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Né la vita né la morte potevano separare Paolo dall'amore di Cristo. Per questo, mille
anni dopo l'inizio della sua peregrinazione terrena, la monumentale opera
dell'Apostolo dei Gentili si mantiene viva e continua a produrre
abbondanti frutti per la Chiesa.

» Giovane fariseo di Tarso
» Discepolo di Gamaliele
» Incontro di Saulo con il Cristianesimo
» Sorge il persecutore dei cristiani
» Sulla via di Damasco
» Saulo si converte in Paolo
» Apostolo dei Gentili
» San Paolo e i greci
» Grande Apostolo della Resurrezione
» Agnello e leone allo stesso tempo
» San Paolo, secondo Bossuet
» La prigione a Gerusalemme
» Il primo periodo di predicazione a Roma
» Nuovi viaggi e ritorno alla ...
» Il martirio di San Paolo
» "Ha combattuto la giusta lotta"

Clara Isabel Morazzani Arráiz

La vocazione è un dono concesso liberamente da Dio e, a volte, il Signore si compiace nel chiamare qualcuno apparentemente contrario alla missione alla quale Egli lo destina, al fine di manifestare con maggior fulgore il potere della Sua Grazia e la gratuità del Suo richiamo. In questi casi, nonostante gli apparenti paradossi e a prescindere dalla consapevolezza del diretto interessato, le cui aspirazioni sembrano entrare in conflitto con i disegni Divini, il Signore prepara il cammino, servendoSi perfino degli stessi ostacoli per far compiere la sua Santa Volontà.

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Giovane fariseo di Tarso

Nulla sembrava indicare che quel giovinetto dal volto vivo e intelligente, di nome Saulo, si trasformasse in un intrepido difensore di Gesù Cristo. Nato a Tarso, in Cilicia, in seno a una famiglia ebrea, il piccolo Saulo fu soggetto, molto presto, a due forti influenze che avrebbero pesato enormemente sulla formazione del suo carattere. Da un lato, le convinzioni religiose che apprese dai suoi genitori non tardarono a fare di lui un autentico fariseo, attaccato alle tradizioni, desideroso dell'arrivo di un Messia vittorioso e liberatore del popolo eletto, allora sottomesso al giogo straniero e zelante osservante della Legge fino alle sue minime prescrizioni.

Dall'altro lato, l'ambiente della sua città natale marcò profondamente la personalità del giovane fariseo. Tarso - metropoli greca suddita dell'Impero Romano - divenne, per la sua localizzazione privilegiata, uno dei centri di commercio più importanti di quel tempo. Era un crogiolo di popoli provenienti dalle nazioni più diverse, le cui lingue e costumi si mescolavano sotto il fattore preponderante della cultura ellenica. La Provvidenza cominciava a preparare il giovane fariseo alla sua futura missione di Apostolo dei Gentili.

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Discepolo di Gamaliele

Poco più che adolescente, Saulo abbandonò la sua patria per installarsi nella città-culla della religione dei suoi antenati: Gerusalemme. Lì, divenne assiduo studioso delle Scritture, istruito dal dotto Gamaliele, uno dei più noti membri del Sinedrio. Anche qui possiamo notare la mano di Dio che interviene nella sua vita, poiché la conoscenza dei Libri Sacri, che acquisì durante quegli anni, gli sarebbe servita più tardi per aprire i suoi orizzonti rispetto alla realtà messianica di Gesù Cristo.

Nel frattempo, se Saulo progrediva a passi rapidi nelle dottrine farisaiche, sotto lo sguardo vigilante di Gamaliele, in nulla sembrò assimilare la prudenza che caratterizzava il suo maestro, sempre cauto nei suoi giudizi e moderato negli apprezzamenti. Al contrario, il giovane alunno mostrava un esaltato fanatismo religioso, come egli stesso avrebbe confessato nella sua lettera ai Galati: "Superavo nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com'ero nel sostenere le tradizioni dei padri" (Gal 1,14) Tra i discepoli di Gamaliele batteva un cuore sincero, alla ricerca della verità.

Egli la cercava ardentemente, desideroso di raggiungere la sua piena conoscenza. Non sapeva che il fine di questi suoi desideri si trovava in Colui che, di Se stesso, aveva detto: "Io sono la Via, la Verità e la Vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me" (Gv 14,6) Sì, Saulo non poteva arrivare al Padre, Suprema Verità, senza passare per Gesù, il Mediatore tra Dio e gli uomini. L'affermazione proferita dal Signore, momenti prima della Sua Passione, egli l'avrebbe vista compiersi nella sua vita, anche se contro la sua volontà e nonostante le sue riluttanze. Le convinzioni di Saulo, in urto di fronte al Cristianesimo che sorgeva, si erano convertite in odio profondo contro questo.

