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Commenti al Vangelo

La Santissima Trinità ci chiama a partecipare alla sua vita

Pubblicato 2014/06/11
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Iniziando con pietà un atto qualsiasi della vita quotidiana o una preghiera, siamo soliti dire: "Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".

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Vangelo

16 Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio (Gv 3, 16-18).

Dio manifesta il suo inesauribile amore per gli uomini aprendo loro le porte della convivenza trinitaria per mezzo dell'opera redentrice di suo Figlio.

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Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I – Un mistero rivelato dall'Uomo-Dio

Iniziando con pietà un atto qualsiasi della vita quotidiana o una preghiera, siamo soliti dire: "Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". La stessa invocazione dà inizio alla Santa Messa, che prosegue con un saluto del sacerdote, di questo tenore: "La grazia di Nostro Signore Gesù Cristo, l'amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi".1 Il mistero della Santissima Trinità è presente nella nostra quotidianità, tutto il tempo. Sappiamo, dalla dottrina della Chiesa, che ci sono tre Persone Divine, ma un solo Dio. Tuttavia, l'intelligenza umana non comprende questa realtà soprannaturale, tra le varie ragioni perché siamo abituati a trattare con gli altri uomini, mere creature della stessa nostra natura razionale, nella quale si confondono in un'unità l'essere e la persona.

Conoscere la Trinità è possibile soltanto con la Rivelazione

È la fede che ci permette di accettare questa verità, a tal punto che se il Figlio di Dio non l'avesse rivelata, sarebbe impossibile dedurla col semplice raziocinio.2 L'Antico Testamento non offre elementi per discernere con precisione l'esistenza della Trinità, ma soltanto vestigia e insinuazioni molto tenui che la fanno, in un certo modo, esser presentita. Per esempio, narrando l'opera del sesto giorno l'Autore Sacro utilizza il verbo al plurale, come se la decisione fosse presa da varie persone: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza" (Gn 1, 26). Questo e altri testi biblici analoghi (cfr. Gn 3, 22; 11, 7) possono esser considerati segni della Trinità, sebbene non siano espliciti e categorici. Anche nella storia di Abramo c'è un fatto significativo: i tre Angeli che lo visitano per annunciare la nascita di Isacco suggeriscono qualcosa di questo mistero (cfr. Gn 18, 1-2). I Libri Sapienziali contengono allusioni alla generazione eterna del Verbo dal Padre, quando la Sapienza parla di Se stessa: "Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d'allora. Dall'eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata" (Pr 8, 22-24). E, nella visione di Isaia, i Serafini proclamano "Santo, Santo, Santo è il Signore Dio dell'universo!" (Is 6, 3), ripetendo il titolo per onorare le tre Persone. La ragione umana, tuttavia, non avrebbe mai una capacità sufficiente per giungere a tale conclusione e dedurre tali applicazioni, poiché il senso della Scrittura è diventato chiaro solo dopo l'Incarnazione, com'è nella Preghiera del Giorno: "O Dio, nostro Padre, inviando al mondo la Parola della verità e lo Spirito santificatore, hai rivelato il tuo ineffabile mistero. Fa' che, professando la vera Fede, riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l'Unità onnipotente".3

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Santissima Trinità, particolare della Chiesa Greco- Cattolica di Ropki
– Museo di Architettura Popolare, Sanok (Polonia)

