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Commenti al Vangelo

Basterà dire “Signore, Signore!” per salvarsi?

Pubblicato 2017/12/06
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Se uno di noi avesse il potere di trarre dal nulla uno scoiattolo, considererebbe, con ogni giustizia, questo essere vivente interamente suo, poiché, se non fosse stato per la sua azione creatrice, l'animale mai avrebbe cominciato ad esistere.

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Vangelo

"In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?'
23 Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità'.
24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande!'" (Mt 7, 21-27).

Fare la volontà del "Padre che è nei Cieli" non consiste principalmente nel realizzare opere stupende pronunciando il nome di Gesù solo con le labbra, quanto nell'avere il cuore in amorosa conformità con le leggi del Signore.

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I - Apparteniamo a Cristo per natura e per conquista

Se uno di noi avesse il potere di trarre dal nulla uno scoiattolo, considererebbe, con ogni giustizia, questo essere vivente interamente suo, poiché, se non fosse stato per la sua azione creatrice, l'animale mai avrebbe cominciato ad esistere. Si riterrebbe, pertanto, in piena libertà di farlo salire sulla sua spalla, di portarlo a giocare in giardino o anche di rinchiuderlo in una gabbia, nel caso volesse fuggire. Se, invece di possedere una mera natura irrazionale, l'animaletto avesse la capacità di pensare, dovrebbe tributare una gratitudine illimitata a chi gli ha dato la vita.

Francisco Lecaros / Alain Patrick
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"Sacro Cuore di Gesù - Cattedrale
di Piacenza

Qualcosa di simile accade a noi, uomini e donne. Essendo stati tratti dal nulla dal Creatore, Egli Si è reso creditore del nostro riconoscimento come Signore pieno e assoluto. "Se Dio è onnipotente ‘nel Cielo e nella Terra' (Sl 135, 6), è perché li ha creati. Per questo, niente gli è impossibile ed Egli dispone a piacere della sua opera. Egli è il Signore dell'universo", insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica.1 San Luigi Maria Grignion de Montfort, il celebre santo della devozione mariana, afferma: "Per natura, tutte le creature sono serve di Dio".2

Ora, non siamo scoiattoli, né piante, né minerali, ma creature razionali che, per il peccato originale, avevano perduto la possibilità di ereditare il Regno Celeste e di godere eternamente della comunione con le Tre Persone della Santissima Trinità.

Per riparare tale perdita, il Verbo Si è fatto carne, è morto crocifisso ed è risorto. Questo incommensurabile atto di amore ci ha aperto le porte del Cielo ed ha ristabilito, attraverso il Battesimo e la grazia, il genere di relazione avuta in Paradiso con il Creatore. Di conseguenza, Cristo è diventato Signore dell'universo anche per diritto di conquista. "Apparteniamo a Colui che ci ha redento, a Colui che per noi ha vinto il mondo, non con armi da guerra, ma con l'irrisione della Croce",3 afferma Sant'Agostino. San Luigi Grignion aggiunge: "Non apparteniamo a noi, come dice l'Apostolo (I Cor 6, 19), ma a Lui, interamente, come suoi membri e suoi schiavi, comprati come siamo stati per un prezzo infinitamente caro, il prezzo del suo sangue. Prima del Battesimo il demonio ci possedeva come schiavi, ma il Battesimo ci ha trasformati in schiavi di Gesù Cristo. Dobbiamo solo vivere, lavorare e morire per produrre frutti per l'Uomo-Dio (Rm 7, 4), glorificarlo nel nostro corpo e farlo regnare nella nostra anima, poiché siamo una sua conquista, un suo popolo acquisito, una sua eredità".4