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Incontro di Saulo con il Cristianesimo

Saulo aveva trascorso fuori Gerusalemme alcuni anni, che coincisero conil periodo della vita pubblica di Gesù. Quando tornò, verificò un grande cambiamento. La Città Santa non era la stessa che aveva conosciuto quando era studente: dopo la tragedia della Passione, pesava sulla coscienza del popolo e soprattutto delle autorità, l'immagine insanguinata della Vittima del Golgota, che essi invano cercavano di gettare nell'oblio. Inoltre i discepoli di quell'Uomo non avevano paura di predicare la loro dottrina nello stesso Tempio, proclamando che questo Gesù, che avevano ucciso, era resuscitato dai morti (cfr. At 3, 11 e segg.).

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Il giovane fariseo si sentiva a disagio: le parole di
Stefano erano talmente ispirate e convincenti,
che non gli si poteva resistere
"Martirio di Santo Stefano" – Juan de Juanes
– Museo del Prado, Madrid

Tali avvenimenti non potevano lasciare indifferente un fariseo convinto come Saulo. Non comprendeva come quei semplici galilei si alzassero impunemente contro la religione dei suoi antenati, trascinando dietro di loro una sì grande moltitudine di seguaci. La sua irritazione arrivò al culmine quando, stando nella sinagoga detta dei Liberti, dove settimanalmente si riunivano giudei di tutte le comunità della Diaspora, si imbatté su di un giovane chiamato Stefano, mentre annunciava impavidamente la lieta novella.

Poco più tardi, essendo stato presentato Stefano al tribunale del Grande Consiglio, Saulo ascoltò attentamente il lungo discorso in cui costui dimostrò, con esempi storici e di profezie, che Gesù era il Messia atteso. Il giovane fariseo si sentiva a disagio: le parole di Stefano erano talmente ispirate e convincenti, che non gli si poteva resistere (cfr. At 6, 10), d'altro canto, la figura di questo Gesù Nazareno, che egli non aveva conosciuto, sembrava perseguitarlo e costantemente si vedeva obbligato a sentir parlare al riguardo, in tal modo i suoi adepti erano disseminati per Gerusalemme.

Duro era per lui ricalcitrare contro il pungolo (cfr. At 26, 14). E, intanto, Saulo recalcitrava! Indignato di fronte al coraggio di Stefano, approvò entusiasticamente la sua morte (cfr. At 8, 1) e considerò come un onore la missione di custodire i mantelli dei lapidatori, visto che la sua età non gli permetteva di sollevare la mano contro il condannato.

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Sorge il persecutore dei cristiani

A partire da quel giorno, l'esaltato discepolo di Gamaliele non pose più freno alla sua furia. Credendo "che aveva il dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno" (At 26, 9), entrava nelle case dei fedeli per mettere uomini e donne in prigione (cfr. At 8, 3); arrivava a maltrattarli per obbligarli a bestemmiare (cfr. At 26, 11). Non contento di devastare soltanto la Chiesa di Gerusalemme, andò a presentarsi al principe dei sacerdoti, chiedendogli lettere per le sinagoghe di Damasco, al fine di catturare, in questa città, tutti coloro che si proclamassero seguaci della nuova dottrina (cfr. At 9, 2). Ma, questo Gesù che egli si ostinava a perseguitare (At 9, 5), si sarebbe posto di nuovo sul suo cammino, questa volta in modo definitivo ed efficace.

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Sulla via di Damasco

Possiamo immaginare l'ansia del giovane Saulo nell'avvicinarsi a Damasco, pregustando l'ora di saziare la sua collera nel compimento della missione che si era proposto. Ma ecco che, all'improvviso, una luce folgorante proveniente dal cielo lo avvolse insieme ai suoi compagni, derubandolo del cavallo. Lì, caduto a terra e accecato dallo splendore dei raggi divini, l'orgoglioso fariseo non poté più resistere al potere di Cristo e si dichiarò vinto: "Signore, che vuoi che io faccia?" (At 9, 6). Da persecutore qual era pochi istanti prima, diveniva servo fedele, pronto ad obbedire ai comandi del Messia. Quanta gloria per il Crocifisso! Con un semplice tocco della sua grazia, aveva trasformato in Suo Apostolo uno dei più ferventi discepoli di coloro che erano stati i suoi principali avversari, durante la vita pubblica.

