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Commenti al Vangelo

La forza motrice della convivenza nel Regno di Maria

Pubblicato 2019/11/06
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

La parabola del fariseo e del pubblicano presenta molto vividamente uno dei vizi che ostacolavano maggiormente il progresso spirituale del popolo ebraico di allora. Ma come sarebbe la preghiera di entrambi se Gesù componesse oggi questa parabola?

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In quel tempo: 9 Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di esser giusti e disprezzavano gli altri: 10 "Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. 14 Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato,chi invece si umilia sarà esaltato" (Lc 18, 9-14).

La parabola del fariseo e del pubblicano presenta molto vividamente uno dei vizi che ostacolavano maggiormente il progresso spirituale del popolo ebraico di allora. Ma come sarebbe la preghiera di entrambi se Gesù componesse oggi questa parabola?

Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

I - La virtù che apre la strada a tutte Le grazie

La parabola del fariseo e del pubblicano, raccolta dal Vangelo di questa XXX Domenica del Tempo Ordinario, ci presenta una straordinaria lezione di umiltà, delineando con grande chiarezza la figura dell'orgoglioso e quella del peccatore che implora la misericordia di Dio.

Meditandoci sopra, la nostra attenzione si focalizza solitamente sull'impostazione dell'anima di ciascuno dei personaggi quando entrano nel Tempio per pregare. Tuttavia, ciò che li definisce entrambi è il modo in cui sono usciti dal Tempio. Chi pensava di essere coperto da un manto di gloria, doni e opere buone, torna a casa molto peggio di prima, mentre l'altro, dopo essersi presentato a Dio avvolto in un manto di penitenza e vergogna, ritorna completamente perdonato. Così si compie la sentenza presentata nella prima lettura, tratta dal Libro del Siracide: "La preghiera dell'umile penetra le nubi" (35, 17).

Anche se il pubblicano non fosse stato colpevole di alcun peccato, la sua unione con Dio sarebbe aumentata al termine della preghiera, perché l'umiltà attira la benevolenza dell'Altissimo e costituisce il canale attraverso il quale le grazie scendono all'anima. "Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili", ricorda San Pietro nella sua prima epistola (5, 5).

Il requisito fondamentale per la pratica di questa virtù è quello di riconoscere che è impossibile ottenere qualsiasi merito soprannaturale senza l'ausilio di Nostro Signore Gesù Cristo, come Egli stesso ha insegnato: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15, 5). L'affermazione è tassativa: non si dice che "poco" o "qualcosa" possiamo fare; la Scrittura dice "niente"!

Tutto ci viene da Lui, sia i meriti che la forza per praticare il bene. La nostra vita spirituale deve fondarsi sulla convinzione di questa completa dipendenza da Dio. Affidarsi alle proprie qualità, reali o immaginarie, porta ad un atteggiamento di autosufficienza analogo a quello del fariseo.

L'orgoglio ha ostruito il condotto attraverso il quale le grazie sarebbero potute arrivare a lui.

La sua preghiera si ridusse a dare testimonianza di se stesso, elencando presunte virtù attribuite ai suoi sforzi personali, senza alcun riferimento all'azione di Dio. Soddisfatto di se stesso, non ha chiesto perdono, né ha implorato qualche aiuto, perché non vedeva alcun male o lacuna da sanare da parte della Provvidenza. Di conseguenza, non ha ricevuto nulla; al contrario, ha accumulato ragioni per una meritata punizione.

Caratterizzati così l'uno e l'altro personaggio, guardiamo più da vicino il modo in cui ognuno di essi si relaziona con il Creatore.

II - un eLenco dI vIzI e una preghIera perfetta

Il passo del Vangelo di San Luca selezionato per la Liturgia di questa domenica corrisponde al terzo anno della vita pubblica di Nostro Signore, quando Si trovava nella regione di Perea, in cammino verso Gerusalemme.

Qualche versetto prima, l'Evangelista ci aveva mostrato il Divino Maestro mentre rispondeva a una domanda dei farisei sull'avvento del Regno di Dio e istruiva i discepoli riguardo agli avvenimenti della fine del mondo. Fanno seguito a questi passi la parabola della vedova pertinace e dell'ingiusto magistrato, con la quale Gesù illustrava l'importanza di essere insistenti nella preghiera, e subito dopo, quella che ora commentiamo.

