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“Non ti è lecito”!

Pubblicato 2010/12/10
Autore : Suor Maria Teresa Ribeiro Matos, EP

Non licet tibi" - "Non ti è lecito" (Mc 6, 18). Le gravi parole del Precursore riecheggiavano all'orecchio di Erode Antipa, ricordandogli quanto fosse sgradita al Cielo la sua incestuosa unione con Erodiade, la sposa di suo fratello Filippo.

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San Tommaso Becket - L'Arcivescovo martire di Canterbury

La verità è invincibile perché la sua forza proviene da Dio stesso. Per quanto essa subisca apparenti sconfitte, finisce sempre per trionfare.

Suor Maria Teresa Ribeiro Matos, EP

Non licet tibi" - "Non ti è lecito" (Mc 6, 18). Le gravi parole del Precursore riecheggiavano all'orecchio di Erode Antipa, ricordandogli quanto fosse sgradita al Cielo la sua incestuosa unione con Erodiade, la sposa di suo fratello Filippo.

Wikipedia
01.jpg
"San Tommaso Becket"
- vetrata del sec. XIII
della Cattedrale di
Canterbury (Inghilterra)

Quando, su istanza di Salomè, le labbra di San Giovanni Battista furono fatte tacere per sempre dalla spada del carnefice, si direbbe che queste recriminazioni sarebbero dovute cessare definitivamente. Invece non fu così: il re criminale sarebbe vissuto fino alla fine dei suoi giorni tormentato dal ricordo del profeta che continuava ad interpellarlo: "Non licet tibi"!

C'è in questo passo evangelico un esempio paradigmatico della lotta tra il bene e il male sulla Terra. Da un lato c'è il re adultero, orgoglioso, lussurioso ed egoista, che lotta per soddisfare i propri vizi ed interessi; dall'altro, un'anima di incrollabile rettitudine, disposta a difendere la Legge dell'Altissimo, anche col proprio sangue, se necessario. In apparenza, la vittoria è stata del primo ma, in realtà, né il carcere né il patibolo sarebbero riusciti a tacitare la forza della verità proclamata con audacia da chi era giusto.

Più di un millennio più tardi, avendo la Chiesa civilizzato i popoli e stabilito la sua influenza spirituale su di loro, una voce serena e ferma come quella del Precursore si è fatta sentire in Inghilterra, ricordando ad un re tiranno i limiti del potere reale: quella di San Tommaso Becket.

L'inizio di una disputa

Era il 1º ottobre del 1163. Cominciava nell'abbazia di Westminster il sinodo convocato da re Enrico II per dibattere questioni concernenti il governo della Chiesa in Inghilterra. Il monarca non concordava con il privilegium fori del clero e non ammetteva che sudditi suoi fossero scomunicati senza il consenso reale. Voleva, inoltre, che fossero restaurate altre prerogative godute dai loro predecessori normanni.

Tutti i Vescovi erano unanimi quanto all'impossibilità di cedere a tali pretese del sovrano. Ma chi si sarebbe alzato per affrontarlo? Toccava all'Arcivescovo di Canterbury, Primate d'Inghilterra, il difficile compito.

Tommaso Becket, che solo poco tempo prima era Cancelliere Reale e grande amico di Enrico II, assunse il grave incarico. Al momento opportuno, si alzò e spiegò al re l'indipendenza del potere spirituale rispetto a quello temporale, discusse sul carattere sacro del sacerdozio e, infine, addusse agli antichi diritti dei Vescovi di giudicare e punire i membri del clero.

Il monarca si incollerì. Interrompendo le parole del prelato, pretese che tutti accettassero senza condizioni le proposte da lui fatte. San Tommaso Becket rispose che avrebbero obbedito salvo ordine suo, cioè, nella misura in cui le regole da lui dettate fossero lecite per un chierico. Sentendo questo, il re se ne andò irato, senza neppure una parola di saluto.

Armonia tra i due poteri

La contesa tra i vescovi inglesi ed il loro monarca non risultava eccessivamente strana in quei secoli perturbati. I limiti della separazione dei poteri, temporale e spirituale, stabilita dallo stesso Cristo - "Da' a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22, 21) -, non erano ancora ben definiti, portando, di conseguenza, frequenti e aspri conflitti.