Aiutato dai suoi compagni, Saulo si rizzò in piedi, ma più che sollevarsi dal suolo, sorse nella sua anima "l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera" (Ef 4, 24). Il blasfemo di una volta sarebbe rimasto per sempre prostrato in un amoroso riconoscimento della sua sconfitta: "Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (I Tm 1, 15-16).

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Saulo si converte in Paolo

Con la stessa radicalità con cui prima si era votato al giudaismo, Saulo abbracciava ora la Chiesa di Cristo. La grazia aveva rispettato la natura, conservando le caratteristiche proprie della sua personalità che avrebbero più tardi contribuito alla formazione della scuola paolina di vita spirituale. A partire da questo momento, il Saulo convertito, il nuovo Paolo, si sarebbe mosso soltanto per un unico ideale, che prendeva tutte le fibre della sua anima e dava un senso vero alla sua esistenza: "Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6, 14).

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L'orgoglioso fariseo non poté più resistere al potere di Cristo e
si dichiarò vinto: "Signore, che vuoi che io faccia?"
"La conversione di San Paolo", di Murilo
– Museo del Prado, Madrid

D'ora in poi questa Croce - nella quale Paolo non solo considerava le sofferenze del Salvatore, ma vedeva, soprattutto, lo splendore della Resurrezione - sarebbe stata per lui la direzione della sua vita, la luce dei suoi passi, la forza della sua virtù, il suo unico motivo di gloria. Questo amore, che in un istante aveva operato la sua trasformazione, lo spingeva ora a parlare, a predicare, a percorrere i confini del mondo allo scopo di conquistare anime a Cristo, strappandogli, dal fondo del cuore, questo gemito: "Guai a me se non predicassi il vangelo!" (I Cor 9, 16).

Per questo amore era disposto ad affrontare tutte le tribolazioni, a sopportare i peggiori tormenti, sia di ordine naturale, che di ordine morale: "Spesso sono stato in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese!" (IICor 11, 23-28).

Egli si era proposto, innanzitutto, la glorificazione di Gesù Cristo e della Sua Chiesa e questo costituiva per lui il succo essenziale, il punto di riferimento della sua vita. A questo riguardo commenta San Giovanni Crisostomo: "Ogni giorno egli saliva più in alto e diventava più ardente, ogni giorno lottava con energia sempre nuova contro i pericoli che lo minacciavano. [...] Realmente, in mezzo alle insidie dei nemici riportava continue vittorie, trionfando in tutti i suoi assalti. E dappertutto, flagellato, coperto di ingiurie e maledizioni, come se sfilasse in un corteo trionfale, ergendo numerosi trofei, si gloriava e rendeva grazie a Dio, dicendo: ‘Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo' (II Cor 2, 14)".

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Apostolo dei Gentili

Così, a poco a poco, con i suoi viaggi apostolici e le numerose lettere attraverso cui sosteneva nella fede i suoi figli spirituali, Paolo andava fissando i fondamenti della Sposa Mistica di Cristo. Neanche all'interno gli dovevano mancare avversari: a volte, tra gli stessi cristiani sorgevano concetti erronei, come quello di voler obbligare i pagani convertiti a praticare i costumi della Legge Mosaica.

A questo riguardo Paolo portò la sua audacia fino al punto da discutere con lo stesso apostolo Pietro, "opponendosi a lui a viso aperto perché evi dentemente aveva torto" (Gal 2, 11). Pietro accettò con umiltà il punto di vista di Paolo e si affrettò a metterlo in pratica, ma i cristiani che avevano sparso le sue idee per le Chiese della Galazia non lo imitarono, adducendo come giustificazione il fatto che essi compivano strettamente la Legge. Nulla avrebbe potuto essere tanto nocivo per la Chiesa nascente quanto tali errori e Paolo lo capì subito. Decise di lasciare per iscritto tutta la dottrina su questo punto, con tanta sicurezza e chiarezza da far dedurre che l'abbia ricevuta dalle labbra dello stesso Gesù.

La lettera diretta ai Galati è uno scritto polemico, senza timore di presentare la verità così com' è: "O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? [...] Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione" (Gal 3, 1. 10). Poco prima aveva affermato: "Abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge" (Gal 2, 16).

