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Lumen Veritatis

Lumen Veritatis

Pubblicato 2009/11/13
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Il presente articolo, nel commentare alcuni versetti del prologo del Vangelo di San Giovanni, presenta Cristo come luce, vita e verità, che si rivela agli uomini sommersi dalle tenebre dell'ignoranza e del peccato

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Mons. João Clá Dias, EP

Sintesi

Il presente articolo, nel commentare alcuni versetti del prologo del Vangelo di San Giovanni, presenta Cristo come luce, vita e verità, che si rivela agli uomini sommersi dalle tenebre dell'ignoranza e del peccato, e attraverso questa rivelazione, li innalza alla contemplazione dei misteriosi ed infiniti orizzonti soprannaturali della fede. Per questo motivo si rivela appropriato il titolo, "Luce della verità" per una rivista accademica il cui obiettivo principale è quello di essere l'eco del messaggio della salvezza, un riflesso della "Lux Vera" (Giov, 1,9).

Abstract

This article, elucidating certain verses of the prologue of the Gospel of St. John, presents Christ as light, life and truth, who reveals himself to men submerged in the darkness of ignorance and of sin, and through this revelation, elevates them to the contemplation of the mysterious and infinite supernatural horizons of faith. It thus becomes apparent how the title "Light of Truth" is appropriate for an academic magazine whose principal objective is to be the echo of the message of salvation; a reflection of the "Lux Vera" (John 1:9).

"Splendore della gloria del Padre, che diffondi il chiarore della vera luce, raggio della luce, fonte di ogni splendore. Tu, giorno che illumini il giorno" (Ufficio Divino - Inno delle Lodi)

1 - Introduzione

1.1 - La creazione della luce

Nel raccontare l'opera dei sei giorni, la Genesi parla di due creazioni di luce, una nel primo, l'altra nel quarto giorno. Ad una prima lettura, si rimane perplessi davanti a questa ripetizione e, a volte, si arriva ad immaginare l'esistenza di un errore da parte dello scrittore sacro.

Tuttavia, San Tommaso si esprime con saggezza sull'apparente equivoco di questo passaggio della Scrittura, e basandosi sull'opinione di Sant'Agostino, interpreta la prima delle luci create come significato dell'universo angelico sorto dall'azione onnipotente di Dio, nell'aurora della sua azione ad extra:"Per questa ragione la "formazione" degli spiriti è indicata nella produzione della luce.

Così la luce viene intesa in senso spirituale; poiché la ‘formazione' degli esseri spirituali avviene quando sono illuminati, affinché aderiscano al Verbo di Dio."2 L'altra luce, formata dal sole, dalla luna e dalle stelle con la finalità di illuminare la terra, fu convenientemente creata nel quarto giorno, "perché la luce menzionata il primo giorno sarebbe stata una luce spirituale, mentre qui viene creata la luce materiale" 3.

1.2 - L'inizio del Vangelo di San Giovanni

Però, non è di queste luci che San Giovanni parla nell'introduzione del suo Vangelo. Per farci vedere la sostanza e la bellezza di un'altra luce, infinitamente superiore, egli va oltre gli stretti limiti del tempo e risale fino agli infiniti orizzonti dell'eternità. "Mentre gli altri Evangelisti iniziano dall"Incarnazione, San Giovanni, andando oltre la Concezione, la Natività, l'educazione e la crescita d Gesù, ci parla della sua eterna generazione, dicendo: ‘In principio era il Verbo' ". 4

Questo principio riguarda l' ab æterno delle Persone della Santissima Trinità e dello stesso Dio. San Giovanni, con piena sicurezza teologica, non ha paura di affermare che "In lui era la vita...(Giov 1, 4) per fare successivamente un legame tra questa "vita" e "la luce che splende nelle tenebre"(Giov 1, 5) che essenzialmente è l'oggetto della nostra attenzione.

2 - Il versetto 4 del primo capitolo del Vangelo di San Giovanni

2.1 - "In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini"

Ancora, secondo San Beda, quando San Giovanni afferma che tutta l'opera della Creazione era vita nel Verbo prima del suo divenire, fu mosso dalla preoccupazione di evitare ai suoi lettori l'idea di mutabilità della volontà divina, che sarebbe stato un grave errore (p. 11).

