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Tesori della Chiesa

E la luce fu!

Pubblicato 2012/09/25
Autore : Diac. Felipe de Azevedo Ramos, EP

La sua armonia rappacifica lo spirito, la sua verticalità eleva i cuori, il colore fiabesco delle vetrate purifica la mente.

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La metafisica della luce e la nascita del gotico

La sua armonia rappacifica lo spirito, la sua verticalità eleva i cuori, il colore fiabesco
delle vetrate purifica la mente. Le sue ogive indicano la retta via, la sua luce fa
calare il potere delle tenebre. I peccatori vi trovano conversione; i fedeli, il
rifugio; i poeti, l'ispirazione. Ecco lo stile gotico...

Diac. Felipe de Azevedo Ramos, EP

In quegli anni, Parigi viveva il suo apogeo. Si era alla metà del XIII secolo e tutto sembrava confluire ad un'auge culturale e spirituale. I fedeli accorrevano per ascoltare la vigorosa predicazione dei frati degli ordini mendicanti, domenicani e francescani; gli studenti di teologia ammiravano la dottrina insegnata da San Tommaso d'Aquino; la società civile assisteva al sorgere del grande Re Luigi IX, ornato non solo dalle insegne reali ma, soprattutto, dalla corona della santità. La benedizione di Dio sembrava pervadere i cuori.

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Vetrate della Sainte-Chapelle, Parigi

Nella Ville Lumière, la natura si armonizzava con la società. I campi e le montagne all'orizzonte erano interrotti appena da torrioni di castelli e fortificazioni. Nell'Île de la Cité, proprio nel cuore della città, spiccavano due meraviglie della costruzione gotica: la Sainte-Chapelle e la Cattedrale di Notre-Dame, centro geografico e asse della vita spirituale di Parigi.

Tuttavia, non tutti si facevano condurre dalla Cattedrale...

La storia di Jacques, il calzolaio

Narra la leggenda che un tal calzolaio di nome Jacques si era allontanato, fin dalla gioventù, dalla Religione. In tal maniera si era dedicato ad accumulare il gruzzolo e si era lasciato corrompere da cattive amicizie, che il suo cuore sembrava insensibile alle cose divine, ma niente può spegnere dall'animo umano il desiderio dell'Assoluto, vincolo del nostro rapporto con Dio e chiave delle conversioni.

Nel caso di Jacques, la Provvidenza gli aveva dato il privilegio di vedere dalla sua finestra una singolare prospettiva dei campanili appena costruiti di Notre-Dame. E la sua sete di Assoluto trovò consonanza con quel simbolo sacro, risvegliando nel suo animo il desiderio di conoscere e chiarirne il significato più profondo. Tuttavia, la macchia del peccato obnubilava la sua intelligenza e trascinava al male la sua volontà: aveva tempo per il denaro, mai per la Messa; disponeva di forze per il lavoro, mai per intraprendere una vita cristiana; sentiva il desiderio di visitare quella cattedrale, ma il rispetto umano prevaleva sul suo spirito.

Passando un giorno per il centro della città, Jacques si trovò all'improvviso davanti al maestoso tempio, bagnato da un meraviglioso tramonto. Sorse allora nel suo animo un impeto di stupore, seguito da un dilemma:

- Adesso... entro? - era la voce della grazia.

- O non entro? - era il principe delle tenebre a tentarlo.

Sebbene esitante, si avvicinò al portico centrale, circondato dalla rappresentazione del Giudizio Finale. Fermandosi a riflettere su quella scena, ammirazione, curiosità e timore si confondevano nel suo intimo, per indurlo alla fine ad entrare, in punta di piedi, nel luogo sacro.

Avanzò lentamente lungo la navata principale mentre contemplava la profusione di pietre scolpite e la luminosa policromia delle vetrate. Davanti ad una di loro, nella crociera nord, si fermò estasiato. Rappresentava San Giovanni Evangelista. In modo inesplicabile la figura prese vita e gli disse: "Le luci e i colori che qui vedi sono espressioni della perfezione divina. Cerca nel tuo intimo, vi troverai ancor più colore e più luce". Meravigliato per questa visione, Jacques decise di abbracciare la vita religiosa e visse come monaco fino alla fine dei suoi giorni.