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San Paolo e i greci

Se Paolo ebbe da affrontare opposizioni all'interno del suo stesso popolo, si vide anche contestato dai greci, che presentavano obiezioni di tenore completamente differente, ma che non erano meno pericolose. La Grecia, principale centro della cultura di quei tempi, era orgogliosa della fama dei suoi pensatori e di essere la culla della filosofia. Ora, la parola e la predicazione sostenute da Paolo, "non si basavano su discorsi persuasivi di sapienza" (I Cor 2, 4), come egli stesso affermava.

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Ammanettato, Paolo è portato da Gerusalemme a Roma. Durante
il viaggio, Paolo non perde l'opportunità di annunciare
il Vangelo in tutti i luoghi del suo passaggio.

Non poche volte diventava bersaglio del disprezzo o oggetto di vergogna per i convertiti. Egli non si preoccupava delle offese fatte alla sua persona, ma temeva che i suoi discepoli facessero eco a idee così vane o venissero a soccombere, per paura delle umiliazioni. Per questo, egli scriveva ai fedeli di Corinto, città ove principalmente queste false dottrine avevano trovato spazio: "La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio" (I Cor 1, 18).

Non era questo, tuttavia, il peggiore degli ostacoli incontrati da Paolo in Grecia. Sprofondati nella dissolutezza e nel disordine morale, i greci avevano elaborato, nel corso dei tempi, una giustificazione per i loro cattivi costumi, negando la resurrezione dei morti. Alcuni addirittura, come Epicuro di Samo (†270 a.C.), erano giunti ad affermare che l'anima umana è materiale e mortale. Nello stesso Vangelo percepiamo delle scintille di questa incandescente tematica quando i sadducei - che, su influenza ellenica, non credevano nella resurrezione - si approssimarono a Gesù per metterlo alla prova, rivolgendoGli una domanda capziosa (cfr. Lc 20, 27-39). La discussione, come vediamo, veniva da lontano e si ergeva come principale ostacolo allo sviluppo dell'apostolato paolino.

Forse Paolo, ai tempi del suo fervore farisaico, aveva già dovuto affrontare gli stessi sadducei a questo proposito. Ora, però, come cristiano, possedeva l'argomento della Resurrezione di Cristo e contava sul poderoso aiuto della grazia.

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Grande Apostolo della Resurrezione

I dubbi esposti dai greci, quando non l'opposizione aperta, gli servivano da stimolo per approfondirsi di più nella dottrina della resurrezione e lasciarla esplicitata per i secoli futuri. Così egli scrisse ai Corinzi: "Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. [...] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti" (I Cor 15, 12-14; 19-20). Costava, a quei greci dalla vita sregolata, dover assimilare questi principi.

Accettando la resurrezione della carne, si sarebbero visti forzosamente invitati ad un mutamento dei costumi e ad abbracciare un modo di pensare e di comportarsi confacente a questa speranza. Anche la loro riluttanza avrebbe contribuito al bene, come afferma lo stesso San Paolo: "Oportet et haereses inter vos esse" (I Cor 11, 19) - è necessario che vi siano fazioni, o eresie, tra di voi. Spinto dalle circostanze, Paolo si trasforma nel grande Apostolo della Resurrezione.

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Agnello e leone allo stesso tempo

Non tutto però era lotta per l'instancabile Paolo. Se di fronte all'errore e alla mancanza di fede egli mostrava tutto il suo ardore combattivo e la sua intransigenza, in relazione ai buoni lasciava intravvedere un fondo d'animo estremamente affettuoso e compassionevole, ordinato secondo la carità di Cristo. In questa ammirevole coniugazione di virtù, all'apparenza opposte, Paolo assomigliava al Gesù, sempre disposto a perdonare o pronto a riprendere, ad essere Agnello e Leone allo stesso tempo. In una sua lettera ai fedeli di Filippi, che si preoccupavano per le loro sofferenze e le loro necessità, così scrive: "Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell'amore di Cristo Gesù!" (Fil 1, 8). Ed ancora, agli stessi Galati, contro cui prima aveva fatto un'invettiva a proposito delle loro deviazioni, scriveva più avanti: "Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi (Gal 4, 19).