San Tommaso d'Aquino ci rende ancora più chiara la comprensione di questo versetto quando afferma che le cose possono essere analizzate sotto due aspetti diversi, ossia, in sé stesse o in funzione di ciò che rappresentano nel Verbo. Centrate in sé stesse, non tutte le cose hanno vita, alcune sì, altre no. Tuttavia, le cose così come si trovano nel Verbo "non sono soltanto viventi, ma sono anche la vita".

E il Dottor Angelico non si rifiuta di darci l'esempio di un oggetto costruito da un artefice. Trattandosi di materia, evidentemente, non possiede vita e ancor meno, è vita, ma l'idea dell'oggetto, fino a un certo punto, vive nell'immaginazione dell'artefice. Però, come il "capire dell'artefice non è la sua essenza né il suo essere", non si può affermare che questo oggetto è vita.

Ora, le creature nella mente divina, al contrario degli uomini e degli angeli, sono vita perché, "in Dio, il suo capire è la sua vita e la sua essenza. E per questo motivo, qualsiasi cosa esista in Dio, non soltanto vive, ma è la propria vita, poiché qualsiasi cosa esista in Dio è la sua essenza." 5

Anche Orígenes si è impegnato a rendere esplicito il versetto in questione, citando alcuni dei molteplici esempi sparsi per l'universo creato: il sole, i semi, l'anima dell'artista, ecc, in quanto cause in cui vivono gli effetti che esse producono: "e così esaminiamo i vari esempi naturali, di cui, come sulle ali della teoria fisica, possiamo elevarci con gli occhi dell'anima fino agli arcani del Verbo e, nella misura in cui è permesso all'intelligenza umana, di conoscere come tutte le cose fatte dal Verbo vivono e furono fatte in Lui". 6

2.2 - "E la vita era la luce degli uomini"

"Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Giov 10,10), dice Gesú nel Vangelo. E, infatti, Egli si fece uomo come noi affinché, oltre ad essere il nostro cammino e la verità, fosse anche la nostra vita, e perciò esclama Santa Teresa: "¡Oh, Vida que la dais a todos! No me neguéis a mí esta água dulcísima que prometéis a los que la quieren" (Obras Completas, Vol. II, p. 646-647, BAC, Madrid, 1954).

L'interrelazione tra la vita e la luce, questa reversibilità reciproca nella concettualizzazione di San Giovanni, fa credere a qualche rivelazione del proprio Divino Maestro o, chissà, della Sua Santissima Madre, ricevuta da Lui in un determinato momento.

Essa è molto felice e allo stesso tempo fatta in tono categorico, nonostante la sua forma soave, in questa seconda parte del versetto 4:"e la vita era la luce degli uomini". Un buon numero di commentatori cerca di approfondire il suo significato, tra i quali spicca, in maniera particolare, per la sua chiarezza, Orígenes.

La vita è lo stesso che la luce. Egli è la luce degli uomini, e così, Egli è la vita degli uomini, di cui è luce. E, in questo modo, quando si dice vita, si può dire se il Salvatore, vita, non di Sé stesso, ma di altri, dei quali ne è anche luce. Questa vita esiste nel Verbo di Dio in modo inseparabile, e esiste insieme da quando fu creata da Lui.

Conviene, poi, che la ragione o il verbo preesista nell'anima per purificarla, affinché, una volta pulita dai suoi peccati, appaia pura, e si introduca così, e si generi la vita in colui che si fece suscettibile al Verbo di Dio. Non si dice che il Verbo fu fatto nel principio, perché non esisteva il principio senza il Verbo di Dio; la vita degli uomini, tuttavia, non era sempre nel Verbo, ma questa vita degli uomini fu fatta perché la vita è la luce degli uomini:

quando l'uomo non esisteva, non esisteva neanche la luce degli uomini, che dopo avrebbero potuto vedere; e pertanto, dice: "Ciò che fu fatto nel Verbo era vita"; e non "ciò che era nel Verbo era vita". Vi è un'altra variabile accettabile, che dice: "Ciò che fu fatto in Lui è vita". Se capiamo, poi, che la vita degli uomini, che è nel Verbo, è Colui di chi San Giovanni dice: "Io sono la vita" (Giov 14, 6), dobbiamo confessare che nessuno degli infedeli di Cristo vive, ma che sono tutti morti coloro che non vivono in Dio. 7

2.3 - Il Verbo è la luce intellettuale che illumina l'anima degli esseri razionali