Avvertimento per coloro che confidano in se stessi e disprezzano gli altri

Lo scopo del Salvatore nel proporre la parabola è così espresso nel testo sacro:

In quel tempo: 9 Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di esser giusti e disprezzavano gli altri...

Il discorso di Nostro Signore, dunque, era volto non solo a riprendere i farisei, ma anche tutti coloro che possedevano la stessa presuntuosa mentalità, giudicandosi forti per affrontare qualsiasi tentazione e praticare i Comandamenti.

Tale impostazione porta inevitabilmente, come abbiamo visto, alla rovina della vita spirituale, privandola del suo fondamento più solido. E pregiudica anche la buona armonia nei rapporti sociali, offuscando la convivenza con la prepotenza e il disprezzo per gli altri.

Ambiente e disposizioni che preparano alla preghiera

10a "Due uomini salirono al tempio a pregare..."

Lo scenario nel quale Gesù colloca la parabola è il Tempio di Gerusalemme. Era costruito in uno dei punti più alti della città, localizzazione ideale per un luogo di preghiera, adatto a trasmettere la sensazione di prossimità a Dio. Per pregare nel Tempio, era necessario salire fino ad esso.

Tuttavia, c'è anche un significato simbolico in queste parole del Vangelo. Dio vuole sempre comunicare con noi; in Lui noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (cfr. At 17,28). Tuttavia, per ascoltare la sua voce, dobbiamo salire, cioè, lasciare da parte le preoccupazioni terrene ed elevare la nostra mente al Cielo.

10b "...uno era fariseo e l'altro pubblicano".

Sebbene entrambi i personaggi fossero andati in quell'ambiente sacro "per pregare", le loro intenzioni erano ben distinte. Possiamo immaginare che, lungo la strada, il pubblicano si sentisse fallito, con la coscienza sporca per il ricordo delle sue colpe, ma il suo cuore volava con la speranza nell'aiuto divino.

L'altro, nonostante praticasse la vera religione, non è andato al Tempio per riverire il Signore, ma per esibirsi e soddisfare l'egoismo. Certamente, mentre andava lì, era impegnato a contemplare le sue presunte meraviglie, considerando gli atti di pietà che avrebbe presto compiuto come un semplice pretesto per attirare l'attenzione sulla sua persona e adorare se stesso.

Virtù che non possedeva e non voleva acquisire

11a "Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio...'"

Sembrerebbe inutile sottolineare che il fariseo stava "in piedi" perché era consuetudine per gli ebrei pregare in questo modo. Ma Nostro Signore aggiunge questo dettaglio al racconto come segno esteriore della superbia di quell'uomo, che parlava con Dio ritenendosi uguale a Lui. La vanità lo rendeva incapace di assumere una posizione di inferiorità, come inginocchiarsi, prostrarsi o persino chinare il capo.

Le sue prime parole ci portano a pensare che almeno ringrazierà Dio per i favori ottenuti, praticando il secondo dei quattro atti di culto che compongono la buona preghiera: la lode, il rendimento di grazie, il pentimento e la supplica. Egli si limita però a lodare le proprie grandiosità, senza fare alcun accenno alla generosità divina. Così agiscono tutti gli orgogliosi: non sanno ringraziare, perché si considerano sempre meritevoli dei benefici che hanno ricevuto.

A volte è indispensabile per una persona giustificare le proprie azioni, sia per il proprio progresso spirituale, sia per il vantaggio del prossimo, come fa San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi. Vedendosi costretto a scrivere sulla grandezza delle sue azioni apostoliche e sulla santità del suo comportamento, l'Apostolo riconosce di non aver ottenuto nulla con le sue forze e riporta tutto alla grazia divina: "La nostra capacità viene da Dio" (2 Cor 3, 5).

Non è questo l'atteggiamento del fariseo. Ipocrita, finge di essere un uomo religioso, amante della preghiera, ma parla delle sue buone opere non con l'intento di attirare l'attenzione degli altri su Dio, ma per esibire se stesso, ostentando virtù che in realtà non possiede o non desidera acquisire.

Mentalità contraria al perdono di Dio

11b "...perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano".

In sintesi, il fariseo divide l'umanità in due categorie: una, sui generis, costituita da se stesso, e la seconda formata dagli "altri uomini". Egli è l'unico virtuoso; gli altri, a suo insensato giudizio, sono banditi, bugiardi, impuri, colpevoli di ogni specie di peccato.