Amirwiki    
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Abside della Basilica di Saint-Denis, Francia

Vera o no, questa storia riflette bene l'azione della grazia divina attraverso quelle vetrate e ci introduce nel profondo significato teologico delle luci che hanno illuminato il buon calzolaio della nostra leggenda, propiziando la sua conversione. Infatti, l'architettura gotica si fonda sulla cosiddetta "metafisica della luce".

Nella Basilica di Saint-Denis

"Niente di grande si fa all'improvviso", recita il dettato. E così avvenne con la nascita dell'arte gotica.

A circa dieci chilometri da Notre-Dame, a nord di Parigi, si trovava dal III secolo il sepolcro di San Dionigi, primo Vescovo di Parigi. Con il tempo, il sito divenne un luogo di pellegrinaggio e, a partire dal Re Dagoberto I (†639), necropoli ufficiale dei sovrani francesi. Contigua a questa Basilica si trovava l'Abbazia benedettina omonima, considerata una delle più importanti del Medioevo. In modo graduale, il complesso di Saint-Denis armonizzò il suo destino spirituale con quello della monarchia francese, acquistando con ciò un grande prestigio e preminenza.

All'inizio del secolo XII, tuttavia, Saint-Denis attraversò seri problemi di secolarizzazione, sotto la direzione dell'abate Adamo. Quando questi morì, nel 1122, gli successe Suger, uomo inviato da Dio, secondo il suo principale biografo, "per illuminare non solo quel luogo, ma tutto l'impero dei franchi".1 Infatti, è molto appropriato l'uso di questo termine, poiché il nuovo superiore, oltre ad arricchire Saint-Denis con nuove luci materiali attraverso l'arte gotica e con lo splendore liturgico, offrì luci spirituali, prima per l'Abbazia e poi per tutta la Francia. Basti dire che in questa nazione, soltanto tra gli anni 1180 e 1270, vennero costruite 80 cattedrali gotiche, senza contare le chiese abbaziali e altri edifici religiosi.2

   Gustavo Kralj
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“Sant’Ambrogio”, di Giovanni di Paolo
Metropolitan Museum of Art, New York

Dal suo ingresso a Saint-Denis come oblato, ad appena 10 anni, l'idea della fondazione di una nuova arte maturò in forma creativa nell'animo di Suger. Sognava di riformare la Basilica. La sua formazione monastica ebbe un ruolo preponderante nell'elaborazione del suo piano, soprattutto con la lettura dell'opera La gerarchia celeste, nella quale Dionigi (†sec. VI), trattando degli Angeli, sviluppa quello che si è chiamata "metafisica della luce".

La metafisica della luce

Si potrebbe affermare che la luce materiale è un mero fenomeno fisico, non possedendo alcuna relazione con Dio o il soprannaturale ma, per il fatto di essere intoccabile, diafana e pura, ed essere fondamentale per la vita, essa rispecchia in qualche modo lo spirituale. Viceversa, la manifestazione dello spirituale tende alla luminosità. La Bibbia e le rivelazioni private lo attestano. In altre parole, la luce era intesa come una specie di ponte tra il naturale e il soprannaturale.

La luce ha la sua origine, come tutte le cose, in Dio stesso. Nei Salmi, Egli, Essere immateriale, è comparato con il sole di mezzogiorno che ci illumina (cfr. Sal 36, 6; 42, 3) e fa risplendere su di noi la luce del suo sembiante (cfr. Sal 66, 2). I Padri della Chiesa corroborano questa idea, utilizzando espressioni simili. Per Sant'Ilario, per esempio, Dio è "tutta luce";3 per Sant'Ambrogio, è l'"eterno splendore";4 e per ant'Agostino, il "sole spirituale".5

Insomma, Dio è Luce per essenza e "Padre delle luci" (Tg 1, 17). Questa paternità, infatti, è ben espressa dalla stessa Creazione come atto luminoso: "Dio disse: ‘Sia la luce!' E la luce fu" (Gn 1, 3). In una prospettiva teologica, il Creatore, nel dare l'esistenza agli esseri, "li illumina" in proporzione di una maggiore o minore vicinanza a Lui. Questo succede in modo analogo al fuoco: le cose sono più o meno calde in rapporto alla loro vicinanza alla sorgente di calore. Così, quanto più sono vicini a Dio, tanto più sono illuminati gli esseri, e viceversa.