Evidentemente, San Giovanni non si riferisce in questo passaggio alla vita umana naturale, ma a quella che ha portato l'apostolo ad esclamare: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20). Ascoltiamo a questo proposito il parere di Teófilo:

Aveva detto che "in Lui era la vita", affinché non si creda che il Verbo fosse separato da essa. Adesso dichiara che è la vita spirituale e la luce di tutti gli esseri razionali. Perciò, aggiunge: "E la vita era la luce degli uomini". Come per dire: "Questa luce non è sensibile, ma intellettuale, e illumina la propria anima". 8

Questa è la ragione per cui sono illuminati gli uomini e non gli esseri animati o inanimati inferiori, perché è necessaria l'esistenza dell'anima razionale perché si possa penetrare nell'universo della saggezza.

D'altra parte, in questa affermazione, che "la vita era la luce degli uomini", si deve considerare la vita nella sua forma più nobile, che è quella delle creature spirituali, in grado di avere la conoscenza naturale e soprannaturale. Per loro, vivere è conoscere, attraverso la ragione nell'ordine naturale, e attraverso la fede nell'ordine soprannaturale : "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Giov 17, 3).

2.4 - Il Verbo come rivelatore universale di tutta la conoscenza

Basandosi su San Giustino, P. Braun tesse nei suoi commenti sulle Sacre Scritture un interessante corollario di questo versetto di San Giovanni:

Il Verbo è la fonte sempre feconda di questa vita, una volta che la possiede in sé stesso:"in Lui era la vita", non come semplice deposito ricevuto da un'altra parte, ma come è in Dio: ‘Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso' (Giov 5, 26). Detto in un altro modo: Egli ‘è la vita' (Giov 11, 25; 14, 6), come anche ‘la luce' (Giov 8, 12; 12, 46).

Dato che per un uomo vivere una vita veramente degna di questo nome significa conoscere, il Verbo vivifica gli uomini illuminandoli e facendo loro scoprire le verità salutari. Il suo operato non si fece soltanto dopo la sua incarnazione - ad essa non siamo ancora arrivati - ma addirittura prima di questa, in tutto il tempo, da quando esiste l'uomo, senza distinzione di razze né di nazionalità. San Giustino insistette molto su questa idea del Verbo rivelatore universale. Come è risaputo, spiega attraverso l'azione del Verbo le felici scoperte dei filosofi pagani. 9

2.5 - L'intelligenza umana non raggiungerebbe mai i principali misteri della nostra fede

Se non ci fosse stata rivelata la vita intima delle tre Persone della Santissima Trinità, giammai l'intelligenza umana, e neppure quella angelica, avrebbero scoperto la Sua esistenza. Il Dio, Uno, creatore e eterno, la nostra ragione ancora lo avrebbe potuto raggiungere; ma senza una comunicazione del Dio stesso, non saremmo mai arrivati a conoscere la generazione del Verbo e la procedenza dello Spirito Santo.

La perfetta didattica della Divina Providenza condusse l'umanità per strade ferme e progressive fino alla rivelazione di questi principali misteri della nostra fede: " Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé, inoltre, volendo aprire la via di una salvezza superiore, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori" (Dei Verbum, 3). Li invitò alla comunione intima con sé stessi, avendoli rivestiti con una grazia e con una giustizia risplendenti.


Questa Rivelazione non fu interrotta dal peccato dei nostri progenitori. Dio, in effetti, "dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza, ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene" (Dei Verbum, 3).10

Ma, il popolo eletto, nell'Antico Testamento conobbe Dio più come creatore e legislatore, senza penetrare nel mistero della vita intima della Trinità Santissima. Soltano l'incarnazione stessa del Verbo poté dissipare le nuvole e permise all'uomo di contemplare, meravigliato, questo misterioso panorama secondo l'ottica interna della fede.

Dio ha parlato ai nostri progenitori in diversi modi e molte volte tramite i profeti. Ultimamente ci ha parlato attraverso Suo Figlio, che è il Suo erede universale, per il quale ha creato tutte le cose. Splendore della gloria (di Dio) e immagine del Suo essere, sostiene l'universo con il potere della Sua parola.

