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San Vincenzo de’ Paoli: Paladino della vera carità

Pubblicato 2015/09/15
Autore : Suor Isabel Cristina Lins Brandão Veas, EP

Conoscendo da vicino la messe alla quale avrebbe dovuto dedicarsi, senza indugio fece rendere in essa i suoi migliori talenti e consacrò tutta la sua vita agli altri, nella più pura e autentica carità.

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Conoscendo da vicino la messe alla quale avrebbe dovuto dedicarsi, senza indugio fece rendere in essa i suoi migliori talenti e consacrò tutta la sua vita agli altri, nella più pura e autentica carità.

Suor Isabel Cristina Lins Brandão Veas, EP

Signora, se non fosse per questa Confessione io mi sarei condannato! – esclamò il moribondo, causando un sussulto di sorpresa nella contessa di Gondi. Donna pietosa e di spirito generoso, approfittava delle vacanze della famiglia nelle terre della Piccardia, nel nord della Francia, per far visita agli abitanti delle sue proprietà, a Folleville, portando loro aiuto materiale e spirituale. L’accompagnava don Vincenzo de’ Paoli, suo cappellano personale. Quel giorno – uno dei primi dell’anno 1617 –, la presenza del sacerdote era stata sollecitata nel villaggio di Gannes, al fine di assistere un povero infermo. Dopo essere stato a tu per tu con lui per un bel po’ di tempo, il religioso aveva fatto entrare nella stanza quelli che aspettavano fuori, tra cui l’illustre benefattrice. Fu allora che il malato volle rivelarle, davanti a tutti, il triste stato d’animo in cui aveva vissuto per anni di fila, confessandosi in modo distaccato ed essendo tormentato dai rimorsi, al punto da perdere la speranza di salvarsi. Solo ora, grazie all’esortazione ferma e buona del confessore, era tornato a trovare la pace di coscienza e la fiducia nella misericordia di Dio.

 Sergio Hollmann
San Vincenzo de Paoli 1.jpg
"Mi sono occupato dei poveri solo in quello che concerne l'aspetto fisico?
Se mi sono preoccupato soltanto di dar loro cibo, medicine e altre cose
relative al corpo, non ho fatto il mio dovere"

San Vincenzo de' Paoli - Chiesa di San Severino, Parigi

La nobile dama subito comprese la realtà rivelata da questa testimonianza, ed espose al prete le sue preoccupazioni: se tale era la situazione di quell’onesto contadino, quale non avrebbe dovuto essere quella degli altri abitanti della regione? Così come in altre parti del paese, lì era ben palpabile la miseria spirituale dei figli della campagna, la maggior parte di loro abbandonati alla mercé di pastori poco zelanti e male istruiti. C’erano, anche, presbiteri che non sapevano celebrare la Messa, improvvisando ciascuno il proprio cerimoniale liturgico, e molti che ignoravano la formula dell’assoluzione. Urgeva prendere provvedimenti per soccorrere il gregge e, soprattutto, formare coloro che avrebbero dovuto guidarlo e servirgli da esempio. Come rimediare a necessità così profonde? Don Vincenzo si fece pensieroso...

Su insistenza della contessa, alcuni giorni dopo egli salì sul pulpito della chiesa di Folleville e predicò al popolo, mostrando l’importanza e utilità della Confessione generale, incentivando i fedeli a beneficiarsene. Ottenne eccellenti risultati, come lui stesso narrò: “Dio ha guardato con occhi talmente benevoli alla fiducia e alla fede ardente di questa signora – infatti il numero e l’enormità dei miei peccati avrebbero ingarbugliato il frutto di questa azione –, che ha dato la sua benedizione al mio discorso, restando questa buona gente così colpita che tutti sono accorsi a fare la loro Confessione generale”.1

Con l’aiuto dei gesuiti della Diocesi di Amiens, egli si dedicò a confessare e catechizzare la popolazione locale e, terminato il compito, si diresse nei villaggi vicini, procedendo allo stesso modo e ottenendo un successo simile. In questo modo, mentre domava quelle zone rurali alla ricerca delle pecorelle smarrite, l’umile don Vincenzo, allora di 36 anni di età, gettava le prime sementi della sua opera-maestra: la Congregazione della Missione, i cui membri – noti come Lazzaristi, per essersi riuniti nell’antico lebbrosario di Saint-Lazare, a Parigi – avrebbero esteso “il regno del Divino Maestro fino ai luoghi in cui la sua gloria era come sepolta e la sua vigna oziosa e senza frutti per mancanza di operai”.2

Nel definire la finalità di questo istituto, il fondatore, nel suo desiderio di imitare Nostro Signore Gesù Cristo, lasciò nero su bianco tre punti che ben possono sintetizzare la sua gloriosa epopea: “primo, lavorare alla propria perfezione, facendo il possibile per praticare le virtù che questo Sovrano Maestro Si è degnato di insegnarci con la sua parola ed esempio; secondo, predicare il Vangelo ai poveri, particolarmente ai contadini; terzo, aiutare gli ecclesiastici ad acquisire la scienza e le virtù necessarie al loro stato”.3

Un Santo caritatevole...