Così, con la sua Morte e Resurrezione, il Verbo incarnato è diventato Signore per eccellenza di tutti gli uomini, tanto per la sua natura divina quanto per quella umana. In quanto Dio, Cristo ha diritto su tutti gli esseri creati, non solo per averli tratti dal nulla, ma anche per sostenerli nell'esistenza in ogni istante, come canta il salmista: "Se nascondi il tuo volto, vengono meno,togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere" (Sl 104, 29). Redimendoci, questa relazione di servitù tra la creatura e il Creatore si è estesa anche alla sua umanità divina, poiché "l'Ascensione di Cristo al Cielo significa la sua partecipazione, nella sua umanità, al potere e all'autorità di Dio stesso. Gesù Cristo è Signore: possiede ogni potere nei Cieli e nella Terra".5

II - Non basta dire o fare

Il passo del Vangelo che la Chiesa ci presenta in questa domenica corrisponde al brano finale del Discorso della Montagna, nel quale il Divino Maestro, essendo ancora all'inizio della sua vita pubblica, ha compendiato le qualità morali caratteristiche di coloro che anelano a ottenere la salvezza.

Gesù ha appena messo in guardia i suoi ascoltatori su due ostacoli per la pratica della virtù - la difficoltà di entrare per la "porta stretta" e l'operato dei falsi profeti - e nel passo considerato in questa liturgia, se ne aggiunge un altro: la vana fiducia di coloro che pensano che sia sufficiente dire "Signore, Signore" per entrare nel Regno dei Cieli.

Le parole devono fruttificare in buone opere

"In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli'".

Con l'uso dell'espressione "Signore, Signore!", Gesù richiama l'attenzione dei suoi discepoli alla nostra contingenza in relazione al Creatore e alla necessità di cominciare col riconoscerla, per potere entrare nel Regno dei Cieli.

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Se uno di noi avesse il potere di trarre
dal nulla uno scoiattolo, considerere-
bbe, con ogni giustizia, questo essere
vivente interamente suo, poiché, se
non fosse stato per la sua azione
creatrice, l'animale mai avrebbe
cominciato a esistere

Tale riconoscimento, tuttavia, non può ridursi a una mera declamazione vuota, come capita quando la persona non vive in consonanza con quanto afferma. È necessario mettere in pratica "la volontà di mio Padre che è nei Cieli". Inutile sarà, infatti, nel giorno del Giudizio, chiamare Gesù come "Signore" senza aver compiuto i suoi Comandamenti, perché davanti al Supremo Giudice a nulla servono gli artifici del linguaggio, né la diplomazia o l'abilità personale. "La via del Regno dei Cieli è l'obbedienza alla volontà di Dio, non la mera ripetizione del suo nome",6 sentenzia Sant'Ilario.

Come sempre accade nel Vangelo, specialmente in questo Discorso della Montagna, il Signore Gesù parla qui per i secoli futuri. Non per questo tralascia di fare una grave recriminazione agli scribi e ai farisei di quell'epoca. Essendo maestri e conoscendo bene le Scritture, nessuno era meglio qualificato di loro per valutare la profondità teologica delle parole "Signore, Signore!" e pronunciarle con ogni proprietà e reverenza ma, dimentichi della necessità di amare Dio con tutto il cuore, tutta l'anima e tutto l'intelletto (cfr. Mt 22, 37), ridussero la pratica della Legge ad un complicato rituale di esteriorità. Conoscevano, ma non amavano; possedevano la scienza, ma non la facevano fruttificare in buone opere. Mancava loro la cosa principale: vivere in accordo con i precetti divini che insegnavano.

Afferma su questo versetto San Girolamo: "Sicuramente non avrà confidato in coloro che, pur essendo apprezzati per l'integrità della fede, vivono turpemente e distruggono con le loro cattive opere l'integrità della dottrina. Entrambe le condizioni sono, infatti, necessarie ai servi di Dio: dimostrare l'opera con la parola, e la parola con l'opera".7

È opportuno segnalare, infine, con Fillion, l'uso delle parole "di mio Padre". Con loro "Gesù Si proclama apertamente Figlio di Dio e annuncia che è venuto in questo mondo ad insegnare agli uomini la volontà di suo Padre".8

Anche le semplici opere non bastano, se il cuore non è in Dio

22 "Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?'
23 Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità'".

