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Alla fine del VI secolo, Roma crollava nel caos e con essa agonizzava tutta una
civiltà. Il destino della storia mutava drasticamente quando un monaco
benedettino fu scelto Papa. Era Gregorio I, che la Storia
qualificò come "Magno".

  » La catastrofe
   » La luce della speranza
  » Primi anni
  » Lunga preparazione
» Gregorio, monaco
» La luce sul lucerniere
» La più alta delle croci
» Il punto di vista profetico
» Pastore delle anime
» Una luce inestinguibile

Come le furiose e ritmate onde di un mare burrascoso irrompono con violenza sulle sabbie della spiaggia, successive orde d'invasori sconvolsero, per più di 150 anni, la penisola italiana.

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San Gregorio Magno, per Francisco
Goya - Museo Romantico, Madrid

Nel 410, i visigoti del re Alarico I, dopo aver devastato villaggi e campagne, giunsero fino a Roma, le cui mura vecchie di 800 anni non avevano mai scorto un esercito straniero. La splendida e ormai decadente città dai sette colli fu saccheggiata per tre giorni.

Invano il Papa Leone Magno tentò di fermare i vandali che solcavano impunemente, su rapide navi, il Mar Mediterraneo. Il santo Pontefice ottenne dal loro re, Genserico, soltanto che la popolazione fosse risparmiata. Ma per due tragiche settimane dell'anno 455, Roma fu saccheggiata meticolosamente da questi terribili barbari.

Nel 472, lo svevo Ricimero, appoggiato dai burgundi, assediò la capitale dell'impero, dove tentò di resistere uno degli ultimi sovrani latini: Antemio, mera ombra di autorità in un mondo sempre più convulso. Il giorno 11 luglio, la vecchia urbe fu saccheggiata un'altra volta, dalle truppe sveve.

Come conseguenza d'intrighi politici, Romolo Augustolo, un giovane di 13 anni, fu proclamato imperatore di un impero che oramai non esisteva più. Questa triste commedia durò meno di un anno: nel 476, Odoacre, a capo di varie tribù di germani, occupò le terre dove tremava e piangeva di paura l'ultimo degli imperatori di Roma...

Una nuova orda di invasori sommerse la penisola nell'anno 489: gli ostrogoti. Forse 200mila uomini, calcolano gli storici. In pochi anni divennero i padroni dell'Italia e il loro re Teodorico entrò trionfalmente nella città degli antichi cesari.

Dopo la morte di questo grande capo, nel 526, la penisola italiana si trasformò, per più di due decadi, in un immenso campo di battaglia dove goti e bizantini si scontravano ferocemente, disputando palmo a palmo quella terra insanguinata. Varie volte la città eterna fu assediata e conquistata. I suoi grandiosi monumenti e palazzi furono abbattuti e la popolazione, che in altri tempi superava un milione di abitanti, contava ora meno di 100mila esseri sfortunati, in maggioranza oriundi da altre regioni devastate dalla guerra.

Alla fine, Belisario e Narsete, geniali comandanti dell'esercito bizantino, il cui imperatore Giustiniano regnava nella lontana e spensierata Costantinopoli, sterminarono il popolo degli ostrogoti.

Un capitolo tragico sembrava concluso e il futuro spuntava sereno all'orizzonte dei romani sopravvissuti.

La catastrofe

Ma il peggio doveva ancora venire. Il sogno della restaurazione di un passato grandioso evaporò nell'incendio di un nuovo sconvolgimento sociale.

Come una valanga incontenibile, nel 568, spuntarono nel nord d'Italia 100mila guerrieri seguiti da più di 500mila anziani, donne e bambini: i longobardi. Questo popolo barbaro, di religione ariana, si rivelò fin da subito uno dei più crudeli e sanguinari invasori penetrati fino ad allora nell'Europa occidentale. "Al loro arrivo, l'Italia conservava ancora la forma romana nelle sue città. Ma quando passarono i longobardi con i loro eserciti, scomparvero persino le ultime vestigia dell'organizzazione romana del municipio".1 Testimoni di questi avvenimenti narrano che "le chiese erano saccheggiate, i sacerdoti assassinati, le città distrutte e uccisi i loro abitanti". 2 Il loro metodo di conquista consisteva nella violenza e nel terrore, e per consolidarsi in modo definitivo in quelle terre, eliminavano metodicamente le élite latine e il resto dell'aristocrazia ancora sussistenti.