Infatti, è il Figlio di Dio che annuncia l'esistenza delle altre Persone, e Lui stesso dichiara: "Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Gv 14, 26); "Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future" (Gv 16, 12-13). È stato, dunque, a partire da Pentecoste che gli Apostoli sono stati edotti dallo Spirito Santo. È Lui che ci porta a comprendere la verità, anche se in modo un po' oscuro, a tentoni, come quando entriamo in una stanza senza luce e, impossibilitati a vedere con nitidezza, ci muoviamo con cautela tastando le pareti e gli oggetti, fino ad acquisire una vaga idea del luogo. Così, anche la fede – un dono di Dio col quale assentiamo alle verità soprannaturali che ci sono proposte4 – ci conferisce una certa nozione diffusa rispetto alle tre Persone della Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Egli ha voluto che conoscessimo qualcosa di questo mistero già sulla Terra, per prepararci per l'eternità, come afferma Sant'Agostino: "Per poter contemplare ineffabilmente ciò che è ineffabile, è necessario purificare la mente. Non essendo ancora dotati della visione [beatifica], siamo nutriti dalla fede e condotti attraverso cammini accessibili, al fine di diventare atti e idonei al suo possesso". 5 Infatti, siamo in questo mondo di passaggio e siamo diretti a una convivenza perenne con la Trinità nel Cielo, dove vedremo "la verità senza fatica e godremo della sua chiarezza e certezza. Non sarà necessario il raziocinio dell'anima, poiché vedremo intuitivamente […]. Davanti al fulgore di quella luce, non ci saranno dubbi".6

Nel Vangelo contemplato dalla Liturgia, Gesù, il Figlio di Dio Incarnato, ci insegna che siamo qui di passaggio in vista di una convivenza eterna con la Santissima Trinità. Analizziamo, dunque, questo passo avendo presente questo altissimo mistero della nostra Fede.

II – L'amore della Santissima Trinità per la sua opera

Ricchissimi sono i tre versetti tratti dalla narrazione di San Giovanni circa la famosa conversazione notturna di Nostro Signore con Nicodemo. Essi racchiudono verità straordinarie che, se ora appartengono al dominio comune dei cattolici, in quel momento significarono una prodigiosa apertura di orizzonti in campo soprannaturale. Questo colloquio – uno dei passi più sostanziosi della Scrittura –, oltre a essere di grande bellezza, costituisce anche un autentico trattato di teologia riguardo all'opera redentrice di Cristo, del Regno di Dio e di altri aspetti della Rivelazione.

Gustavo Kralj
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Abramo è visitato da tre Angeli – Basilica di San Vitale, Ravenna

Il Discepolo Amato ha descritto il tenore di questo dialogo a partire da quello che ha sentito, forse da Nostro Signore, da sua Madre Santissima – a cui Gesù lo deve aver raccontato – o dallo stesso Nicodemo. Questo fariseo aveva un'ottima formazione religiosa e, secondo ciò che tutto indica, cuore retto, per cui il Divino Maestro cercava di aprire la sua intelligenza. Purtroppo ci fu una certa resistenza da parte sua, poiché gli costava aderire a dottrine così differenti da quelle che già aveva assimilato nella religione ebraica, come gli era stata trasmessa dai suoi maestri. Il fatto di esser andato alla ricerca del Salvatore durante la notte è evocativo, come evidenzia un abate medievale: "È detto molto opportunamente che venne di notte, perché oscurato nelle tenebre dell'ignoranza non era ancora venuto ad acquisire la luce necessaria per credere che Gesù era Dio, con tutta la perfezione. La parola notte, nella Sacra Scrittura, è spesso usata per indicare l'ignoranza".7

Ecco il rischio che corre chi possiede molta conoscenza: la sua difficoltà a credere può esser maggiore. La conversazione di Gesù con la samaritana, donna piena di fede e di entusiasmo (cfr. Gv 4, 7-26), conferma tale realtà: lei si converte più rapidamente di Nicodemo. Questi, tuttavia, passato del tempo sarebbe stato discepolo del Signore e sarebbe stato fra quelli che prepararono il suo sacro Corpo per seppellirLo, dopo la Crocifissione (cfr. Gv 19, 38-42). Seguì Nostro Signore e si santificò perché la grazia finì per aprire il suo cuore ai preziosi insegnamenti ricevuti quella notte.

La carità divina è eminentemente diffusiva

16a Dio ha tanto amato il mondo...