Dopo aver realizzato la purificazione dei peccati, è seduto alla destra della Maestà nel più alto dei cieli, così superiore agli angeli per il nome che ereditò. Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato? E ancora:Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio? (Eb 1, 1-5)

2.6 - Tutto quello che possa essere raggiunto dalla nostra fede ci è stato concesso dalla luce di Cristo

San Tommaso d'Aquino cerca, con esito, di spiegarci quanto sia debole l'intelligenza umana per raggiungere le cose divine; e che per lo stesso motivo, l'uomo necessita di essere portato "per mano" ad amare Dio e, per questo, ha bisogno di servirsi di "alcune cose sensibili". È chiaro che il Dottor Angelico pone, tra queste, come la principale, la propria Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo (cf. Somma Teologia, 2-2, q. 82, a. 3 ad 2).

Essendo questo il pinnacolo di tutto l'ordine della creazione, a partire dall'Incarnazione del Verbo, l'uomo non avrà più nulla da chiedere a Dio, perché, tutto quello che può essere raggiunto dalla nostra fede ci è stato concesso dalla luce di Cristo.

Così spiega San Giovanni della Croce: Perché nel darci, come ci ha dato, suo Figlio, che è la sua Parola unica, e non ne ha un'altra, ci ha detto tutto in una sola volta, in questa unica Parola, e nient'altro ha da dire, [...] perché ciò che prima diceva per parti ai profeti adesso ci ha rivelato per intero, dandoci il Tutto, che è Suo Figlio. Pertanto, se oggi qualcuno volesse chiedere a Dio, chiedendoGli qualche rivelazione, non farebbe soltanto una sciocchezza, ma offenderebbe Dio per non aver rivolto gli sguardi unicamente a Cristo senza agognare ad altra cosa o qualche altra novità. 11.

2.7 - Nell'abbracciare il peccato, gli uomini si precludono alla luce proveniente dal Verbo

Da ciò che è stato precedentemente esposto, vediamo quanto sia densa di significato questa approssimazione che San Giovanni fa tra la vita e la luce. D'altra parte, possiamo dedurre fino a che punto il polo opposto risiederebbe nella morte e nelle tenebre, non nel senso che sia possibile considerarle come una potenza increata e in lotta contro Dio, come desidererebbero i manichei o gli gnostici, per esempio. Ma, di fatto, interamente applicabili a coloro che si precludono alla luce, ossia, alla Parola di Dio, e dopo che si lanceranno nelle tenebre, finiranno per infliggere la morte al proprio spirito.

Se la vita si torna possibile soltanto quando si riconosce chiamata da Dio, e soltanto in questa comprensione - di essere "luce" - è vita, è necessario che si abbia anche la possibilità di rifiutare tale comprensione e diventare "tenebre". Tenebre in San Giovanni non significa, come nello gnosticismo, una sostanza eterna e contraria a Dio;ma è un atto storico, cioè, la rivolta che percorre tutta la storia dell'uomo contro l'appello della parola divina e, il chiudersi dell'uomo in sé stesso.

Per questo la condizione dell'uomo, chiuso in sé e che cerca di mantenere questa fiera autosufficienza, è caratterizzata da Giovanni come l'uccidere la verità ed essere bugiardo (8, 30-47), ricercare la gloria (cioè, la luce apparente) degli uomini invece della gloria (la vera luce) di Dio (5,44; 7,18; 12,43) 12. In contrasto con le "tenebre", comprendiamo ancora meglio la pulcritudine della "luce", così come il perché dell'affermazione di Gesù; "La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce" (Mt 6, 22).

Di fatto, si può assicurare che se il tuo occhio è semplice, il tuo intimo sarà luminoso. Se la tua intenzione è retta, il tuo intimo sarà penetrato da luce. Se il tuo cuore è puro, vedrà le cose come esse sono in verità. Così, avere un'interiorità luminosa, significa vedere le cose nella loro vera luce, apprezzarle secondo il loro giusto valore, dentro la visione dell'eternità e in funzione delle sue relazioni con il Verbo di Dio.

Sant'Andrea di Creta, vescovo, nel chiedersi durante la sua predica delle Domenica delle Palme:  "Che luce è questa?", rispondendo subito dopo con tutta la chiarezza: "Non può essere altro che quella che illumina ogni uomo che viene al mondo (cf. Giov 1, 9). La luce eterna, luce che non conosce il tempo e rivelata nel tempo, luce espressa dalla carne e occulta per la sua natura, luce che avvolse i pastori e che di fece guida del cammino dei Magi. Luce che fin dall'inizio era nel mondo, da chi fu fatto il mondo ed il mondo non lo conobbe. Luce che venne a ciò che era suo, e i suoi non lo ricevettero" 13.

