, ma a titolo di assistenza alla Madre Superiora, la quale accumulava i due incarichi.

Nell’esercizio di questa funzione, Teresina presto notò come le anime sono differenti e, soprattutto, com’è delicato il compito di condurle a Dio. Quante preghiere, quanti sacrifici sono necessari per fare loro del bene! Del resto, orazioni e sacrifici “sono le armi invincibili che Gesù mi ha dato”,13 ha dichiarato la Santa.

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Santa Teresa di Gesù Bambino nel 1895

Per spiegare come concepiva il ruolo di una maestra di novizie, la giovane carmelitana ricorse a una semplice parabola. Se una tela dipinta da un grande artista potesse pensare e parlare, essa di sicuro non reclamerebbe per ricevere successive pennellate, né invidierebbe il pennello, mero strumento nelle mani del pittore cui deve la sua bellezza. Il pennello, a sua volta, non potrebbe vantarsi del lavoro eseguito, poiché, con un buono o cattivo strumento, ciò che vale di fatto è l’abilità dell’artista. E concluse: “Madre mia molto amata, sono un pennellino scelto da Gesù per dipingere l’immagine sua nelle anime che mi hai affidato”.14

Teresina esercitava con dedizione il suo difficile incarico. Siccome aveva già vinto molte battaglie spirituali, era pronta a insegnare alle sue discepole la via della perfezione. “L’amore si nutre di sacrifici. Quanto più l’anima si priva di soddisfazioni naturali, tanto più la sua tenerezza diventa forte e disinteressata”15 – affermava con insistenza.

Con ogni certezza, l’umile suora non immaginava che il Divino Artista, molto più che “ritoccare” dettagli sulla tela delle anime delle novizie del Carmelo di Lisieux, avrebbe usato quell’umile pennellino per produrre opere d’arte in tutte le nazioni dell’universo. Infatti, Egli creò le condizioni perché i sublimi insegnamenti di Santa Teresina fossero trasmessi alle successive generazioni, per mezzo di parabole, alla maniera del Divino Maestro. Metodo, del resto, molto adeguato, secondo San Tommaso d’Aquino,16 per istruire tanto i saggi quanto le persone semplici.

Sono le parabole di Santa Teresina, inoltre, vivaci e attraenti descrizioni delle battaglie ingaggiate e delle vittorie conquistate da lei nel corso della sua breve esistenza. Sappiamo trarre profitto, per la nostra personale santificazione, dalle lezioni in esse contenute.

1 SAN GIOVANNI PAOLO II. Omelia in occasione dell’ attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa a Santa Teresa del Bambino Gesù e del Santo Volto, 19/10/1997.
2 SANTA TERESA DI LISIEUX. Manuscrits autobiographiques. Manuscrit A, 2v. In: Archives du Carmel de Lisieux. OEuvres de Thérèse: www.archives-carmel- lisieux.fr.
3 Idem, ibidem.
4 Idem, ibidem.
5 Idem, 50v.
6 Idem, ibidem.
7 Idem, Manuscrit B, 3v.
8 Idem, 4v-5r.
9 Idem, Manuscrit C, 5v.
10 Idem, 6r.
11 Idem, 6v.
12 Idem, 7r.
13 Idem, 24v.
14 Idem, 20r.
15 Idem, 21v.
16 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.1, a.9.

(Rivista Araldi del Vangelo, Ottobre/2015, n. 150, p. 20 - 23)

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