Tutto il nord Italia fu conquistato e Roma si vide accogliere i sopravvissuti, che fuggivano dagli orrori che accompagnavano l'occupazione lombarda.

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La luce della speranza

Autunno del 589. Piogge torrenziali si abbatterono sull'Italia. I campi vennero allagati, si persero raccolti e quasi tutti i fiumi strariparono, distruggendo ponti ed inondando molti paesi e città.

A Roma, il placido Tevere diventò un torrente impetuoso. Uscendo dal loro letto e raggiungendo un livello mai visto, le acque devastarono la città e sommersero nel fango i suoi quartieri meno elevati. L'inverno ed il nuovo anno arrivarono, la pioggia non cessava di abbattersi. La catastrofe raggiunse allora proporzioni apocalittiche: alla distruzione e alla fame si aggiunse un'epidemia di peste bubbonica che si diffuse rapidamente, decimando la popolazione. Roma agonizzava, e molti si chiedevano se non fosse ormai arrivata la fine del mondo. Nel momento culminante del dramma, raggiunto dalla peste nel suo palazzo del Laterano, morì il Papa Pelagio II.

Sentendosi abbandonati nel mezzo della tormenta, gli occhi di tutti si rivolsero all'unica Luce del mondo: nelle chiese accorrevano giorno e notte i sopravvissuti, implorando un raggio della luce divina per dissipare le angustie e le incertezze che oscuravano l'orizzonte.

Infatti, ci insegna il Papa Benedetto XVI: "La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta.[...] Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine - di persone che donano luce traendola dalla sua luce". 3

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Nel posto dell'antico monastero benedettino
eretto da San Gregorio ora si trova
la chiesa di San Gregorio al Celio

Così, i romani della fine del secolo VI capirono, con stupore, che la luce divina già brillava per loro in un limpido specchio. Allora il clero, il senato e tutto il popolo acclamarono all'unisono: "Gregorio Papa!" Era Gregorio la "luce della speranza" 4 che rifulgeva in quella civiltà ormai al tramonto.

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Primi anni

Vox populi, vox Dei. Gregorio fu, senza dubbio, l'uomo provvidenziale scelto da Dio per governare la Chiesa in quei tempi difficili e decisivi. Era venuto alla luce nell'anno 540, in una nobile ed antica famiglia romana, profondamente cattolica e con una lunga storia di fedeltà alla Cattedra di San Pietro.

I suoi genitori erano il senatore Gordiano, che alla fine della sua vita sarebbe entrato nello stato ecclesiastico, e Silvia, dama nota per la sua pietà e generosità, che avrebbe terminato i suoi giorni ritirata dal mondo e consacrata al Signore. Entrambi, insieme a due zie di Gregorio, Tarsila ed Emiliana, sono venerati come santi.

La dimora familiare si erigeva su uno dei versanti del monte Celio, un luogo privilegiato nel centro della Roma antica. Dall'alto delle sue finestre, che dominavano la Via Triumphalis, Gregorio poteva vedere a destra il maestoso arco di Costantino, che si ergeva davanti all'Anfiteatro Flavio (il Colosseo) e, a sinistra, l'ormai molto deteriorato Circo Massimo. Di fronte, dall'altro lato della via, si elevava, abbandonata, l'immensa mole del complesso dei palazzi del Palatino, semidistrutti dai terremoti, dagli incendi e dai saccheggi dei barbari. La visione di questo triste e monumentale scenario non può non aver risvegliato nell'anima romana di Gregorio la speranza di una futura restaurazione della grandezza perduta.

Intanto, nel corso della sua infanzia e giovinezza, assistette gli avvenimenti che avrebbero segnato profondamente la sua vita in senso contrario.