Nel giorno del Giudizio ci saranno "molti" che, oltre a chiamare ipocritamente Dio "Signore, Signore!", diranno di aver fatto durante la vita opere meritevoli del premio eterno: "Non è stato in tuo nome che abbiamo profetizzato? Non è stato in tuo nome che abbiamo espulso demoni? E non è stato in tuo nome che abbiamo fatto molti miracoli?".

Victor Toniolo
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Redimendoci, questa
relazione di servitù
tra la creatura e il
Creatore si è estesa
anche alla sua
umanità divina
"Nostro Signore Flag-
ellato" - Palazzo
Cardinalizio del
Seminario degli
Araldi del Vangelo,
Caieiras (Brasile)

A coloro che così tenteranno di schernire il Giudice Supremo, Questi replicherà: "Non vi ho mai conosciuto. Allontanatevi da Me, voi che praticate il male". Perché essi hanno realizzato buone opere, senza con ciò fare interiormente "la volontà del Padre che è nei Cieli". I loro cuori erano riposti nella ricerca delle cose materiali, nel desiderio della proiezione sociale o in qualunque altro obiettivo distante dalla salvezza eterna. Di conseguenza, si presenteranno davanti al Signore in stato di peccato.9

Abbiamo già visto, nel versetto precedente, come le belle parole, in sé, sono incapaci di condurre al Cielo. Qui Gesù va oltre, affermando che non è sufficiente la mera pratica di opere buone per ottenere la salvezza eterna. Per rendere il suo insegnamento luminosamente chiaro agli ascoltatori di tutti i secoli, il Signore menziona le azioni più stupende che l'uomo può realizzare su questa Terra - profezie, miracoli e esorcismi - e aggiunge che sono state fatte invocando il nome del Signore. Come spiegare che esse sono destituite di meriti?

La risposta, ce la dà San Girolamo: "Profetizzare, fare opere mirabili ed espellere demoni, anche quando sia per mezzo del potere divino, non costituisce merito alcuno per chi realizza tali cose. [...] Saul, Balaam e Caifa hanno vaticinato; come si legge negli Atti degli Apostoli, i sette figli di Ceva espellevano, apparentemente, i demoni; si racconta che Giuda, con la sua anima di traditore, operò molti prodigi come gli altri Apostoli, quando aveva già concepito l'idea di tradire".10

San Giovanni Crisostomo, dal canto suo, mette in chiaro che qui si fa riferimento a veri miracoli e non a semplici prodigi, osservando che la risposta di Gesù e già prima la domanda fatta, "provano che effettivamente essi avevano fatto miracoli". Di fronte alla dimostrazione di stupore dei rei, vedendosi rifiutati dal Divino Giudice, spiega: "Se essi si sono meravigliati per il fatto di vedersi condannati dopo aver operato miracoli, tu però, non hai motivo per rimanere stupito. Infatti la grazia appartiene interamente a chi la dà, ed essi non hanno aggiunto cosa alcuna da parte loro. Con tutta giustizia sono castigati, poiché hanno disconosciuto e sono stati ingrati con chi in tal modo li ha onorati, dando loro la grazia di operare miracoli, pur essendo indegni di essa".11

Non possiamo dimenticare, infine che, nei versetti precedenti a questi qui commentati, Nostro Signore ammonisce il popolo contro i falsi profeti (cfr. Mt 7, 15- 20). Essi non mancheranno fino alla fine dei tempi ma, ci avverte Maldonado, "nonostante facciano veri miracoli", non dobbiamo mai dare loro credito, "poiché non è solo per i loro miracoli, ma per i loro frutti, ossia, per i loro costumi, che sapremo se sono veri o falsi profeti".12

Ecco qui, pertanto, un criterio sicuro per conoscere chi fa "la volontà di mio Padre che è nei Cieli". Non sono quelli che realizzano stupende opere pronunciando il nome di Gesù con le labbra, senza averLo nel cuore, ma coloro che praticano i comandamenti del Decalogo e regolano la loro quotidianità secondo la dottrina morale contenuta nel Discorso della Montagna. "Poiché quello che il Signore ci vuol far vedere è che, senza la retta vita, a nulla valgono la fede né i miracoli", conclude Crisostomo.13

Questa sottomissione interiore alla volontà del Padre, fruttificata in santità di vita, è l'unica forma totale di riconoscere la nostra appartenenza a Gesù in quanto Creatore e Redentore.

