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Santo Stefano d’Ungheria: Compì la sua vocazione tra le braccia di Maria

Pubblicato 2019/09/09
Autore : Suor Maria Teresa Ribeiro Matos, EP

Santo Stefano d’Ungheria potrebbe essere considerato modello e patrono delle anime chiamate da Dio per missioni di colossale portata. Qual è stato il segreto per cui lui ottenne la radicale trasformazione del suo popolo?

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Santo Stefano d’Ungheria potrebbe essere considerato modello e patrono delle anime chiamate da Dio per missioni di colossale portata. Qual è stato il segreto per cui lui ottenne la radicale trasformazione del suo popolo?

Suor Maria Teresa Ribeiro Matos, EP

Massacro, fuga o miracolo erano le uniche alternative che si presentavano a coloro che sentivano avvicinarsi il drappello degli Unni. Questo terribile popolo barbaro era riuscito a superare in furore tutti gli altri invasori e a terrorizzare l’Impero Romano d’Oriente e d’Occidente.

Santo Estevao.jpgAlla loro testa marciava Attila, un uomo di bassa statura, naso adunco e sguardo penetrante, che riuniva sotto il suo comando metà del mondo barbaro. Era denominato il flagello di Dio e lo dimostrava con le sue azioni, riducendo a totale rovina qualsiasi città o paese per cui passava, al punto da affermare che l’erba non cresceva più dove avevano calpestato le zampe del suo cavallo.

Strasburgo, Speyer, Worms, Tongres, Reims, Cambrai, Auxerre, Besançon, Langres e Metz sperimentarono questo terrore, e lo stesso sarebbe accaduto a Troyes, Parigi e Roma se non fosse stato per l’intervento di Dio attraverso il vescovo di San Lupo, della pastorella Santa Genoveffa e del Papa San Leone Magno.

Anche se l’impero di Attila si sciolse dopo la sua morte nel 453, la sua ferocia rimase negli abitanti della Pannonia, ad ovest dell’attuale Ungheria, al punto che nel IX secolo i cristiani delle terre vicine includevano nelle loro preghiere la supplica: “A sagittis hungarorum, libera nos Domine – Dalle frecce degli Ungari, liberaci, Signore”.

I feroci invasori diventano difensori…

Andiamo avanti di mille anni dopo la morte del terribile devastatore e ritroveremo i discendenti di quel popolo bellicoso ad alzare di nuovo le armi con ardore. Questa volta, però, l’obiettivo non è quello di radere al suolo la Cristianità, ma di difenderla.

Docile alla predicazione di San Giovanni di Capistrano, il capitano Giovanni Corvino – Hunyadi János, nella lingua locale – si trova al comando delle truppe ungare in procinto di combattere la memorabile Battaglia di Belgrado. Di fronte a lui, il sultano Maometto II, generale di un potente esercito, con il quale pretendeva di conquistare l’intera regione. Tuttavia, il 21 luglio 1456, si vide costretto a ritirarsi, lasciando dietro di sé centinaia di cannoni e migliaia di morti.

Alcuni giorni dopo, vinto da una malattia improvvisa, il valoroso capo cristiano rende la sua anima a Dio. Durante le esequie, il predicatore lo elogia in questo modo: “Si è estinta la luce del mondo. […] Vinto il nemico, regni ora con Dio e trionfi con gli Angeli, o buon Giovanni!”1

Da distruttore a difensore della Cristianità! Come spiegare una simile prodigiosa trasformazione in questo popolo agguerrito?

Affinché essa fosse possibile, la Provvidenza Si servì di un grande re: Santo Stefano. Fu lui, secondo le parole del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, uno “statista dalla visione vastissima e dal polso vigoroso, che seppe avviare e consolidare l’assimilazione della civiltà europea da parte dei magiari, ancora barbari e pagani”.2 Facendo uso del suo potere con soavità e fermezza nel contempo, riuscì a superare “l’opposizione del suo popolo, famoso per il suo spirito combattivo e volenteroso che, esacerbato dalla barbarie, accettò con difficoltà la disciplina della civiltà”.3

Dotato di un carattere serio e di una indomabile energia

Nel corso del X secolo, cinquecento anni prima della battaglia di Belgrado, la dinastia di Arpád governava l’Ungheria e consolidava i suoi confini, con il risultato che, dopo un lungo periodo di nomadismo, il popolo finalmente si stabilì.