Invece di essere rattristato per i difetti del prossimo, si rallegra considerando quanto siano miserabili gli altri, perché questo lo fa sentire ingrandito nelle sue presunte qualità. Così, egli imita il demonio, che l'Apocalisse descrive come "l'accusatore dei nostri fratelli" (12, 10). Quanto diversa si rivela questa reazione in quella prima parola pronunciata da Nostro Signore quando fu inchiodato alla Croce: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23, 34)!

Il fariseo, per egoismo, non desidera il perdono di Dio per gli altri; per orgoglio, non lo vuole per se stesso. Si considera una creatura perfetta, e quando qualcuno lo sorprende in un vizio, trova ogni tipo di ragionamenti per discolparsi. Non ammette mai di essersi sbagliato.

Il giusto, oltre a pregare per coloro che si comportano male, chiede a Dio di non cadere negli stessi errori, perché sa che, senza l'aiuto soprannaturale, sarebbe in grado di fare cose anche peggiori. Pensa di essere cattivo, si rimprovera persino colpe che non ha commesso e teme di possedere difetti nascosti, non segnalati dalla sua coscienza, forse a causa di un certo rilassamento di questa.

Il confronto, segno caratteristico dell'orgoglio

Proprio anche delle anime orgogliose è il vizio del confronto, che si manifesta in modo paradigmatico nella preghiera del fariseo: "io Ti ringrazio perché non sono come gli altri".

Entrando in contatto con gli altri e riscontrando le loro qualità, l'istinto di socialità ci porta ad ammirarli. Ma a questo primo atteggiamento segue immediatamente una domanda: "Riuscirei a fare lo stesso"?

Nel modo in cui reagiamo a questo impulso, si manifesteranno la virtù o il difetto. Se la persona si ferma alla domanda e arriva ad una risposta affermativa, corre il serio rischio di peccare per orgoglio; in caso contrario, concepirà facilmente un sentimento di invidia. Per questo motivo, il Santo non si paragona mai agli altri: il suo punto di riferimento è Dio. Quando osserva le qualità degli altri, cerca solo di lodarli e di rendere grazie all'Altissimo per ciò che possiedono di buono.

Il fariseo, invece, si lascia trascinare da questa naturale inclinazione, e subito dopo aver emesso un giudizio sconsiderato su tutti gli uomini, passa ad esaltarsi. Nostro Signore mostra così, attraverso una parabola disegnata con maestria divina, la correlazione tra l'orgoglio e il vizio del confronto.

Nell'anima del fariseo, i vizi si intrecciano

12 "Digiuno due volte la settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo".

Le opere elencate dal fariseo erano probabilmente vere, ma mancava loro la cosa principale: l'amore per Dio. Anche se, per una grazia, le avesse realizzate con la giusta intenzione, non avrebbe dovuto soffermarsi a considerarle come fa in questa preghiera.

Nell'illusione di vedere se stesso come un uomo perfetto, egli ignora che è stato capace di agire così solo per disposizione della Provvidenza. Ha digiunato perché Dio ha stabilito e benedetto questa pratica; se ha potuto pagare la decima, è stato perché ha ricevuto i beni necessari per farlo.

Ma il fariseo ritiene, tuttavia, di star facendo un favore a Dio, e con queste esteriorità cerca di incassare dall'Altissimo i meriti suppostamente ottenuti da esse. Lui, che accusa gli altri di essere ladri, diventa colpevole di un crimine molto peggiore: appropriarsi di ciò che appartiene a Dio.

Per mezzo di questa breve preghiera, Nostro Signore rivela la profondità dell'anima del fariseo, mostrando come i vizi si intreccino in essa formando un insieme coeso: l'orgoglio lo porta a mancare verso la verità, a disprezzare e insultare il prossimo e ad appropriarsi a proprio beneficio di quelli che dovrebbero essere atti di lode a Dio.

Preghiera fatta di pentimento e modestia

13 "Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore!'"