Contemplando questi brevi tratti biografici di San Vincenzo de’ Paoli, possiamo chiederci dove si inserisce in tale contesto la concezione di certe opere d’arte che lo presentano sorridente e accogliente, portando in braccio un bambinello addormentato e rivolgendo uno sguardo compassionevole al piccino che si rifugia sotto il suo mantello... Non è difficile trovare una spiegazione per questo se compariamo la sua vita a una pietra sfaccettata. Chi la analizza da vicino, constata che tali immagini riflettono una sfaccettatura – certamente una delle più belle – della sua ricchissima personalità; tuttavia, nota anche che ci sono in essa molti altri lati, meno noti, e che sono ugualmente degni di essere ammirati dai fedeli.

Sergio Hollmann
San Vincenzo de Paoli 2.jpg
San Vincenzo de Paoli 3.jpg
“Quando ci spogliamo di noi stessi, Dio
ci riempirà di Sé”


San Vincenzo de’ Paoli predica e distribuisce
elemosine - Casa Madre dei
Lazzaristi, Parigi

Per quanto riguarda l’aspetto rappresentato nelle immagini pie, non si dirà mai abbastanza per lodare quest’uomo, che ben merita il titolo di padre di tutti i sofferenti. Grazie a lui, in pieno XVII secolo il profumo della carità cristiana si irradiò per tutta la Francia e poi nel mondo intero, suscitando la generosità di ricchi e potenti a favore delle classi più modeste. Bambini abbandonati, malati, anziani, insani, giovani traviati, prigionieri, schiavi, vittime della guerra, e tanti altri, compongono l’affollato corteo di sventurati sui quali si è posata la mano protettrice di San Vincenzo.

Non sono stati i doni naturali né la preparazione accademica – di cui lui, del resto, disponeva in abbondanza – il segreto dell’efficacia delle sue attività apostoliche, quanto l’amore di Dio, unica fonte del vero amore del prossimo. Le sue opere sono nate sotto il segno di questa virtù, al suo calore si sono consolidate ed espanse per l’orbe, mostrando che la soluzione dei problemi sociali comincia col collocare Dio al centro dei cuori. Le iniziative vicentine sono contrassegnate da questo nobile ideale, come si conferma dalle seguenti parole: “Mio dovere è amare il mio prossimo come immagine di Dio e come oggetto del suo amore, e fare tutto il possibile affinché gli uomini, a loro volta, amino il loro Creatore, che riconosce e ha per fratelli coloro che ha salvato; adoperarsi affinché con mutua carità si amino tra loro per amore di Dio, che tanto li ha amati e per loro ha consegnato alla morte il suo stesso Figlio”.4

Secondo questo stesso spirito, San Vincenzo ha modellato l’Istituto delle Figlie della Carità, fondato da lui e da Santa Luisa de Marillac. In una delle sue conferenze alle giovani religiose, espose in modo incontestabile quale doveva essere la priorità nel trattamento dei malati: “Il proposito di Nostro Signore nel fondare la vostra Compagnia non è quello che vi occupiate soltanto del corpo, perché non mancherebbero mai persone a tale scopo; la sua intenzione è stata che vi occupiate dell’anima dei poveri infermi [...]. Un turco e un idolatra possono assisterli ugualmente in ciò che riguarda il corpo, e Nostro Signore non avrebbe istituito una Compagnia soltanto per tale scopo, poiché la stessa natura obbliga a questo. Tuttavia, non si può dire lo stesso [della cura] dell’anima; non tutti possono esercitarla, per questo Dio vi ha scelto, soprattutto, perché insegniate loro le cose necessarie alla loro salvezza. Considerate bene questo e dite: ‘Mi sono occupato dei poveri solo in quello che concerne l’aspetto fisico? Se mi sono preoccupato soltanto di dar loro cibo, medicine e altre cose relative al corpo, non ho fatto il mio dovere”.5