Ora, questa maggiore o minore illuminazione delle creature in funzione della maggiore o minore distanza da Dio è molto legata alla teoria della bellezza. Così, secondo la filosofia di Dionigi, la manifestazione della luce - cioè, il chiarore (claritas) e lo splendore (splendor) - è qualità fondamentale e oggettiva delle cose belle, poiché tutte quante sono, lato sensu, in qualche modo illuminate. E questo si può spiegare, in parte, con la nostra esperienza estetica: non è vero che ci meravigliamo quando contempliamo un bel panorama illuminato, la luce delle stelle o anche l'acqua cristallina di una cascata? Allo stesso modo, la bellezza si dirige, prima di tutto, allo spirituale o all'intellettuale. Per questo chiamiamo "figlio della luce" chi possiede bellezza d'animo, "illuminazione divina", le ispirazioni profetiche; e "lucido", l'uomo di idee chiare.

Riassumendo, Dio è la "vera Luce" che "illumina ogni uomo" (Gv 1, 9), in modo diretto o attraverso le "luci materiali" che Egli ci offre. E come avviene questa illuminazione?

Celebre è la sentenza di San Paolo riguardo la conoscenza di Dio attraverso le creature. "Le sue perfezioni invisibili", afferma, "possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute" (Rm 1, 20). In altre parole, la contemplazione delle meraviglie della Creazione favorisce la conoscenza del Creatore e dei suoi attributi. Ora, questo accade in modo simbolico (συμβολικ?ς), cioè, attraverso segni visibili possiamo conoscere l'invisibile; e anagogico (?ναγωγικ?ς), ossia, tramite le cose naturali ci eleviamo a quelle soprannaturali.6 In questo senso, San Tommaso d'Aquino ci compara a civette incapaci di fissare la luce direttamente.7 Di qui la nostra necessità di ricorrere a quello che ci è connaturale per raggiungere questa conoscenza già durante la nostra vita presente.

 Leopoldo Werner / Sergio Hollmann / Gustavo Kralj
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"Viaggio dei Re Magi" e "Nostro Signore
Gesù Cristo tra i dottori" - Abbazia di
Saint-Denis; "Le nozze di Cana" e
"Santo Stefano Protomartire" -
Cattedrale di Notre-Dame,
Parigi

Ma questa elevazione a Dio non passa solo attraverso la Creazione pura e semplice. Essa può esser aiutata per mezzo di immagini poetiche, delle Scritture o di metafore che esprimono le meraviglie o il soprannaturale e che superano la nostra conoscenza sperimentale. I simboli, infatti, quando denotano realtà superiori, frenano la nostra naturale tendenza verso il materiale, favorendo la parte superiore dell'anima desiderosa, per sua natura, delle cose dell'alto.8 Di qui l'importanza dell'utilizzazione dell'arte come mezzo di espressione delle qualità divine.

Lo stile gotico, come vedremo, possiede un carattere profondamente simbolico, soprattutto secondo la prospettiva prima presentata, ma esso ha un'importante particolarità: ha ottenuto in modo straordinario di trasporre alla materia la metafisica della luce.

Dalla teologia all'arte, dall'arte a Dio

La teologia che abbiamo appena commentato si riflette nei resoconti di Suger concernenti la riforma della Basilica di Saint-Denis: uno sulla sua consacrazione (De consecratione) e un altro sull'amministrazione (De administratione).

Dopo aver ordinato l'Abbazia secondo la regola benedettina, Suger passa alle migliorie della Basilica, come l'ampliamento dello splendore liturgico e l'acquisizione di beni, sempre evitando il superfluo e l'eccesso.