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San Paolo, secondo Bossuet

È difficile esaltare le virtù dell'Apostolo dei Gentili in uno spazio così esi guo. La pluralità strabiliante dei suoi fatti, il potere della sua voce e la portata della sua azione apostolica, i cui frutti anche oggi alimentano la Chiesa, lasciano nell'imbarazzo qualsiasi scrittore.

Per questo ricorriamo all'incomparabile eloquenza di Bossuet, che così ha descritto l'impeto della predicazione dell'Apostolo: "Quest'uomo, ignorante nell'arte del parlare bene, dalla locuzione rude e dall'accento straniero, giungerà alla raffinata Grecia, madre di filosofi e oratori e, nonostante la resistenza mondana, fonderà più chiese di quanti discepoli ha avuto Platone. Predicherà Gesù ad Atene, ed il più saggio degli oratori passerà dall'Areopago alla scuola di questo barbaro. Continuerà ancora nelle sue conquiste e abbatterà ai piedi del Signore la maestà delle aquile romane nella persona di un proconsole,e farà tremare nei suoi tribunali i giudici davanti ai quali sarà citato. Roma ascolterà la sua voce e un giorno quella vecchia maestra si sentirà più onorata per una sola lettera dallo stile barbaro di San Paolo, diretta ai suoi cittadini, che per tutte le famose arringhe di Cicerone, ascoltate in altri tempi".

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La prigione a Gerusalemme

Sì, Roma avrebbe dovuto ascoltare la sua predicazione e le sue vie lastricate di grandi pietre sarebbero state calpestate dai piedi dell'Apostolo. Questi piedi, intanto, avrebbero trascinato pesanti catene che gli avrebbero tolto la libertà dei movimenti. Accusato dall'odio dei suoi concittadini, a causa della sua fedeltà a Cristo, Paolo era stato consegnato alla giustizia romana.

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Se il suo corpo sopportava le catene e i ceppi, la sua anima sentiva pesare su di sé il soave giogo di Cristo. Prigioniero dello Spirito (cfr. At 20, 22), Paolo aveva ricevuto, una notte, questa rivelazione: "Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma" (At 23, 11). Obbediente all'ispirazione ricevuta, Paolo esclamerà nel tribunale del governatore Festo: "Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui mi si deve giudicare. [...]Io mi appello a Cesare!" (At 25, 10-11). Volendo disfarsi del caso così complicato, che coinvolgeva questioni della religione giudaica, Festo si affrettò a soddisfare il desiderio del prigioniero, mandandolo a Roma, ammanettato e sotto la custodia del centurione Giulio.

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Il primo periodo di predicazione a Roma

Durante il viaggio, Paolo non perdeva l'opportunità di annunciare il Vangelo in tutti i luoghi dove passava. Dopo varie difficoltà lungo la traversata e dopo aver affrontato un naufragio, fece scalo a Siracusa, in Sicilia, e da lì fu condotto a Reggio ( At 28, 12-13). Una volta giunto alla capitale dell'Impero e posto in prigione domiciliare, Paolo realizzava un desiderio che da tempo covava nel cuore, come egli stesso lo espresse ai cristiani di Roma: "Sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma" (Rm 1, 15).

Due anni sarebbe dovuta durare la sua prigionia, ma egli, come afferma San Giovanni Crisostomo, "considerava come un gioco da ragazzi i mille supplizi, i tormenti e la stessa morte, purché potesse soffrire qualcosa per Cristo". Approfittò del tempo per predicare il Regno di Dio ( At 28, 31), scrivere numerose lettere alle comunità della Grecia e dell'Asia, le cosiddette Lettere della prigionia. La Provvidenza chiedeva al suo Apostolo ancora altri anni di abnegazione e fatiche, a lui che sospirava la morte, considerandola un profitto per giungere a Cristo (Fil 1, 21).

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Nuovi viaggi e ritorno alla capitale dell'Impero

Liberato per un decreto giuridico, Paolo avrebbe ancora visitato Creta, la Spagna e nuovamente le note chiese dell'Asia Minore, alle quali tanto si era dedicato. Infine sarebbe tornato a Roma dove si sentiva attratto, forse per un segreto presentimento della prossimità della "corona della giustizia" (II Tm 4, 8) che lì lo aspettava. Sul trono dei cesari si sedeva allora il terribile Nerone, la cui crudeltà, a fianco di un orgoglio patologico, già aveva contribuito alla sua fama. Noto era l'odio che votava contro i cristiani, e Paolo non passò inosservato alla perspicacia delle spie del tiranno.