Qui risiede questo Dio che "abita una luce inaccessibile" (1 Tm 6, 16) nella realizzazione del Suo eterno desiderio di comunicare la Sua propria vita, "la luce degli uomini" (Giov 1, 4). E da ciò si capisce il perché tutti gli uomini, quando abbracciano il peccato, chiudono gli occhi alla luce proveniente dal Verbo, Vita della nostra vita, Luce della nostra intelligenza. La salvezza preferisce il peccatore alle disordinate tenebre delle loro passioni, delle loro cattive inclinazioni.

Quella vita è la luce degli uomini, ma i cuori insensati non possono capirla, perché i loro peccati non glielo permettono; e, affinché non suppongano che questa luce non esiste, per il fatto che loro non la possono vedere, prosegue: "La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta".

Perciò, fratelli, così come l'uomo cieco che messo davanti al sole, nonostante sia alla sua presenza, non lo percepisce, allo stesso modo, ogni insensato, ogni iniquo, ogni empio è cieco di cuore. Si trova davanti alla saggezza, ma, come un cieco, i suoi occhi non la possono vedere: essa non è lontana da lui, ma è lui che è lontanto da lei. 14

3 - Il versetto 5 del primo capitolo del Vangelo di San Giovanni

A questo punto, passiamo a distinguere meglio la profondità dei termini "luce" e "tenebre", impiegati da Giovanni nel versetto 5 - "La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta"- soprattutto se torniamo alle considerazioni di Orígenes sull'introduzione del quarto vangelo, in cui si stabilisce l'equivalenza tra i termini "luce" e "vita"; "morte" e "tenebre":

E se la vita è lo stesso che la luce degli uomini, nessuno che si trova nelle tenebre possiede vita, e nessuno di coloro che vivono è nelle tenebre; e siccome colui che vive si trova nella luce, colui che è nella luce vive. [...] D'altra parte, colui che realizza cose proprie alla luce, o le cui azioni splendono di fronte agli altri uomini, e che si ricorda di Dio, costui non si trova nella morte, secondo ciò che dice il Salmo 6: "nessuno tra i morti Ti ricorda". 15

3.1 - Prima dell'Incarnazione il genere umano era nelle tenebre a causa del Peccato Originale

L'origine delle "tenebre" che circondano l'uomo, afferma Orígenes, risiede nella sua natura ferita dal peccato dei primi progenitori: "perché tutto il genere umano - non per la natura, ma a causa del peccato originale - si trovava nelle tenebre dell'ignoranza della verità". E dalla luce di Cristo, che "risplende nei cuori di coloro che Lo conoscono, dopo essere nato dalla Vergine", l'uomo è riscattato dall'oscurità spirituale.

Per questo, Orígenes è portato ad esclamare, con l'Apostolo: "Prima eravamo nelle tenebre, ma adesso siamo luce nel Signore, se siamo in qualche modo santi e spirituali". E ricorda che se siamo usciti dall' ombra dell'errore, ciò si deve all'Incarnazione del Verbo: "la luce degli uomini è Nostro Signore Gesù Cristo, il quale Si è fatto conoscere dalla natura umana e da ogni creatura razionale e intellettuale, così come ha manifestato ai cuori dei fedeli i misteri della Sua divinità". 16

Tuttavia, una volta ricevuta la luce della verità e della vita, dobbiamo riconoscere in essa un dono molto superiore alla nostra povera natura. Orígenes ci colloca in questa prospettiva: Così come l'aria non risplende da sola in quanto tale, ma si chiama tenebre; così come la nostra natura, esaminata in sé stessa, non è più che una certa sostanza tenebrosa, capace di partecipare alla luce della saggezza; e, così come non si dice che l'aria splende in sé stessa quando riceve i raggi del sole, ma sì che la luce del sole in essa risplende, così come anche la parte della nostra natura razionale, mentre partecipa alla presenza del Verbo di Dio, non conosce da sola il suo Dio né le cose comprensibili, ma attraverso la luce divina che vi si trova.