Essendo la Chiesa una società visibile, costituita da uomini, molti sovrani dell'epoca si arrogavano il diritto di nominare vescovi, legiferare sull'organizzazione interna della Sposa di Cristo, disporre delle sue rendite o governare liberamente sui membri del clero, trascurando la circostanza che fossero persone sacre.

Ora, è proprio l'indipendenza dal potere civile, che permette alla Chiesa di svolgere la sua attività a favore della società, creando le condizioni che rendono la Terra piacevole ed abitabile, illuminando pure il potere temporale - rigorosamente sovrano, nel suo ambito - con una luce celeste che lo eleva, consolida e nobilita.

La Chiesa necessita dell'azione dello Stato sulla società, ma l'uno non riuscirà mai a raggiungere con pienezza il suo obiettivo se non è in perfetto accordo con l'altra. Dall'armonia tra il potere spirituale e quello temporale risulta che Dio non è mai così ben servito come quando Cesare si comporta come suo figlio e Cesare mai è tanto grande come quando è figlio di Dio.

Questa era la grande verità che spianava il comportamento dell'Arcivescovo di Canterbury, e che l'orgoglioso re Enrico non voleva ammettere.

Clausole inaccettabili

Preso atto di quanto avvenuto a Westminster, Papa Alessandro III inviò messaggeri a San Tommaso Becket, raccomandandogli che, per la pace della Chiesa, cercasse un'intesa col re. Ma il monarca, ferito nel suo amor proprio, esigeva una ritrattazione pubblica davanti a tutti i vescovi e baroni del regno.

Il Palazzo di Clarendon, nelle vicinanze dell'attuale Salisbury, fu il luogo scelto per tale incontro, realizzato giorno 13 gennaio 1164, tra manifestazioni di furia del re e minacce dei baroni. Il sovrano volendo lasciare lì ben fissate le basi del suo dominio sulla Chiesa, fece redigere un elenco completo delle norme che egli mirava ad imporre. Erano le tristemente note Costituzioni di Clarendon, composte da sedici clausole.

Dario Iallorenzi
02.jpg
Papa Alessandro III
accolse San Tommaso
Becket con totale
benevolenza ed approvò
la sua condotta
"Incontro di San Tommaso
Becket col Papa",
pezzo in alabastro del
sec. XVI - Victoria
& Albert Museum,
Londra

L'arcivescovo rimase sconvolto quando lesse il testo. Alcune di queste clausole attribuivano al potere reale decisioni fino ad allora di competenza dell'autorità ecclesiastica, altre attentavano alla libertà della Chiesa. Così, per esempio, i vescovi passavano a dipendere dall'approvazione del sovrano per uscire dal regno. Avevano bisogno anche di un'autorizzazione di Enrico II per scomunicare qualunque alto funzionario o ufficiale del re. Non potevano, nelle cause ecclesiastiche, appellarsi al Papa come ultima risorsa. Quando rimaneva vacante una sede episcopale o un'abbazia, questa cadeva in potere del sovrano. Egli riscuoteva tutte le entrate e benefici fino all'insediamento del nuovo titolare, la sua elezione avrebbe avuto luogo nella cappella reale e con il consenso del re e il nuovo vescovo o abate avrebbe dovuto giurare fedeltà come vassallo.

Il Primate d'Inghilterra non poteva in alcun modo accettare queste costituzioni che sottomettevano così tanto il potere spirituale a quello temporale. Soltanto cinque delle sedici clausole, relative di fatto al governo civile, erano di fatto accettabili, e furono successivamente ammesse dal Papa.

Il giudizio di Northampton

Il re, però, non la pensava allo stesso modo. Era deciso a sottomettere la Chiesa alle sue pretese e, per questo, decretò la rovina di coloro che con tanta forza vi si opponevano. Accusandolo di falsi crimini giuridici e finanziari, oltre che di falsa testimonianza per non accettare le Costituzioni di Clarendon - che aveva promesso di accettare senza conoscerne il contenuto -, all'ecclesiastico fu intimato di comparire davanti alla corte riunita a Northampton, nel mese di ottobre del 1164.

