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Spiritualità

Come conquistare anime per Dio?

Pubblicato 2019/08/28
Autore : Don Francisco Teixeira de Araújo, EP

Voglio essere sacerdote per conquistare anime per Dio!”, dichiarò il giovane Giovanni Battista Maria Vianney a sua madre, avendo appena diciassette anni. E in effetti, questo fu lo scopo di tutta la sua esistenza.

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Voglio essere sacerdote per conquistare anime per Dio!”, dichiarò il giovane Giovanni Battista Maria Vianney a sua madre, avendo appena diciassette anni. E in effetti, questo fu lo scopo di tutta la sua esistenza.

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Santo Curato d'Ars - Chiesa di
San Germano di Auxerre, Parigi
Quante anime avrà salvato nel corso dei suoi quarantaquattro anni di ministero sacerdotale? Solo Dio lo sa. Ma non c’è dubbio che furono molte, a giudicare dall’urlo del demonio registrato da uno dei suoi biografi principali: “Mi hai rubato più di ottantamila anime!”1

Il potere di un patto fatto con Dio

Padre Vianney arrivò ad Ars il 9 febbraio 1818, quando era ancora un villaggetto con circa cinquanta case e duecentocinquanta abitanti. Tutti lì dicevano di essere cattolici, ma erano ben lungi dal vivere in funzione di Dio.

Durante la settimana, gli uomini sprecavano il loro tempo e le scarse risorse ottenute dal lavoro rurale in una mezza dozzina di osterie, e per cercare di recuperare parte del tempo così dilapidato, lavoravano la domenica. Si organizzavano balli che facevano perdere ai giovani la loro innocenza mentre, nella chiesetta, tutto si trovava in una situazione di incuria e abbandono. Quel tempio era l’immagine perfetta dello stato d’animo dei fedeli!

Il nuovo parroco si lanciò dal primo giorno alla conquista di quelle anime, cominciando con la cosa più essenziale: la preghiera. Poco dopo la mezzanotte, si recò in chiesa e, in lacrime, fece questa supplica: “Mio Dio, concedimi la conversione della mia parrocchia. Acconsento a soffrire quanto vuoi, per tutta la mia vita… Sì, per cento anni i dolori più atroci, purché si convertano”.2

Il Signore accettò il patto proposto dal santo sacerdote e gli inviò sofferenze inenarrabili, alle quali egli aggiungeva digiuni, fustigazioni e altri sacrifici volontari. Risultato: in due o tre anni Ars si trasformò in un modello di parrocchia fervente.

“Un pastore deve star sempre con la spada in pugno”

Alle potenti armi della preghiera e dell’olocausto, egli aggiunse quella della predicazione, secondo la raccomandazione dell’Apostolo: “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù […]: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (II Tim 4, 1-2).

Nel pulpito e dappertutto, Giovanni Maria Vianney non perdeva occasione di mettere in guardia i suoi parrocchiani contro le tre cose che più li tenevano lontani da Dio: il lavoro la domenica, le bevute nelle osterie e i balli.

E lasciò in eredità ai suoi fratelli nel sacerdozio questo avvertimento che risuona come un’eco della profezia di Ezechiele contro i cattivi pastori (cfr. Ez 34, 1-10): “Disgraziato quel sacerdote che rimane muto vedendo Dio oltraggiato e le anime smarrirsi! […] Un pastore disposto a compiere il suo dovere deve sempre essere con la spada in pugno per difendere gli innocenti e perseguitare i peccatori fino a ricondurli a Dio. Se non fa così, sarà un prete cattivo, che perde le anime invece di portarle a Dio”.

Vero schiavo del confessionale

Ma il campo nel quale Padre Vianney si sacrificò maggiormente e conquistò più anime a Dio fu quello del Sacramento della Riconciliazione. Lo stesso amore per il prossimo che lo portava a tuonare nel pulpito contro il peccato, lo trasformava nel più paziente e misericordioso dei genitori, nel confessionale.