III - Costruire la ca sa sulla roccia

Fatti gli ammonimenti sugli ostacoli che ci sviano dal cammino del Cielo, il Signore Gesù concluderà il Discorso della Montagna con una delle più belle parabole: quella della casa costruita sulla roccia.

Applicazione alla nostra vita spirituale

24 "Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia".

Tra le distinte perfezioni di Dio riflesse dalle creature, tocca ai minerali simboleggiare la perennità del Creatore, che non ha avuto principio né avrà fine. Passano gli uomini, passano gli uccelli, passa la Storia, le rocce, però, permangono lungo i millenni...

Alain Patrick
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A coloro che cercano di ingannare
il Giudice Supremo, verranno
replicati in questo modo:
"Non ti ho mai conosciuto"
 "Cristo Re" - Chiesa di Santa Maria
dell'Ammiraglio, Palermo

Per questo esse sono state frequentemente impiegate nella Sacra Scrittura per esprimere l'eterna e incrollabile fortezza di Dio. "Il Signore è la roccia perenne", afferma il profeta Isaia (Is 26, 4). Dice il Salmista: "Il Signore è la mia roccia, la mia fortezza, il mio liberatore" (Sl 18, 3). Lo stesso Cristo applicherà a Se stesso questa immagine sulla base di un versetto dei salmi: "La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo" (Sl 118, 22 - cfr. Mt 21, 42; Mc 12, 10; Lc 20, 17). Nello stesso senso, dirà l'Apostolo: "Questa roccia era Cristo" (I Cor 10, 4).

Nel passo che oggi commentiamo, Gesù riprende questo simbolismo ed equipara la casa costruita sulla roccia all'integrità morale dell'uomo prudente, ossia, all'obbedienza alla Legge di Dio nella sua pienezza, perché nell'espressione "queste mie parole" il Divino Maestro ha voluto includere, come insegna Sant'Agostino, "tutti i precetti nei quali si fonda la vita del cristiano".14

Questa splendida parabola ha, pertanto, una nitida applicazione per la nostra vita spirituale. Che cos'è "costruire sulla roccia"? È fondare tutti i nostri atti in una pietà profonda e sincera, in una vita interiore ben condotta, in una fiducia incrollabile nell'aiuto della grazia e nell'amore al prossimo, di cui è Lui l'esempio vivo. Costruire sulla roccia è basare l'edificio della nostra vita spirituale in Dio, che è la Roccia eterna.

Chi lo mette in pratica, acquisisce l'abitudine della virtù al punto da arrivare a realizzare le buone opere quasi per una seconda natura, come attesta la vita dei santi ma, per raggiungere un tale grado di perfezione, è necessario sforzarsi a "fare la volontà del Padre" tutti i giorni, in ogni momento.

L'abitudine della virtù ci protegge contro le tentazioni

25 "Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia".

"Questa pioggia che si sforza di trascinar via la casa è il demonio; le piene sono tutti gli anticristo, che sono sorti contro Cristo; i venti sono le cattiverie spirituali che si muovono nell'aria" 15 - afferma San Girolamo. Crisostomo, a sua volta, commenta: "Il Signore chiama qui, figurativamente, piogge, piene e venti le disgrazie e calamità umane, tali come calunnie, insidie, tristezze, morti, perdite di patrimonio, pregiudizi di estranei e, infine, quanti si possono chiamare mali della vita presente". 16

Plinio Veas
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"Quando gli uomini confidano nelle loro
stesse forze, soccombono; ma quando
si afferrano alla pietra solidissima,
non possono esser trascinati via"
"Cima del Corcovado col Cristo Redentore",
Rio de Janeiro (Brasile)