E’ negli ultimi decenni di quel secolo che il duca Géza, sotto l’influenza della moglie Sarolta e delle esortazioni di Sant’Adalberto, ricevette il battesimo. Più di cinquemila dei suoi sudditi seguirono il suo esempio. Si apriva così un ampio campo di conquista per la Santa Chiesa, ma il duca non possedeva il valore necessario per lavorarlo… Le radici pagane dei magiari si confondevano con le altrettanto radicate tradizioni familiari e Géza non intendeva sradicarle completamente.

Tuttavia, suo figlio, il giovane Vaik, che aveva ricevuto il nome di Stefano al momento del Battesimo, la pensava diversamente. Educato fin dall’infanzia sotto le luci della Fede, possedeva un carattere profondamente serio e un’energia indomabile. Desideroso di condurre i suoi sudditi a Dio, fece della loro cristianizzazione l’ideale della sua vita.

Per questo, vide in Gisela, sorella di Enrico di Baviera – futuro Santo e Imperatore del Sacro Impero – una fedele compagna, che con la sua pietà ed elevazione di spirito avrebbe potuto aiutarlo in un’opera così vasta.

Il Duca Enrico nutriva una vera amicizia per Stefano, e non vedeva nessun impedimento nel dargli sua sorella come moglie. Tuttavia, Gerberga, zia del re e badessa del convento di Gandersheim, dove viveva la giovane, respinse il progetto di consegnare sua nipote a un capo barbaro appena convertito, e decise di mettere alla prova la sincerità della sua fede.

Sapendo che era venuto a far visita a Gisela, la superiora mandò la ragazza a pregare nei giardini del monastero. Quando Stefano arrivò, la vide di schiena, con un’angolazione tale che lei non percepiva la sua presenza, e lui non osò interromperla. In silenzio e in ginocchio, attese che terminasse il colloquio con il Re dei re, e solo allora si fece avanti per salutarla.

Questo atteggiamento di fede e rispetto, che la badessa osservava da lontano, dissipò completamente la sua opposizione al matrimonio, che avvenne poco dopo.

Creando le condizioni per lo sbocciare della Fede

Nel 997, con la morte di Géza, Stefano divenne capo degli ungari. Secondo l’usanza magiara, venne realizzata la cerimonia nella quale egli brandiva la sua spada in tutti e quattro i lati, impegnandosi a difendere il paese in tutta la sua estensione.

Essendo al tempo stesso profondo e buono, calmo e zelante, il giovane re si rese presto conto della dimensione soprannaturale di questa promessa e decise di non lesinare gli sforzi per condurre i suoi sudditi alla completa conversione. Montato a cavallo, con una croce in mano, percorse città e paesi predicando la vera Fede. Consapevole, inoltre, che i cuori degli uomini sono mossi dall’esempio e dalla grazia, coprì la sua nazione di monasteri, affinché la forza della vita dei monaci e l’aiuto delle loro preghiere creassero le condizioni ideali per il pieno sbocciare della religione.

Infine, dettò un decreto prescrivendo ai capi, ai guerrieri e a tutto il popolo l’abbandono degli antichi culti e la ricezione del Battesimo. Sapeva che questo non si sarebbe realizzato senza difficoltà, ma non aveva paura, essendo disposto ad utilizzare i mezzi necessari per il trionfo di Dio nelle sue terre.

Coroacao de Santo Estevao.jpg
Nel Natale dell'anno 1000, Santo Stefano viene incoronato
a Esztergom con la Santa Corona, inviata da Papa Silvestro
II e riceve il titolo di Maestà Apostolica

Così, reagì immediatamente quando venne a sapere che il suo parente Koppány, non sottomessosi al decreto, aveva preso le armi contro di lui, con il pretesto di avere il diritto al trono. Riunito il suo esercito, Stefano avanzò contro i ribelli. Nell’accampamento, ormai di fronte al nemico, venne armato cavaliere, ricevendo la spada che d’ora in poi avrebbe dovuto brandire.

“Per Dio, per la Fede!”, erano le urla le grida che si sentivano quando venne dato il segnale dell’attacco. Dopo ore difficili, il confronto si chiuse con la morte di Koppány. Il giovane re, che non mirava ad altro che al bene dei suoi sudditi, concesse un generoso perdono a tutti i vinti che accettarono il Battesimo.

Il Papa riconosce la sua opera evangelizzatrice

Stabilito il suo regno sulla solida roccia, non mancava nulla a Stefano per cingere la corona reale e far includere il suo popolo nella lista delle monarchie europee. Con l’aiuto di suo cognato, San Enrico, preparò con cura un’ambasciata per chiedere al Papa la concessione di tale privilegio.

Il monaco Gilberto, di origine francese, occupava il trono di San Pietro con il nome di Silvestro II. Ascoltando la narrazione dei significativi progressi della fede in Ungheria, non esitò a rispondere alla richiesta, discernendo chiaramente il piano dell’Altissimo che aleggiava su quelle terre.