Più tardi, nacque l'opera che lo avrebbe onorato con il titolo di "fondatore del gotico". Si trattava della ristrutturazione della facciata e del coro dell'allora carolingia Basilica di Saint-Denis. Grazie all'ausilio divino e all'impegno del clero, dei nobili, del popolo, soprattutto dei migliori artisti, la riforma si realizzò in soli tre anni e tre mesi. La splendente cerimonia di consacrazione, l' 11 giugno 1144,9 contò sulla presenza del Re e della Regina, oltre che dei più alti dignitari del Clero e della Nobiltà. Infatti, a giudicare dai resoconti, fu una vera prefigurazione del Regno dei Cieli.

Quella sublime liturgia si armonizzava con il maestoso ambiente, abbellito da un'imponente struttura. Per formare la desiderata armatura di luce, si colsero elementi dell'architettura della Burgundia (archi ogivali) e della Normandia (archi incrociati nelle volte), uniti alla grande innovazione strutturale di quest'opera, i contrafforti: le componenti principali per la nascita del gotico. Infatti, a partire da quest'ultima invenzione, ingegnosa e allo stesso tempo estetica, si garantì sicurezza e grandiosa bellezza a quella nuova opera, che subito si diffuse in tutta la Francia.10

Tuttavia, come si è già detto, lo stile gotico non si riduceva a un semplice stile architettonico, ma si trattava in particolare di una vera opera di teologia della luce trasposta alla materia. Il suo successo fu tale che riuscì a fornire una vera trasfigurazione nell'arte religiosa europea, i cui frutti si estendono fino ad oggi. Infatti il suo predecessore, il romanico - a causa della sua struttura, della sua forma di archi arrotondati e delle sue spesse pareti - non permetteva l'introduzione di grandi finestre. L'ovvia conseguenza era la diminuzione dell'entrata della luce solare.

Ora, ecco qui l'originalità dell'arte gotica e la sua relazione con la luce. Col proposito di ottenere una maggiore luminosità, sono introdotti gli archi ogivali, che offrono all'edificio pareti traforate, colonne snelle e soffitti più alti. Infine, nel coordinare la lunghezza, l'altezza e la larghezza, in una perfetta proporzione, si è tradotta nell'arte la bellezza geometrica della Creazione, disposta con "misura, numero e peso" (Sp 11, 20).

In questo modo, con grande genialità si sono create le condizioni perché, senza compromettere la struttura dell'edificio, si introducessero vetrate più grandi e, di conseguenza, più luce, principale "materiale da costruzione" di quest'arte. Così, lo spirituale è stato incorporato dalla luce e Dio, "Luce immateriale", è diventato "visibile" nella materia. Ed ecco che si è fatta la luce nell'architettura!

Un trattato di teologia illustrato

Questi mosaici di vetro translucido non si limitavano, è evidente, a permettere l'entrata della luce. Avevano anche un'alta funzione estetica e l'obbiettivo di permettere che tutta la Chiesa brillasse "di una luce mirabile e continua di vetrate luminosissime a permeare la bellezza interiore".11 D'altra parte, erano destinate a illustrare, soprattutto, scene del Vangelo o della vita dei santi. Nel frattempo, questa funzione fu accresciuta da un'altra originalità di Suger nella Basilica di Saint-Denis: si trattava della creazione delle cosiddette "vetrate esegetiche".12 In questo caso, l'arte trascendeva l'immagine, offrendo, inoltre, un'interpretazione delle Sacre Scritture.13 Così, con poche immagini, si poteva regalare agli spettatori un vero trattato di teologia illustrato.