E questa è la nota anche per i lavori delle Confraternite della Carità – associazioni parrocchiali femminili, maschili o miste, formate sotto il suo orientamento e impulso –, come si legge nel regolamento della Confraternita di Joigny: “L’Associazione della Carità è istituita per onorare Nostro Signore Gesù Cristo, suo patrono e la sua Santissima Madre; per provvedere alle necessità dei poveri, tanto i sani quanto gli infermi; fare in modo che siano catechizzati e frequentino i Sacramenti; alimentarli e occuparsi dei malati; aiutare ad avere una buona morte coloro che si trovino in questo frangente, e a prendere la decisione di non offendere più Dio coloro che siano guariti”.6

...e combattivo

Oltre alla battaglia ingaggiata contro la miseria, il nostro Santo è stato a capo di una lotta di maggior trascendenza che ha avuto per palco la Francia della metà del XVII secolo, quando le opere vicentine erano al culmine della fecondità ed espansione. Non si trattava di un nemico manifesto; al contrario, era così sottile che nemmeno si dichiarava come tale: il giansenismo. E fu allora che rifulse in modo speciale la combattività, un’altra faccetta della sua anima adamantina.

Davanti ai venti gelidi della cattiva dottrina, la fedeltà di San Vincenzo alla Chiesa si manifestò non solo in un vigoroso rifiuto, quando i giansenisti vollero accalappiarlo nei loro cicalecci, ma anche nel suo abile operato come difensore della Fede, alla maniera dei Padri antichi. Occupando una privilegiata posizione nel Consiglio di Coscienza della regina reggente, Anna d’Austria, vigilava le brecce attraverso cui l’eresia voleva infiltrarsi, impediva che si conferissero dignità ai suoi seminatori e prendeva misure per allontanarli dai pulpiti. Avvalendosi della grande influenza che esercitava su diversi settori ecclesiastici, riunì e maneggiò le forze cattoliche per far trionfare la verità, e orientò personalmente i tre dottori cattolici inviati dal clero francese a Roma, per chiedere a Papa Innocenzo X la condanna della nefasta eresia.

Quando, infine, la sentenza pontificia fu pubblicata nella Bolla Cum occasione, del 31 maggio 1653, il Santo commemorò la vittoria con la modestia degli autentici eroi, confessando che “sebbene Dio gli avesse dato la grazia di distinguere l’errore dalla verità ancor prima della definizione della Santa Sede Apostolica, non aveva sperimentato nessun sentimento di vana compiacenza per avere il giudizio conforme a quello della Chiesa, riconoscendo che questo era puro effetto della misericordia di Dio, a cui doveva dare tutta la gloria”.7

Fu questo, del resto, il fondamento sul quale l’Altissimo edificò il monumentale castello delle virtù di San Vincenzo: l’umiltà. Come vedremo a seguire, in lui si compì alla perfezione il consiglio dato ai missionari: “Dio non tollera il vuoto; per questo, quando ci spoglieremo di noi stessi, Egli ci riempirà di Sé”.8

Una lunga preparazione

Una così grande missione non era stata frutto di alcun entusiasmo superficiale e passeggero, ma di un vasto cammino preparatorio, percorso dal Santo con ogni fedeltà.

Vincenzo de’ Paoli nacque il 24 aprile 1581, nel piccolo villaggio di Pouy, localizzato nelle Lande, a sud della Francia. Ciò nonostante, il sangue che gli correva nelle vene era spagnolo. Tanto per parte paterna quanto materna, la sua famiglia proveniva da Tamarite de Litera, città della provincia di Huesca, in Aragona. Se la nascita in terre galliche costituì una credenziale di peso per la realizzazione della sua vocazione, permettendogli di operare con piena libertà in tutte le sfere della società francese, l’origine aragonese fu un elemento non meno importante, poiché ne ereditò il carattere deciso e tenace con cui portò avanti le audaci imprese che Dio aveva destinato che lui realizzasse.

La sua infanzia trascorse senza grandi soprassalti, nella pacata routine di condurre al pascolo il gregge della famiglia. Non perdeva mai nessuna occasione per aiutare i poveri che incontrava nel percorso quotidiano che faceva, dando loro tutto quello che poteva. Il papà vedeva questo di buon occhio, e non tardò molto a capire che il bambino era chiamato a un compito più elevato della pastorizia. Sebbene mescolata a interessi umani, la decisione paterna fu azzeccata, quando incamminò il figlio alla carriera ecclesiastica.