Di fronte alle inusitate denunce, l'arcivescovo chiese ad Enrico II un po' di tempo per consigliarsi con i suoi fratelli nell'episcopato e preparare la sua difesa. "Agisci senza paura", gli disse il suo confessore, Robert de Merton, "hai scelto di servire Dio al posto del re. Continua così e Dio non ti deluderà".1

Tommaso aveva capito a fondo la lotta in cui era impegnato ed era disposto a sostenerla fino alla fine. Tuttavia, la maggior parte dei vescovi, temendo di perdere la buona grazia del sovrano, insistevano con il Primate affinché cedesse davanti al re e rinunciasse al suo incarico.

L'arcivescovo di Canterbury, tuttavia, facendo valere il suo primato, proibì ai vescovi di prendere parte al giudizio, nel caso giungesse a realizzarsi, e ordinò che scomunicassero chiunque usasse violenza contro di lui. Si diresse allora al castello reale di Northampton, dove, dopo che il Primate ebbe presentato la sua difesa, il re convocò il Consiglio per decidere la sua sorte. Seduto in un'altra stanza, Tommaso Becket aspettava con calma e sicurezza il verdetto. Secondo un famoso biografo, l'Arcivescovo fu probabilmente condannato all'ergastolo. "Ma la sentenza non fu mai dichiarata, perché quando una commissione si presentò per fargliela conoscere, ognuno passò all'altro l'incombenza e nessuno la accettò".2

Sei anni di esilio e trattative

Vedendo decretata la sua rovina,San Tommaso Becket decise di fuggiredal Paese. In una notte piovosa, dopo molte vicissitudini, attraversò il Canale della Manica e si rifugiò in Francia, dove il re Luigi VII lo accolse con sollecitudine.

Subito dopo si recò a Sens, in cui si trovava temporaneamente Papa Alessandro III. Questi lo accolse con totale benevolenza, approvò la sua condotta e riaffermò la condanna delle Costituzioni di Clarendon. Gli concesse anche l'abito dell'Ordine dei Cistercensi, che tanto desiderava ed il santo Arcivescovo passò a risiedere nell'abbazia di Pontigny, dove condivise la vita frugale dei monaci cistercensi e riprese lo studio della teologia, in particolare delle Sacre Scritture.

Intanto, trascorsero quasi sei anni di complesse attività diplomatiche e di tentativi di riconciliazione, ora promosse dal Pontefice, ora dal re di Francia. Raggiungere un accordo non era facile perché, come scriveva San Tommaso al Papa, se fossero prevalse le esigenze del monarca inglese, "l'autorità della Sede Apostolica in Inghilterra sarebbe scomparsa completamente o sarebbe stata ridotta a quasi nulla".3

Enrico II, da parte sua, riconosceva che, se avesse continuato con la sua politica di opposizione alla Chiesa, avrebbe dovuto subire sanzioni canoniche. "So che lanceranno un'interdizione sul mio regno, ma non posso io che sono capace di prendere una fortezza al giorno, imprigionare un chierico che ponga in interdizione la mia terra?"4, chiese a un legato papale.

Il timore di Dio non si era ancora del tutto estinto nell'animo di Enrico e, finalmente, dopo numerose minacce da parte del Sommo Pontefice, decise di venire ad un accordo con l'arcivescovo. Lo autorizzò a tornare nella sua diocesi senza consentire, tuttavia, di dargli il bacio di pace.

Di ritorno in patria

Trionfale fu l'accoglienza del popolo di Canterbury, giorno 2 dicembre 1170, al suo caro pastore. Egli, tuttavia, era convinto che la pace non sarebbe stata duratura. Come insegna Sant'Agostino, "La pace è la tranquillità dell'ordine".5 Se non prevalesse l'ordine posto dalle leggi di Dio e della Chiesa, non esisterebbe vera pace.

Il giorno dopo, tre messaggeri giunsero a Canterbury da parte degli arcivescovi Roger di York, Gilbert di Londra e Jocelin di Salisbury, a chiedere la revoca della scomunica lanciata su di loro, per aver proceduto alla cerimonia di incoronazione del figlio del re, andando contro la proibizione espressa dall'Arcivescovo Primate e dallo stesso Vicario di Cristo. Tommaso fece rispondere loro che una sanzione imposta dal Papa poteva esser revocata soltanto da questi.