Infatti, la più famosa vetrata di Saint-Denis, nota come "vetrata anagogica", o ancora "vetrata delle allegorie paoline", è composta da cinque medaglioni che rappresentano, attraverso tipologie e allegorie, la concordanza dei due testamenti.14 In uno dei medaglioni, per esempio, noto come "mulino mistico", San Paolo appare mentre riceve i sacchi di frumento provenienti dall'Antico Testamento e li scarica in un mulino. Nell'altra estremità si estrae la farina per fare il "vero pane [...], nostro alimento eterno e angelico".15

In un'altra scena è rappresentato Nostro Signore come Colui che toglie il velo di Mosè, il cui volto era allora coperto davanti agli israeliti, poiché in Cristo il velo è rimosso (cfr. II Cor 3, 13-16) o, come spiega Suger: "Quello che Mosè vela, la dottrina di Cristo rivela".16

Per ultimo, nel medaglione forse più noto di tutti, è rappresentato Dio Padre al centro di allegorie dei sette doni dello Spirito Santo, affiancato da due donne, una simbolo della Chiesa, l'altra, della Sinagoga. Con la mano sinistra, Egli toglie il velo dalla Sinagoga, mentre con la destra incorona la Chiesa.

Così, reversibilità fino ad allora inedite nell'iconografia erano decifrate da una semplice "illustrazione" (parola, del resto, derivata dal verbo latino illustrare, che significa "chiarire, illuminare").

Le vetrate svolgevano, pertanto, anche la significativa funzione pedagogica di "illustrare", la quale si riassume nella nota espressione "Bibbia dei poveri". Esse avevano l'eccellente capacità di "conferire alla materia la più alta preziosità del lavoro che la trasforma e conferire alle immagini la preziosità della speculazione intellettuale".17

Luce e splendore nella casa di Dio

Lo splendore dell'illuminazione della Basilica non si doveva soltanto alle sue preziose vetrate - soprattutto quelle di colore blu, di bellezza comparabile a quella dello zaffiro - ma anche all'utilizzazione di metalli e gioielli per l'ornamentazione della Chiesa e dei suoi oggetti.18 Infatti, Suger ringrazia la munificenza divina perché l'ha abbellita con "oro, argento, pietre preziosissime, oltre a eccellenti tessuti".19 Ha impiegato, inoltre, i migliori pittori di diverse regioni al fine di guarnire le pareti con "oro e colori preziosi".20

   Gustavo Kralj
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“Beata Vergine Maria” -
Sainte-Chapelle, Parigi

Grazie ai suoi sforzi, in quel tempio eretto come un monumentale caleidoscopio, "che brilla con la gloria di Dio" (Ap 21, 11), si armonizzava la luce delle vetrate con lo splendore del culto divino, il materiale con l'immateriale, il corporale con lo spirituale, l'umano con il divino. Insomma, a guisa dell'ogiva, si mirava a promuovere il vero incontro tra il Cielo e la Terra in un'unica repubblica,21 o altrimenti, formare "la nuova Gerusalemme" menzionata nell'Apocalisse (21, 2).

Avendo presente la "metafisica della luce" di Dionigi e la sua teoria riguardo le proprietà delle pietre, unite alla narrazione dell'Apocalisse (21, 19-21) e di Ezechiele (28, 13), Suger, "per amore della bellezza della casa di Dio",22 traspone la filosofia e la Rivelazione alla materia, impiegando nel tempio e negli oggetti liturgici diversi tipi di pietre: "sardonica, topazio, diaspro, crisolito, onice, berillo, zaffiro, carbonchio e smeraldo".23

Infine, l'uomo può, con l'esperienza estetica, passare dalla contemplazione delle "luci materiali" - le vetrate, le pietre preziose, l'oro, le perle, ecc. - alla "Luce immateriale", o meglio, "trasportarsi, con la grazia di Dio, da questo [mondo] inferiore a quello superiore in modo anagogico".24 Ecco qui la meravigliosa convergenza tra la metafisica della luce e l'arte cristiana.

L'arte: a cosa serve?

Nella cosmovisione medievale, l'universo era inteso come un libro scritto da Dio, le cui "parole" ci fanno risalire allo stesso Autore. D'altro lato, queste "parole" possono formarne anche altre attraverso l'ingegno umano, secondo l'idea espressa da Dante, che l'opera d'arte è "nipote di Dio".25

Così, per Suger, la tecnica posta a servizio del culto divino deve far tutto nella maniera più perfetta possibile, "al punto che si possa dire: ‘l'opera ha superato la materia'".26 In questo modo, l'arte religiosa non deve mirare al proprio servizio (ars gratia artis): ornare una chiesa significa adornare la stessa Sposa di Cristo, 27 e in ultima istanza, render lodi al Sommo Artista.