Dio, essendo onnipotente, ha la capacità di non fare mai il male.8 Tutto quanto Egli crea è buono e, di conseguenza, ama le sue opere. Certe cose che Egli ha visto in Se stesso da tutta l'eternità, le ha amate in modo speciale e ha dato loro l'esistenza,9 traendole dal nulla affinché partecipassero alla sua felicità. Un esempio ci aiuterà a meglio intendere questo modo di procedere: se uno possiede notevoli doti culinarie è normale che, quando elabora con piacere deliziosi piatti, desideri invitare gli altri ad apprezzarli. C'è nella stessa natura umana, perfezionata dalla virtù, una tendenza a favorire i simili e a renderli partecipi della propria felicità, perché il bene è eminentemente diffusivo.10 Ora, se questo succede alla nostra natura, che è incline all'egoismo, come sarà in Dio? In Lui l'amore è infinito – "Dio è amore" (I Gv 4, 8) – e tende a propagarsi, poiché Lui vuole comunicare la sua bontà. Non senza ragione ha creato l'universo, che è un'emanazione di questa carità, come commenta San Tommaso: "Le creature uscirono dalla mano [divina] aperta dalla chiave dell'amore".11

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Visita di Nicodemo a Cristo, di John La Farge - Smithsonian
American Art Museum, Washington

Vedendo tutto quanto aveva fatto, l'Altissimo constatò che l'insieme non era soltanto buono, come ogni parte della creazione, ma ottimo (cfr. Gn 1, 31). Tuttavia, una parte degli Angeli e gli uomini non furono grati per i benefici ricevuti, non seppero restituire a Dio quello che Gli apparteneva, né corrispondere al suo amore. Gli angeli cattivi peccarono e, dopo loro, anche Adamo e Eva, essendo introdotta la maledizione nell'ordine dell'universo, e le porte del Cielo si chiusero per l'umanità.

Una conversazione nell'eternità…

16b …da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna…

Dio è radicale o, più esattamente, è la Radicalità, e per questo ama per intero, fino alle ultime conseguenze. Ora, Egli ha voluto salvare la sua opera! Con l'obiettivo di farci un'idea di quello che sarà accaduto tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo per determinare la Redenzione, possiamo immaginare, in base a modelli umani, un colloquio in seno alla Trinità, sebbene sul piano divino tutto sia molto differente. In questa conversazione ipotetica, una delle tre Persone dice alle altre qualcosa del genere:

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Crocifissione di Cristo – Chiesa di San
Martino, Bassenheim (Germania)

– Il nostro disegno in relazione all'umanità è frustrato. Cosa facciamo?

Il Figlio, che è la Sapienza, Si rivolge al Padre:

– Io assumo il debito! Mi incarnerò e, nella mia natura umana, in quanto Seconda Persona della Trinità, un semplice mio gesto potrà riparare l'offesa che Ci hanno fatto, riaprire le porte del Cielo e versare sugli uomini un flusso di grazie ancor più abbondante che se Adamo non avesse peccato.

Allora, il Padre aggiunge:

– Figlio mio, Io desidero di più. Malgrado basti un mero atto da parte tua per riparare il peccato commesso, esigerò che accetti il tormento della crocifissione e dell'abbandono, poiché voglio per Te tutta la gloria possibile e la massima esaltazione, anche, dell'umanità che assumerai. E il Figlio consente, senza esitazione:

– Padre mio, "ecco, io vengo a fare la tua volontà" (Eb 10, 9).

Infine, lo Spirito Santo conclude:

– Io ho sempre desiderato dare più al Padre e al Figlio e restituire a entrambi, per il fatto di provenire dal loro mutuo amore. Ora, con questa consegna del Figlio, ciò sarà possibile, poiché Mi assumerò la missione di rivelarLo agli uomini, santificandoli e disponendo i loro cuori ad accoglierLo.