La risposta fece riaccendere la collera di Enrico II, già irritato per la commovente accoglienza che il popolo aveva riservato al suo legittimo prelato. Ogni giorno che passava, si accentuava nella corte il clima di inimicizia contro l'arcivescovo. Un biografo di Tommaso Becket afferma che il re, trascinato dalla furia, incitava i suoi cortigiani con frasi come questa: "Che collezione di oziosi codardi ho nel mio regno, che permettono che un chierico di bassa estrazione si prenda vergognosamente gioco di me!".6 Alcuni di loro, decisero di ascoltarlo...

La sera del 29 dicembre, quattro cavalieri si presentarono a Canterbury come venuti inviati del re e furono ricevuti dall'arcivescovo in una sala contigua alla cattedrale. Uno di loro interpellò l'ecclesiastico con termini aggressivi, per il suo rifiuto di assolvere i chierici e monaci scomunicati. - La sentenza non è stata mia, ma del Papa. Che gli interessati si dirigano a lui per chiedere il perdono - rispose Tommaso.

- Ti dico ciò che il re ha detto: Sei stato sufficientemente pazzo a scomunicare i suoi ufficiali.

A queste parole, relative agli anatemi lanciati da San Tommaso contro i baroni che si erano appropriati delle terre della Diocesi, l'arcivescovo si alzò, replicando:

- Castigherò chiunque violi i diritti della Sede Romana o della Chiesa di Cristo.

La vittoria della verità

I cavalieri, furiosi, si ritirarono per prendere le armi, mentre alcuni monaci e servitori dell'intrepido prelato, vedendo il grande pericolo che correva, riuscirono a stento a condurlo alla cattedrale.

Era l'ora del canto dei Vespri e il tempio era pieno. Dopo la processione dei monaci e del santo arcivescovo, irruppero furibondi i cavalieri armati e, con le spade sguainate, si precipitarono su quest'ultimo.

- Assolvi i vescovi! - gridò uno di loro.

Assalirono poi, spada in pugno, l'indifeso ministro di Dio. Il primo colpo raggiunse le spalle di Tommaso, mentre i seguenti lo colpirono alla testa. Il suo crociferaio, cercando di deviare con un braccio un colpo, ricevette una forte lesione che gli ruppe le ossa. "Sono disposto a morire per il mio Signore. Che il mio sangue salvi la libertà della Chiesa e la pace"7. Esclamò il martire, in ginocchio. Un nuovo colpo lo prostrò morto per terra, con le braccia aperte, come se stesse pregando.

Era tutto finito? Al contrario! La forza della verità, che aveva portato Giovanni Battista a trionfare su Erode Antipa, ancora una volta sarebbe stata vittoriosa. La tomba di Tommaso Becket divenne un centro di pellegrinaggio, e fra gli innumerevoli devoti che accorsero alla sua sepoltura ci fu lo stesso Enrico II che, dopo aver chiesto perdono al Papa e rinunciato alle Costituzioni di Clarendon, si era diretto a Canterbury per chiedere clemenza al santo martire.

Invincibile è il potere della Verità. L'errore e il male trovano il loro dinamismo nella natura umana decaduta col peccato, alleata al demonio. La forza della Verità, però, sta in qualcosa di infinitamente superiore: Dio stesso. Egli non nega mai la sua grazia a coloro che lottano in suo nome. Così, per quanto la verità subisca apparenti sconfitte, alla fine è sempre vincitrice, perché la sua fonte è Dio eterno e immortale.

1 KNOWLES, David. Thomas Becket.
Madrid: Rialp, 1980, pag.148
2 Idem, pag.151.
3 Idem, pag.180.
4 Idem, pag.184.
5 SANT'AGOSTINO. La città di Dio.
L.XIX, c.13.
6 KNOWLES, op.cit., pag.205.
7 AUBE, Pierre. Thomas Becket. Madrid:
Palabra, 1994, pag.334.

(Rivista Araldi del Vangelo , Dicembre/ 2010, n. 92, p. 36 - 39)

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