E, in questo modo, la luce splende nelle tenebre perché il Verbo di Dio, vita e luce degli uomini, non cessa di risplendere nella nostra natura (la quale, considerata e studiata in sé, non passa di una oscurità informe); e, come questa stessa luce è incomprensibile per ogni creatura, le tenebre non la capirono. 17

3.2 - Le tenebre non vinceranno mai la Luce del Verbo

San Tommaso d'Aquino, nel suo commento al prologo del Vangelo di San Giovanni, completa il senso di questo versetto, indicando l'azione dei cattivi come il tentativo frustrato di offuscare la Luce: [Le tenebre] non vinsero [la Luce]. Nonostante gli uomini, oscurati dai peccati, ciechi dall'invidia, tenebrosi per la superbia, abbiano lottato contro Cristo - censurandolo, facendogli ingiurie e ultraggi, e finalmente uccidendolo, come è esposto nel Vangelo - tuttavia, non Lo capirono, cioè, non Lo vinsero oscurandoLo in modo che la sua luce non risplendesse in tutto il mondo. 18

Da ciò che è stato precedentemente esposto, si può percepire quanto sia giusta l'espressione di San Giovanni "et tenebræ eam non comprehenderunt" (Giov 1, 5), perché la forza di questa luce è la propria onnipotenza divina che eleva la nostra natura alle vette della vita della grazia e dissipa il male di questo mondo. L'iniquità, l'errore e il brutto non riuscirono - e non riusciranno mai - a vincerla. Le tenebre (insieme delle forze del male) non raggiungeranno la luce del Verbo perché, "lux in tænebris lucet".

4 - Lumen Veritatis: il titolo della nostra rivista accademica

Inoltre, è un errore fondamentale voler attribuire il carattere assoluto alle tenebre, così come lo fecero nell'Antichità certe religioni, considerando, in questo modo, l'esistenza di due dei: luce e tenebre. E se non sono le tenebre un essere per essenza, come possono esse vincere la luce? Per tutto ciò que è stato detto in precedenza, siamo in grado di capire meglio la Luce, che ci rivela la verità dissipando ogni errore e confusione.

4.1 - La Luce venne al mondo e gli uomini amarono più le tenebre della Luce

Nell'ultimo giorno della Festa dei Tabernacoli, durante una lunga discussione con i farisei e in seguito ad un episodio con la donna adultera colta in flagrante, Gesù afferma: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Giov 8, 12). Uno dei principali riti di questa festa permise al Divino Maestro di fare questa affermazione, perché i giudei accendevano una grande lampada all'interno del Tempio e realizzavano una processione con torce accese.

È ancora dentro questo contesto che troviamo un'altra proposizione di grande importanza: "Se rimanete fedeli alla mia parola [...] conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Giov 8, 31-32). Tuttavia, i propri astanti lo ascoltarono ma non lo capirono e, alcuni pure si ribellarono.

Più avanti, nuovamente Egli avrebbe detto: "sono la luce del mondo" (Giov 9, 5) e questa volta rendendo più facile il credere alla Sua parola, guarendo un cieco dalla nascita, il quale in un incontro acquisisce la luce della verità, manifestando la sua fede nella divinità di Gesù: "Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi." (Giov 9, 38). Tuttavia, nonostante tutte le più robuste prove, continuarono le obiezioni di coloro che recalcitravano contro la Lux Vera. 19

Andava così, realizzandosi il giudizio di Dio: La condanna risiede in questo: E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio. (Giov 3, 19-21).

4.2 - L'unione con la Luce impone l'integra coerenza tra fede, ragione e volontà

Gesù ci portò la luce della verità quando s'incarnò nel seno verginale di Maria Santissima, e ci offrì una rivelazione fondamentale: Dio è luce. Ed è in questa luce che dobbiamo camminare, come ci suggerisce San Giovanni nella sua prima Epistola: "Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre.

Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. (1 Giov 1, 5-7).

L'unione con Dio - Luce e Verità in essenza - impone la necessità dell'integra coerenza tra fede, ragione e volontà con le esigenze di una così elevata comunione. Con ragione si può dire che Giovanni, riferendosi polemicamente alla terminologia gnostica della luce, la sviluppa, però, nella prospettiva del simbolismo veterotestamentario - la luce è la parola di Dio - e le dà un centro nuovo nell'uomo storico Gesù.

Egli è la vera luce (Giov 1, 8), cioè, solamente in Lui è data la vera illuminazione della vita umana. Soltanto colui che si comprende a partire da Cristo e orientato verso Cristo, si comprende rettamente e "vive" nella verità. Il simbolismo giovanneo della luce dev'essere visto nel contesto unitario dell'interpretazione che il quarto Vangelo dà ai grandi simboli elementari dell'umanità - pane, acqua, vita, luce - applicandoli a Gesù di Nazareth.