La società ebraica considerava i pubblicani come veri lebbrosi di animo, persone ripugnanti e meritevoli di disprezzo. Erano ebrei assunti dal governo romano per riscuotere le imposte di Israele ma, nell'esercizio della loro professione, spesso praticavano estorsioni, raccogliendo somme di denaro in eccedenza a proprio vantaggio. Questo esattore della parabola si sa essere bersaglio dell'odio del popolo e sente la sua capitis diminutio; pertanto, si ferma a pregare in fondo al Tempio.

Per un pubblicano era difficile, se non impossibile, rimanere interamente onesto ed equilibrato nel suo compito, senza lasciarsi guidare dall'avidità. Nulla attira tanto il cuore umano quanto il denaro, e certamente il peccatore nella parabola approfittò delle circostanze per soddisfare i propri interessi finanziari. Doveva essere carico di numerosi problemi di coscienza, non solo perché aveva rubato, ma anche per colpe in altre questioni, come inevitabilmente accade a chi si comporta male nell'uso del vile metallo.

Ponendo sulle labbra del pubblicano questa preghiera tutta fatta di pentimento e modestia, Nostro Signore crea un contrasto che stigmatizza la postura del fariseo e ci insegna ad avere una fiducia illimitata nella bontà del Padre, come sottolinea il Salmo responsoriale di questa domenica: "Il povero invoca Dio ed Egli ascolta: il Signore libera la vita dei suoi servi".

Poveri sono tutti coloro che riconoscono di non valere nulla senza l'aiuto divino, e si avvicinano al Creatore consapevoli della propria miseria.

Degli umili è il Regno dei Cieli!

14 "Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato".

Tornare a casa senza essere giustificati significa accollarsi la maledizione dello stato di peccato. Chi ha deciso di mettersi al posto di Dio comincia a sperimentare le disgrazie dell'inferno già su questa terra.

La parabola composta da Nostro Signore insegna che è inutile spendere buona parte della nostra esistenza frequentando chiese, recitando interminabili preghiere, andando in pellegrinaggio in luoghi santi od offrendo elemosine e sacrifici, se questi atti non sono accompagnati dalla virtù della carità e dalla pratica dei Comandamenti. È proprio degli spiriti farisaici lodare Dio con le esteriorità e offenderLo nel cuore, diventando meritevoli della condanna eterna.

Niente attira l'aiuto dell'Altissimo più del riconoscersi pieno di colpe e difetti, come ha fatto il pubblicano nella sua preghiera. "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei Cieli." (Mt 5, 3).

III - E se Gesù predicasse aI nostri giorni?

La parabola del fariseo e del pubblicano presenta molto vividamente uno dei vizi che più pregiudicava il progresso spirituale degli ebrei dell'epoca: "Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato". Ecco l'orgoglio farisaico e i suoi effetti disastrosi nella convivenza con il prossimo.

Usando come simbolo il fariseo, Nostro Signore metteva a fuoco la malvagità di coloro che, concependo la Religione come uno scambio di favori tra Dio e gli uomini, intendevano la virtù come sinonimo di essere liberi anche negli obblighi concreti nei Suoi confronti.

Tuttavia, se Gesù si rivolgesse agli uomini del nostro tempo, il tenore della parabola sarebbe lo stesso?

La preghiera ammirativa di un fariseo virtuoso

Imperversa ai nostri giorni un difetto molto sottile, che mina profondamente il rapporto tra i figli della luce e diminuisce immensamente il valore della nostra preghiera: l'incapacità di ammirare le virtù dell'altro e di ringraziare Dio per questi doni.

Se Gesù, predicando oggi nelle piazze e nelle chiese, volesse metterci in guardia da questo difetto, forse deciderebbe di cambiare il profilo dei personaggi della parabola, e lo farebbe per mettere in risalto quanto la lotta all'amor proprio dovrebbe segnare la nostra convivenza. Forse il Divino Maestro presenterebbe il fariseo come un uomo virtuoso, che farebbe la seguente preghiera:

"Ti ringrazio, Signore, perché hai dato ad altri più che a me. Guardando il povero peccatore che sta là in fondo, vedo la tua misericordia e le tue cure che si dispiegano su di lui e operano nella sua anima una restaurazione tale che finirà per dargli molto di più di quanto non possedesse prima di allontanarsi dalla pratica dei Comandamenti.