Assistette, sicuramente, la notte del 17 dicembre del 546, il terribile ingresso degli ostrogoti a Roma, seguito dalla deportazione dei suoi abitanti per 40 anni, periodo in cui la città deserta rimase alla mercé degli invasori. E forse contemplò, desolato, le mura dell'urbe demolite su ordine di Totila, il re dei barbari.

In questo contrasto tra la pietà dell'ambiente domestico, solidamente radicato nelle tradizioni romane, e l'instabilità di un mondo nuovo che sorgeva nella violenza, trascorsero i primi anni dell'esistenza di Gregorio.

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Lunga preparazione

Dopo l'annientamento degli ostrogoti ad opera dell'esercito dell'imperatore Giustiniano, per vari anni regnò in Italia una relativa pace che permise a Gregorio, seguendo la tradizione familiare, di percorrere la carriera giuridica.

La sua acuta intelligenza e non comune capacità organizzativa lo distinsero rapidamente negli ambienti colti dell'epoca, e la sua reputazione aumentava col passare degli anni. Intanto, come due robusti rami di uno stesso albero, crescevano nel suo spirito il desiderio di intraprendere grandi opere per ordinare quella civiltà barcollante e l'anelito di abbandonare il mondo per consacrarsi unicamente alla contemplazione delle realtà soprannaturali.

A poco più di 30 anni, fu nominato prefetto di Roma, una delle più alte cariche del governo della città. volse questa funzione con superiore abilità, affrontando difficoltà di ogni ordine, create dal dramma dell'invasione dei longobardi. Tuttavia, pur nelle più coinvolgenti occupazioni, risuonava sempre nella sua anima il richiamo ad una vita contemplativa: "A lungo rimandai la grazia della conversione, ossia, della professione religiosa, e, anche dopo aver sentito l'ispirazione di un desiderio celeste, io credevo fosse meglio conservare l'abito secolare. In questo periodo si manifestava in me nell'amore all'eternità, quello che io dovevo cercare, ma le occupazioni assunte mi tenevano legato"5 - confessava, anni dopo, in una lettera diretta a San Leandro di Siviglia.

Nel 575, si concluse il tempo prescritto e Gregorio, con sollievo, abbandonò la più prestigiosa carica della città. Tre anni trascorsi cercando di risolvere casi e situazioni irrimediabili, lo convinsero dell'inutilità di qualsiasi sforzo umano per salvare quella civiltà: sì, la grandezza temporale dell'urbe dei cesari era naufragata. Sperare, soltanto in Dio...

La grazia operò allora la definitiva conversione di quell'anima fatta per volare negli orizzonti infiniti della Fede.

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Gregorio, monaco

Insieme alle speranze terrene, Gregorio lasciò per sempre la porpora del patriziato e si rivestì delle insegne di una nobiltà più alta: l'abito monacale. Invece però di abbandonare la sconvolta Roma e partire per un chiostro lontano, trasformò il palazzo senatoriale del Monte Celio in un monastero benedettino, sotto l'invocazione di Sant'Andrea.

Consegnando il governo della casa ad un esperto abate chiamato Valenzio, cominciò come umile suddito la sua vita religiosa. Furono gli anni più felici della sua esistenza.

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Messa di San Gregorio Magno, per Andrea
Sacchi – Basilica di San Pietro

In questo periodo, Gregorio poté saziare i suoi aneliti di isolamento e abbondanti grazie mistiche di contemplazione gli furono concesse. Con indicibile nostalgia, scrisse decenni più tardi: "Quando vivevo nel monastero, potevo avere, in modo pressoché continuo, la mente fissa nell'orazione".6

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La luce sul lucerniere

Intanto, "non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere " (Mt 5, 15). La Saggezza divina preparava lentamente quest'uomo fuori dal comune, per vie inimmaginate da lui, affinché fosse una vera luce del mondo a brillare nel firmamento della Chiesa e della Civiltà Cristiana.