Potremmo aggiungere varie altre interpretazioni in senso analogo, provenienti da illustri commentatori. Ci basti considerare che la pioggia, le piene e i venti, sono immagine dei giorni di contrarietà attraverso cui dobbiamo passare. In questi momenti, sarà necessario ricordare, come ci ammonisce San Beda, che "quando gli uomini confidano nelle loro stesse forze, soccombono; ma quando si afferrano alla pietra solidissima, non possono esser trascinati via".17

Qual è questa "pietra solidissima"? Già vediamo che essa è Cristo, e il frutto ottenuto da chi costruisce su questa roccia incrollabile ascoltando e mettendo in pratica le sue parole, è la vita virtuosa.

Viene ora molto a proposito ricordare il commento di Crisostomo, per il quale la virtù porta come privilegio "il vivere con sicurezza, il non esser preda facile di nessuna disgrazia, il librarsi al di sopra di quanto ci possa pregiudicar".18 Infatti, solo chi pratica abitualmente buone opere per amore di Dio "gode di calma tra gli scogli e il mare agitato delle cose umane. Infatti è proprio questa la cosa meravigliosa: che essendoci nel mare, non bonaccia ma violenta tempesta, grande agitazione e tentazioni incalcolabili, nulla può turbare l'uomo virtuoso".19

Nello stesso senso, aggiunge Sant'Ambrogio: "Il fondamento di tutte le virtù si trova nell'obbedienza alla Legge divina, la quale fa sì che la casa da noi edificata non si scuota con il torrente delle passioni, né con lo straripamento dell'errore spirituale, né con la pioggia mondana, né con le nebulose dispute degli eretici".20 La serenità di spirito - potente protezione contro le cattive inclinazioni e le tentazioni del demonio - è il premio ottenuto, già su questa terra, da coloro che calcano le vie della perfezione e poggiano la loro vita spirituale su solidi principi eterni.

I ragionamenti costruiscono la nostra vita spirituale sulla sabbia

26 "Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande!".

Come l'edificio fondato sulla roccia simboleggia l'uomo prudente che pratica buone opere, la casa edificata sulla sabbia rappresenta la fragilità di colui le cui azioni sono sterili, per il fatto di non essere orientate all'Eternità.

Ora, ci sono persone che costruiscono la loro vita spirituale non sulla roccia, ma su altri materiali. Sono quelle che fanno ragionamenti per poter peccare, cioè, ricorrono a falsi argomenti con i quali rivestono le loro cattive azioni con un'apparenza di bene, perché è impossibile alla creatura umana praticare il male per il male.21

Essi finiscono per architettare dottrine che aprono il campo alla piena soddisfazione delle loro cattive inclinazioni. Un esempio purtroppo molto frequente: ragioniamo in modo da concludere che sarebbe una contraddizione che il Decalogo proibisca all'uomo di dare libero corso agli istinti posti nella natura umana dallo stesso Dio; con questo occultiamo alla nostra coscienza lo squilibrio interiore, conseguenza del peccato originale. "Ignorare che l'uomo abbia una natura ferita, incline al male, dà luogo a gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e dei costumi", insegna il Catechismo.22

A coloro che così deturpano la vera dottrina di Cristo, si potrebbero ben applicare le severe parole rivolte da Sant'Ireneo ai valentiniani: "Lontani dalla verità, meritatamente sguazzano in ogni errore e sono gettati da una parte all'altra da esso, giudicando in forma differente gli stessi temi in occasioni diverse, senza mai arrivare a stabilire un'opinione stabile, poiché desiderano essere sofisti di parole più che discepoli della verità. Essi non sono fondati su una roccia, ma su sabbia, che contiene in sé un'infinità di pietre. Per questo immaginano molti dèi e hanno sempre il pretesto di essere in cerca della verità (perché sono ciechi), ma senza mai riuscire a trovarla".23

Gustavo Kralj
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Chiediamo a Maria Santissima, perfetta "Serva del Signore",
le grazie necessarie per vincere la nostra tendenza a percorrere
con un amore tiepido la via della perfezione, a non portare
fino alle ultime conseguenze la dedizione a Gesù Cristo
"L'Annunciazione" del Beato Angelico - Museo del Prado

Ahi, a quelli che inventano ragionamenti per praticare il male! La loro casa, ammonisce Gesù, è costruita su sabbia, e quando verranno le difficoltà e le prove, la rovina sarà completa.