"Ti contemplo mentre gli concedi il pentimento e un sincero desiderio di essere emendato. Vedo il tuo amore molto più acuto di fronte alla sua miseria che di fronte alla virtù di tanti altri che, sempre per tua bontà, hai preservato dalla caduta. Dopo essere affondato in mille abissi, questo peccatore ha ora la gioia di sperimentare la grandezza del tuo perdono e, insieme ad essa, la grazia di comprenderTi meglio.

"In lui sei ancora più glorificato. Lodato Tu sia, o Signore! Ti ringrazio per aver potuto vedere questo miserabile colmato di doni superiori a quelli di altri che hanno sempre cercato di esserTi fedeli. In questo modo dimostri che nessuno è santo con i propri sforzi: tutto dipende dalla tua infinita misericordia!

"Ed ora, Signore, Ti chiedo: dammi, se possibile, una scintilla delle grazie che tu concedi così meravigliosamente a questo peccatore. Così anch'io parteciperò alla tua gioia e, riconoscendomi come un piccolo verme e un miserabile peccatore, potrò lodare, come lui, la tua liberalità!..."

"Concedimi una scintilla della santità che gli hai dato"

Il pubblicano, a sua volta, continuerebbe a riconoscere i suoi peccati con umiltà, ma direbbe dentro di sé:

"Signore Dio, abbi pietà di me, perché sono un peccatore! Come creatura tua, Ti riconosco come Signore, ma non oso chiamarTi Padre. Indegno di considerarmi figlio, sento, però, che non mi respingi... Forse persino mi tollererai anche per qualche altro istante in tua presenza.

"Ecco, vedo davanti a me un uomo virtuoso, al quale hai dato in abbondanza tutto quello che ho sprecato. Lui sì è santo: un vero figlio tuo! Guarda lui, Signore, e non me, perché io non lo merito! Come sono felice di sapere che in questo mondo dove, purtroppo, così tanti seguono lo stesso miserabile cammino che ho percorso io, c'è almeno un uomo che vive secondo la tua volontà, compiacendoTi in tutto! Osserva, Signore, quanto lui è onesto, retto e giusto! Nota l'esempio che dà e il bene che fa agli altri!

"Accanto a lui, suppongo ci siano altri uomini così . Sono queste persone che placano la tua giustizia e ti impediscono di sterminarci, come meriteremmo per le nostre colpe. Chi lo sa, Signore, se non hai ancora tagliato il filo della mia vita in considerazione della virtù di chi si trova lì davanti, con le spalle rivolte a me. Lui non mi conosce e forse non sa nemmeno che esisto, ma la sua virtù può essere l'incenso dal piacevole aroma che Ti porta a darmi un'altra opportunità di rivolgermi a Te. Allora, Signore, Ti supplico: santificalo ancora di più, moltiplica le sue virtù e i suoi doni, manifesta verso di lui il tuo potere generoso, mostrando così agli occhi di tutti quanto ti rallegra ricompensare la virtù.

"D'altra parte, Signore, oso chiederTi: per i meriti della sua virtù, non trattarmi in base alle mie miserie, ma concedimi una scintilla della santità che gli hai dato. Tu sei la fonte di ogni bene. Rimanendo vicino a Te, potrò sempre ammirare la luce posta nelle anime che, come la sua, Ti sono veramente fedeli!..."

Chi ammira, riceve il frutto della sua ammirazione

Il fariseo e il peccatore avrebbero anche potuto pregare in una versione aggiornata della parabola. E se Nostro Signore volesse terminare la versione immaginaria del racconto biblico con una conclusione adattata alle circostanze attuali, potrebbe cambiare l’ultimo versetto con parole come queste: “In verità, in verità, vi dico: entrambi sono tornati a casa non solo giustificati, ma anche colmati, ognuno di loro, dei doni soprannaturali destinati all’altro. Perché chi ammira riceve il frutto della sua ammirazione, e chi chiede grazie a beneficio del fratello riceve in sé il doppio di quanto ha desiderato per lui”.

Quanto ne trarremmo profitto se considerassimo gli altri secondo l’insegnamento di questa “parabola”! Se, nella società del Regno di Maria, l’ammirazione tra i figli della luce sarà la forza motrice della convivenza, perché non anticipare questa era felicissima, predetta dalla Madonna a Fatima, praticando fin d’ora questa forma di combattimento contro l’amor proprio? (Rivista Araldi del Vangelo, Ottobre/2019, n. 197, p. 8 a 15)

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