Vediamo, pertanto, come Dio abbia amato il mondo con radicalità e senza limiti, al punto da accondiscendere a dare suo Figlio Unigenito, generato prima di tutti i secoli, per salvare l'umanità che era entrata nelle vie del peccato e servirle da modello. Insegna San Tommaso d'Aquino: "L'amore si dimostra con la donazione […]. E Dio ci ha dato il dono massimo, perché ha dato suo Figlio Unigenito. Per questo si dice: 'per dare suo Figlio Unigenito'; 'non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma Lo ha dato per tutti noi (Rm 8, 32)".12

La convivenza della Trinità è aperta agli uomini

16c ...ma abbia la vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Il Figlio di Dio non è venuto per vigilare né per recriminare, ma per portarci la vita eterna. L'offerta di una goccia del suo Sangue avrebbe avuto merito infinito e sarebbe stata sufficiente per riparare i crimini di tutta l'umanità, da Adamo fino all'ultimo uomo della Storia. Egli, però, ha dato tutto, inclusa la propria carne, soltanto le sue ossa non gli sono state spezzate, affinché si compisse la Scrittura (cfr. Es 12, 46). "Tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto" (Is 52, 14), essendo comparato a un verme (cfr. Sl 21, 7). Questo ci dà un'idea della grandezza di questo desiderio di ottenere per noi la vita eterna: "Il Figlio, cui il Padre non perdona, è consegnato, ma non contro la sua volontà, poiché di Lui è scritto: 'Mi ha amato e Si è dato per me".13

Che cosa dobbiamo intendere per vita eterna? In una parola, la vita dello stesso Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, ossia, la conoscenza infinita del Padre rispetto a Sé, con la quale Egli genera il Figlio, e l'amore tra i due, così proficuo, fa che da lui proceda lo Spirito Santo, chiudendo il processo trinitario. Dio, però, ha voluto aprire agli Angeli e agli uomini le porte di questa convivenza, della "vita intima della Sacrosanta Trinità nelle ineffabili comunicazioni delle tre Persone. Infatti tutte e tre, e ognuna a suo modo, contribuiscono all'opera della nostra deificazione. […] Il Padre è colui che ci adotta, il Figlio chi ci rende suoi fratelli e coeredi, lo Spirito Santo chi ci consacra e ci rende templi vivi di Dio, e viene ad abitare in noi in unione con il Padre e il Figlio",14 come spiega bene padre Arintero. In una sola frase riassume tali verità il Dottor Angelico, con tutta semplicità: "La vita eterna non è altra cosa se non il godimento di Dio".15

Ora, l'accesso a questo piacere ci è permesso col Sacramento del Battesimo, istituito da Nostro Signore, il cui rito è semplice e in tal maniera facilitato che – in mancanza di un ministro ordinato e in caso di necessità – può esser amministrato da una qualsiasi persona, purché voglia attenersi alla forma della Chiesa. Nel momento in cui è versata l'acqua sul neofita ed è pronunciata la formula "Io ti battezzo in nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo", si opera un impressionante miracolo, dei più grandi che ci sono sulla Terra: da mera creatura, la persona è elevata alla partecipazione alla vita di Dio. Le sono, inoltre, infuse le virtù teologali – fede, speranza, carità – e le cardinali – prudenza, giustizia, fortezza, temperanza –, alle quali si accresce l'enorme corteo delle altre virtù, e tutti i doni del Consolatore. Ma, soprattutto, l'anima diventa un tempio vivo in cui abitano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Camilo Gálvez
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Battesimo di Sant’Ignazio – Santuario di Loyola, Azpeitia (Spagna)

Infatti, le tre Persone già erano in lei, perché Dio Si trova realmente e intimamente in ogni parte e in ogni creatura, in tre forme: in essenza, sostenendola nell'essere, in modo che non torni al nulla; in presenza, visto che tutto succede davanti ai suoi occhi; in potenza, poiché tutto è soggetto al suo divino potere. Tuttavia, dopo il Battesimo, sarà presente anche come Padre e Amico.

La vita divina ricevuta nel Battesimo deve esser coltivata fino a sbocciare pienamente quando varcheremo le soglie della morte e penetreremo nella vita eterna, promessa dal Signore Gesù. Essa consiste nel contemplare Dio16 tale come Egli è (cfr. I Gv 3, 2), cosa che sarebbe impossibile se non fosse data alla natura umana la luce della gloria, cioè, la stessa luce di Dio. A ragione dice la Scrittura: "in lumine tuo videbimus lumen – nella tua luce vedremo la luce" (Sl 35, 10).