Ora, se negli olocausti della Legge Antica erano impiegati oggetti di grande valore per raccogliere il sangue di animali sacrificati, è molto più opportuno utilizzare "l'oro, le pietre preziose e tutto quanto c'è di meglio per contenere il Sangue di Gesù Cristo".28 Infatti, per il Santo Sacrificio della Messa si richiede tutta la purezza interiore e tutta la nobiltà esteriore, poiché il nostro Redentore deve esser servito in maniera integra e universale.29

Questa purezza interiore significa che l'estetica proposta dall'Abate di Saint-Denis possiede anche un chiaro obbiettivo di perfezione morale; ossia, unendosi al bello, il nostro animo diventa, esso stesso, bello, e quanto più le cose materiali sono conformi alla Bellezza Divina, più il nostro spirito, contemplandole, è illuminato dal "Padre delle luci". In modo inverso, quanto più sopprimiamo la bellezza nell'arte o siamo sporcati dalla macchia del peccato, più ci allontaniamo dalla Luce prima. Per cui Suger lancia un anatema su colui che "distrugge il preclaro altare: Che perisca della stessa condanna di Giuda".30

Questa riflessione morale è ben sintetizzata dai versi dei portici della Basilica di Saint-Denis: "L'opera nobile risplenda, ma che quest'opera, nobilmente risplendente, illumini le menti, affinché si dirigano, con le luci vere, alla Vera Luce, dove Cristo è la vera porta. La mente opaca si eleva alla Verità attraverso le cose materiali e, vedendo questa Luce, è resuscitata dalla sua precedente".31 Il gotico è, infatti, l'"espressione archetipica dell'animo cristiano".32

Gustavo Kralj   
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“Gesù Cristo” - Sainte-
Chapelle,  Parigi

Insomma, l'arte può portare alla santità quando è in accordo con Dio, alla corruzione, quando in essa prevale il contrario.

E il gotico, dove ci conduce?

Che luce cerchiamo?

L'architettura gotica ha unito in un insieme armonioso, la robustezza e l'eleganza, la semplicità e la sofisticazione, la proporzione e la chiarezza, ha avvicinato il Cielo e la Terra e, allo stesso tempo, sfidando le altezze, ha guidato gli uomini a stare attenti alle "luci materiali" che indirizzano alla Luce Vera.

La sua armonia rappacifica lo spirito, la sua verticalità eleva i cuori, i colori fiabeschi delle vetrate purificano la mente. Le sue ogive additano la retta strada, le sue pietre predicano in un silenzio cogente, la sua luce fa calare il potere delle tenebre. I peccatori vi trovano la conversione; i fedeli, il rifugio; i poeti, l'ispirazione.

Abbiamo visto che la luce, guidata dalla teologia, ha pervaso l'arte; mettendo in risalto la qualità materiale, ha fatto trasparire il soprannaturale; attraverso le sue cattedrali, il gotico ha coperto come un manto il territorio europeo medievale; per la sua applicazione simbolica siamo invitati a vedere la vera Luce: In lumine tuo videbimus lumen (Sal 35, 10).

Destinato a marcare la storia dell'arte con luce incomparabile, il gotico non solo invita a riflettere sul suo oggetto materiale ma, per le sue eminenti caratteristiche, incita lo spirito a cercare le realtà soprannaturali. Per i suoi simboli e forza morale, per la sua bontà rivestita di bellezza, ci tocca con discrezione la coscienza. Non è vero che quando oltrepassiamo una soglia gotica o anche quella di una qualsiasi pietosa chiesa, siamo portati a immergerci in un altro mondo, estraneo al fuggifuggi odierno? Là, i mondani annunci fanno posto alla semplicità degli ex-voto. Il crepitare del neon pubblicitario è sostituito dai colori filtrati delle vetrate. Il fumo propellente cede il posto al profumo dell'incenso. Lo strepito delle macchine è sostituito dal silenzio avvolgente, interrotto appena dalle voci liturgiche o dal balbettio delle preghiere, o persino dal sussurrare istintivo dei fedeli che, mentre là fuori sono semplici anonimi, dentro si sentono uniti, da un'intimità inesplicabile, come figli di uno stesso Padre.