“Grazie siano date a Dio Padre e a Gesù Cristo Nostro Signore, che ai nostri giorni ha incontrato un nuovo Davide, il figlio di Gezza, uomo che segue il suo cuore. Egli fece brillare ai suoi occhi la luce divina e lo suscitò per farlo diventare pastore di Israele e capo del popolo ungaro, nazione eletta. Abbiamo solo elogi da farvi per la vostra pietà in relazione a Dio e la vostra rispettosa devozione alla Cattedra Apostolica sulla quale, nonostante la nostra indegnità, siamo seduti. […] Di conseguenza, figlio molto glorioso, noi vi concediamo di buon grado tutto quello che ci avete chiesto, a noi stessi e alla Sede Apostolica: il diadema e il titolo di re, con il potere di erigere la metropoli di Esztergom e diocesi suffraganee”,4 dice la lettera datata 27 marzo dell’anno 1000.

Insieme alla missiva, il Papa gli mandò una bella croce e la Santa Corona, che sarà venerata per sempre nel paese. Con questi simboli, Stefano e Gisela vennero incoronati a Esztergom nel Natale dell’anno 1000, ricevendo il titolo di Sue Maestà Apostoliche, con il quale Silvestro II equipara l’opera di difesa e diffusione della Fede da loro intrapresa con le azioni evangelizzatrici degli Apostoli.

Silvestro II concesse a Stefano, oltre a tutti i diritti di regalità, anche i poteri di un legato papale. Questo privilegio sarà confermato nel XV secolo dal Concilio di Costanza e conservato fino alla fine dal trono d’Ungheria.

Serio e conseguente, il nuovo monarca iniziò ad organizzare e consolidare il suo regno. Sapendo che non esistono leggi più perfette di quelle scritte da Dio stesso, egli elaborò con cura le costituzioni dello Stato, basandosi sui Dieci Comandamenti.

In esse erano stabiliti i diritti e i doveri del clero e della nobiltà, alle cui fila non poteva appartenere chi rifiutava di abbracciare la Fede Cattolica. Si trovavano anche punizioni curiose per coloro che infrangevano i precetti divini, come questa: se qualcuno fosse stato sorpreso ad arare la terra la domenica, i suoi buoi sarebbero stati confiscati e macellati, e la carne sarebbe stata distribuita tra gli abitanti del villaggio.

Modellando secondo la Fede l’anima del successore

Stefano sapeva, tuttavia, che più importante della registrazione di queste leggi in codici e rotoli era formare qualcuno animato dallo spirito che le ispirava. A tal fine lasciò scritto a suo figlio Emerico, una serie di saggi consigli.

In essi insegnava che il regno perfetto è come un tempio con dieci colonne: la solidità della fede, lo splendore della Chiesa, la purezza e la sapienza degli ecclesiastici, la fedeltà e la fortezza dei baroni e dei cavalieri, la generosità con gli stranieri, la retta amministrazione della giustizia, la lucida organizzazione del consiglio, il rispetto delle tradizioni, l’aiuto della preghiera insieme alla pietà e la misericordia.

Gli raccomandava di avere le viscere di madre verso i suoi sudditi, aggiungendo: “Sii paziente con tutti, non solo con i potenti, ma anche con i più piccoli. Sii infine forte, affinché la prosperità non ti insuperbisca o le avversità non ti abbattano. Sii anche umile, affinché Dio ti elevi ora e nel futuro. Sii ancora modesto e non punire o condannare nessuno in eccesso. Sii mite per non mancare di giustizia. Sii nobile, in modo da non infliggere mai deliberatamente un oltraggio a nessuno. Sii casto, per evitare, come una puntura della morte, tutto il cattivo odore della lussuria. Tutte queste cose dette sopra, riunite insieme, tessono la corona reale, perché senza di essa nessuno può regnare qui nè arrivare al Regno Eterno”.5

Questi consigli caddero su un terreno fertile. Dotato di rara pietà ed elevazione di spirito, Emerico aveva presto assimilato i buoni esempi dei suoi genitori. A soli sette anni aveva fatto il voto di verginità, e già a quell’età spiccavano nella sua anima alcuni doni singolari, come quello di discernere il grado di fede e di progresso nella virtù delle persone con cui si trovava.