Dopo quattro anni di pace monacale fu, per ordine del Papa Benedetto I, ordinato diacono regionale, ossia, incaricato dell'amministrazione di una delle regioni ecclesiastiche che a quell'epoca dividevano la città di Roma. Poco tempo dopo il nuovo Papa, Pelagio II, che riconosceva in Gregorio una lunga esperienza in problemi secolari e una provata virtù, lo inviò come apocrisiario (nunzio) alla capitale dell'Impero d'Oriente, Costantinopoli. "Come succede alle volte a una nave, attraccata alla banchina con negligenza, di essere trascinata dalle onde fuori del porto quando sopravviene una tormenta, così mi sono trovato improvvisamente nell'oceano delle questioni del secolo"7, egli scriveva, narrando la sua nuova situazione.

Sei anni di intenso lavoro alla corte imperiale procurarono a Gregorio un utile contatto con la cultura e la grandezza bizantina, ma anche con la sinuosa ed ambigua politica dei loro sovrani. Le tendenze eterodosse di monofisismo e nestorianismo, che ancora erano lì crepitanti, furono combattute con intrepidezza dall'apocrisiario, il quale sapeva unire agli argomenti teologici una fine abilità diplomatica.

Sempre accompagnato da dei monaci di Sant'Andrea del Monte Celio, Gregorio mantenne nel bel palazzo sulle rive del Bosforo, dove risiedono gli apocrisiari del Papa, la vita sacrale di un religioso, figlio di San Benedetto. Nonostante le svariate occupazioni, tutti lì pregavano, cantavano e studiavano le Scritture, nella più completa osservanza della disciplina monastica.

Intorno all'anno 585, Gregorio poté ritornare a Roma. Il suo maggior desiderio era ritirarsi definitivamente dal mondo e rinchiudersi nel suo amato monastero di Sant'Andrea. Però, i doveri dell'apostolato e la voce dell'obbedienza lo chiamarono ancora una volta per altre strade.

Un'antica tradizione riferisce che un giorno, camminando per le vie della città, egli incontrò un gruppo di giovani schiavi angli, provenienti dalla lontana Britannia. Rattristato, nel vedere gente così piena di qualità sommersa nelle tenebre del paganesimo, esclamò: "Non siete angli, ma angeli!" Provvidenziale incontro questo, che lo avrebbe spinto a fare tutto il possibile per portare la luce del Vangelo a questo popolo e, più tardi a promuovere la conversione di tutti i nuovi e temuti abitanti d'Europa: i barbari.

Chiese licenza al Papa per dirigersi nel paese degli angli, con l'obiettivo di portarli in seno alla Chiesa. Ma, esaudendo le suppliche del popolo romano, che non voleva vedersi privato di un uomo la cui santità era già nota a tutti, Pelagio II lo trattenne nella città eterna e, oltre a ciò, lo chiamò a sé, per servirsi di lui come esperto consigliere.

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La più alta delle croci

Dopo la morte di Pelagio II, fu Gregorio il prescelto, per acclamazione unanime, ad occupare il trono di San Pietro. Considerandosi, però, indegno, e sorpreso di fronte all'incommensurabile responsabilità, fuggì da Roma e si nascose nelle montagne e foreste vicine. Là fu trovato dal popolo e, a quel punto, si sottomise umilmente davanti agli inequivocabili segnali della volontà divina. Al suo amico Giovanni, Vescovo di Ravenna, che lo biasimò per non aver accettato immediatamente l'elezione, avrebbe poi scritto, assumendo il rimprovero: "Con benigno ed umile affetto, disapprovi, fratello carissimo, il fatto che io sia fuggito, nascondendomi, dal peso del governo pastorale!".8

Fu solennemente consacrato nella Basilica di San Pietro, il 3 settembre 590. Tuttavia, avendo sempre davanti a sé la propria insufficienza e indegnità, manifestava sinceramente la sua costernazione: "Mi sento in tal modo schiacciato dal dolore, che a stento riesco a parlare. Tutta quanto contemplo mi provoca tristezza, e quello che per gli altri è motivo di consolazione, a me sembra penoso".9

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Nella chiesa di San Gregorio al Celio, a Roma,
si può visitare il trono utilizzato
per il Santo Papa