Accusato di essere capo della setta, fu catturato dalla milizia imperiale e gettato nel Carcere Mamertino dove, secondo un'antica tradizione, già si trovava Pietro. In questo oscuro sotterraneo, dalle strette dimensioni e dal soffitto basso, il Pontefice della Chiesa di Cristo e l'Apostolo dei Gentili rimasero incatenati ad una stessa colonna. Così, uniti in un'unica fede e speranza, stavano entrambi avvinti dalle catene dell'amore alla Roccia, che è Cristo ( I Cor 10, 4).

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Il martirio di San Paolo

Giunse infine il giorno in cui Paolo avrebbe dovuto "essere immolato" (II Tm 4, 6). Per lui la morte significava poco, si riteneva già morto per il peccato e vivo per Dio ( Rm 6, 11). Un'intima ed esclusiva unione lo legava al suo Signore. Non era lui stesso che viveva, ma Cristo che in lui abitava ( Gal 2, 20) e operava.

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Il sublime imitatore di Gesù Cristo compie dà
testimonianza col proprio sangue.
"Martirio di San Paolo" – Parrocchia di Maroggia

Condannato all'amore, Paolo, per il fatto di essere un cittadino roma no, non poteva, come Pietro, soffrire la pena ignominiosa della crocifissione, ma quella della decapitazione, che doveva avvenire fuori della città. Condotto da un gruppo di soldati, l'Apostolo trascinò i suoi pesanti ceppi lungo la via Ostiense e la Via Laurentina, fino a raggiungere una distante vallata, nota col nome di Aquæ Salviae. Lì, in quella regione paludosa, il sublime imitatore di Cristo sigillava il suo testamento col proprio sangue.

La sua testa, nel cadere al suolo sotto il colpo fatale della spada, saltò tre volte, facendo sgorgare in ognuno dei tre punti una fonte di acqua zampillante. Questo fatto, se non comprovato dalla Storia, si basa su una pietosa tradizione confermata dal nome di Tre Fontane, nome del monastero trappista costruito in quel luogo.

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"Ha combattuto la giusta lotta"

Paolo era morto, ma la sua monumentale opera apostolica, fondata sulla carità che aveva consumato la sua vita, continuava ad essere viva e avrebbe prodotto abbondanti frutti per la Chiesa. Fino all'ultimo respiro, la sua vita non era stata se non una grande lotta. Lotta di entusiasmo e di dedizione, di altruismo e di eroismo, lotta per portare il Vangelo a tutte le genti, confidando sempre nella benevolenza di Cristo.

I peggiori marosi della vita non riuscirono ad intaccare il suo tabernacolo interiore. La sua fermezza, simile all'immobilità di una roccia battuta dalle onde del mare, si manteneva inalterabile nelle maggiori angustie e agonie, certo che né la vita né la morte lo avrebbero potuto separare dall'amore di Cristo ( Rm 8, 38-39). Una volta conclusa la lotta, percorsa tutta la sua carriera e giunto al termine della sua peregrinazione terrena ( II Tm 4, 7), l'Apostolo apparve allo sguardo ammirato dell'umanità, in tutta la sua statura di gigante della fede, trasmettendo per i secoli futuri questo messaggio: ". Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità. La carità non avrà mai fine!" (I Cor 13, 13.8).

Bibliografia: BOVER, SJ, Teología de San Pablo.
Madrid: BAC, 1967, 4ª ed.
BOSSUET, Jacques-Bénigne. Panégyrique de l'apôtre saint Paul in Oeuvres Complètes. Paris: Libaririe de Louis Vivès Éditeur, 1863.vol. XII, pp. 234-235.
CRISOSTOMO, San Giovanni. De laudibus sancti Pauli Apostoli - Homilia 2: PG 50,447-480.
FOUARD, C. Les Origines de l'Église - Saint Paul. Paris: Victor Lecoffre, 1910.
HOLZNER, Josef. Paulo de Tarso, São Paulo: Quadrante, 1994.
Trad. Maria Henriques Osswald.
LUCE, H. K. São Paulo, Porto: Tipografia Nunes, 1958.
ROPS, Daniel. São Paulo - Conquistador de Cristo. Porto: Tavares Martins, 1952.
VV.AA. Año Cristiano, Madrid: BAC, 2002/2004, vol. I, pp. 497-500 e vol. VI, pp. 696-704.

(Revista Araldi del Vangelo, Luglio/2008, n. 63, p. 26-33)

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