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Parabola del ricco e del povero Lazzaro, miniatura
del Codex Aureus di Echternach - Museo
Nazionale Germanico, Nuremberg
(Germania)

La condanna proveniente dalla mancanza di fede

18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

In questo versetto Gesù mostra come ci salviamo o ci condanniamo, e chiarisce un aspetto della teologia che non era di intera conoscenza dei giudei. Essi credevano nel Giudizio Finale, ma non avevano uguale certezza riguardo al giudizio personale, e per questo Nostro Signore ha voluto raccontare la parabola del ricco e del povero Lazzaro (cfr. Lc 16, 19-31). La Chiesa Cattolica insegna che "ogni uomo riceve nella sua anima immortale la ricompensa eterna a partire dal momento della morte, in un giudizio personale". 17 Ciò nonostante, il Divino Maestro dichiara qui qualcosa che trascende questa verità: il giudizio si fa nello stesso istante in cui gli atti sono praticati. Di per sé, essi determinano la salvezza o la condanna di ognuno, come afferma Sant'Agostino, spiegando questo passo del Vangelo: "La sentenza ancora non è pubblicata, ma è già stata redatta. Il Signore sa chi sono i suoi; sa chi rimarrà per la corona e chi sarà destinato alle fiamme; nella sua terra sa ciò che è grano e ciò che è paglia, ciò che è messe e ciò che è zizzania".18 In tal modo, chi commette un peccato mortale è salvo dal giudizio di Dio e da una condanna ipso facto soltanto perché Egli sospende la punizione. La cosa normale sarebbe che quando un essere intelligente e libero, come l'uomo, cadesse in una mancanza grave, l'ordine dell'universo vulnerato si vendicasse, e satana lo afferrasse conducendolo all'inferno. Questo non accade solo perché Dio lo impedisce, per dare altre opportunità di correzione al peccatore che, in realtà, è già giudicato.

Questa dottrina deve essere chiara affinché non si crei una concezione illusoria della vita, pensando sia possibile condurre un'esistenza di cadute frequenti, seguite da confessioni senza autentica contrizione né proposito di riparazione e, nell'ora della morte, ricevere i Sacramenti e andare in Cielo. Questo equivoco è così antico che già San Giovanni Crisostomo, nel IV secolo, commentando lo stesso versetto, ammoniva i suoi contemporanei sui rischi di ritenere che "l'inferno non esiste, non ci sono castighi, Dio perdona tutti i nostri peccati".19 Ora, è molto probabile che nel fuoco eterno si trovino le anime di molti che ritenevano di poter oscillare tra il peccato e lo stato di grazia, e all'improvviso sono state rapite da una morte imprevista e in esse si è compiuta la parola di Nostro Signore: "è già condannato". Si tratta di una mera coincidenza? No! Sarebbe un miracolo della misericordia divina che questo non accadesse, poiché, come abbiamo visto, dal peccato dovrebbe risultare la morte immediata. Nostro Signore dice che è condannato chi non crede nel nome del Figlio Unigenito. Ossia, Egli ha voluto beneficiarci, offrendoSi per noi, ma a coloro che Lo rifiutano non sarà permesso di godere del premio della vita eterna.

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La Santissima Trinità con tutti gli Angeli e Santi,
di Jean Fouquet – Libro delle Ore di Étienne
Chevalier, Museo Condé, Chantilly (Francia)

III – Non basta la fede, è necessario dare testimonianza

Credere significa tradurre nella propria vita quello in cui si è creduto. È indispensabile, dunque, che ci sia da parte nostra questa credenza in Nostro Signore, non in maniera eterea, ma in accordo col momento storico attuale. E siccome nel corso dei secoli il male si presenta sotto nuovi aspetti, abbiamo l'obbligo di manifestare la fede in Cristo in modo conveniente alla situazione che viviamo. Nei primi tempi del Cristianesimo i fedeli erano condotti dal soffio dello Spirito Santo, al punto che erano disposti a dare tutto quanto possedevano, come si narra negli Atti degli Apostoli (cfr. At 2, 44-46). Diversa fu l'epoca delle persecuzioni, in cui i cristiani, inebriati all'idea della Morte e Resurrezione del Signore Gesù e infiammati d'amore per Lui, affrontavano la morte e dominavano gli istinti di socievolezza e di conservazione, entrambi molto radicati nell'anima. Nel Medioevo, un'altra forma di adesione ha portato l'uomo a trasformare la vita sociale in una manifestazione della Fede Cattolica. A ogni fase storica, pertanto, la fede produce nuovi e vari frutti di santità, poiché senza le opere essa è morta (cfr. Tg 2, 17).