Un giorno, mentre visitava l’abbazia di Pannonhalma insieme a suo padre, questi notò che il bambino salutava i monaci in modo differenziato. Ricevuto dal bambino la risposta che così agiva in base allo stato d’animo di ciascuno, Santo Stefano volle verificare la verità di questa intuizione soprannaturale. Si mise allora a camminare per il monastero di notte durante l’orario di silenzio e di preghiera, e quando incontrò il monaco Maurizio, che Emerico aveva indicato come di grande virtù, cercò di intrattenere una conversazione con lui. Il religioso, però, rimase impassibile e, alla fine del periodo di silenzio, gli spiegò: “Non potevo interrompere il servizio del Re dei Cieli per servire un re della terra”.

Volendo vedere fino a che punto si spingesse la rettitudine di questo monaco, Stefano andò a lamentarsi del suo atteggiamento verso il superiore, che lo rimproverò alla presenza del re. Maurizio sentì l’ammonizione a testa bassa, accettandola con tutta umiltà. Pieno di ammirazione, il sovrano si inginocchiò ai piedi del religioso, lodò le sue virtù e lo nominò Vescovo.

Il monarca aveva giustamente riposto in suo figlio tutte le speranze del regno. Tuttavia, i piani di Dio erano altri: pochi giorni prima che fosse associato al trono paterno, una morte improvvisa se lo portò via a soli ventitré anni…
Santo Estevao - Budapeste.jpg
La Divina Provvidenza
chiamò il santo Re ad
una monumentale
opera di
evangelizzazione

Il santo re soffrì immensamente per la perdita di suo figlio, ma accettò con rassegnazione la determinazione della Provvidenza. Era certo che Emerico avrebbe potuto fare molto di più per il suo popolo nel Regno Eterno che governando l’Ungheria per alcuni anni.

Il segreto per ottenere l’ausilio del Cielo

Aspetti molto diversi compongono l’aureola gloriosa della santità di questo re, ma tutti confluiscono nella monumentale opera evangelizzatrice alla quale fu chiamato dalla Divina Provvidenza. E chi analizza il suo regno considerando le origini pagane del suo popolo, i costumi barbari profondamente radicati in esso e la forte tempra magiara, si rende conto che una così grande trasformazione non sarebbe stata possibile senza un ausilio eccezionale del Cielo.

Quale fu il segreto per ottenerlo? Ai nostri occhi, soltanto uno: pochi giorni dopo la sua incoronazione, Santo Stefano consacrava il suo regno alla Santissima Vergine, costituendola Grande Signora d’Ungheria. Così, all’alba del secondo millennio, quando San Luigi Maria Grignion de Montfort era ben lungi dall’essere nato, il beato monarca metteva tutti i suoi domini nelle Sue mani, desideroso di trasformarli in un vero regno di Maria.

Infatti, la devozione alla Madre di Dio era forse il punto più sensibile dell’anima del sovrano. Egli impresse la sua immagine sulle monete, la riprodusse sui suoi stendardi e a poco a poco riuscì a imprimerla nel cuore dei suoi sudditi. E quando nel 1038 consegnò la sua anima a Dio, nel giorno della grande festa dell’Assunzione, lo fece recitando questa amorosa preghiera: “Grande Signora, Regina del Cielo, è a Voi che rivolgo la mia ultima orazione e affido le cure della mia anima. Prendi sotto la tua protezione materna la Chiesa magiara, il mio paese e il mio amato popolo!”6

Santo Stefano potrebbe essere considerato, insomma, un modello e patrono delle anime elette, che incontrano ostacoli colossali nel compimento della loro missione e talvolta falliscono. Ma, quando sono fedeli, finiscono per realizzare la loro vocazione tra le braccia di Maria! (Rivista Araldi del Vangelo, Agosto/2019, n. 195, p, 28 a 31)

1 JÁNOS THURÓCZY. Chronica Hungarorum. In: SCHWANDTNER, Johann Georg (Ed.). Scriptores rerum Hungaricarum. Viena: Ioannis Pauli Kraus, 1746, t.I, p.274.

2 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Uma reflexão útil para o século dos führers e dos ditadores. In: Legionário. São Paulo. Anno XII. N.310 (21 agosto 1938); p.1.

3 Idem, ibidem.

4 SILVESTRE II. Lettre à Saint Étienne de Hongrie, apud DARRAS, Joseph-Epiphane. Histoire général de l’Église. Paris: Louis Vivès, 1876, vol. XX, p.367.

5 SANTO STEFANO D’UNGHERIA. Dei consigli a suo figlio. In: COMMISSIONE EPISCOPALE DI TESTI LITURGICI. Liturgia das Horas. Petrópolis: Ave-Maria; Paulinas; Paulus; Vozes, 1999, vol.IV, p.1206.

6 HORN, Émile. Saint Étienne: Roi Apostolique de Hongrie. Paris: Victor Lecoffre, 1899, p.188.

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