IV - Portare alle ultime conseguenze la nostra dedizione a Cristo

Nel Vangelo di questa domenica Gesù ci insegna che, una volta conosciuti i principi della Religione Cattolica, non possiamo più fare la nostra volontà né seguire i nostri criteri personali, quando essi si allontanano dalla Legge di Dio.

Apparteniamo al Creatore e vivere in questa prospettiva ci aiuterà a costruire l'edificio della nostra santità su più solidi fondamenti. Infatti, nel giorno del Giudizio, a niente ci servirà conoscere a fondo la dottrina della Chiesa, o anche essere molto portati nella scienza teologica, se non vivremo quello che proclamiamo, ossia, se rimarremo nelle mere parole o in atti vuoti di significato senza che il nostro cuore sia in amorosa conformità con le leggi del Signore.

Chiediamo, dunque, concludendo questa meditazione, le grazie necessarie per vincere la nostra tendenza a percorrere con un amore tiepido la via della perfezione, a non portare fino alle ultime conseguenze la dedizione a Gesù Cristo; per, al contrario, imitare Maria Santissima, modello di carità ardente, che in tutto Si comportò come perfetta "Serva del Signore" (Lc 1, 38).

1 CIC 269.
2 SAN LUIGI GRIGNION DE MONTFORT, Trattato della vera devozione alla Santissima Vergine, n.70.
3 SANT'AGOSTINO. Enarrationes in Ps. 62, 20. In: Obras de San Agustín. Madrid: BAC, 1965, v.XX, pag.590.
4 SAN LUIGI GRIGNION DE MONTFORT, op. cit., n.68.
5 CIC 668.
6 SANT'ILARIO, apud SAN TOMMASO D'AQUINO, Catena Aúrea, in Mt, c.7, l.9.
7 SAN GIROLAMO. Obras Completas. Comentario a Mateo y otros escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, pag.77.
8 FILLION, Louis-Claude. La Sainte Bible commentée. Paris: Letouzey et Ané, 1912, t.VII, pag.57.
9 Osserva con acume San Girolamo: "Per non sembrare di escludere il pentimento, Gesù non disse: ‘voi che avete praticato il male', ma disse: ‘voi che praticate' ossia, voi che persino in quest'ora, quando è arrivato il tempo del Giudizio, anche non avendo ormai possibilità di peccare, conservate ancora affezione al peccato" (SAN GIROLAMO, op.cit., p.79).
10 SAN GIROLAMO, apud SAN TOMMASO D'AQUINO, idem, ibidem.
11 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Opere. Homilias sobre el Evangelio de San Mateo, 1-45. Madrid: BAC, 2007, pag.500.
12 MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los cuatro Evangelios. Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1950, v.I, pag.333.
13 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., ibidem.
14 SANT'AGOSTINO, apud SAN TOMMASO D'AQUINO, idem, in Mt, c.7, l.10.
15 SAN GIROLAMO, op.cit., p.79.
16 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., pag.504.
17 SAN BEDA, apud SAN TOMMASO D'AQUINO, idem, in Lc, c.6, l.12.
18 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., pag.503.
19 Idem, pag.504.
20 SANT'AMBROGIO, apud SAN TOMMASO D'AQUINO, idem, ibidem.
21 Cf. ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología Moral para Seglares. 5.ed. Madrid: BAC, 1979, v.I, pag.191.
22 CIC 407.
23 SANT'IRINEO DI LYON. Adversus Hæreses, l.III c.24, 2 (PG: 7, 967).

(Rivista Araldi del Vangelo , Marzo / 2011, n. 95, p. 10 - 17)

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