Ma se l'umiltà lo faceva tremare, la fede nell'invincibilità della Cattedra di Pietro gli infondeva una soprannaturale forza: "Sono disposto a morire piuttosto che essere causa di rovina per la Chiesa di Pietro. Mi sono abituato a soffrire con pazienza, ma, una volta deciso, mi lancio con animo risoluto incontro a tutti i pericoli".10

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Il punto di vista profetico

Gregorio I saliva al supremo Pontificato, in una città smantellata, simbolo di una civiltà in agonia, ed in una Chiesa scossa dalle invasioni, scismi e rilassatezze. Intanto, l'ispirata chiaroveggenza che lo caratterizzò fino alla fine, si manifestò fin dal primo momento del suo governo. Di fronte ad una società devastata da crisi apparentemente insolubili, egli presentò l'ideale della vita cristiana in tutta la sua radicale integrità. L'immenso vuoto lasciato dalla scomparsa dello ius civitatis romano poteva essere rimpiazzato solo dal donum caritatis cristiano.11 L'obiettivo principale del Papa monaco sarebbe stato, dunque, elevare continuamente gli spiriti alla considerazione delle realtà soprannaturali, per vivere allora gli avvenimenti temporali sotto una prospettiva eterna. Questo programma, egli lo lasciò ben delineato nella sua prima omelia al popolo romano, nella seconda domenica dell'Avvento del 590.12

Così procedendo, San Gregorio chiudeva per sempre l'ultima porta che univa l'Europa col mondo antico, nato dal paganesimo e piantava la semente di una nuova civiltà che sarebbe cresciuta sotto la luce del Vangelo, irrigata dal preziosissimo Sangue del Signore Gesù.

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Pastore delle anime

Durante i primi anni del suo Pontificato, la penisola italiana attraversava una delle peggiori fasi del conflitto lombardo. Così descrisse San Gregorio quei giorni calamitosi: "Da tutte le parti vediamo lutto ed ascoltiamo gemiti. Le città sono state distrutte, i castelli demoliti, i campi sono diventati deserti, la terra è desolata e ormai non c'è chi la coltivi; pochi abitanti occupano ancora le città. Stiamo contemplando a che estremo è stata ridotta Roma, la stessa che in altri tempi sembrava essere la signora del mondo! Molte volte prostrata da dolori immensi, dalla desolazione dei suoi cittadini, dagli attacchi dei suoi nemici e dalle rovine frequenti... In essa è scomparso tutto lo splendore delle glorie terrene. Disprezziamo con tutta l'anima questo mondo quasi estinto, ed imitiamo la condotta dei santi".13

Abbandonata quasi totalmente dai bizantini, l'antica urbe fu due volte assediata dai feroci longobardi, ma in entrambi i casi, grazie alla forza ed abilità del nuovo Papa, l'assedio fu tolto ed essi si ritirarono.

Impegnato non nella distruzione, ma nella conversione degli invasori, San Gregorio firmò una tregua con loro e cercò con tutti i mezzi di attirarli alla vera Fede. Dopo non pochi tentativi, fu possibile - grazie al fervore e all'influenza della principessa Teodolinda, figlia del re cattolico della Baviera e sposa del capo dei longobardi - battezzare il figlio della coppia e preparare così la futura conversione di tutto il popolo.

La sete di anime del Sommo Pontefice fece rifiorire per la Chiesa tutto l'occidente dell'Europa.

In Spagna, appoggiò efficacemente San Leandro nella difficile evangelizzazione dei visigoti ariani. Quando, alla fine, il monarca di questo popolo abbracciò la religione vera, San Gregorio scrisse, pieno di giubilo: "Non posso esprimere con le parole la gioia che sento per il fatto che il glorioso re Recaredo, nostro figlio, ha aderito alla Fede cattolica con sincera devozione".14

La Gallia meritò una speciale attenzione del santo Papa. Egli intrecciò buone relazioni con i sovrani franchi, rinnovò il clero decadente e simoniaco, ordinò la convocazione di sinodi e cercò con energia di porre fine alle crudeli pratiche pagane che ancora perduravano.