Il giovane Vincenzo fu ordinato sacerdote il 23 settembre 1600, prima di compiere 20 anni. Questo si spiega con la mancanza di struttura dell’epoca – che lui, più tardi, si impegnerà a correggere. Alla maniera di tanti altri chierici suoi contemporanei, desiderava lavorare per la Chiesa e salvare le anime; però, aspirava anche a cariche e a benefici personali, esercitando così il suo ministero per quasi un decennio.

Tuttavia, il Signore lo voleva per Sé e, al fine di purificarlo, gli inviò una prova dolorosa. Per tre o quattro anni, soffrì una atroce notte scura dello spirito, poiché si era offerto a Dio per soffrire al posto di un teologo le tentazioni contro la fede che costui gli aveva confidato.

Sergio Hollmann
San Vincenzo de Paoli 4.jpg
La vera carità esce dal più profondo del cuore umano, si eleva a Dio e da lì scende,
come dall’alto della montagna, su tutte le creature

I resti mortali di San Vincenzo de’ Paoli si venerano nella cappella
della Casa Madre dei Lazzaristi, Parigi

Finalmente suonò l’ora della Provvidenza: quando, mosso dalla grazia, don Vincenzo prese la decisione di dedicarsi al servizio dei poveri, per amore di Gesù Cristo, le tenebre interiori si dissiparono ed egli sentì la sua anima piena di luce. Fu questo il punto inaugurale della sua gloriosa traiettoria come apostolo della carità.

Obbedendo alle decisioni del suo direttore spirituale – don Pierre de Bérulle, fondatore dell’Oratorio, in Francia –, San Vincenzo rinunciò all’onorevole incarico di cappellano della regina Margherita di Valois e diventò parroco dell’abitato di Clichy, nei dintorni di Parigi. Era il 12 maggio 1612. Poco dopo, Bérulle lo designò precettore dei figli di Felipe Manuel de Gondi, generale delle galere e luogotenente reale, la cui sposa era Margherita di Silly, signora di Folleville. E fu transitando per i castelli e le terre di questa nobile dama che don Vincenzo conobbe da vicino la messe alla quale doveva dedicare la sua vita, e senza indugio in essa fece rendere i suoi migliori talenti, come abbiamo potuto contemplare all’inizio di queste brevi righe.

Caratterizzato dalla pura e autentica carità

Dopo una lunga e feconda esistenza caratterizzata dalla più pura e autentica carità, San Vincenzo de’ Paoli consegnò la sua bella anima a Dio il giorno 27 settembre 1660. Dando l’ultima benedizione ai suoi figli spirituali, aveva detto loro: “Dio vi benedice; qui coepit opus ipse perficiet – Porterà a buon fine quest’opera Colui che l’ha cominciata”.9

Fino alla fine dei tempi, il suo esempio di santità ricorderà al mondo quanto “la vera carità non è il sentimento che ha la sua origine negli affetti naturali, transitori e capricciosi degli uomini gli uni per gli altri, ma l’amore che, uscito dal più profondo del cuore umano, si eleva a Dio, e da là, in una vena limpida e cristallina, scende, come dall’alto di una montagna, su tutte le creature”.10

1 SAN VINCENZO DE’ PAOLI. Conferenza, apud HERRERA, CM, José; PARDO, CM, Veremundo (Org.). San Vicente de Paul. Biografía y selección de escritos. 2.ed. Madrid: BAC, 1955, p.99.
2 HERRERA; PARDO, op. cit., p.202.
3 SAN VINCENZO DE’ PAOLI. Reglas de la Congregación de la Misión. § 1, apud HERRERA; PARDO, op. cit., p.800.
4 SAN VINCENZO DE’ PAOLI. Conferenza, apud HERRERA; PARDO, op. cit., p.654-655.
5 SAN VINCENZO DE’ PAOLI, apud HERRERA; PARDO, op. cit., p.884.
6 SAN VINCENZO DE’ PAOLI. Regolamento della Carità mista di Joigny. In: HERRERA; PARDO, op. cit., p.687.
7 HERRERA; PARDO, op. cit., p.572.
8 SAN VINCENZO DE’ PAOLI. Ai missionari. In: HERRERA; PARDO, op. cit., p.797.
9 SAN VINCENZO DE’ PAOLI, apud HERRERA; PARDO, op. cit., p.608.
10 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. A verdadeira caridade. In: O Legionário. São Paulo. Anno V. N.76 (8 mar., 1931); p.3.

(Rivista Araldi del Vangelo, Settembre/2015, n. 149, p.  22 - 25)

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