Dinanzi a questo panorama che si svela a noi, sentiamo ammirazione o avversione?

Tocca al lettore riflettere e concludere. E'certo che le "luci materiali", come abbiamo visto, sono mezzi eccellenti per percorrere la via di Cristo; un invito a renderci, noi stessi, luci nel mondo e distanti dalle tenebre (cfr. Fl 2, 15; I Gv 1, 5-7) fino al supremo incontro con Lui nella Patria Celeste quando "non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli" (Ap 22, 5).

È questa la luce che speriamo, innanzitutto, si faccia per noi.

1 GUILHERME DE SAINTDENIS. Vita Sugerii. L.I. In: SUGER. OEuvres. Paris: Les Belles Lettres, 2008, vol.II, p.297.
2 Cfr. TOMAN, Rolf (ed.). Gothic: Architecture, Sculpture, Painting. Köln: Könemann, 2004, p.9.
3 SANT'ILARIO DI POITIERS. Epistola seu libellus, V, n.101: ML 10, 737B.
4 SANT'AMBROGIO. In Psalmum David CXVIII expositio,
s.19, n.38: ML 15, 1481.
5 SANT'AGOSTINO. Sermone Domini in monte secundum Matthæum Libri Duo. L.II,
c.XXIII, n.79: PL 34, 1269.
6 Cfr. DIONIGI AREOPAGITA. De cælesti hierarchia, c.I, n.2. In: Corpus Dionysiacum II. Ed. G. Heil and A.M. Ritter. Berlin: De Gruyter, 1991 (Patristische Texte und Studien 36), p.7, l.13.
7 Cfr. SAN TOMMASO D'AQUINO. De malo, q.16, a.8, ad 2.
8 Cfr. DIONIGI AREOPAGITA. De cælesti hierarchia, c.II, n.3 In: Corpus Dionysiacum II, op. cit., p.13, l.16-18.
9 Cfr. SUGER, op. cit., vol. I vol.I, p.12-14.
10 Cfr. STANLEY, David. The Original Buttressing of Abbot Suger's Chevet at the Abbey of Saint-Denis. In: Journal of the Society of Architectural Historians. California. Vol.65, n.3 (Set., 2003); p.334-355.
11 SUGER, op. cit., vol.I, p.26. 12 Cfr. RUDOLPH, Conrad. Inventing the Exegetical Stained-Glass Window: Suger, Hugh, and a New Elite Art. In: The Art Bulletin, Bulletin. New York. Vol.93, n.4 (Dic., 2011); p.399-422.
13 Cfr. RUDOLPH, Conrad (ed.). A Companion to Medieval Art: Romanesque and Gothic in Northern Europe. Malden: Blackwell, 2006, p.180.
14 Cfr. Idem, ibidem.
15 SUGER, op. cit., vol.I, p.148.
16 Idem, ibidem.
17 GRODECKI, Louis. Etudes sur les vitraux de Suger a? Saint-Denis. Paris: Presses de l'Université de Paris-Sorbonne, 1995, vol.II, p.74.
18 SUGER, op. cit., vol.I, p.150.
19 Idem, p.108.
20 Idem, p.110.
21 Cfr. Idem, p.52.
22 Idem, p.134.
23 Idem, ibidem.
24 Idem, p.134-136.
25 Cfr. DANTE ALIGHIERI. Divina Commedia. Inferno, XI, 105.
26 SUGER, op. cit., vol.I, p.132
27 Idem, p.122.
28 Idem, p.136.
29 Cfr. Idem, p.138.
30 Idem, p.132.
31 Idem, p.116.
32 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Só a arte sacra pode ser cristã? In: Catolicismo. São Paulo. N.24 (Dic., 1952).

Rivista Araldi del vangelo, Settembre 2012, nº 113, p 19 - 25

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