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Reliquiario con la mano
sinistra di San Gregorio
Magno che se venera
nella Cattedrale
di Cesena

Dove San Gregorio ha potuto manifestare tutto il suo ardore missionario, è stato nella conversione della Gran Bretagna. Anticamente provincia dell'Impero, quest'isola era stata evangelizzata fin dai primordi del Cristianesimo. Tuttavia, invasa e dominata dalle tribù dei barbari angli e sassoni, la luce della fede si era quasi spenta. Il Pontefice non risparmiò i propri sforzi nella conversione di questo popolo: stabilì una casa di formazione a Roma per i giovani anglosassoni, ottenne che uno dei loro re contraesse nozze con una principessa cattolica della Francia e, soprattutto, inviò in quelle terre un gran numero di missionari. Spicca tra questi Agostino, che più tardi sarebbe stato Arcivescovo del Kent e che, come narrano le cronache, battezzò più di 10mila neofiti nel giorno di Pentecoste del 597. Senza dubbio, la conversione di questo popolo costituì l'episodio culminante dell'opera evangelizzatrice di San Gregorio.

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Una luce inestinguibile

Nell'anno 604, Gregorio, nella pace dei giusti, consegnava l'anima al Pastore dei pastori.

Nonostante varie molestie che gli causavano sofferenze terribili, rimase saldo e vigile fino alla fine. La sentinella d'Israele partiva, ma la luce da lui accesa, "brillerà davanti agli uomini" (Mt 5, 16) fino alla consumazione dei secoli.

Tutto in quest'uomo provvidenziale era stato grande, grazie alla sua umile docilità davanti ai disegni dello Spirito Divino che governa la Sposa di Cristo. Quando tutto un mondo sembrava sfociare nel caos, San Gregorio seppe confidare ciecamente nel trionfo della Santa Chiesa e, col dono della saggezza che lo Spirito Santo gli aveva concesso, discernere nuove strade e mete per il popolo di Dio. Si può affermare, senza il minimo dubbio, che dal vastissimo orizzonte aperto dal suo sguardo contemplativo passarono tutti i problemi del tempo, e non ci fu opera che egli rinunciasse ad intraprendere per allargare il Regno di Cristo.

La vita di questo Papa ammirevole costituisce una pietra miliare nella Storia della Chiesa. Pubblicò la "Regola Pastorale", un vero manuale di santità per i pastori del gregge del Signore; riformò la Liturgia, creando lo stile di canto che oggi porta il suo nome; fece dell'insieme del suo Pontificato il punto di partenza di una nuova civiltà, interamente cristiana.

Nel frattempo, il suo unico e ardente desiderio era servire incondizionatamente, come semplice schiavo, Gesù Cristo, il Re Eterno. Per questo, mentre dall'alto della Cattedra di Pietro reggeva i destini del mondo, non volle ricevere altro titolo se non quello di servus servorum Dei - servo dei servi di Dio. La Santa Chiesa, con materna gratitudine, unì la grandezza al nome dello schiavo: per l'eternità egli sarà chiamato San Gregorio, Magno.

1 Obras de San Gregorio Magno, BAC:
Madrid, 1958. pag. 6.
2 J. B. Weiss, Historia Universal, Vol.
IV. Barcelona, 1928. pag. 478.
3 Spes salvi, 49.
4 Idem, ibidem.
5 Obras de San Gregorio Magno, BAC:
Madrid, 1958. pag. 7.
6 Idem. p. 365.
7 Idem. p. 11.
8 Idem. p 107.
9 J. Chantrel, Histoire des Papes. Vol.
V. Dillet libraire: Paris, 1863. pag.
127.
10 Historia de la Iglesia. Vol. I. BAC:
Madrid, 2001. pag. 635.
11 Obras de San Gregorio Magno. BAC:
Madrid, 1958. pag. 16.
12 Cf. Op. Cit. pagg. 537-541.
13 Op. Cit. pagg. 468-470.
14 Op. Cit. pag. 24.

(Rivista Araldi del Vangelo, Settembre/2008, n. 81. p. 32 - 57)

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