Centrale e tipico è il caso della guarigione del cieco dalla nascita, in cui si riflette chiaramente tutto il dramma della storia umana; dramma a cui si allude appena nel prologo con poche e brevi parole (1, 9). In Giovanni, la luce è la verità che in Cristo è diventata nuovamente accessibile all'uomo; le tenebre sono la falsità, cioè, la realtà dell'uomo che, prima dell'arrivo di Cristo, vive sempre in uno o in un'altro modo in opposizione alla verità. L'immagine della luce è così radicalmente privata del suo significato naturale e allo stesso tempo portata alla sua più alta espressione. 20

Ecco alcune delle principali ragioni del titolo della nostra rivista accademica: Lumen Veritatis.

1) L'autore è sacerdote, fondatore e Presidente Generale degli Araldi del Vangelo, fondatore e Superiore Generale della Società Clericale di Vita Apostolica Virgo Flos Carmeli e fondatore della Società di Vita Apostolica femminile Regina Virginum; membro della Società Internazionale San Tommaso d'Aquino (SITA) e fondatore di questa rivista.

2) AQUINO, Tomás de. Suma Teológica, vol. II, p. 300. Parte I, q. 67, a. 4. São Paulo: Loyola, 2002.

3) Idem, vol. II. p. 322. Parte I, q. 70, a. 1.

4) BEDA, apud AQUINO, Tomás de. Catena Áurea, vol. V, p. 1. Buenos Aires: Cursos de Cultura Católica, 1946.

5) AQUINO, Tomás de. Sobre el Verbo - Comentário al Prólogo del Evangelio de San Juan. Pamplona: EUNSA, 2005, p. 91

6) ORÍGENES. Hom. 2 in Dif. Loc. Apud AQUINO, Tomás de. Catena Áurea, vol. V, p. 12. Buenos Aires: Cursos de Cultura Católica, 1946.

7) Idem, ibidem, p. 13

8) TEÓFILO Apud AQUINO, Tomás de. Cátena Áurea, vol. V, p. 14. Buenos Aires: Cursos de Cultura Católica, 1946.

9) BRAUN, O.P. La Sainte Bible. Paris: Ed. Pirot-Clamer, 1950, t. 10, p. 313-314. Traduzione nostra.

10) Catecismo da Igreja Católica, p. 208. § 54 e 55. São Paulo: Loyola, 2001.

11) CRUZ, São João da. Subida do Monte Carmelo. L. 2, c. 22, § 3-5. Apud Vida y obras de San Juan de La Cruz, p. 450. Madrid: BAC, 1964. Traduzione nostra.

12) RATZINGER, Joseph. Dicionário de Teologia, de Heinrich Fries - III vol. - pág. 207 - Edições Loyola - São Paulo - 1987).

13) Liturgia das Horas, Vol. II, tradução para o Brasil da 2ª edição, 1999, Editoras Vozes, p. 366

14) AUGUSTINOS, In Evangelium Ioanenis Tractatus Centum Viginti Quatro, § 18-19. Disponível em . Acesso em: 24 jun. 2007. Traduzione nostra.

15) ORÍGENES. Hom. 2 in Dif. Loc. Apud AQUINO, Tomás de. Catena Áurea, vol. V, p. 14-15. Buenos Aires: Cursos de Cultura Católica, 1946.

16) Idem, ibidem.

17) Idem, ibidem, p. 16.

18) AQUINO, Tomás de. Sobre el Verbo - Comentario al Prólogo del Evangelio de San Juan. Pamplona: EUNSA, 2005. p. 93.

19) Cf. Jo 1, 9. Commentando questa espressione dl prologo di San Giovanni, P. Tuya ci dice: "Il Verbo è luce vera. Così come di Dio si dice che è ‘vero' in opposizione agli idoli (Giov 17, 3; 1Giov 5, 20), così il Verbo è chiamato luce ‘vera' perché in Lui si includono pienamente tutte le qualità, metaforicamente, della luce". TUYA, Manuel de. Biblia comentada, vol. II, Evangelios. Madrid: BAC, 1964. Traduzione dell'autore del testo.

20) RATZINGER, Joseph. Ibidem, p. 207 e 208.

(Rivista Lumen Veritatis, Gennaio/Marzo 2008, n. 2, p. 22 a 34)

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