Anche noi abbiamo bisogno di dare testimonianza di questa virtù, adeguando a Gesù Cristo le nostre attitudini, mentalità, intelligenza, volontà, sensibilità, insomma, tutto quello che siamo e vogliamo essere. Assistendo nel mondo odierno all'abbandono della fede e alla quasi completa scomparsa del fermento evangelico nelle relazioni umane, ci tocca alimentare una vigorosa pietà eucaristica e mariana, a lato della fedeltà alla Cattedra di Pietro, e cercare la sacralità in tutti gli aspetti dell'esistenza. Insomma, dobbiamo conformarci al Divino Maestro, al fine di partecipare, già in questa vita, all'ineffabile convivenza con le tre Persone Divine. Questo è l'obiettivo della Liturgia di oggi: stimolarci a crescere nella devozione alla Santissima Trinità e a corrispondere al suo ineffabile amore, realizzando la volontà del Padre, camminando sulle orme del Figlio e rispondendo con docilità alle mozioni dello Spirito Santo.

1 RITO DELLA MESSA. Riti iniziali, A. In: MESSALE ROMANO. Trad. Portoghese della 2ª edizione tipica per il Brasile  realizzata e pubblicata dalla CNBB con aggiunte approvate dalla Sede Apostolica. 9.ed. São Paulo: Paulus, 2004, p.389.

2 Cfr. SAN TOMMASO D'AQUINO. Somma Teologica. I, q.32, a.1.

3 SOLENNITA' DELLA SANTISSIMA TRINITÀ. Preghiera del Giorno. In: MESSALE ROMANO, op. cit., p.379.

4 Cf. SAN TOMMASO D'AQUINO, op. cit., II-II, q.6, a.1.

5 SANT'AGOSTINO. De Trinitate. L.I, c.1, n.3. In: Obras. 2.ed. Madrid: BAC, 1956, vol.V, p.131.

6 Idem, L.XV, c.25, n.45, p.927.

7 HAYMO DE AUXERRE, apud SAN TOMMASO D'AQUINO. Catena Aurea. In Ioannem, c.III, v.1-3.

8 Cfr. SAN TOMMASO D'AQUINO.
Somma Teologica. I, q.25,
a.3, ad 2.

9 Cfr. Idem, q.20, a.2, ad 2.

10 Cfr. SAN TOMMASO D'AQUINO. La Somma contro i gentili. L.III, c.24, n.6.

11 SAN TOMMASO D'AQUINO. Super Sent. L.II, prooem.

12 SAN TOMMASO D'AQUINO. Super Ioannem. C.III, lect.3.

13 SANT'AGOSTINO, op. cit., L.XIII, c.11, n.15, p.733.

14 GONZÁLEZ ARINTERO, OP, Juan. Evolución mística. Salamanca: San Esteban, 1988, p.209.

15 SAN TOMMASO D'AQUINO, Super Ioannem, op. cit.

16 Cfr. SAN TOMMASO D'AQUINO. Somma Teologica. I, q.12, a.6.

17 CCE 1022.

18 SANT'AGOSTINO. In Ioannis Evangelium. Tractatus XII, n.12. In: Obras. Madrid: BAC, 1955, vol.XIII, p.353.

19 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia XXVIII, n.1. In: Homilías sobre el Evangelio de San Juan (1-29). 2.ed. Madrid: Ciudad Nueva, 2001, vol.I, p.325.

Rivista Araldi del Vangelo, Giugno/2014, n. 134, p. 08 - 15

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