Il buon esempio della sua santità personale cominciò a muovere il cuore dei suoi parrocchiani verso il desiderio di un serio cambiamento di vita. A poco a poco, la sua fama si diffuse nei paesi vicini, poi nelle grandi città della regione e, infine, in tutta la Francia. Di conseguenza, aumentò nella stessa proporzione il tempo trascorso nel confessionale: da circa mezz’ora all’inizio, si alzò a una media giornaliera di quindici ore. E questo per più di trent’anni.

Con tutta ragione uno storico attuale ha qualificato questo regime di vita come schiavitù: divorato dallo zelo per la salvezza delle anime, Giovanni Maria Vianney arrivò a passare diciotto ore consecutive in questa piccola scatola di legno, soffocato a tal punto dalla mancanza d’aria che gli capitò più di una volta di svenire.4

Quando arrivava in chiesa pochi minuti dopo la mezzanotte, la folla già lo aspettava. A un certo punto si rese necessario organizzare delle file di attesa e un servizio di accoglienza: donne nella cappella laterale, uomi ni in sacrestia, sacerdoti dietro l’altare maggiore. Accadeva frequentemente che un penitente uscisse con il volto bagnato di lacrime. Pianto di felicità per il recupero dell’innocenza!

Dettaglio superedificante, confidato dallo stesso San Giovanni Vianney ad un sacerdote che chiedeva il suo consiglio: “Gli do una piccola penitenza e il resto la faccio io per ui”.5 Cioè, imponeva all’autore di gravi peccati una piccola parte della penitenza dovuta e compiva il resto lui stesso.

“Solo nella croce sta la felicità”

Con una vita segnata da tante sofferenze e penitenze, si direbbe che il Santo Curato d’Ars non potesse essere felice; invece, lo era al massimo grado. La sua serenità, il suo tratto affabile e la sua attraente conversazione lo dimostravano.

La fonte della gioia interiore che costantemente provava, ce la rivela lui stesso: “Sono stato molto calunniato e oggetto di contraddizioni. Ah! Ho avuto molte croci; forse più di quanto potevo portare. Ho cominciato a chiedere amore per la croce e da allora sono felice! Ora dico: veramente, solo sulla croce c’è la felicità”.6

Il Santo Curato d’Ars ebbe anche la consolazione di essere molto popolare. Durante i suoi ultimi trent’anni di vita, una media di ottantamila persone visitavano ogni anno quel villaggio insignificante. E va notato che esisteva solo una strada per arrivarci, a malapena carrozzabile. Non c’erano alberghi né ristoranti: ognuno si stabiliva o si accampava come poteva. Molti dormivano notti di seguito à la belle étoile, cioè, avendo per tetto il firmamento celeste.

Tanti disagi per che cosa? Per “vedere Dio in un uomo”, secondo la famosa espressione di uno di questi pellegrini. La presenza dell’Altissimo nel cuore di quel sacerdote, così semplice in apparenza, ma così sovrabbondante nella vita interiore, attirava con forza le anime e le conquistava a Dio. (Rivista Araldi del Vangelo, Agosto/2019, n. 195, p. 32-33)

1 MONNIN, Alfred. Le curé d’Ars. Vie de Jean-BaptisteMarie Vianney. Paris: Charles Douniol, 1861, t.I, p.439.
2 TROCHU, Francis. O Santo Cura d’Ars.
3.ed. Contagem: Littera Maciel, 1997, p.93. 3 SAN GIOVANNI BATTISTA MARIA VIANNEY. Sur la  colère. In: Sermons. ParisLyon: Victor Lecoffre; Ruban, 1883, t.III, p.352.
4 Cfr. DANIEL-ROPS. A Igreja das revoluções I – Diante de novos destinos. São Paulo: Quadrante, 2003, p.756.
5 SAN GIOVANNI XXIII. Sacerdotii nostri primordia, n.53.
6 TROCHU, op. cit., p.137.

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