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Storie per bambini

Quanto guadagna un re?

Pubblicato 2012/07/13
Autore : Suor Anna Lucia Iamasaki, EP

Il re Rigoberto era estremamente potente, poiché i suoi domini si estendevano dalle montagne al mare. Il regno era prospero e c'era grande armonia tra i sudditi.

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Percorrendo i suoi vasti domini, con alterigia e orgoglio, il monarca voleva sapere quanto
guadagnava ogni lavoratore di quelle proprietà. Non poteva immaginare che essi
non guadagnassero meno del re...

Suor Anna Lucia Iamasaki, EP

Il re Rigoberto era estremamente potente, poiché i suoi domini si estendevano dalle montagne al mare. Il regno era prospero e c'era grande armonia tra i sudditi. Tutte le difficoltà nei rapporti tra gli abitanti erano risolte nella cattedrale, dal Vescovo del posto, Mons. Edmondo. Uomo saggio e santo, egli non usava come argomento di giudizio solo i Dieci Comandamenti. In questo modo, si stabiliva la ragione vera nei casi conflittuali e tutto tornava alla pace.

Le Messe domenicali erano sempre molto frequentate. Dopo il sermone del prelato, i confessionali si riempivano e i sacerdoti presenti erano testimoni dell'immensa virtù e buona volontà di quella così devota popolazione.

Nonostante ciò, il re non era molto religioso. Andava sempre a Messa, è chiaro! Aveva persino un trono nel presbiterio, ma non faceva niente di più...

Al contrario dei vassalli e della regina, non pregava affatto ed era molto orgoglioso. Nelle riunioni del Consiglio Reale, manifestava una smisurata ambizione, volendo aumentare sempre di più la sua rendita e benessere personale, non essendo mai pienamente soddisfatto dei risultati. Nemmeno il fatto di non aver nemici con cui guerreggiare e la sua gente fosse di pace lo soddisfaceva.

Una chiara mattina di primavera, il monarca si svegliò deciso ad esplorare il suo vasto territorio, per vederlo con i propri occhi alla ricerca di strategie in grado di aumentare i suoi benefici personali. Fece bardare il più bel destriero della scuderia, indossò il vellutato vestito da caccia di seta, calzò i lucidi stivali di pelle fina con gli speroni d'oro e si adornò con il suo più bel mantello, preparandosi per la lunga cavalcata. Accompagnato dai paggi e dal cancelliere reale, uscì dal palazzo al galoppo.

I fiori erano tutti sbocciati e coloravano i giardini. Il frumento imbiondiva i campi, l'uva profumava le vigne, i mulini giravano con la forza del vento, schiacciando i grani per la farina più fine e le mandrie di buoi, mucche, capre e pecore pascolavano mansuete negli estesi e verdi campi di sua proprietà.

Il sovrano si animò nel vedere la bellezza e la grandiosità dei suoi possedimenti. Tuttavia, qualcosa lo incuriosiva. Quanto avrebbe dovuto guadagnare quella gente dal bel colorito e in salute, per lavorare così contenta? Lui, che tanto possedeva, non possedeva una tale felicità... Si avvicinò al mugnaio e disse:

- Buon giorno, signor mugnaio! Sorpreso per l'inatteso arrivo reale, pulendosi le mani sul grembiule e togliendosi il berretto, egli rispose, con rispetto:

- Buon giorno, Maestà! A che devo l'onore della vostra presenza?

- Sto visitando il mio vasto e prospero regno. Dimmi una cosa: quanto guadagna un mugnaio per lavorare nel mio mulino?

- Ah, Maestà! Guadagno 50 monete reali e una casetta, dove vivo con la mia famiglia. Non è molto, comunque viviamo bene, per grazia di Dio.

Il re si congedò e spronò il cavallo, pensando: "Come si può vivere felici con sole 50 monete? Queste non bastano a nulla!"

Avvicinatosi ai pergolati carichi, vide vari vignaioli al lavoro: alcuni coglievano l'uva, altri lavoravano al torchio. All'arrivo di un così nobile personaggio, tutti si tolsero il cappello dalle ampie falde, facendo un inchino. Chiamato il capomastro, disse:

- Buon giorno, giovanotto!

- Buon giorno, Maestà! - rispose il ragazzo, pieno di venerazione - Qual buon vento ha portato una così augusta presenza in questo luogo?

- Sto ispezionando i miei domini. Dimmi una cosa: quanto guadagnano i suoi subalterni per lavorare nella mia vigna?

- Ognuno di loro, Maestà, guadagna 60 monete reali e un compenso per le ore extra, nel tempo della raccolta, oltre al mantenimento delle loro famiglie. Non è tanto, però viviamo con una certa larghezza e ringraziamo Dio perché il lavoro non manca.

Vedendo lo sguardo sorridente di tutti loro, il monarca si congedò, ancor più perplesso: "Guadagnano così poco e anche ringraziano Dio?! Come può essere?"

A mezzogiorno, arrivò in un campo incolto, dove pascolava un sereno gregge di pecore. Incontrò il pastore con le mani giunte e lo sguardo elevato, mentre pregava l'Angelus. Terminata la preghiera, dopo un solenne segno della croce, egli si girò verso il re e, facendo un inchino profondo, si tolse il cappello di feltro, dicendo con un franco e sincero sorriso:

- Maestà! Che sorpresa!

- Buon giorno, pastore! Sto percorrendo le mie proprietà. Dimmi una cosa: quanto guadagna un pastore per custodire il mio gregge?

Guardando fisso il sovrano, egli rispose con fermezza:

- Un pastore nei vostri campi, Maestà, guadagna quanto il re!

Colto di sorpresa, questi lo redarguì:

- Come osi dire questo?! Un pastore non può guadagnare molto più di un mugnaio o un vignaiolo, e loro non si avvicinano minimamente ai guadagni del re! Sai quanto guadagna un re?

- Guardi, Maestà. Col mio lavoro e la mia vita, quanto guadagno io è il Cielo o l'inferno, dipendendo questo dalla mia condotta. Vostra Maestà non può guadagnare né più, né meno...

Di fronte a tale risposta, il monarca tornò in sé e comprese che in questa vita niente ha valore se non quello che ci prepara per l'altra... È più importante accumulare tesori nel Cielo! Ed era questo che faceva il suo popolo, la ragione di questa così autentica gioia.

Tornato a palazzo, il re scese da cavallo e si diresse a piedi alla cattedrale, per andare a trovare il santo Vescovo, poiché voleva fare una buona Confessione e riprendere la vita di pietà, abbandonata tanto tempo prima. Ora desiderava tesaurizzare in Cielo ed esser felice! I buoni esempi che cominciò a dare, a partire da allora, non solo portarono giovamento a lui, ma anche più grazie e prosperità al popolo e al regno.

(Rivista Araldi del Vangelo, Luglio/2012, n. 111, p. 46 - 47)

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